Ciò che ho vissuto come accompagnatore maschile per tre anni
Ho cominciato a farlo a ventidue anni. Non per vocazione, ma perché dovevo due mesi d’affitto e un amico mi passò il contatto di un’agenzia che cercava ragazzi. Pensavo che sarebbero stati tre mesi, quattro al massimo. Ci sono rimasto quasi quattro anni. Quello che sto per raccontare non lo scrivo per scandalizzare nessuno né per darmi importanza. È ciò che ho visto, ciò che ho sopportato, ciò che mi è rimasto dentro. Se chi legge queste righe ha mai pagato per compagnia, si ricordi che dall’altra parte c’è una persona con un nome, una casa, una madre.
In questo mestiere non sai mai con chi entrerai nella stanza. A volte capita qualcuno di decente, qualcuno che ti tratta bene, ti chiede come stai, ti paga senza contrattare e se ne va. Quei clienti mi aiutavano ad andare avanti. Ma la maggior parte delle volte non è così. La maggior parte delle volte chi paga crede di avere diritto a tutto. Che il tuo corpo, per il tempo del servizio, sia un oggetto che si può usare, sporcare, rompere. E poi tornare a casa.
***
Il primo che mi viene in mente quasi ogni settimana era un signore sui cinquantacinque, sessant’anni. Pesava ben oltre i centocinquanta chili. Aveva la pelle pallida, gli occhi piccoli e un sorriso che su un altro volto sarebbe stato gentile. La mia regola era che il cliente si facesse la doccia prima di cominciare. Non era negoziabile. Lui la rispettava. Usciva dal bagno con l’asciugamano stretto in vita, profumando di sapone, e dopo cinque minuti già iniziava a sudare.
Il sudore non era il problema. Il problema era l’odore. Qualcosa di acre, quasi chimico, come se il suo corpo processasse il grasso e lo espellesse con una nota rancida. Mi entrava nel naso e non se ne andava nemmeno con la doccia dopo. Me lo portavo addosso fino al taxi, all’ascensore del mio palazzo, al mio letto.
Quando mi chiedeva sesso orale, bisognava scostare pieghe di carne, sostenerle con una mano mentre con l’altra cercavi la strada. Era una spedizione. Il suo cazzo usciva pesante, violaceo in punta, e quando lo avevi in bocca sentivi il calore umido, il sapore salato, il prepuzio che scivolava contro le labbra. Dovevo ingoiare saliva di continuo per non soffocare. Più di una volta ho avuto conati. Una notte ho vomitato nel suo bagno e gli ho detto che era per qualcosa che avevo mangiato a cena. Lui rise, mi disse di non preoccuparmi, che gli era già successo con altri ragazzi. Lo disse senza cattiveria, quasi con tenerezza. Questa cosa mi fece più schifo del resto.
Per farmi penetrare era impossibile restare sotto. Mi sedevo sopra, bagnavo l’ingresso con la mano, cercavo la posizione, e lo lasciavo entrare piano perché se lo facevo di colpo era un dolore secco, di carne forzata. Poi cavalcavo, con le mani appoggiate sul suo petto, sentendo come le natiche si aprivano a ogni affondo, come la pelle sudata delle sue cosce si incollava alla mia, finché finiva. Il letto tremava, le lenzuola si inzuppavano del suo sudore, e io guardavo il soffitto e contavo le crepe nell’intonaco, ripetendomi quanto mi avrebbero pagato e per cosa avrei usato i soldi. Quella notte pagai la luce. La seguente, metà dell’affitto.
***
L’orgia-spettacolo me la propose un cliente abituale, uno elegante, avvocato o qualcosa del genere, che un giorno mi disse che mi avrebbe pagato tre volte la mia tariffa se avessi partecipato a una festa privata nel suo chalet in periferia. Accettai senza pensarci. Arrivai un sabato alle undici di sera.
Erano cinque gli uomini che sarebbero stati con me. Più altri sei o sette a guardare, tutti con il bicchiere in mano, tutti vestiti come se fosse un qualunque cocktail. Mi fecero spogliare al centro del salone. Cominciai a succhiarglielo uno per uno, inginocchiato sul tappeto, con le ginocchia che sprofondavano nella lana e la bocca aperta per inghiottire un cazzo dopo l’altro, di dimensioni diverse, di sapore diverso, ciascuno più bagnato per il miscuglio di saliva e preseminale. Alcuni mi afferravano per la nuca, altri mi tenevano il viso fermo per spingermelo fino in fondo e sentirmi soffocare. Gli altri commentavano come se fossi un pezzo all’asta.
—Ha una bella bocca —disse uno.
—Guarda come gli si marca la schiena —disse un altro.
—Regge bene il ritmo, questo regge.
