Quella notte ho insegnato tutto a uno sconosciuto su internet
Era tardi quando lo sentii. Non un’eccitazione graduale né qualcosa che si fosse costruito nel corso della giornata, ma di colpo: avevo chiuso il libro che stavo leggendo, spento la lampada del comodino e, nel momento in cui mi girai in cerca del sonno, il corpo disse di no. Che stanotte no. Sentii come la figa cominciasse a bagnarsi da sola, senza che la toccassi, pulsando piano sotto il tessuto del pigiama.
Restai immobile un momento nel buio, ascoltando il palazzo addormentarsi intorno a me. Il vicino del quinto aveva spento la televisione. L’ascensore non si muoveva da un po’. Fuori, la strada era silenziosa. Ma dentro di me c’era un battito sordo tra le gambe che non mi lasciava in pace.
Aprii il portatile.
Non era la prima volta che finivo così, da sola a letto a mezzanotte con lo schermo che mi illuminava il viso e le solite pagine ad aspettarmi. Misi un video. Poi un altro. Donne con le gambe spalancate che prendevano cazzi enormi fino in fondo, gemendo come scrofe mentre le inculavano senza pietà. Uomini che le separavano le cosce con le mani, che sputavano nella fica prima di infilare loro il cazzo intero in un solo colpo, che le facevano ingoiare sperma guardando in camera. Quel tipo di contenuto che non prova a convincerti di niente ma si limita a mostrare come si scopa davvero, senza fronzoli.
Cominciai piano, come sempre. Mi sdraiai sulla schiena, spostai il portatile sul cuscino accanto per avere le mani libere e lasciai che l’eccitazione crescesse al suo ritmo. Le mutandine da una parte, già fradice, appiccicose contro la piega dell’inguine. Le dita che cercavano dritte la fessura, aprendosi strada tra le labbra gonfie, trovando quel clitoride duro e pulsante che sporgeva chiedendo attenzione. L’umidità arrivò prima di quanto mi aspettassi: stavo colando, i polpastrelli mi scivolavano senza sforzo, le dita entravano nella fica con un rumore umido e osceno che mi fece stringere le cosce. Me ne infilai due fino alle nocche. Le tirai fuori lucide, viscide, e me le portai alla bocca per succhiarle intere mentre continuavo a guardare lo schermo.
Il primo orgasmo arrivò tranquillo, senza dramma, con un breve tremito nelle gambe e quel colpo umido e profondo che mi lasciò a respirare a bocca aperta, la fica che si contraeva attorno alle dita, una colata densa a bagnarmi la mano e a scivolarmi fino al culo.
Ma il calore era ancora lì.
Mi alzai per prendere dell’acqua, con la fica che pulsava ancora e le cosce appiccicose. Bevvi in piedi in cucina, guardando dalla finestra il cortile interno del palazzo, tutto buio tranne una finestra al terzo piano che non si spegneva mai del tutto. Tornai in camera. Mi sdraiai di nuovo. Contai fino a venti guardando il soffitto mentre una mano mi andava da sola alle tette, pizzicandomi i capezzoli duri fino a farmi male.
Quello che volevo quella notte non era solo un altro orgasmo. Era qualcosa di più specifico, qualcosa che impiegai un momento a identificare ma che, quando lo capii, era del tutto chiaro: volevo che qualcuno mi vedesse. Che ci fossero occhi dall’altra parte, uno schermo in mezzo a noi, e che quel qualcuno non sapesse niente di me al di là di quello che sceglievo di mostrargli. Uno sconosciuto. Anonimi da entrambe le parti. Volevo mostrare la fica aperta a un tizio qualunque e che si facesse una sega pensando a me. Solo il momento e nient’altro.
Aprii una di quelle piattaforme per adulti dove la gente pubblica senza filtri e senza scuse. Mi feci un profilo in tre minuti: nome inventato, foto tagliata sotto la mandibola, descrizione di due parole che non impegnava a niente. Cominciai a esplorare.
La varietà era la cosa che mi sorprendeva di più ogni volta che entravo in quei siti. Cazzi di tutte le misure, fighe rasate e pelose, culi aperti verso la camera, donne che si masturbavano con vibratori enormi, coppie che scopavano con la faccia coperta, tutto mescolato senza un ordine apparente. Mi fermai su diversi profili di uomini che pubblicavano i loro cazzi duri con un’assenza totale di vergogna che trovavo allo stesso tempo un po’ ridicola e completamente irresistibile. Cazzi grossi con la punta lucida di liquido preseminale. Quel tipo di sicurezza che non ha bisogno della validazione di nessuno.
