Salta al contenuto
Relatos Ardientes

Quello che il mio compagno di cantiere non mi disse quella notte

Lavoravo in cantiere da quattro anni e non avevo mai accettato di uscire con nessuno della squadra fuori dall’orario. Non era una questione di orgoglio, era stanchezza. Arrivavo nella mia stanza dopo le otto di sera, facevo la doccia e mi addormentavo con la televisione accesa. I fine settimana erano uguali, salvo che dormivo fino a tardi.

Per questo, quando Camilo mi propose quella uscita, ci pensai più del dovuto.

Camilo era ingegnere, colombiano, trentasette anni, un armadio di un metro e novanta con la voce grossa e una risata che si sentiva in tutto il cantiere. Portava un Rolex che sembrava finto da quanto era lucido, ma non lo era. Si vestiva sempre con camicia e pantaloni eleganti, perfino in mezzo al cemento. Le donne lo guardavano e anche noi uomini lo guardavamo, sebbene per altri motivi. Faceva un po’ invidia, non lo nego.

—Ho un’amica, parcero. Una donna speciale —mi disse un pomeriggio mentre aspettavamo che arrivasse il camion con il calcestruzzo—. Da un po’ mi chiede carne fresca. Ti conviene.

—Carne fresca?

—Renata. Trentanove anni, divorziata, insegnante di danza. Le piace provare ragazzi giovani. Chiede una mancia simbolica e si concede come una fidanzata. Mette la bocca come se ci andasse la vita a ogni pompino, parcero. E ha un cazzo di figa che ti stringe la verga come un pugno bagnato.

Mi chiamo Mateo, ho venticinque anni, e il mio ultimo appuntamento era finito con la ragazza che chiamava un taxi prima del dessert. Ero pessimo a rimorchiare. Qualcosa mi si bloccava in gola quando una donna mi guardava troppo, e finivo per dire stronzate o restare muto.

—E perché la offri a me? —chiesi.

—Perché sei un bravo tipo. E perché a Renata piacciono i silenziosi. Parla lei, godi tu. È matematica pura.

Mi misi a ridere. Gli chiesi il numero. La chiamai tre volte quella settimana e non rispose. Arrivai a pensare che Camilo mi stesse prendendo in giro, finché una sera, mentre guardavo un film qualsiasi nella sala della mia pensione, squillò il cellulare.

—Ciao, sono Renata —disse una voce dolce, quasi cantata—. Scusami se ti richiamo solo adesso. Sei libero sabato?

Mi si seccò la bocca. Le dissi di sì prima ancora di pensarci.

—Perfetto. Ti passa a prendere Camilo. Abito lontano e con questa pioggia non voglio che tu vada in autobus. E portati voglia, tesoro. Ho tutto il fine settimana per voi.

Il plurale mi sorprese, ma lasciai perdere. Pensai si riferisse a lei e a me, alla quantità di ore. Solo dopo capii che era letterale.

***

Il sabato arrivò dopo la settimana più lunga della mia vita. Il temporale non si era fermato da lunedì. Le strade erano fiumi, i marciapiedi erano allagati e l’umidità si appiccicava ai muri della mia stanza come un secondo strato di vernice. Rimasi chiuso dentro tutto il giorno, a camminare avanti e indietro. Feci la doccia due volte. Mi provai tre camicie diverse davanti allo specchio macchiato del bagno. Dovetti segarmela due volte nel corso della giornata per non arrivare sparando nei pantaloni al primo sfioramento, perché al solo pensare a Renata mi si alzava il cazzo come un ferro.

Quando Camilo mi avvisò che era fuori, presi l’ombrello, sbattei la porta e corsi fino al cancello della pensione. La sua auto era una BMW blu notte che sembrava appena uscita dal concessionario. Salì, mi allacciai la cintura e per un attimo mi sentii un’altra persona.

—Vendi droga o cosa? —gli chiesi ridendo—. Questa non la paghi con lo stipendio da ingegnere.

