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Relatos Ardientes

Settimana Santa: quello che ho fatto a quell’uomo addormentato

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—Ave Maria purissima —dice una voce dall’altra parte della grata. È più giovane di quanto mi aspettassi.

—Senza peccato concepita —rispondo, e impiego un momento a continuare—. Beneditemi, padre, perché ho peccato. È più di un mese che non mi confesso.

Il silenzio che segue è solo mio. So quello che devo dire. Non so se riesco a dirlo ad alta voce.

—Figlio, cosa desideri confessare?

—Padre… Tutti i peccati possono essere perdonati? Ho bisogno di saperlo prima di cominciare.

Una breve pausa. Poi:

—La risposta breve è sì. Ma il perdono richiede un pentimento sincero. Sei pentito?

—È questo che non so, padre.

Lo sento sistemarsi dall’altra parte.

—Raccontami cos’è successo —dice—. Vediamolo insieme.

Respiro a fondo e comincio dall’inizio.

***

A Settimana Santa, i genitori di Elena mi invitarono a passare qualche giorno nella loro casa di villeggiatura, in un paese sulla costa, in Cantabria. A Elena e a me, che stavamo insieme da tre anni e ci saremmo sposati ad agosto. E anche a Sofía, la sorella di Elena, con il suo ragazzo Erik.

Siamo arrivati mercoledì sera, dopo tre ore e mezza di macchina sotto una pioggia insistente. La madre di Elena ci aspettava con la cena. Quando arrivammo, le patate erano sul fuoco da un bel po’ e non erano più quelle di prima, ma non dissi nulla. Cenarono in fretta. Poi lei disse quello che dice sempre: che i fidanzati non potevano condividere una stanza sotto il suo tetto finché non fossero sposati.

Le ragazze avrebbero dormito insieme nella stanza di Sofía. Io avrei condiviso la stanza con Erik, che non avevo mai visto in vita mia.

Poiché era tardi e lui dormiva già, entrai in silenzio. La stanza era piccola, con un letto stretto appoggiato alla parete di fondo e appena lo spazio per muoversi. Entrava un po’ di luce lunare dalla finestra, quel tanto che bastava per non inciampare. Mi spogliai al buio, indossai il pigiama e mi infilai nel letto facendo attenzione a non svegliarlo.

Uno sconosciuto a venti centimetri. Normale. Assolutamente normale.

Ci misi un po’ ad addormentarmi, ma non gli diedi troppo peso. Il letto era scomodo, il paese silenzioso in modo strano per uno che viene dalla città, e il vento sbatteva la persiana a intervalli regolari. Niente di strano.

***

Nel cuore della notte, Erik si svegliò. Doveva andare in bagno, e tra lui e la porta c’ero io. Passò sopra di me cercando di non disturbarmi, e in quel momento notai qualcosa che non avrei dovuto notare. Il suo inguine sfiorò il mio fianco. E quello che mi sfiorò era duro. Non fu un secondo, fu il tempo che impiegò a passare, che non è molto, ma non è neppure niente. Sentii il peso del suo cazzo contro il mio osso, la forma completa, la testa e lo spessore schiacciati dalla stoffa delle mutande, strisciando lentamente sulla mia pelle. Mi si mozzò il respiro.

Lo sentii in bagno. Il getto contro la porcellana durò più del dovuto, e poi un silenzio strano, come se fosse rimasto lì in piedi senza fare nulla. Tornò, passò di nuovo sopra di me — e giuro che stavolta fu più lento, e stavolta il suo cazzo mi sfiorò dal fianco fino all’ombelico — si sistemò dalla sua parte del letto e si addormentò subito.

Io non tornai a dormire per tutta la notte. Mi si indurì sotto il pigiama e non osai toccarmelo con lui a venti centimetri. Lo tenni lì, gonfio e pulsante, fino a quando spuntò il sole.

—Conta come peccato, padre? —chiedo, senza riuscire a trattenermi.

—No. Continua, figlio.

***

La mattina dopo mi feci una doccia presto e scesi a fare colazione. Fu in cucina che ci presentarono, tra le risate di tutti: il fidanzato di Elena e il fidanzato di Sofía, che avevano dormito insieme prima di conoscersi. Risi quanto bastava per non far notare nulla.

Perché Erik era un uomo di quelli che non passano inosservati. I capelli biondi quasi bianchi, gli occhi di un azzurro chiarissimo, la pelle abbronzata nonostante fosse ancora aprile. Suo padre era del Nord Europa, si vedeva senza bisogno di chiedere. Alto, spalle larghe, con quella calma nei gesti che hanno gli uomini che non devono dimostrare niente. Nuotava dai dodici anni, aveva un dottorato in ingegneria, e quando raccontava qualcosa la gente smetteva di guardare il piatto per guardare lui.

