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Relatos Ardientes

Confesso i messaggi più assurdi dei miei lettori

Mentre finisco il prossimo capitolo della storia che in tanti mi reclamano —quello in cui sì che mi bagnerò, e come—, ho deciso di farvi un piccolo regalo. Qualcosa di diverso, più leggero, quasi una pausa tra tanto morboso, tanta figa bagnata e tanto cazzo duro come di solito vi servo qui. Chiamiamolo intermezzo, perché suona più elegante di «il momento in cui vi rido in faccia mentre voi ve la menate».

Negli ultimi giorni ho ricevuto un sacco di mail. Alcune fanno domande, altre lodano i miei capitoli, e parecchie vogliono solo conoscermi un po’ meglio. Ho cercato di rispondere a tutti senza farmi attendere troppo, perché quel contatto diretto mi fa piacere. Ma una è umana e fa quello che può, soprattutto quando scrive queste porcate mie con una mano sulla tastiera e l’altra, be’, sapete dove.

Allora, perché scrivo questo?

Perché ci sono lettori che, quando si tratta di relazionarsi con un’altra persona, hanno certe… difficoltà. E siccome il mio istinto narrativo non riposa nemmeno quando apro la posta in arrivo, ho deciso di presentarvene alcuni. Con affetto, con ironia e con le loro citazioni testuali, che non hanno prezzo. I nomi, ovviamente, sono inventati. Ci mancherebbe altro.

***

Il primo si chiama Mauro. O così lo battezzo io.

Mauro inizia in modo corretto, persino educato, ma accelera troppo. Già nella prima mail mi chiede foto e video, come se stessimo scopando da una vita. Invidio la sua sicurezza, davvero, magari avessi io quella fede cieca in me stessa alle nove del mattino. Ma diciamoci la verità: Mauro ha peccato di eccesso di velocità e si è schiantato contro un semplice «no» da parte mia. E non è un «no» timido, è un «no» con le tette al loro posto e le mutande addosso.

—Tesoro —gli direi se potessi guardarlo negli occhi—, non si entra così. A una donna non si aprono le gambe con un «ciao» e un link da scaricare.

È letteralmente la stessa cosa che avvicinarsi a una ragazza in discoteca e spararle «vuoi scopare?» prima ancora di sapere come si chiama. Il rifiuto è garantito, e in regalo ti becchi una notte da solo, con il cazzo in mano, a godertela da solo pensando a ciò che avrebbe potuto essere.

Il suo messaggio, così potete giudicare voi:

«Ciao amica, spero che tu stia bene, stavo leggendo il tuo racconto e vorrei sapere se non hai qualche foto o un video che ti andrebbe di condividere.»

Mauro, il «ciao amica» seguito dalla richiesta di contenuti è l’equivalente digitale di tendere la mano per salutare e, nello stesso gesto, infilarmi l’altra dentro al reggiseno. Non funziona. Non funziona mai. E anche se a te si sta rizzando solo a immaginarlo, a me si chiude la fica di colpo.

***

Il secondo concorrente è Bruno.

Bruno, caro, iniziare una conversazione con un «ciao, troia» non mi invoglia affatto a mettermi a chiacchierare con te, e tantomeno a togliermi le mutande davanti alla webcam. In effetti, non ti ho nemmeno risposto. Bisogna cominciare con buone maniere, un complimento semplice, niente di trascendentale. Ma con quell’incipit, ti confesso che preferisco starmene spaparanzata sul divano a guardare il programma più soporifero della televisione —con il vibratore in carica sul comodino, però, nel caso mi venisse voglia— piuttosto che risponderti.

Il suo contributo alla letteratura universale fu questo:

«Ciao, troia.»

Due parole. Due. E stava pure bello tranquillo, convinto che il mio cuore —e la mia fica, non prendiamoci in giro, che era quello che cercava— si sarebbe sciolto. Bruno, se mai leggerai questo, sappi che il tuo messaggio lo conservo incorniciato nella sezione «cazzi a cui non succhierò mai, né gratis né pagando».

***

Passiamo a uno più ambizioso. Lo chiamerò Téo.

Téo mi propone, come prima cosa, un’orgia con la sua compagna e un gruppo di amici. Direttamente questo: aprirmi a cinque o sei cazzi sconosciuti prima ancora di sapere come prendo il caffè. Per esperienza, questo tipo di proposte sono affidabili quanto una promessa elettorale, e finiscono spesso con due tipi ubriachi, una ragazza annoiata e nessun cazzo al posto giusto. Inoltre insiste per farlo entro una settimana. Ragazzo, dammi tempo, conosciamoci, prendiamoci almeno un caffè. Capirai che rinchiudermi in una stanza con cinque o sei sconosciuti, con le loro mani sulle mie tette e i loro cazzi puntati verso la mia faccia, non mi trasmette proprio una gran tranquillità.