—Sono stato otto anni all’università, parcero. Non per divertimento.

Guidava con una mano e parlava con l’altra. Mi raccontava com’era Renata, cosa le piaceva mangiare, che musica metteva. Io lo ascoltavo a metà. Pensavo a quello che le avrei detto quando me la sarei trovata davanti. A come avrei evitato di restare muto. A come avrei fatto a resistere più di cinque minuti senza venire, perché quello era l’altro mio problema e ancora non osavo confessarlo.

—Camilo —gli dissi dopo un po’, guardando l’acqua schiantarsi contro il parabrezza—, devo dirti una cosa. Mi vergogno un po’.

—Sputa il rospo.

—Non resisto molto quando mi eccito. Finisco subito. Con l’ultima tipa sono venuto prima ancora di mettermela dentro, appena mi ha sfiorato la punta con la mano.

Rise. Una risata bassa, senza scherno.

—Tranquillo. Ho portato un gel con effetto ritardante. Te lo spalmi sul cazzo e te lo lascia mezzo addormentato, come intorpidito. Puoi scoparti qualcuno per un’ora senza venire, parcero. Lo uso sempre. Resisterai quanto serve.

—Sul serio?

—Sul serio. Fidati.

Il quartiere di Renata era diverso. Case basse con giardini, vecchi lampioni, marciapiedi larghi. La sua casa aveva un cancello nero e un vialetto di pietre che attraversava un prato tagliato corto. La porta di rovere si aprì prima ancora che bussassimo.

—Scusate, non ho ancora le scarpe —disse lei, guardandoci scalza dalla soglia.

Indossava un paio di jeans verdi, una blusa rosa e aveva i piedi avvolti in calze gialle. I capelli ramati le cadevano fino a metà schiena. Era più alta di quanto mi aspettassi. E molto più bella. La blusa le si incollava alle tette e i capezzoli le spuntavano duri sotto il tessuto, mentre i pantaloni le abbracciavano un culo rotondo, alto, di quelli che ti viene voglia di mordere.

—Non c’è nulla di cui scusarsi, regina mia —rispose Camilo, e le diede un bacio su ogni guancia con una confidenza che a me sarebbe costata anni ottenere.

Lei mi piantò lo sguardo addosso e mi percorse dall’alto in basso senza nascondersi, fermandosi un lungo secondo sul rigonfiamento nei miei pantaloni prima di risalire al mio viso.

—Allora tu sei Mateo. Entrate, entrate, la cena è pronta.

***

Dentro la casa era tutta un’altra cosa. Pareti bianche, pavimenti lucidi, mobili scuri di buon legno. Quadri con paesaggi su ogni parete. Un tappeto enorme nel salotto. Una stanza in fondo con la porta socchiusa e una luce calda all’interno. Camilo si tolse le scarpe come se fosse a casa sua, si slacciò la cintura e crollò sul divano. Io mi sedetti con cautela, come se potessi rompere qualcosa.

Renata ci servì succo di pesca e due piatti di lasagna che riempirono la tavola di un odore di pomodoro e formaggio fuso che mi fece pensare alla sala da pranzo di mia nonna. Mangiammo lentamente. Parlammo di cose stupide: il tempo, il traffico, i vicini rumorosi di Camilo. Io quasi non aprivo bocca. Quando lei mi chiese del mio lavoro, risposi a frasi brevi, guardando il piatto.

—E la ragazza, Mateo? —chiese a un certo punto.

—No. È da un po’ che non ne ho una.

—Meglio —disse, mordendosi il labbro—. Così ti tengo vergine per quello che piace a me.

Ogni tanto Camilo alzava il bicchiere e lasciava cadere commenti che non capivo del tutto. Parlava di buchi stretti, di cazzi grossi, di culi che si aprivano piano con il dito. Renata rideva e si passava la lingua sui denti. Io ridevo senza sapere bene di cosa. Avevo la sensazione di stare guardando un film in una lingua che non padroneggiavo.