Io sono moro, di corporatura normale. Mi costa descrivere quello che sono perché ogni volta che provo mi accorgo di quanto poco mi osservo. Occhi scuri, capelli scuri, uno spagnolo da manuale. Niente di speciale su cui soffermarsi.

Eppure Erik mi guardava mentre io guardavo il tavolo.

Passammo il giovedì visitando il paese, andando a messa, mangiando più del dovuto. Erik faceva battute che strappavano risate persino alla madre di Elena. Io quasi non parlai per tutto il giorno. Quando mi chiedevano se avessi qualcosa rispondevo che era la stanchezza del viaggio.

***

Nel pomeriggio andammo alla piscina comunale. L’acqua era ancora fredda, ma nessuno volle restare a casa. Io mi sedetti sul bordo con un libro aperto alla stessa pagina da mezz’ora.

Allora Erik uscì dall’acqua e camminò fino a dove stavo io. Si scrollò i capelli bagnati, mi porse la mano per farmi alzare, e quando lo feci mi circondò da dietro con le braccia. Un gesto da amici di vecchia data che cercano di buttarti in piscina, solo che noi non ci conoscevamo affatto.

Sentii il suo corpo contro il mio. Sentii il suo petto bagnato contro la mia schiena, le sue braccia che mi avvolgevano il busto. E sentii, sotto il costume, esattamente ciò che avevo sentito la notte prima. Con meno stoffa in mezzo e per più tempo. Il suo cazzo duro incastrato tra le mie natiche sopra il costume, marcato in tutta la sua lunghezza, che saliva verso la mia bassa schiena. Mosse i fianchi una volta, mascherando il gesto come se fosse parte dell’abbraccio, e me lo strofinò dall’alto in basso. Sentii la punta del glande premere contro il coccige e mi cedettero le ginocchia.

Mi divincolai, dissi qualcosa che non ricordo, e tornai all’asciugamano a sdraiarmi a pancia in giù, perché anch’io ero durissimo e non volevo che si vedesse nel costume. Elena mi gridò dall’acqua che ero un noioso. Alzai la mano come a riconoscere l’insulto e non mi mossi.

Erik venne a sedersi accanto a me un minuto dopo.

—Hai molti peli —disse, indicando le mie braccia. Non era una critica, solo un’osservazione, ma mi misi in allerta lo stesso.

—Sì, abbastanza.

—Io quasi niente, per via del nuoto. —Fece una pausa—. Se vuoi, posso aiutarti a depilarti. Ho aiutato diversi compagni di squadra. Li lascio lisci lisci, anche il culo e i coglioni, così tagliano meglio l’acqua.

Mantieni la calma. Sei in una piscina pubblica. La tua fidanzata è a dieci metri che nuota.

—Non serve, grazie —dissi senza alzare gli occhi dal libro.

Erik si strinse nelle spalle e rimase disteso accanto a me, a guardare il cielo. Non so per quanto tempo restò così. Lo so perché quando finalmente osai guardarlo di sottecchi aveva gli occhi chiusi, una mano appoggiata sul rigonfiamento del costume, e io da diversi minuti non leggevo più una sola lettera.

***

Quella sera stappammo il vino che avevamo portato in regalo. I suoceri andarono a dormire presto e restammo in quattro a giocare a Trivial. Con due bicchieri io avevo già iniziato a parlare troppo. Con tre diventai sentimentale e dissi a Elena che la amavo davanti a tutti.

A un certo punto della sera venne fuori che Elena e io eravamo vergini e intendevamo restarlo fino al matrimonio. Sofía disse che anche lei lo era. Erik disse che anche lui lo era, con un sorriso che non seppi interpretare.

Quando finalmente andammo a dormire, Erik entrò nella stanza prima di me. Quando entrai io, si stava spogliando.

Avrei dovuto guardare altrove. In quel momento seppi che avrei dovuto farlo.

Non lo feci.

Aveva il torso nudo e stava cercando il pigiama nella borsa. O quello che usava per dormire, che risultò essere solo le mutande. Uno slip nero che indossò con la stessa naturalezza con cui uno si mette i calzini. Prima di tirarselo su lo vidi interamente per un secondo, di spalle: il culo bianco dove il sole non arrivava, e quando si girò per sistemarselo, il cazzo flaccido che pendeva pesante sui coglioni, grosso anche a riposo, con un ricciolo di peli biondi alla base. Si tirò su lo slip e la stoffa si tese, disegnando tutto.

—È vero che sei vergine? —mi chiese voltandosi.

—Sì —risposi, e sentii bruciare la nuca.

—E non ti sei mai toccato con nessuno, in nessun modo? Né un pompino, né una sega? Niente?

