La notte in cui scavalcai la cancellata del padre della mia amica
Percorsi ogni metro di quelle avenidas umide con la testa che mi ronzava e i polpacci in fiamme, ripetendomi in silenzio che stavo commettendo l’errore più grande della mia vita. La voce dentro di me lo urlava: «è sempre stato fuori dalla tua portata, l’hai sempre saputo, sei una stupida». Ma i miei piedi continuavano ad avanzare come se avessero preso una decisione senza consultarmi.
Avevo da poco compiuto diciotto anni e la testa piena di un liquore troppo forte che avevo rubato dal mobile di mia madre. La città sapeva di asfalto bagnato e di spazzatura, e le poche auto che passavano a quell’ora frenavano un secondo per guardarmi, poi si allontanavano. Io continuavo a camminare.
Il bordo delle scarpe mi aveva rotto i collant all’altezza del tallone. Ogni passo era una frustata. Ogni frustata mi sembrava meritata. Avanzavo verso il condominio del signor Vergara come una penitente, con il vestito macchiato e il respiro corto, ripetendomi il suo nome come se fosse una preghiera.
In lontananza sentii fischi sospetti, parole isolate in uno slang che non capivo fino in fondo. Voci che mi chiamavano da vicoli bui e mi invitavano a infilarmi in posti da cui non si torna. Io stringevo solo il passo e pensavo al suo viso. Al modo in cui arricciava il naso quando rideva. All’ultima volta che mi aveva guardata più a lungo di quanto un padre di un’amica dovrebbe guardare una ragazza di diciotto anni.
***
Arrivai al posto delle guardie quasi senza accorgermene. L’uomo dietro il vetro mi chiese dove andassi e chi stessi cercando, e io balbettai tre risposte diverse che non si incastravano tra loro. Quando lo vidi prendere in mano il telefono, capii che stava chiamando la polizia e mi misi a correre prima che finisse di comporre il numero.
Costeggiai la cancellata per cinque lunghi minuti alla ricerca di un punto cieco. Trovai un angolo dove un pannello di legno per rampicanti faceva da scala. Lo scalai come potei. Le mani mi sudavano e scivolavano, il vestito si impigliava in ogni scheggia, e tutto il mio corpo sembrava pesare il doppio del normale per colpa del liquore.
In cima mi ritrovai davanti a una telecamera puntata dritta in faccia. Vidi l’occhio rosso acceso, sentii le urla della guardia che mi ordinava di scendere e chiusi gli occhi senza pensarci. Saltai.
L’arbusto che da sopra sembrava così fitto in realtà era una siepe di spine. Atterrai male, mi conficcai decine di aculei nelle cosce e nel coccige, e quando cercai di rialzarmi sentii i fili caldi del sangue colarmi lungo le gambe. Corsi lo stesso. Passai accanto a una piscina illuminata, schivai un cane che abbaiava come se fosse grande quanto me, saltai un’aiuola, sbattei contro una rete e tornai a correre. Arrivai alla porta del signor Vergara con i polmoni pieni di fuoco.
Suonai il campanello tre, quattro, cinque volte. Dietro di me già sentivo passi pesanti. Apri prima che mi prendano, ti prego, apri.
Una mano enorme mi afferrò per un braccio proprio mentre la porta cominciava a cedere. La guardia mi strattonava indietro con una forza che faceva male. Io mi aggrappavo al telaio gridando «voglio solo vederlo, fatemi vedere lui» come una pazza, le scarpe che strisciavano sui sampietrini, il vestito che si strappava in vita. E allora la porta si aprì del tutto.
***
Non era lui.
Una donna matura, alta, con un kimono di seta nera chiuso male e i capelli ancora spettinati, mi guardò dalla soglia come se fossi uno scarafaggio infilatosi sotto la sua porta. Aveva il rossetto rosso nonostante l’ora. Aveva il corpo di una donna, non di una ragazza. E sapeva di profumo costoso mescolato a sudore da letto, quell’odore inconfondibile di sperma fresco e di figa appena scopata che si appiccica alla pelle dopo il sesso.