Mandai un messaggio a cinque o sei di loro, breve e diretto: che ero calda, che avevo la fica che colava, che quella notte avevo bisogno che uno sconosciuto mi guardasse e mi dicesse cosa mi avrebbe fatto se potesse.
Nessuno rispose subito.
Continuai a navigare. Cominciai a commentare i post degli altri, cose dirette che non direi mai ad alta voce: che quel cazzo lo volevo succhiare fino in fondo, che quella fica l’avrei leccata fino a lasciarla asciutta, parole che digitai senza fermarmi a pensarci e che mi fecero sorridere da sola nel buio della stanza. Era l’effetto di sapere che qualcuno, da qualche parte, avrebbe letto quello che avevo appena scritto. Completamente anonimi da entrambe le parti, ma reali. C’era qualcosa in tutto questo che mi accendeva quasi più di qualunque immagine.
Seguii diversi profili. Commentai altre cose. Arrivarono risposte da profili che non avevo seguito, reazioni rapide e dirette: tizi che mi dicevano che volevano scoparmi, che mi avrebbero riempito la bocca di latte, che dovevo mostrargli la fica. La sensazione fu esattamente quella che cercavo: che ci fossero occhi a leggere, che qualcuno da qualche parte sullo schermo stesse diventando duro pensando a quello che stavo facendo in quel momento.
E poi uno mi seguì di ritorno.
Il suo profilo era abbastanza neutro da non farmi capire niente di lui, che era esattamente ciò che volevo. Gli mandai un video senza pensarci troppo. Nove o dieci secondi, senza faccia, senza contesto. Solo le mie dita che aprivano le labbra della fica, mostrandogli il clitoride gonfio, due dita che entravano e uscivano dall’ingresso fradicio con un suono umido, sporco, inconfondibile. La camera inquadrò come la mia colata mi scivolava lungo il perineo fino al culo.
—Porca puttana — scrisse subito—. Non me l’aspettavo. Ero qui da un po’ senza trovare niente che mi attirasse l’attenzione. Hai una fica bellissima, cazzo.
—Ti piace? — digitai—. È fradicia. Sono così da un po’.
—Mi piace da morire. Voglio vedere di più. Voglio vederti aperta, che mi mostri tutto. Ho il cazzo in mano.
Breve pausa. Poi:
—Posso mostrarti qualcosa anch’io?
—Sì — risposi. Senza pensarci—. Mostramela. Voglio vederlo duro.
Quello che arrivò era esattamente ciò che mi aspettavo: una foto chiara, generosa nelle dimensioni, scattata con una luce calda da stanza. Qualcosa al centro dello stomaco mi si contrasse in un modo molto concreto e molto specifico. Il cazzo appariva enorme, duro, pesante, con le vene marcate lungo l’asta e la punta lucida, il glande gonfio e violaceo da quanto era duro. Lo immaginai in bocca, a riempirmi fino alla gola fino a farmi conati, sputandolo fuori con un filo di saliva tra le labbra. Lo immaginai nella mano, pesante, a battermi contro la guancia, contro i capezzoli. Lo immaginai affondare lentamente tra le mie gambe, aprirmi la fica centimetro dopo centimetro fino in fondo. E mi bruciò la bocca e la fica insieme. Mi sfuggì un gemito a voce alta.
—Voglio quel cazzo dentro — scrissi—. Fino in fondo. Senza niente tra noi due. Voglio che me lo infili tutto e mi riempia la fica di latte.
Non era letterale. Non avrei incontrato quell’uomo. Ma in quel momento, con lo schermo acceso e il calore che continuava ad accumularsi nel corpo, la fantasia aveva tutta la consistenza di qualcosa che poteva accadere se avessi voluto che accadesse.
—Toccati per me — scrisse—. Metti dentro le dita. Voglio leggerti mentre vengo.