—Vado un momento in bagno —disse lei, alzandosi—. Voi aspettatemi nella stanza. Non scappate, eh?

Camilo si alzò in piedi. Mi fece un cenno con la testa per farmi seguirlo. Camminai dietro di lui lungo il corridoio, entrai nella stanza in fondo e vidi un enorme letto matrimoniale coperto da un copriletto bordeaux. Un comodino per lato. Una lampada bassa. La porta si chiuse a metà.

—Mateo —disse, mettendomi una mano sulla spalla—. Prima che entri Renata, devo dirti una cosa.

—Che c’è.

—Mi piacciono gli uomini. E le donne. Entrambi, allo stesso modo. E mi piace scoparli tutti e due, se si può.

Lo disse lentamente, guardandomi negli occhi. Io annuii perché non sapevo cos’altro fare.

—Renata da tempo mi chiede di organizzare una cosa del genere. Le si accende la figa a guardare due uomini mentre si scopano tra loro. Vuole vedere un cazzo che entra in un culo, nei minimi dettagli, e in più vuole farsi scopare mentre guarda. Per questo ho portato te. Non è che ti abbia scelto a caso.

—Aspetta. Tu vuoi…?

—Voglio infilartelo, sì. Nel culo, piano, fino in fondo. E voglio che poi lei ti succhi il cazzo con la mia sborrata ancora dentro di te. Ma non ti obbligo a niente. Se dici di no, ceniamo, ti riporto a casa e qui non è successo niente. Ma se vuoi andare a letto con lei, sarà solo dopo che ci avrà visti insieme. È la sua condizione.

Rimasi in silenzio a lungo. Sentivo la testa piena di cotone. Pensai di alzarmi e uscire a piedi sotto la pioggia. Pensai a come avrei spiegato tutto a Camilo lunedì in cantiere. Pensai a Renata, seduta di fronte a me durante la cena, che mi fissava la bocca.

—Fa male? —chiesi infine.

—Con il lubrificante, no. Ne ho uno con effetto anestetico. Te lo metto prima con il dito, uno, poi due, poi tre, e quando ti senti aperto ti infilo il cazzo piano piano. Non ho mai fretta.

—Non sono mai stato con un uomo.

—Lo so. Per questo farò attenzione. Te lo metterò così piano che sarai tu a chiedermi di mettertelo tutto.

La porta si aprì. Renata entrò in lingerie nera e rossa, scalza, con i capelli raccolti in uno chignon improvvisato. Il reggiseno le alzava le tette e le scavava un solco profondo in mezzo, e lo slip era una striscia sottilissima che le copriva appena la figa. Profumava di qualcosa di dolce, di fiori recisi. Si fermò tra noi due e ci guardò come una maestra che osserva nuovi alunni.

—Allora? Vi siete messi d’accordo? —chiese.

—Ci stiamo lavorando —disse Camilo.

—Deciditi, Mateo. Se te ne vai, non succede nulla. Se resti, non si torna indietro. Ti faremo cose che non dimenticherai più.

Dei salivai. Annuii.

—Resto.

***

Si avvicinò prima a me. Mi passò le mani intorno al collo, mi slacciò i bottoni della camicia uno per uno, me la sfilò dalle spalle. Poi fece lo stesso con Camilo, senza mai smettere di guardarmi. Io non sapevo dove mettere le mani. Le lasciai penzolare ai lati come un burattino.

—Tranquillo, amore mio —mi sussurrò—. Andiamo piano.