La cosa curiosa è che nei miei racconti narro, capitolo dopo capitolo, come il desiderio si costruisce poco a poco. Come si semina, come si annaffia, come si aspetta. Come una mutanda si inumidisce pian piano finché non ce la fa più e bisogna strapparla via di colpo. Eppure sembra che a Téo quella parte della pazienza non interessasse e se la sia saltata tutta. Le cose buone si fanno attendere, dicono. Téo preferisce il menù del giorno, e pure con la forchetta di plastica.

Non tornerò a parlare di foto e video, che l’ho già accennato. Gli auguro solo buona fortuna. Che lui e i suoi amici, se esistono davvero e non sono quattro segaioli inventati davanti a uno schermo, trovino quello che cercano. E che, se mettono insieme i portafogli, gli basti almeno per una bella cena prima di venire ciascuno per conto suo.

La sua proposta, riassunta e senza le parti più impronunciabili —che ce n’erano parecchie, e molto esplicite su cosa volessero mettermi e da dove—, diceva più o meno così:

«Qualche amico ed io vorremmo passare un bel po’ di tempo con te. Una specie di festa privata. Ci vediamo questo weekend? Metti qualcosa per scaldare l’atmosfera: un paio di foto, un video e una descrizione di ciò che ti piace di più.»

Téo, la pianificazione logistica della tua fantasia è ammirevole. Ti vedo già a distribuire i turni: uno nella fica, uno in bocca, un altro ad aspettare sul divano con il cazzo fuori. La sottigliezza, invece, brilla per la sua assenza. E la seduzione, non ne parliamo proprio.

***

E ora, signore e signori, arriva il gioiello della corona. L’ho tenuto per ultimo perché se lo merita. Lo chiamerò Damián, anche se firma le sue mail con tre nomi diversi, quindi chiamatelo come vi pare. Io, nell’intimità dei miei pensieri, per lui ho altri soprannomi decisamente meno pubblicabili.

Damián dice di essere l’amministratore del sito dove pubblico. Sì, amministratore. Mi scrive da un account con un nome, firma con un altro e cita un terzo come se fossero un intero comitato a revisionare i miei racconti —paragrafo per paragrafo, fica per fica, sborrata per sborrata— prima di caricarli. Sinceramente, è tutto più confuso di un film di quelli in cui il tempo va all’indietro e nessuno capisce cosa stia succedendo.

Nel suo caso condivido vari messaggi, perché nessuno è da buttare. Il primo era questo:

«Congratulazioni dal controllo del sito per il tuo racconto, ci aspettiamo di più da te, hai il potenziale per migliorare molto fino a scendere negli inferi del vizio e sentirti una troia da poco. Amministrazione. Saluti.»

Non riesco a capire perché dovrei scendere negli inferi del vizio né sentirmi una poco di buono. Io scrivo quello che mi fa arrapare, che non è poco, e mi basta e mi avanza. Credo che i miei capitoli non comunichino esattamente che voglia vendermi al chilo, ma chissà, magari sanno leggere tra le righe meglio di me. Mi chiedo anche chi si aspetti di più da me. L’amministrazione? I miei lettori? I rettiliani che controllano il mondo da una galassia lontana e si segano sui racconti in spagnolo?

Sta di fatto che decisi di dargli una possibilità. Gli risposi facendo la finta tonta, chiedendogli da quale sito mi scrivesse. La sua replica fu da premio:

«Quello dove pubblichi, figlia mia, io revisiono i tuoi racconti prima di caricarli, poco di buono. Amministrazione. Saluti.»

Gli do ragione nella prima parte. Nella seconda, chiamarmi «poco di buono» come se fossi un chilo di pomodori scontati al mercato non si accorda proprio con il tono cordiale del resto. Non credo che a nessuna donna piaccia essere trattata come una sgualdrina da quattro soldi prima ancora del secondo messaggio. Ma sarò io, che sono matta e mi offendo per niente.

Damián, inoltre, è in guerra personale con le virgole. Non sa dove metterle, le dimentica, le ammucchia, le maltratta. Non ho prove conclusive, solo alcune mail capaci di far sanguinare gli occhi a qualunque insegnante di lingua e di far calare l’erezione al più arrapato. La successiva fu la goccia che fece traboccare il vaso:

«E sui tuoi racconti molto preso una sposata e un’altra appena divorziata a toccarsi senza permesso poi ti mando foto delle molto troie, capito poco di buono. Amministrazione. Saluti.»

Rispondendo alla sua domanda: no, non ho capito niente. Leggere questo è come cercare di seguire un discorso politico alle tre di notte con due bicchieri di troppo e un dildo dentro. E qualche minuto dopo la faccenda prese un senso perverso, quando mi allegò delle immagini di due donne —tette al vento, dita nella fica, espressione da essere più annoiate che altro— che, sorpresa, giravano da anni su mezzo internet. Dubito molto che qualcuno abbia bisogno di un intermediario per mandarmi foto sue mentre si masturba, quando può scrivermi direttamente, come hanno fatto tanti miei lettori e lettrici.

