Il mio regalo di compleanno bisessuale
Pensavo che quella cena fosse uno scherzo, finché vidi la mia amante entrare al braccio di un’altra donna e capii che quella notte avrei guardato, toccato e imparato.
Pensavo che quella cena fosse uno scherzo, finché vidi la mia amante entrare al braccio di un’altra donna e capii che quella notte avrei guardato, toccato e imparato.
Accettai una birra con un collega e finii a tremare in un letto d’hotel, fradicia, chiedendogli di non smettere di succhiarmi le tette.
Lo riconobbi in fondo alla festa e non immaginai che saremmo finiti soli, con le mani tremanti e il cazzo duro dentro la mia macchina.
Tutto iniziò come uno scherzo tra amici, finché lei mi cercò sulla sabbia, mi strinse tra le mani e chiarì che non era venuta per parlare.
Ci sedemmo uno di fronte all’altra in prima classe e, prima della fermata successiva, già tremavo per ciò che mi lasciava vedere sotto il tavolo.
Mi inventai un progetto universitario per restare sola con un calciatore, in pantaloncini, e scoprire se le sue gambe fossero davvero incredibili da vicino come in televisione.
Ogni volta che lei spingeva la porta del bar, sei uomini si alzavano insieme, come se avessero provato quella scena per centinaia di notti.
Il primo ordine arrivò alle sette di sera e capii che quella notte avrei obbedito a tutto, senza fare domande, davanti a una telecamera e a un uomo che conoscevo solo dalla sua voce scritta.
Quando mia madre aprì la porta e vidi chi stava entrando per cena, mi si gelò il sangue: era l’uomo con cui andavo a letto di nascosto da due mesi.
Chiuse la porta, appese il cartello con su scritto «chiuso» e lo portò in fondo al negozio con una scusa stupida. Quello che venne dopo non l’aveva pianificato del tutto.
Quando l’allenatore le chiese di osservare i ragazzi, lei accettò con un sorriso. Nessuno sospettò che la donna in abito blu avesse già scelto i suoi due favoriti.
Non mento sulla mia età né sulla palestra, ma in quella poltrona reclinata tutto il resto smette di contare. Resta solo la sua pressione morbida addosso a me.
Cinque minuti intrappolata tra il muro e un uomo del trono che odorava di rosmarino e legno. Non sapevo il suo nome, ma seppi che quella notte l’avrei cercato.
Avevamo deciso che chi fosse arrivato per primo avrebbe aspettato in auto. Arrivai io. Quindici minuti dopo, due colpetti sul vetro risvegliarono ogni nervo che credevo sotto controllo.
Gli ho mandato una foto della mia figa aperta dal bagno della caffetteria. Quello che è successo dopo, davanti a quella vetrata, mi fa ancora tremare le gambe.
Quella notte siamo scese ventidue scalini fino al seminterrato dove suonava il sax. Quello che è successo laggiù non l’ho mai detto a nessuno.
Gli aprii la porta per farlo riparare dal diluvio. Non immaginavo che sarei finita in ginocchio davanti a lui, né che anche i suoi quattro amici avrebbero bussato.
Ogni volta che entravo in officina, lui alzava lo sguardo prima ancora di sentire la porta. Quel pomeriggio, con la saracinesca a metà, smisi di fingere.
Salii le scale piano, sapendo che lui guardava sotto il mio vestito, e per la prima volta non provai vergogna: provai una voglia enorme di lasciargli vedere tutto.
Mi sono svegliata senza sapere come avrei giustificato a chiunque ciò che mi avevano costretta a fare quella notte, né come avrei rivisto negli occhi l’uomo che amavo ancora.