—Niente —dissi piano, e sentii la gola stringersi nel dirlo.

—Cazzo —mormorò lui, passandosi la lingua sulle labbra—. Che spreco.

Cambiai argomento. Mi misi il pigiama dandogli le spalle, con le mani che non mi ubbidivano del tutto, e mi sistemai dalla parte del muro. Guardando la carta da parati. Aspettando che il vino facesse il suo dovere il prima possibile.

Ci mise più di quanto avrei voluto, ma alla fine mi addormentai.

***

Mi svegliai nel cuore della notte. La stanza era nel silenzio più totale. La luna non entrava più dalla finestra e distinguevo appena le forme.

Erik dormiva accanto a me, sulla schiena, con il lenzuolo all’altezza dei fianchi. Respirava lento e profondo. Il suo petto si alzava e si abbassava con calma. Lo slip nero si segnava sotto il tessuto sottile, e lì, al centro, c’era un rigonfiamento che non era quello di un uomo che dorme tranquillo. Era quello di un uomo in erezione.

Avrei dovuto girarmi e chiudere gli occhi.

Allungai la mano.

Lo sentii attraverso la stoffa. Era completamente eretto, così duro che la punta gli arrivava quasi all’ombelico, tendendo l’elastico delle mutande. Cominciai a muovermi lentamente sopra il tessuto, con quasi nessuna pressione, limitandomi a sentirne il percorso: la base spessa, la vena che gli correva lungo il lato, il glande gonfio che spingeva contro lo slip. Il suo respiro non cambiò. Mi mossi un po’ di più, stringendo ormai con tutta la mano, avvolgendolo interamente. Rimaneva uguale.

Fermati. Fermati subito. Devi fermarti.

Non mi fermai.

Mi inginocchiai accanto a lui sul letto, lentamente, senza far rumore. Gli sollevai l’elastico delle mutande con due dita e lo tirai fuori con cautela, trattenendo il respiro come se potesse cambiare qualcosa. Il cazzo balzò libero e gli cadde pesante sul ventre, lasciando una scia lucida contro la pelle.

Era grande. Più di quanto avessi immaginato, e avevo immaginato fin troppo negli ultimi due giorni. Lungo, spesso alla base, il glande rosa e scoperto, con una goccia di liquido preseminale già che spuntava dalla punta.

Cominciai a masturbarlo. Lento all’inizio, con la mano intera attorno a lui, senza riuscire a chiudere del tutto le dita. Lo sentii pulsare nel palmo, duro come un osso, caldo, con la pelle che scivolava liscia sull’asta mentre salivo e scendevo. Portai l’altra mano ai suoi coglioni, pesanti e pieni, e li raccolsi con delicatezza, sentendone il peso, notando come si muovevano dentro lo scroto quando stringevo. I suoi fianchi non si mossero. Il suo respiro rimase profondo e regolare per i primi minuti, ma il cazzo gli si gonfiò un po’ di più tra le mie dita, e il liquido della punta cominciò a colare in un filo denso.

Mi avvicinai ancora, quasi senza rendermene conto, fino a sentire il calore che irradiava dall’inguine. Abbassai il viso e respirai il suo odore — di sapone, di sudore pulito, di pelle d’uomo — e mi girò un po’ la testa. Passai il pollice sulla punta, raccolsi il preseminale vischioso e lo spalmammi su tutto il glande, poi scesi con la mano lubrificandogli tutta la lunghezza con il suo stesso succo. In quel momento capii che non sarei stato capace di fermarmi.

Allora sentii la pressione sulla nuca.

La sua mano. Ferma ma senza brutalità, che spingeva verso il basso con una chiarezza che non lasciava spazio a dubbi. Le dita aperte, aggrovigliate nei miei capelli, e quella forza tranquilla da uomo grande che ti dice senza dirti nulla ciò che vuole da te.

Aprii la bocca prima ancora di sapere di starlo facendo.

Me lo infilai fin dove potei, che non fu tutto, ma quasi. Il glande caldo mi passò tra le labbra, scivolò sulla lingua e mi urtò il palato, poi continuò a spingere fino in fondo alla gola. Mi riempii la bocca di lui, del sapore salato del preseminale, dell’odore del suo inguine contro il mio naso. All’inizio mi strozzai un po’, tossii in silenzio con il cazzo dentro, e lui allentò per un secondo la pressione sulla nuca, solo per stringere di nuovo quando mi ripresi.

Usai la lingua in movimenti che non sapevo di saper fare, a spirale attorno al glande, risalendo il frenulo, fermandomi sulla corona, scendendo in linea retta lungo la vena che gli pulsava di lato. Ogni volta che risalivo, succhiavo forte, scavando le guance; ogni volta che scendevo, le rilassavo e lasciavo che mi entrasse il più possibile. La saliva mi colava dagli angoli della bocca, gli bagnava i coglioni, gli scendeva sull’inguine. Non me ne importava niente. Volevo solo di più.