Qualcosa dentro di me si spezzò con un suono secco che solo io sentii.
Guardai il numero della casa, l’indirizzo, i vasi sul davanti. Era la casa giusta. Era la porta giusta. Quello che non andava ero io.
Smettei di lottare. La guardia mi mise le mani dietro la schiena come fossi una ladra qualunque e mi trascinò fino in strada, dove due pattuglie erano arrivate con le luci lampeggianti accese. Il tragitto fino all’auto della polizia fu la sfilata più umiliante della mia vita. Vicini in pigiama, vicine con le braccia incrociate, tutti con la faccia di chi ha già un’opinione precisa su quello che sta vedendo.
Mi fecero salire sul sedile posteriore e chiusero la portiera. Attraverso il finestrino lo vidi arrivare. Spostava la gente con la spalla, spettinato, ancora con la camicia fuori dai pantaloni. Discusse con l’agente agitando molto le mani, indicando me, indicando casa sua. Non sentivo niente di quello che diceva, ma non mi serviva. Stava tenendo in mano la mia storia davanti a tutto il quartiere.
L’agente aprì la portiera dell’auto con una faccia truce.
—Conosci quest’uomo? —abbaiò, indicandolo con il dito.
Annuii.
—Venivi a vedere sua figlia?
Annuii di nuovo, anche se non era la verità e lo sapevamo entrambe.
—Hai idea dello spavento che hai fatto prendere? Sai che ora è?
Abbassai la testa.
—Hai preso qualcosa? Sei drogata?
—No, signore.
—Guardami quando parli.
Alzai gli occhi come potevo. L’agente tenne il mio sguardo per un lungo momento, come se cercasse un qualunque segno di psicotropi.
—Scendi. Ci pensa lui. E ringrazialo, perché se non fosse per lui ti saresti fatta il resto della notte in cella.
***
Il signor Vergara mi prese per la nuca con la mano aperta, non con violenza ma con autorità, e mi portò fino a casa sua attraversando quel mare di vicini. Non disse una parola a nessuno. A quelli che si avvicinavano per commentare regalava uno sguardo verde, fisso, che troncava la conversazione sul nascere. Io camminavo dietro di lui come una cagna punita, senza osare alzare gli occhi da terra.
Quando entrammo, la donna del kimono ci aspettava a braccia conserte. Mi squadrò da capo a piedi con un disgusto che mi fece male in punti in cui non sapevo si potesse sentire male. Lui chiuse la porta e mi spinse con delicatezza sul divano.
—Siediti. Torno subito.
Andarono in cucina. La discussione iniziò in un sussurro e salì subito di tono.
—Che ci fa quella mocciosa qui? Chi è?
—È un’amica di Mariana.
—Un’amica di tua figlia? A quest’ora? Da sola? In questo stato?
—Non sono sicuro di cosa sia successo.
—Mandala a casa, che vengano a prenderla i suoi genitori. Non è un problema tuo.
—Romina, lasciami occuparmene. La situazione della sua famiglia è complicata, non posso cacciarla così.
—Parli sul serio? Mi avevi le gambe aperte dieci minuti fa, con il cazzo ancora dentro, e ora mi lasci con la voglia per questa mocciosa?
—Per anni è stata come una figlia in questa casa. Scusami.
—Sei un idiota. Che tu lo sappia. E la tua sborra mi sta colando sulle cosce, giusto perché tu lo tenga presente.
Romina attraversò il salotto senza guardarmi, prese la borsa dal tavolino basso e sbatté la porta con tale forza che tremarono le cornici dei quadri. Io rimasi sul divano stringendo le dita fino a farle scricchiolare, con il vestito incollato al sangue secco e un odore di umido mio che due minuti prima avevo scoperto: mi ero fatta un po’ addosso. Volevo morire sul serio.
***
Tornò in salotto. Non mi guardò subito. Rimase fermo con le mani sui fianchi, fissando un punto immobile nel tappeto, respirando piano, come chi cerca di non dire la prima cosa che gli viene in mente.