Tornai a toccarmi con la chat aperta accanto, lo schermo inclinato in modo da poter vedere entrambe le cose insieme. Questa volta senza pazienza, con un ritmo diverso da quello dell’inizio della notte. Mi immaginai sopra qualcuno senza nome né faccia, a cavalcarlo, la mia fica che si inghiottiva quel cazzo fino a farlo sprofondare del tutto, le tette che saltavano a ogni spinta, i gemiti che mi uscivano spezzati dalla gola. Le dita trovarono il punto. Ne affondai due, poi tre, sentendo l’attrito umido all’ingresso, le nocche che urtavano contro il clitoride, il pollice che premeva il bottone gonfio mentre le altre mi scopavano la fica con una ferocia sporca e disperata. Il pollice dell’altra mano mi scivolò tra le natiche, premendo il buco del culo, giocandoci fino a che la pressione cedette e sprofondò fino alla prima falange. Chiusi gli occhi.
—Mi sto venendo — digitai tra i tremiti—. Mi sto venendo, cazzo.
Il secondo orgasmo arrivò con più intensità del primo. Uno scossone più lungo, più profondo, che mi salì dal ventre e mi lasciò il corpo teso, la schiena inarcata, il respiro spezzato, la fica che si contraeva con forza attorno a tre dita, espellendo un getto caldo che mi bagnò la mano fino al polso e macchiò il lenzuolo. Eppure il corpo non era ancora soddisfatto.
Mi succede a volte. Non sempre, ma in certe notti il primo apre la porta e il secondo la spinge senza chiuderla del tutto, e c’è qualcosa dentro che continua a volere di più, qualcosa di più profondo, qualcosa che le dita da sole non riescono a toccare. Non angoscia, non frustrazione. Solo la continuazione naturale di un impulso che non ha ancora trovato la sua fine.
Mi alzai.
Andai in cucina con quella logica pratica e senza vergogna che funziona specificamente alle tre del mattino, quando la mente non ha più filtri ma ha ancora chiarezza. La fica mi colava lungo l’interno delle cosce mentre camminavo scalza nel corridoio. Aprii il mobile sotto il lavello. Cercai tra quello che c’era. Trovai quello che cercavo: una bottiglia allungata di vetro, liscia, spessa, senza etichetta, che da mesi stava in quell’angolo senza alcun uso. La pesai in mano. Immaginai lo spessore che mi entrava e mi sfuggì un altro gemito. La lavai con acqua calda e sapone con la stessa meticolosità che avrei riservato a qualunque altra cosa. Aspettai che la temperatura del vetro si stabilizzasse.
Dal cassetto del bagno presi il lubrificante che usavo poco: uno dalla consistenza morbida, senza odore forte, che avevo comprato mesi prima per un’altra occasione. E già che c’ero, il vibratore piccolo che tenevo nel cassetto delle mutande.
Tornai in camera con tutto.
La preparazione ebbe qualcosa di rituale senza che l’avessi pianificato. Il lubrificante applicato piano sul vetro, spalmandolo dappertutto, il freddo del vetro tiepido contro il palmo della mano. Il corpo che rispondeva già prima che cominciasse qualcosa, solo per anticipare quello che sarebbe venuto. Mi misi in ginocchio sul letto, con il portatile ancora acceso davanti a me e la chat aperta sullo schermo. Mi aprii le gambe il più possibile. Una mano che afferrava la bottiglia, l’altra che mi separava le labbra della fica perché il vetro trovasse la strada.
Cominciai molto piano. Appoggiai la testa della bottiglia all’ingresso fradicio, spinsi, sentii la fica aprirsi controvoglia attorno al vetro spesso. Senza fretta, lasciando che il corpo trovasse il suo ritmo con qualcosa di nuovo e diverso. La sensazione era diversa da quello che conoscevo: più densa, più presente, una pienezza che le dita da sole non riescono a replicare del tutto. Andai avanti centimetro dopo centimetro, respirando a fondo, sopportando la pressione finché la fica cedette e si aprì abbastanza da ingoiare il vetro con un misto di piacere e sfacciataggine che mi lasciò la testa vuota. Me la infilai fino a metà. Poi ancora. La tirai fuori lentamente, guardando il vetro uscire lucido dalla mia stessa umidità, e la spinsi di nuovo fino in fondo con un colpo secco che mi fece gridare contro il cuscino. Accesi il vibratore piccolo e me lo premetti contro il clitoride. Respirai piano. Chiusi gli occhi.
E la mente cominciò ad andare altrove.