Mi slacciò la cintura, mi aprì i pantaloni, mi lasciò in mutande. Camilo era già in boxer, e la differenza tra i due era difficile da ignorare. A lui si vedeva una verga lunga, grossa, che tirava il tessuto del boxer in avanti e verso il basso come un pendolo carico. La mia, per quanto ci avesse del suo, sembrava quella di un ragazzino a confronto di quella. Renata mi strinse con delicatezza sopra il tessuto e me la prese tutta in mano, misurandomela. Poi strinse lui e gli fece uscire il cazzo sopra l’elastico, lasciandolo all’aria, rigido, con la punta grossa e violacea e una vena grossa che correva sotto. Lo fece più volte, confrontando, pesando, come se stesse scegliendo la frutta al mercato.

—Guardala —mi disse, afferrando il cazzo di Camilo con entrambe le mani—. Vedi cosa ti mangerai? Non avere paura, tesoro. Ti aiuto io.

Si inginocchiò tra noi due. Mi abbassò le mutande con i denti, e quando il mio cazzo schizzò fuori, duro, rosso, già gocciolante di una goccia spessa dalla punta, lei lo guardò un secondo e sorrise.

—Che bellezza te lo ritrovi, Mateo. Chiaro, dritto, da leccare piano piano.

E se lo prese in bocca fino in gola, tutto in una volta. Sentii il calore e l’umidità di colpo, la lingua che mi avvolgeva, il palato che mi schiacciava la testa. Dovetti aggrapparmi alla spalla di Camilo per non cadere. Mi succhiò dall’alto in basso, tirandomelo fuori fino alla punta, girandogli la lingua intorno alla corona, e ingoiandolo di nuovo intero. Le si riempiva la bocca di saliva e le colava dal mento fino alle tette.

—Mateo, ti hanno mai toccato qui? —chiese, facendomi scorrere la mano lungo la schiena fino più giù e piantandomi un dito in mezzo alle natiche, sopra il culo, premendo.

—No.

—Te l’immaginavi?

—Non molto.

—Bene. Adesso immagina. Perché Camilo te lo infilerà e io guarderò mentre te lo infila, mentre continuo a succhiarti il cazzo così non vieni troppo presto.

Camilo tirò fuori dalla tasca dei pantaloni due flaconcini. Uno con un liquido viscoso che sapeva di cocco, l’altro con una crema chiara che mi spalmò sul cazzo senza dire una parola. Me la passò lentamente, dalla base alla punta, avvolgendolo con tutta la mano e massaggiandomi. Sentii prima freddo, poi tepore, poi una strana sensazione di intorpidimento che mi lasciò duro ma distante dalla mia stessa pelle. Come se il cazzo mi appartenesse ma non lo sentissi del tutto mio.

—È il ritardante —mi disse—. Resisterai. Ti scoperai Renata per mezz’ora senza venire, parcero. Te lo firmo.

Renata si sdraiò sul letto, aprì le gambe, mi fece cenno di inginocchiarmi tra esse. Le abbassai il tanga con impaccio e glielo sfilai dalle caviglie. Aveva la figa quasi del tutto depilata, con una sottile striscia di peli ramati sopra, le labbra gonfie e divaricate, lucide, già bagnatissime. Rimasi a guardarla un secondo, senza osare. Le baciai l’interno della coscia perché non sapevo cos’altro fare, e scesi piano fino a posarvi la bocca.

Lei mi afferrò per i capelli e mi portò il viso dove voleva, schiacciandomi contro la sua figa fin quasi a togliermi il fiato.

—Succhiami, Mateo. Succhiami il clitoride, sopra, sopra, così, con la punta della lingua. Sì, amore mio, così.

Obbedii. Le passai la lingua lentamente, cercando il bottoncino duro che le si era rizzato sopra, e quando lo trovai rimasi lì, facendogli dei giri, succhiandolo, mentre le infilavo due dita nel buco e sentivo tutto contrarsi dentro di lei. Era calda, così bagnata che le dita mi entravano senza resistenza e uscivano grondando un succo denso. La sentii rabbrividire sotto di me, sollevare i fianchi, schiacciarmi la testa con le cosce.

—Così, tontarello, così. Mettimi la bocca alla figa come se fosse una tetta.