—Andiamo. Ti porto in ospedale e poi a casa tua.
Non mi mossi.
—Per favore.
Niente neanche allora.
Lasciò andare una bestemmia secca e si infilò in bagno. Tornò con un kit di pronto soccorso e un paio di guanti in lattice.
—Togliti i collant.
Lo feci come potei, con le dita che tremavano, cercando di non mostrare nulla che non dovesse vedersi. Lui aspettava con i guanti indossati, guardando di lato per rispetto. Quando finii, si sedette ai miei piedi e mi sollevò la gamba destra per esaminarla. Corrugò la fronte a ogni nuovo taglio che scopriva.
—Sdraiati supina.
Obbedii. Mi tenni la gonna del vestito stretta tra le cosce come uno scudo. Lui pulì con disinfettante una per una le ferite davanti, quelle che mi avevano lasciato le spine e la rete. Le sue dita erano ferme, professionali. Non indugiavano un secondo più del necessario.
—Adesso mi vuoi raccontare che diavolo stavi pensando?
Aprii la bocca, cercai una scusa decente, non ne trovai nessuna. Scossi la testa.
—Girarti.
Mi voltai sul divano. Dietro le gambe le ferite erano più profonde e salivano pericolosamente vicino alla piega dei glutei. Le sue mani cominciarono in basso e risalirono. Io chiudevo gli occhi e mi concentravo sul respirare, ma ogni volta che le sue dita salivano di un altro centimetro sentivo le mutandine bagnarsi. La figa mi si stava inzuppando lì, sul suo divano, con l’uomo che amavo tra le gambe. Anche se mi stava curando, anche se era tutto clinico, il mio corpo rispondeva come se mi stesse accarezzando davvero.
—C’è altro più su? —chiese arrivato al limite del pudore.
Sentivo la fitta del livido sul gluteo destro a ogni respiro. La verità era sì. E sì era anche che volevo che la sua mano continuasse a salire, che mi strappasse le mutandine bagnate, che mi infilasse le dita fino in fondo.
—Non sono sicura.
—Toccati e dimmi se fa male.
Mi toccai. Mi faceva un male cane. E toccandomi sopra la stoffa, per sbaglio sfiorai le labbra della mia figa gonfia e sentii quanto fossi fradicia. Mi uscì un sospiro che cercai di mascherare da gemito di dolore.
—Non sono sicura —ripetei, idiota.
—Fammi controllare.
Lo disse con la naturalezza di un medico, eppure mi fece mordere la pelle dell’avambraccio per non gemere. Sollevò il vestito con cautela e mi lasciò scoperta fino alla vita, con le mutandine bianche sporche e macchiate, le uniche pulite che avevo quella mattina, quelle che mi erano sembrate un dettaglio insignificante uscendo di casa. Una corrente d’aria fredda mi fece rizzare la pelle e indurì i capezzoli sotto il vestito. Il tessuto delle mutandine mi si era incollato alla figa, segnandone ogni piega, e la chiazza scura di umido all’inguine era impossibile da nascondere. Pregai Dio che non lo vedesse. Pregai Dio che lo vedesse.
—Sì, tesoro. Ne hai una lì. E un livido orribile sulla bassa schiena. Sei caduta malissimo. A cosa pensavi?
Non gli risposi. Non potevo parlare. Mentre puliva il taglio, la sua mano libera scostò con delicatezza il bordo della stoffa di lato per avere un angolo migliore. La stoffa rimase appena infilata nella piega delle mie natiche. Quasi svenni. Sentii le sue nocche sfiorarmi la pelle nuda del culo, un contatto accidentale, appena un secondo, eppure la figa mi pulsò come se mi avesse infilato la lingua. Gli occhi mi si riempirono d’acqua, ma non era più vergogna né dolore: era qualcos’altro, qualcosa a cui non avevo ancora un nome. Sentii una goccia densa uscirmi dalle labbra e scendere lenta lungo l’interno della coscia. Stavo colando davanti a lui, con la bocca contro il cuscino, mordendolo per non gemere il suo nome.