Parlavano di me in terza persona, davanti a me, come se non capissi la lingua.
Poi mi penetrarono, anche lì uno per uno. Uno mi stese a pancia in giù e mi aprì il culo con le dita mentre un altro mi teneva i fianchi. Il primo entrò piano, ma già al secondo mi stavano riempiendo a turno, costringendomi a sopportare il dolore acuto della carne stirata, il colpo secco dei coglioni contro le mie cosce, l’andirivieni dei loro fianchi che sbattevano contro di me come se fossi un materasso. Il quarto e il quinto insieme. Quello non era più nel contratto. Uno mi mise il cazzo dietro mentre un altro mi obbligava a piegarmi e me lo spingeva in bocca. La gola mi bruciava, il culo mi pizzicava, e io non sapevo dove finisse uno e cominciasse l’altro. Sopportai tutto perché pensai che se mi fermavo io, non venivo pagato. Quando finirono, vennero su di me, sul petto, in faccia, sulla schiena, tiepido e denso, colandomi dal mento e infilandomisi tra i peli del petto. E allora iniziò ciò che davvero mi segnò: due di quelli che stavano a guardare si avvicinarono e mi pisciarono addosso. Uno mi scostò i capelli dal viso per farlo meglio. Poi altri tre. Restai immobile, con la bocca chiusa, sentendo il getto caldo scendermi sull’addome, all’inguine, sulle cosce, e l’odore acre invadere tutto. Quando mi lasciarono andare in bagno, mi guardai allo specchio e non mi riconobbi. Puzzavo di qualcosa che non va via con il sapone.
Fui pagato, sì. Più di quanto guadagnassi in due mesi normali. Ma quella notte non dormii, e nemmeno la successiva.
***
A proposito di urina, per quasi un anno ho avuto un cliente fisso il cui unico interesse era quello. Era un uomo anziano, sessantenne, pensionato, vedovo. Professore in pensione di matematica. Viveva da solo in un appartamento impeccabile pieno di libri e di piante che annaffiava prima di cominciare con me, come se l’ordine contasse. La prima volta che andai a casa sua pensai che mi avrebbe chiesto qualcosa di convenzionale. Parlava con calma, mi offrì del tè prima di iniziare e mi chiese della mia famiglia.
Quello che voleva era che gli facessi sesso orale, lento, con la lingua che gli percorreva il glande e i testicoli con una pazienza quasi accademica, e quando veniva io dovevo pisciargli addosso. Nella doccia, però, tutto molto ordinato. Mi faceva stare in piedi, mi cingeva la vita con entrambe le mani e mi chiedeva di bagnargli il petto, il ventre e il viso mentre gemeva piano, senza togliersi gli occhiali fino alla fine. Poi si faceva la doccia, mi dava i soldi in una busta chiusa e mi invitava a un altro tè, questa volta seduti sul divano. Parlavamo di sua moglie morta, della scuola pubblica, dei viaggi che pensava di fare e che non fece mai. Era il cliente più educato che abbia avuto, e uno dei più strani. Morì d’infarto il secondo anno. Lo seppi dalla necrologia sul giornale. Piansi per due giorni, senza sapere bene perché.
***
Ma se parliamo di depravazione, c’è un nome che mi è rimasto impresso e che ovviamente non scriverò qui. Un tipo ricco, proprietario di una tenuta a due ore dalla città, dove allevava cavalli da competizione. In società si presentava come un macho, si vantava delle donne con cui andava a letto, raccontava storie di yacht e di battute di caccia in Africa. Con me si metteva a quattro zampe e mi chiedeva di trattarlo come una cagna. Frustate, frusta, insulti, collare. Gli piaceva il dolore. Di per sé, questo non mi sembrava male. Ognuno con i propri gusti, purché tutto sia concordato prima e tutto sia rispettato dopo.
Quello che non accettai fu ciò che mi chiese la terza volta. Dopo un po’ di gioco, quando era già sudato ed eccitato, mi disse se volevo guadagnare dieci volte la mia tariffa facendo qualcosa di speciale. Gli chiesi cosa. Mi portò nella stalla, mi indicò uno dei cavalli, uno stallone enorme, scuro, dal pelo lucido. Mi disse che voleva vedermi con l’animale.
Pensai fosse uno scherzo. Risi. Lui non rise. Me lo ripeté, questa volta molto serio, e mi disse il prezzo esatto a voce bassa. Gli dissi di no. Insistette. Mi offrì il doppio. Gli dissi di no di nuovo, e gli chiesi di portarmi alla stazione ferroviaria più vicina. Durante il tragitto non mi rivolse la parola. Mi lasciò nel parcheggio e se ne andò. Non mi contattò più. Per settimane ebbi incubi sulla stalla e sull’animale che mi guardava dall’oscurità.