Nel frattempo Camilo si sistemò dietro. Mi passò una mano sulla schiena, mi strinse le natiche, me le separò con una lentezza che mi fece tremare. Sentii il freddo del lubrificante colarmi tra le natiche, scendermi fino alle palle. Poi un dito, grosso, appoggiato sul mio buco, che girava in cerchio, premendo finché cedette ed entrò fino alla nocca. Rimasi immobile, con la faccia ancora tra le gambe di Renata, respirando dal naso.

—Rilassati, parcero —mi disse Camilo, muovendo il dito dentro—. Non ti tendere. Apri il culo. Lascia entrare.

Inserì il secondo dito piano, girandolo, aprendomi. All’inizio bruciò un po’, ma il lubrificante fece il suo lavoro e dopo pochi secondi non era più bruciore, ma una strana pressione, qualcosa di pieno, qualcosa che spingeva da dentro. Quando infilò il terzo, lasciai sfuggire un gemito contro la fica di Renata, e lei rise e mi strinse più forte i capelli.

—Ay, Mateíto, come stai godendo e non te ne accorgi nemmeno.

—Respira, amore mio —diceva Renata—. Guardami.

Alzai lo sguardo. Lei mi tenne lo sguardo per tutto il tempo in cui Camilo mi preparò. Non mi lasciò chiudere gli occhi. Non mi lasciò nascondermi. Ogni volta che cercavo di abbassare la testa, mi prendeva il mento e me lo rialzava.

—Qui. Rimani qui con me. Guardami negli occhi mentre Camilo ti apre il culo.

Quando Camilo tirò fuori le dita e appoggiò la punta del cazzo sul mio buco, sentii il rigonfiamento largo, tondo, premere. Mi aggrappai alle lenzuola. Lui mi strinse i fianchi con entrambe le mani e spinse, piano, dandomi tempo. La testa entrò di colpo, con un bruciore tagliente che mi fece stringere i denti, e rimasi senza fiato per un secondo. Poi spinse ancora un po’, un centimetro, poi un altro, poi un altro ancora, finché sentii le sue palle contro le mie.

—È dentro, parcero —disse, con la voce roca—. Sono fino in fondo. Respira.

Non fu dolore. Nemmeno piacere, esattamente, all’inizio. Fu una presenza. Un riempimento. Qualcosa che occupava un posto che non sapevo di avere, premendo su qualcosa dentro di me che mi mandava una strana corrente fino alla punta del cazzo. Renata continuava a guardarmi, con un sorriso teso, e si infilava due dita nella fica per farmelo vedere.

—Stai bene? —mi chiese lui, con la voce più bassa che gli avessi mai sentito.

—Sì —dissi—. Continua.

Si mosse piano. Così piano che faceva fatica a credere che fosse lo stesso tipo che in cantiere sollevava sacchi da cinquanta chili come se fossero pane. Me lo tirava quasi tutto fuori, fino alla corona, e me lo rimetteva dentro fino in fondo, con un ritmo lungo, regolare, che mi faceva digrignare i denti poco a poco. Ogni spinta era una domanda, e ogni domanda aspettava la mia risposta prima di andare avanti. Quando qualcosa dentro di me si sistemò e il bruciore si trasformò in un brivido denso che mi saliva lungo la schiena, cominciai a spingere il culo indietro per cercarlo.

—Ecco, Mateo —mormorò Camilo—. Scopami anche tu. Muoviti.

Io continuavo con la bocca su Renata, che adesso mi teneva la testa con entrambe le mani e mi diceva cose a bassa voce che capivo solo a metà.

—Così, amore mio. Resta così. Dai, succhiami più forte. Mettimela, la lingua, mettimela tutta.

***

Non so in quale momento smisi di pensare.