—E cosa hai bevuto? Cosa ti sei preso?
—Un liquore. Di mia madre.
—Perché hai fatto una stupidaggine del genere?
—Ero triste.
Lasciò andare una risata amara senza aprire la bocca.
—Triste? Triste non giustifica camminare dieci chilometri alle tre di notte, scavalcare una cancellata con telecamera e infilarsi nella casa di un uomo da sola. Hai idea dei guai in cui puoi mettermi adesso, con il tuo corpo mezzo nudo sul mio divano?
Fu proprio quel «corpo mezzo nudo» a farmi aprire gli occhi. Lo disse piano, quasi tra i denti, e non credo si rendesse conto di averlo detto.
—Avevo bisogno di vederlo.
—Perché?
Chiusi gli occhi, presi fiato dal naso, raccolsi quel poco di coraggio che mi restava.
—Perché provo qualcosa per lei, signor Vergara.
***
Il silenzio che seguì aveva peso, colore, temperatura. Non osavo aprire gli occhi, certa che avrei trovato il suo disgusto o, peggio, la sua pietà.
Rimase immobile per un tempo lunghissimo. Lo sentii posare il cotone sul vassoio, sfilarsi i guanti con due schiocchi secchi.
—Tesoro, siediti.
Mi aiutò a rimettermi dritta. Mi sedetti sul divano con le ginocchia strette, i palmi sulle cosce, senza sapere dove mettere lo sguardo. Lui si sedette accanto, lasciando un palmo di distanza tra noi.
—Intendi qualcosa di romantico?
Annuii.
—La testa, alla tua età, ci fa brutti scherzi. A volte crediamo cose che non sono. Forse sei confusa.
Scossi la testa. Le lacrime mi cadevano senza rumore. Lui sospirò a lungo e si strinse il ponte del naso con due dita.
—Non è possibile, tesoro. Lo sai.
—Lo so.
—Fuori c’è gente della tua età che ti amerà sul serio.
E allora esplosi. Piansi come non piangevo da anni, con spasmi che mi scuotevano le spalle e la schiena. Le sue mani andarono alla mia nuca, ai miei capelli, e mi portarono con delicatezza contro il suo petto. Mi aggrappai alla sua camicia con entrambe le mani e lo strinsi con tutte le forze che mi restavano.
—Tranquilla, tranquilla —mi sussurrò. La voce gli si incrinò un po’ alla fine—. Devono andare così le cose. Io sono vecchio, piccola mia. Tu stai appena cominciando.
Volevo urlargli che l’età non mi importava, che i problemi non mi importavano, che l’unica cosa che mi importava era lui. Ma la bocca non mi funzionava. Mi lasciai andare e lui si sistemò con me sul divano, entrambi sdraiati su un fianco, la mia faccia contro il suo petto, il suo braccio sotto la mia testa come un cuscino. Una delle sue mani mi accarezzava piano la bassa schiena. L’altra mi dava colpetti sulla spalla, lentamente. Ma io gli ero appiccicata completamente, e a ogni movimento sentivo, attraverso i pantaloni, il peso duro del suo cazzo contro la mia coscia. Era duro. Il signor Vergara era duro per me. Quella scoperta mi elettrizzò dalla sommità del capo fino alla pianta dei piedi.
—Lo amo, signor Vergara.
—Oh, piccola mia. Non complicarti ancora di più la vita, tesoro. Stai soffrendo troppo per qualcosa di impossibile.
Il pianto tornò. Lui mi strinse contro il suo corpo e mi lasciò annegare tutto nella sua camicia.
—Per favore, tesoro, finirai per farmi piangere anch’io. Sei una bambina meravigliosa che merita...
—Me lo dica —lo interruppi contro il suo petto—. Mi dica che non sono pazza. Che prova qualcosa, anche solo un pochino. Anche se è la cosa più piccola del mondo. Mi dica che non mi ha lasciata entrare nella sua vita solo per pietà. Che non farebbe così per chiunque. La prego, la supplico, me lo dica.