Alla fine mi stufai e gli risposi così. E qui, lo ammetto, mi lasciai andare come non mi lascio andare nemmeno con il cazzo più buono dentro.

—Sarò sincera, visto che lo sono nei miei racconti —iniziai—. Tu non sei l’amministratore di niente. Scrivi appena abbastanza da non sembrare completamente analfabeta, non controlli le virgole e ho il forte sospetto che mi chiami «poco di buono» in ogni mail perché credi che così mi impressioni e mi si rizzino i capezzoli leggendoti. E invece no. Non hai né la confidenza né il mio permesso per chiamarmi in alcun modo simile. Le foto che mi mandi sono in mezzo internet da anni, con due seghe di passaggio in ogni forum in cui circolano, quindi la tua bugia mostra le cuciture. E nessuna lettrice che si fosse eccitata con me scriverebbe a te come intermediario; scriverebbe a me, mi racconterebbe cosa le faccio stare addosso, come si tocca leggendo me e cosa immagina che io le faccia. Come hanno già fatto diverse, tra l’altro, e nei minimi dettagli.

Gli dissi, in sostanza, che supponevo mi avesse scritto pensando che mi sarei intimidita, che gli avrei mandato foto, un mio video mentre venivo o qualunque cosa potesse archiviare nella sua cartella segreta. Forse avrà persino creduto di avere qualche possibilità di mettermi le mani addosso, anche solo da lontano. La risposta, ovviamente, era no. Gli confessai persino che provavo una certa pena per il fatto che dovesse ricorrere agli insulti e alle foto rubate per relazionarsi, quando l’unica cosa di cui aveva bisogno era abbassare i toni, poi la cerniera dei pantaloni, e imparare a parlare a una donna senza chiamarla puttana dopo tre mail. Ma che stesse tranquillo, che presto avrei pubblicato un capitolo che gli sarebbe interessato moltissimo. Tanto da aver bisogno di entrambe le mani: una per girare pagina e l’altra per l’ovvio.

Ragazzi, non avete idea di quanto sia bello sfogarsi così. Nemmeno il migliore dei polveroni mi lascia così rilassata. E pensate che ultimamente ne ho avuti alcuni davvero buoni, di quelli in cui finisci con le gambe che tremano, la fica che pulsa e i capelli appiccicati alla fronte. Ma no, questo sfogo testuale è stato all’altezza di una sborrata lunga, di quelle che ti si avvolgono dentro e ti lasciano a galleggiare per mezz’ora. Grazie, Damián, per questo regalo. Nell’ultima mail mi ha chiamata «presuntuosa» e, ciliegina sulla torta, ha sparato qualche altra perla su quello che gli piacerebbe farmi —e non era proprio portarmi a cena— che preferisco tenere per non annoiarvi.

***

E qui finisce la sfilata. Non è che non voglia che mi scriviate, anzi. Tantissimi lo fate con rispetto, con umorismo, con curiosità sincera, persino raccontandomi senza pudore quale scena mia vi ha fatto venire e in che posizione, e io vi rispondo felicemente. Questo scambio mi sembra una delle cose più belle dello scrivere in aperto: che qualcuno dall’altra parte dello schermo si arrappi, si tocchi, venga e poi abbia la decenza di venirmelo a raccontare con due frasi fatte bene.

Però, per favore, se mi scrivete, fatelo come si deve. Un vero saluto, una frase sensata, la pazienza di chi sa che le cose che valgono davvero la pena —incluse le porcherie più buone— richiedono un po’ di tempo per cuocere. Io continuerò a rispondere, perché credo che il contatto diretto con chi mi legge, chi mi desidera e chi si fa le seghe con me sullo sfondo sia la cosa più arricchente che ho. Questo non esclude che, se qualcuno esagera con la rozzezza, finisca per dedicargli un altro piccolo intermezzo come questo, con il suo nome falso, i suoi errori di ortografia e il suo cazzo deluso.

Quindi vi lancio la domanda: che ne pensate di queste perle? Siete d’accordo con me o pensate che questa volta abbia esagerato un po’? Fatemelo sapere nei commenti, che li leggo tutti, anche quelli che scrivete con una mano occupata.

Un bacio enorme a tutti quelli che mi leggono —e a quelli che mi leggono con la cerniera abbassata, un bacio ancora più lungo—. Ci vediamo nel prossimo capitolo, quello sì, con tutto il morboso di sempre: fiche inzuppate, cazzi duri, gemiti che entrano dalla finestra e una sborrata finale che varrà l’attesa.

Vostra, fino al prossimo scandalo.

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