Ci fu un istante in cui il corpo cominciò a rispondere prima della testa. Camilo trovò un ritmo e io lo trovai con lui, spingendo il culo indietro ogni volta che lui spingeva in avanti, sfregando pelle contro pelle con un rumore umido che riempiva la stanza. Renata si sedette sul bordo del letto, si aprì la figa con le dita, e mi fece entrare in lei con una facilità che mi spaventò per quanto bene si sentì. Era calda, morbida, aperta, e allo stesso tempo mi stringeva il cazzo come se lo stesse mungendo centimetro per centimetro. La penetravo piano, fino in fondo, e sentivo il collo dell’utero colpire la punta.

—Mettimela tutta, Mateo. Non avere paura. Spaccami la figa.

E Camilo mi seguì da dietro, come se fossimo tutti e tre un unico pezzo in movimento. Ogni volta che lui me lo piantava nel culo, io glielo piantavo nella figa. Ogni volta che uscivo io, usciva con me anche lui. Eravamo un treno, un meccanismo, una macchina a tre corpi che si muoveva da sola.

Il ritardante fece il suo effetto. Resistetti. Resistetti molto più di quanto avessi mai resistito in tutta la mia vita. Renata mi passava le unghie sul petto, mi mordeva l’orecchio, mi pizzicava i capezzoli fino a farmi sussultare, mi sussurrava nell’orecchio quello che voleva che le facessi.

—Scopami, Mateo. Più forte. Spaccami. Mettimela fino in fondo, papà. Che ti si riempia il cazzo del mio succo.

Camilo mi afferrava la vita e mi marcava il tempo, tirandomi indietro per infilarmele tutto d’un colpo, togliendomi il fiato in un solo colpo. La testa mi girava. La stanza odorava di sudore, di sesso, di figa bagnata, di quella miscela dolce e acida che esce da tre corpi che scopano insieme. Io non ero più io. Ero una cosa nuova, fatta tra i tre, che non sapeva bene dove cominciasse né dove finisse.

La cambiammo di posizione. Renata si mise a quattro zampe in mezzo al letto, con il culo alzato, e mi fece mettermi sotto di lei per succhiarle le tette mentre Camilo continuava a scoparmi da dietro. Poi lei montò me, si sedette sul mio cazzo di colpo, fino in fondo, e cominciò a saltarmi sopra come se stesse cavalcando, con le tette che mi rimbalzavano in faccia, mentre Camilo si mise di lato e le infilò il cazzo in bocca. La vidi succhiarlo tutto, con gli occhi lucidi, ingoiandolo fino alla gola mentre io restavo ancora dentro di lei.

—Succhialo, amore mio —le disse Camilo, tenendole la testa—. Succhiami come sai fare.

Lei lo sfilò un secondo, lucido di saliva, e passò la lingua lungo la vena.

—Stanotte me la spaccate tutti e due, papà. Tutti e due insieme.

E fu così. La rigirammo, la mettemmo di lato, io mi sdraiai sotto e lei si sedette sopra di me con la figa, e Camilo si sistemò dietro e cominciò a infilarglielo nel culo, piano piano, con pazienza, finché non fummo entrambi dentro di lei allo stesso tempo. Sentii il cazzo di lui attraverso la sottile parete che ci separava, muoversi contro il mio. Renata gridava, con gli occhi chiusi, mordendosi il labbro, con tutto il corpo che le tremava.

—Ay, Dio mio, tutti e due, tutti e due, non fermatevi, per favore non fermatevi.

Scopammo così per un bel pezzo, con un ritmo stretto, sincronizzati, mentre lei veniva una volta dopo l’altra stringendoci i due cazzi allo stesso tempo. Ogni volta che veniva, la figa si contraeva su di me come un pugno bagnato, e io dovevo stringere i denti per non svuotarmi dentro.