Seguì un altro silenzio. Lo sentii respirare a fondo, trattenere l’aria per un secondo intero, lasciarla uscire piano.
—No, tesoro.
Il cuore mi si fermò. Smettei di respirare.
—Non ti sbagli.
L’aria mi tornò nei polmoni di colpo.
—Sì, provo qualcosa anch’io per te.
Lo strinsi con tanta forza che il braccio addormentato mi bruciò. Avrei voluto ringraziare Dio, l’universo, chiunque. Per la prima volta in quella notte tutto smise di far male.
—Ma è impossibile, piccola mia.
Lo guardai. Lo guardai soltanto, entrambi con gli occhi pieni d’acqua. Gli passai il pollice sull’angolo della bocca, piano, come se lo stessi disegnando. E senza dargli il tempo di scostarsi, mi allungai e gli affondai la lingua in bocca. Fu un bacio impacciato, da bambina ansiosa, ma lui non mi allontanò. Al contrario: dopo due secondi eterni mi restituì il bacio con una forza che mi lasciò senza fiato, succhiandomi il labbro inferiore, infilandomi la lingua così a fondo che sentii il sapore di whisky e tabacco di tutta la sua notte.
—Non farmi questo, tesoro —ansimò quando si staccò di un centimetro.
—La supplico, signor Vergara. Solo una volta. Solo stanotte. E domani me ne dimentico.
Mentii. Lo sapevamo entrambi che mentivo. Ma lui chiuse gli occhi, strinse i denti, e quando li riaprì aveva le pupille dilatate in un modo che non gli avevo mai visto. Mi sollevò di scatto a cavalcioni su di lui, con le mani sui miei fianchi, e mi sedette proprio sopra il suo cazzo duro. Il tessuto dei pantaloni si tese contro la mia figa zuppa, e il rigonfiamento si sistemò esattamente tra le mie labbra, premendo il clitoride attraverso le mutandine bagnate.
—Se lo facciamo, lo facciamo fino in fondo. Niente mezze misure. Hai capito quello che ti sto dicendo, bambina?
—Sì. Sì, signore. Fottimi. Fottimi come so che ha fottuto lei poco fa.
Gli sfuggì un ringhio roco dal petto nel sentirmi parlare così. Mi strappò il vestito di dosso con un solo strattone dalla testa e mi lasciò in mutandine, con le tette all’aria, piccole e sode, i capezzoli così duri da farmi male. Abbassò la bocca dritto sul destro e me lo succhiò tutto, con la lingua ruvida e le labbra strette, tirando con i denti finché non gridai. Con la mano libera mi strinse l’altra tetta, pizzicandomi il capezzolo con due dita mentre io mi agitavo sul suo rigonfiamento.
—Mio Dio, piccola mia. Che tette buone. E quanto sei bagnata. Lo sento attraverso i pantaloni, mi stai inzuppando la stoffa.
—È per lei, signore. È tutto per lei. Sono anni che mi bagno per lei di nascosto.
Mi passò la lingua dal capezzolo alla clavicola, salì sul collo, mi morse il lobo dell’orecchio. Io mi sfregavo la figa contro il suo cazzo come una gatta in calore; l’attrito attraverso la stoffa era un tormento delizioso che mi stava facendo tremare le cosce.
—Scendi. Mettiti in ginocchio —mi sussurrò all’orecchio.
Obbedii prima che finisse la frase. Mi lasciai scivolare tra le sue gambe e mi inginocchiai sul tappeto, con la faccia all’altezza della sua cintura. Gli aprii la fibbia con dita impacciate, gli abbassai la cerniera e, quando gli sfilai i pantaloni insieme ai boxer, il suo cazzo schizzò in alto e mi colpì la guancia. Era enorme. Grosso, venoso, con un glande largo e violaceo che gocciolava una perla densa e trasparente. Non avevo mai visto un cazzo così da vicino. Non avevo mai visto un cazzo così, punto.
—Sai come si fa? —mi chiese, afferrandomi i capelli con delicatezza.
—Non molto. Mi insegni, signor Vergara. Mi insegni a succhiarlo come le piace.