***
Ci sono altre richieste che credevo fossero leggende metropolitane. Che la gente raccontasse solo per scandalizzare e basta. E invece esistono, me le sono ritrovate davanti. Una volta venne da me un uomo nuovo, presentato da un altro cliente, e mi chiese di defecare su di lui. Non so come dirlo in un altro modo. E non solo quello: poi voleva mangiarlo. Gli dissi di no, gli restituii l’anticipo e gli chiesi di andarsene. Lo fece senza discutere. Mi ringraziò sulla porta e scese le scale fischiettando, come se nulla fosse.
Un’altra richiesta che mi lasciò senza parole fu quella di uno che voleva che gli facessi un piccolo taglio sulla coscia, con un bisturi sterilizzato che portava lui in una borsa, e che poi gli succhiassi il sangue. Dissi di no anche lì. Non tanto per il taglio, che probabilmente avrei sopportato, quanto per tutto il resto. Per quello che significava, per dove sarebbe potuta andare una cosa del genere la volta dopo.
***
Una delle situazioni più strane non fu la più violenta né la più sporca. Fu una donna. Una delle poche donne con cui stetti in quegli anni. Mi ingaggiò per una notte intera in un hotel del centro. Chiese una suite con vista sul fiume. Mi spiegò, mentre stappava una bottiglia di cava, che suo marito la tradiva da tre anni con la segretaria, che aveva le prove, che stava male fino a non riuscire a respirare. Voleva sesso. Cominciammo. Dopo dieci minuti, già sul letto, ce l’aveva sopra, mi faceva entrare piano mentre mi piantava le unghie nella schiena, e tirò fuori il telefono dalla borsa e cominciò a farsi foto con me. Selfie con la mia testa tra le sue gambe, brevi video, angolazioni studiate. Le chiesi cosa stesse facendo.
—Domattina a colazione gliele mando —mi disse—. Mentre prende il caffè con mia madre.
Le chiesi di non farmi vedere il viso. Accettò. Mantenne la parola, per quanto ne so. Ma la sensazione di essere uno strumento, non un corpo ma una leva per fare del male a un altro, quella sensazione mi rimase dentro per giorni. Uscii dall’hotel alle nove del mattino dopo con la testa pesante e una busta in tasca. Mi comprai un caffè all’angolo e non riuscii a berlo.
***
Quella che mise fine alla mia carriera, però, non fu nessuna di queste. Fu un’altra. Un cliente nuovo, raccomandato dall’amico di un cliente, che prendeva pillole per mantenere l’erezione per ore. Non me lo disse. Io credevo fosse un servizio normale e dopo un quarto d’ora avevo già capito di no.
Era grosso. E duro. E non si fermava. Mi teneva a pancia in giù, aggrappato ai fianchi, spingendo ancora e ancora con una forza meccanica, e il cazzo sembrava non ammorbidirsi mai. Erano passati più di quaranta minuti quando cominciai a sentire un dolore diverso, più profondo, non muscolare ma come qualcosa che si stesse rompendo dentro. Mi bruciava l’ingresso, mi pizzicavano le pareti del culo, e ogni volta che rientrava sentivo una fitta che mi risaliva fino al ventre. Gli chiesi di fermarsi. Non si fermò. Gli dissi che facevo sul serio, che qualcosa non andava. Ci mise un altro minuto a fermarsi. Quando mi raddrizzai, il letto era macchiato di sangue. Non poco.
Andai in taxi all’ospedale. Lacerazione di secondo grado. Mi misero dei punti. Rimasi dieci giorni senza riuscire a camminare bene, un’intera settimana con un dolore che mi costringeva a prendere antidolorifici ogni sei ore. Il cliente non richiamò. L’agenzia mi disse che era il rischio del mestiere, che succedeva.
Quella notte, nella sala d’attesa dell’ospedale, con la luce bianca che mi bruciava gli occhi, decisi che non sarei più tornato. E non tornai.
***
Racconto tutto questo senza morbosità. Non c’è morbosità in ciò che ho vissuto. C’è un corpo che per quattro anni è stato degli altri, e un dolore che è ancora lì, nella bassa schiena quando piove, e in certi sogni che arrivano senza avvisare. Ci sono stati anche clienti buoni, certo. Persone educate, grate, che hanno pagato senza discutere e se ne sono andate senza lasciare traccia. Ma non sono quelli che si ricordano.
Se paghi qualcuno perché stia con te, perché ti faccia compagnia o sesso, ricorda una cosa semplice. Quella persona ha una vita fuori da quella stanza. Ha genitori, fratelli, amici, sogni. Non è un oggetto. Non è un pezzo di carne. E quello che gli fai, se lo porta via con sé quando se ne va. Per sempre.