Pensai al ragazzo del piano di sopra, quello a cui non avevo mai detto più di dieci parole ma che aveva quel modo particolare di guardare nell’androne, diretto e un po’ più lungo del necessario. Non sapevo niente di lui, se non che lavorava in orari strani, che a volte lo sentivo arrivare tardi e che una volta ci eravamo ritrovati insieme in ascensore per quattro piani di silenzio che non era imbarazzante ma esattamente il contrario. Me lo immaginai entrare dalla porta senza bussare, trovandomi così, in ginocchio sul letto con la bottiglia affondata fino in fondo nella fica, i capezzoli duri, le cosce lucide della mia stessa colata, e non dire niente all’inizio. Solo guardarmi dalla soglia con le mani in tasca, il cavallo dei pantaloni che si gonfiava. Abbassarsi la zip piano, tirare fuori un cazzo duro e grosso, segarselo con la mano senza staccarmi gli occhi di dosso. Avvicinarsi. Spostare la bottiglia. Infilarmi quel cazzo caldo fino in fondo in un solo colpo, scoparmi contro il materasso senza dire una parola, afferrarmi i capelli, sputarmi in bocca, riempirmi tutta di latte fino a farmelo strabordare dalle natiche.
L’immagine restò più a lungo di quanto mi aspettassi. Spinsi la bottiglia più veloce, più a fondo, sentendo il vetro urtare contro il collo dell’utero, una sensazione a metà tra dolore e puro piacere che mi fece contorcere.
Poi pensai ad altre cose. A essere in un bar pieno di gente con qualcuno che mi infilasse la mano sotto la gonna e mi sfregasse il clitoride sopra le mutandine mentre nessuno se ne accorgeva. A inginocchiarmi sotto un tavolo e tirare fuori il cazzo di uno sconosciuto e succhiarglielo lì, ingoiandolo tutto con la gola aperta, sentendo la bocca gonfiarsi mentre lui fingeva di conversare con gli amici. A qualcuno che mi osservasse da fuori, attraverso la finestra socchiusa della stanza, facendosi una sega mentre mi guardava senza che io sapessi del tutto se fosse davvero lì o no. Quell’incertezza aveva un suo peso specifico.
Mi immaginai con più di due persone alla volta. Pensai a quello scenario con una precisione che mi sorprese: chi sta dove, chi fa cosa, chi guardo io, su chi mi concentro. Tre tizi intorno a me, i cazzi duri all’altezza del mio viso, uno in bocca, uno in ogni mano, mentre me li masturbavo e un quarto me la infilava da dietro. Mani sui miei fianchi che mi tenevano forte, una bocca che mi succhiava una tetta fino a lasciarmela segnata, un’altra lingua tra le gambe a cercare il clitoride mentre il cazzo entrava e usciva, lento e fermo, fino a lasciarmi senza fiato. Il latte che mi colava addosso sulla faccia, sulle tette, sulla lingua. Ingoiarlo. Spalmarlo.
Mi immaginai anche una donna. Non era la prima volta che quel pensiero compariva, ma quella notte arrivò con più dettaglio del solito. Una donna che sapesse esattamente ciò che cercavo perché lo conosceva da dentro. Una bocca femminile che mi succhiava il clitoride con pazienza, una lingua che entrava nella fessura umida, due dita sottili che mi sprofondavano fino alle nocche mentre mi guardava dal basso. E poi noi due corpo a corpo, le tette che si sfregavano, le fighe aperte una contro l’altra, a strusciarci fino a venire entrambe nello stesso istante. La lingua dura e precisa che mi leccava dall’alto in basso. La mia faccia tra le sue gambe, a restituirglielo, a succhiarle la fica fino a renderla lucida, le dita infilate fino in fondo, il respiro di entrambe mescolato in uno solo.
Le immagini si mescolarono tra loro, si interruppero, tornarono da angolazioni diverse. È così che funziona quando il corpo è in quello stato: non c’è una narrazione lineare, non c’è un ordine cronologico. Solo stimoli che si accendono e si spengono in frazioni di secondo e che il cervello collega senza una logica visibile ma con una coerenza perfettamente interna.