Gli sfuggì un altro ringhio. Mi fece scorrere il glande sulle labbra, tingendomele con il suo liquido preseminale, poi spinse piano. Aprii la bocca il più possibile e sentii il suo cazzo riempirmi la lingua, caldo, duro, con un sapore salato e di sapone. Lo succhiai come potei, impacciata, con la saliva che mi colava dagli angoli della bocca, soffocando ogni volta che lui spingeva un po’ di più. Mi guidò con la mano sulla nuca, segnandomi il ritmo, insegnandomi a respirare dal naso quando ce l’avevo fino in fondo.
—Così, piccola mia, così. Succhiamelo tutto. Mandamelo giù intero. Guarda come apri quella boccuccia così bella per il tuo signor Vergara.
Le sue parole sporche mi facevano stringere le cosce. Ingollavo e sbavavo, con gli occhi lucidi e il mascara colato, guardandolo dal basso con tutta la devozione di cui ero capace. Gli leccai la base fino alla punta, gli succhiai le palle una per una, gli infilai la lingua nella conca del glande e lui lasciò andare una bestemmia che non gli avevo mai sentito dire.
—Basta, bambina. Su. Se continui così mi vengo in bocca e voglio venire dentro.
Mi sollevò per le ascelle e mi distese a pancia in su sul divano. Mi strappò via le mutandine bagnate con uno strattone, lasciandomi completamente nuda, e mi aprì le gambe con entrambe le mani. Rimase a guardare la mia figa depilata, gonfia e lucida dei miei stessi umori, e sospirò come chi ha appena visto qualcosa di sacro.
—Guardati. Guardati quanto sei bagnata. Ti cola fino al culo.
—Me la mangi, signore. Per favore. Mi mangi la figa.
Abbassò la testa e mi conficcò la lingua direttamente nel clitoride. Urlai così forte che mi coprii la bocca con entrambe le mani, terrorizzata che i vicini mi sentissero. Lui me la leccava tutta, su e giù, infilandomi la lingua nella figa e tirandola fuori, chiudendo le labbra attorno al clitoride e succhiando finché non mi inarcai tutta contro il suo viso. Mi infilò due dita grosse e ricurve che trovarono dentro di me un punto che non sapevo esistesse, un punto che, appena toccato, mi fece perdere completamente la ragione.
—Oh Dio mio, signor Vergara, non si fermi, non si fermi, per favore non si fermi!
Lui non si fermò. Continuò a succhiarmi e a infilarmi le dita finché il primo orgasmo della mia vita non mi attraversò come un fulmine. Mi convulsai contro la sua bocca, stringendogli la testa con le cosce, lasciando uscire gemiti animaleschi che non riconobbi come miei. Gli inzuppai la faccia. Sentii un getto tiepido uscire da me e lui continuò a succhiare, ringhiando contro la mia figa, inghiottendo tutto quello che gli davo.
—Oh, bambina. Sei una piccola fontana. Non avevo mai fatto venire nessuno così.
Mi salì sopra, ancora vestito dalla vita in su, con il cazzo puntato dritto all’ingresso. Si prese il fusto in mano e strofinò il glande contro le mie labbra zuppe, su e giù, colpendomi il clitoride con la punta e facendomi gemere senza sosta.
—Sei sicura, piccola mia? Adesso è il momento. Dopo non si torna più indietro.
—Me lo metta, signor Vergara. Mi fotta. Mi rompa. Mi faccia sua.
Spinse piano. Sentii il suo glande aprirmi, la mia figa stendersi intorno a lui per accoglierlo, sentii come ogni centimetro che entrava mi riempiva più di quanto avessi mai immaginato. Lasciai uscire un gemito lungo quando arrivò in fondo. Faceva male e allo stesso tempo era la sensazione più meravigliosa del mondo. Era dentro di me. Il signor Vergara era dentro di me.
—Quanto sei stretta, figlia di puttana. Che figa buona. Mi stai soffocando il cazzo.
—È tutta sua, signore. Tutta la mia figa è sua. Mi fotta forte, per favore.