Quando venni, fu un grido sordo, come se mi avessero tolto il fiato di colpo. Scaricai tutto dentro la figa di Renata, fiotto dopo fiotto, sentendola contrarsi intorno a me. Camilo venne quasi nello stesso momento, con un ringhio basso, e attraverso la parete sentii come le riempiva il culo di latte caldo. Renata venne dopo di noi, con un lungo tremito, stringendosi al mio collo e conficcandomi le unghie nella schiena fino a farmi sanguinare. Restammo tutti e tre sovrapposti, appiccicosi, ansimanti, con la sborra che colava dappertutto, senza separarci, finché l’aria della stanza non tornò a sembrarci aria e non fu più fuoco.

Renata si lasciò cadere su un fianco e le uscì dalla figa e dal culo un getto denso di sperma mescolato che le macchiò il copriletto bordeaux. Ci mise due dita dentro, le bagnò, e se le portò in bocca sorridendo.

—Buono. Mateo ha la sborra dolce.

***

Non fu l’ultima volta di quella notte. Facemmo pause per bere acqua, per ridere di niente, perché Renata ci raccontasse storie di quando viveva da sola e insegnava danza il pomeriggio. Facemmo pause per ricominciare. La seconda volta fu Renata a mettersi sopra di me, a succhiarmi il cazzo fino a rimetterlo duro, e a cavalcarmelo piano, con le mani appoggiate sul mio petto, mentre Camilo si sdraiava di lato e le leccava il culo da dietro, aprendoglielo con i pollici e infilando dentro la lingua. La terza fu in bagno, contro le piastrelle azzurre, con Renata in piedi, una gamba appoggiata sul water, e io che la scopavo da dietro mentre Camilo me lo infilava di nuovo, questa volta senza più ritardante, sentendo tutto. Camilo mi chiese due o tre volte se stavo bene. Io risposi di sì, perché era vero.

Alle tre di notte ci fermammo. Ci lavammo a turno nel suo bagno dalle piastrelle azzurre. Avevo il culo aperto e bruciato, il cazzo irritato da tanto scopare, eppure mi sentivo leggero, vuoto, pulito dentro. Renata ci preparò il caffè. Lo bevemmo in cucina, in silenzio, tutti e tre con i capelli bagnati e i vestiti a metà. Lei si era messa una vestaglia corta e sotto non aveva nulla, e ogni volta che si chinava per servirci si vedeva tutto tra le gambe, gonfio, rosso, ancora un po’ gocciolante.

—Restate pure, se volete —disse—. C’è posto.

Camilo mi guardò. Io scossi la testa. Non era paura. Era che avevo bisogno di stare da solo un po’ per capire cosa fosse appena successo.

In macchina, al ritorno, quasi non parlammo. La pioggia era cessata. Le strade brillavano. Camilo guidava con una mano sul volante e l’altra appoggiata alla leva del cambio, e ogni tanto mi guardava di sottecchi.

—Ti sei arrabbiato? —chiese alla fine.

—No.

—Stai bene?

—Sono strano. Ma bene.

—È normale. La prima volta che uno si fa mettere così, resta un po’ sospeso.

Frenò davanti al portone della mia pensione. Spense il motore. Rimasi lì dentro ancora un secondo, senza voglia di scendere.

—Camilo.

—Dimmi.

—Si può rifare?

Rise piano. La sua risata, senza scherno.

—Quando vuoi, parcero. Quando vuoi.

Scesi dall’auto. Chiusi la portiera. Salì i tre gradini dell’ingresso, aprii la mia stanza, mi buttai sul letto senza spogliarmi. Mi profumava ancora la pelle di Renata, del lubrificante al cocco, del sudore di Camilo. Pensai che avrei impiegato un po’ ad addormentarmi. Mi addormentai subito, con la mano infilata nei pantaloni, stringendomi il cazzo molle come ci si stringe un ricordo.

Quella fu la prima volta. Non fu l’ultima.

Vedi tutti i racconti di Confessioni

Valuta questo racconto

Commenti

Sii il primo a commentare.

Lascia un commento

Accedi o crea un account

Scegli come vuoi continuare.