Cambiai posizione. Da in ginocchio a distesa sulla schiena con le gambe aperte in aria, poi sul fianco, cercando l’angolo in cui tutto funzionasse nello stesso momento senza interrompere nulla. Le dita di una mano che premevano il vibratore contro il clitoride, l’altra che infilava e sfilava la bottiglia a un ritmo sempre più sporco. Il respiro che accelerava senza che lo decidessi io. Il vetro che entrava e usciva con un attrito umido e osceno, lo schiocco della mia stessa colata che riempiva la stanza, i gemiti che mi uscivano dalla gola senza che riuscissi a trattenerli. Sporca. Fradicia. Aperta. Anche il culo lo voleva, così mi portai un dito alla bocca, lo inumidii di saliva e me lo infilai nel buco del culo mentre la bottiglia era ancora dentro. Doppiamente penetrata da me stessa, a gemere come una puttana per nessuno.
Le gambe cominciarono a tremare.
È il segnale che arriva sempre prima dell’orgasmo: una vibrazione che parte dalle cosce e sale piano verso la zona lombare, come se il corpo stesse avvisando con qualche secondo di anticipo. Resistetti un po’, muovendomi più lentamente per non arrivarci ancora, allungando la sensazione il più possibile senza farla crollare del tutto. La bottiglia che entrava fino in fondo, usciva, rientrava. Il vibratore che martellava il clitoride alla massima velocità. Il dito nel culo. Tutti e tre i punti insieme.
Quando finalmente lo lasciai arrivare fu di quel tipo che non si può zittire del tutto. Mi inarcai sul letto, stringendo il vetro contro di me finché la fica non si contrasse attorno alla pressione e tutto il corpo esplose in una sequenza di spasmi che mi lasciò quasi in lacrime per la pura intensità. Sentii un getto caldo uscirmi dalla fica attorno alla bottiglia, bagnandomi le cosce, il lenzuolo, tutto. Un orgasmo lungo, umido, indecente; morsi il cuscino per non svegliare i vicini mentre continuavo a venire a fiotti, senza fermarmi, uno spasmo dietro l’altro, la fica che si strizzava, si svuotava, il culo che si chiudeva attorno al mio stesso dito. Mi lasciò le gambe come gelatina, la bocca aperta, la gola secca per i gemiti, a respirare come se avessi corso chilometri.
Caddi su un fianco. Tirai fuori la bottiglia lentamente, con un suono osceno di suzione, e la lasciai sul lenzuolo, lucida della mia stessa umidità. Restai immobile per un minuto lungo, respirando soltanto, con il corpo ancora pulsante in piccole repliche che si spensero una a una finché non rimase più nulla. La fica mi pulsava ancora, gonfia, sensibile. Lo schermo del portatile era entrato in modalità risparmio energetico. La chat aveva nuovi messaggi dello sconosciuto.
Li chiusi senza leggere.
Mi pulii con un asciugamano umido, passandolo sulle cosce appiccicose, sulle natiche, sulla fica ancora aperta. Lasciai la bottiglia in bagno per lavarla al mattino. Spensi il portatile. Mi sdraiai sulla schiena nel buio della stanza, nuda sul lenzuolo macchiato, e ascoltai il silenzio del palazzo.
Prima che arrivasse il sonno, ebbi un pensiero chiarissimo: in nessun momento di quella notte avevo provato vergogna. Né all’inizio, quando cercavo uno sconosciuto con cui parlare, né quando mostrai la fica aperta alla camera, né durante, mentre mi scopavo da sola con una bottiglia pensando a cazzi e fighe altrui, né adesso alla fine. Solo quella sensazione specifica di aver fatto esattamente ciò che il corpo chiedeva, senza negoziarlo con nessuno, senza aver bisogno di alcun permesso o giustificazione.
Quella notte dormii benissimo.
***
Giorni dopo ci penso ancora, ogni tanto. Allo sconosciuto nella chat, al cazzo duro arrivato sul mio schermo, a ciò che scrissi senza filtri a qualcuno che non sapeva assolutamente niente di me. Alla bottiglia di vetro che mi entrava fino in fondo. Ai cazzi immaginari e alla donna immaginaria e a tutto quello che mi sono fatta venire pensando a loro. Non so se lo ripeterò nello stesso modo. Ma non lo escludo nemmeno.
Ci sono notti in cui il corpo ha le sue ragioni. E l’unica risposta intelligente è aprire le gambe e lasciarle agire senza mettersi in mezzo.