Cominciò a muoversi. Prima piano, con spinte lunghe che mi tiravano fuori quasi del tutto e mi riempivano di nuovo fino all’ultimo centimetro. Poi più veloce, sempre più veloce, finché il divano non cominciò a sbattere contro il muro e le sue palle mi colpivano il culo con uno schiocco umido che riempiva tutto il salotto. Io gli intrecciai le gambe dietro la schiena, aprendomi il più possibile, sentendo il suo cazzo colpirmi il fondo a ogni stoccata.
—Sì, sì, sì, così, signore, più forte, non si fermi, mi fotta, mi fotta.
—Guarda come entra ed esce, bambina. Guardati. Guarda il mio cazzo che entra nel tuo buchino.
Abbassai lo sguardo e quasi non mi venne un altro orgasmo solo a vederlo. Il suo cazzo brillava tutto dei miei umori, entrava e usciva da me con un suono appiccicoso, e la mia figa lo stringeva, lo succhiava, non voleva lasciarlo andare. Mi afferrò per i fianchi e mi imboccò ancora più forte, con il volto trasformato, i denti serrati, un uomo posseduto.
—Mettiti a quattro zampe. Voglio vederti il culo mentre ti fotto.
Mi girai così in fretta che quasi caddi dal divano. Mi misi a quattro zampe, con la faccia incollata al cuscino e il culo alzato verso di lui. Sentii le sue mani aprirmi le natiche, sentii il suo sguardo su di me per intero, sentii uno schiaffo secco sulla natica destra che mi fece urlare.
—Che culo. Santo cielo, che culo bello che hai, bambina.
Me lo infilò con un solo colpo e questa volta lo sentii ancora più dentro. Cominciò a scoparmi da dietro, afferrandomi i capelli con una mano e il fianco con l’altra, segnandomi un ritmo brutale che mi faceva mordere il cuscino per non gridare. Ogni spinta mi scuoteva intera. Le tette mi rimbalzavano contro la stoffa del divano, le cosce mi tremavano, l’orgasmo mi si stava accumulando di nuovo nel ventre.
—Sto per venire di nuovo, signore, sto per venire, sto per venire.
—Vieni, piccola mia. Vieni sul mio cazzo. Inzuppamelo tutto.
Venni urlando contro il cuscino, con le cosce che tremavano e la figa che gli stringeva il cazzo in spasmi che lui sentì perché lasciò andare un ringhio bestiale e accelerò ancora il ritmo. Mi conficcò il pollice all’imbocco del culo, appena affondato, e io quasi morii di piacere.
—Vengo anch’io, tesoro. Dove te la sparo? Dimmi dove.
—Dentro, signore. Dentro. Mi riempia tutta. Che mi coli lungo le cosce come le colava a lei.
Fu tutto ciò di cui ebbe bisogno per sentire. Mi trafisse tre, quattro volte ancora con tutta la sua forza, affondò fino in fondo, e sentii il suo cazzo gonfiarsi dentro di me ed esplodere in getti caldi e densi che mi riempivano completamente. Furono tanti, uno dopo l’altro, lunghi, e lui gemette il mio nome contro la mia nuca, mordendomi la spalla, afferrandomi le tette da sotto con entrambe le mani mentre si svuotava dentro di me.
Restammo così a lungo, uniti, senza riuscire a muoverci. Quando finalmente si staccò, sentii il suo sperma cominciare a colarmi lungo le cosce, tiepido e denso, esattamente come lo avevo immaginato. Mi voltai piano e mi distesi supina, con le gambe ancora aperte, guardandolo. Lui si lasciò cadere accanto a me, ansimando, con il cazzo ancora duro e lucido dei miei umori e della sua sborra.
—Non farmi questo, tesoro —sussurrò, ma ormai senza forze.
—Va bene.
E sorrisi. Sorrisi come un’idiota, piena di spine sulla pelle, sporca, macchiata, sfinita, bagnata dentro e fuori da un uomo che per anni era stato impossibile, scoprendo che si può essere allo stesso tempo perduta e felice.