Lui non disse nulla, ma i suoi fianchi cominciarono a muoversi lentamente, segnando il ritmo, spingendo un po’ di più a ogni discesa. Chiusi gli occhi e mi lasciai andare, con le mani aperte sulle sue cosce, sentendo i muscoli tendersi ogni volta che il suo cazzo urtava il fondo della mia gola. Mi affondavo dentro di lui ancora e ancora, ogni volta con meno paura, ogni volta con più fame. Gli passai la lingua su tutto lo scroto, me ne misi uno in bocca, poi l’altro, e tornai a salire succhiando dalla base alla punta, molto lentamente, assaporando ogni centimetro. Leccai la goccia densa che si era riformata sul foro, e lui lasciò finalmente uscire un gemito basso, quasi un ringhio, stringendomi ancora di più la nuca.

Il suo respiro si fece più corto, più irregolare. I fianchi più insistenti, scopandomi ormai la bocca senza neppure cercare di dissimularlo, spingendomi contro il suo pube a ogni affondo. Io non pensavo più a nulla di preciso, solo a non fermarmi, a farlo bene, al calore che avevo in gola e nel petto e nelle braccia. Anch’io sotto il pigiama ero durissimo, e sentivo un filo appiccicoso colarmi lungo la gamba senza avermi nemmeno toccato.

Quando sentii che stava arrivando — i coglioni gli si ritirarono contro il corpo, il cazzo gli si fece più grosso, più duro, impossibile — mi scostai un attimo per respirare e subito tornai, con la mano che prendeva il posto della bocca, masturbandoglielo in fretta con il polso ruotato. Gli passai la lingua piatta sul glande, in cerchio, senza smettere di pompare con la mano. Il suo corpo si tese di colpo, inarcò la schiena di pochi millimetri, e in quel momento portai le labbra all’estremità e ricevetti tutto con cura.

Il primo getto era caldo e denso e mi riempì metà bocca. Il secondo venne subito dopo, quasi senza pausa, e il terzo. Continuai a muoverglielo mentre veniva, stringendo sotto il glande per far uscire tutto, e lui continuò a spingere brevi colpi contro la mia lingua, svuotandosi del tutto. Inghiottii la prima ondata per fare spazio, poi il resto mi si accumulò in bocca prima di mandarlo giù lentamente. Non ne persi neanche una goccia. Inghiottii tutto, sentendolo scendere caldo per la gola, con quel sapore amaro, salato e pulito. Ripulii la punta con la lingua, raccolsi le ultime gocce, succhiai un’ultima volta sopra per sicurezza, e mi tirai su piano piano.

Lui aveva ancora gli occhi chiusi. I suoi fianchi si rilassarono. Respirò a fondo una volta, poi un’altra. Il cazzo, ancora duro ma più pesante, gli cadde sul ventre brillando della mia saliva.

—Sei davvero bravo a farlo —disse a bassa voce, quasi tra sé—. Per non averlo mai succhiato prima.

Si voltò e nel giro di dieci secondi dormiva di nuovo.

Io restai seduto sul bordo del letto per molto tempo, al buio, con il suo sapore ancora in bocca e il pigiama incollato alla coscia per la mia stessa sborra, che mi era uscita senza che me ne accorgessi. Senza sapere che fare di quello che era appena successo. Non di ciò che avevo fatto. Di come mi sentivo dopo averlo fatto.

—Tutto bene, padre? —chiedo, perché dall’altra parte della grata c’è un rumore che non so decifrare.

—Sì, sì —risponde con una voce un po’ diversa—. Continua, figlio.

—Questo è tutto, padre. Quello che le ho raccontato è ciò che devo confessare.

Il silenzio dura più del normale.

—Dio perdona ogni pentimento sincero —dice infine—. Ti penti?

Rimango zitto. Penso alla mano di Erik sulla mia nuca, a come il suo corpo si è irrigidito e a come è cambiato il suo respiro. Penso al peso del suo cazzo sulla mia lingua, al sapore della sua sborra che mi scendeva in gola. Penso a Elena, che mi sposa ad agosto. Penso alla faccia che avevo fatto quella mattina a colazione e a come lui mi guardava senza dire nulla, con quel sorriso che non diceva niente neanche lui, e a come io guardavo il tavolo.

—È questo che non so, padre —ripeto.

—Vuoi che ti dia la penitenza?

—Aspetti. Non ho ancora finito.

Dall’altra parte della grata, il prete espira molto lentamente.

—Figlio —dice—, sono qui da più di mezz’ora.

—Lo so, padre. Ma è che quella notte non è successo solo una volta.

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