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Relatos Ardientes

La fantasia che ho realizzato quando la casa si è svuotata

Mi chiamo Damián, e voglio raccontare un’esperienza che, anche se vista da fuori può non sembrare niente di speciale, per me ha segnato un prima e un dopo. Ha cambiato il modo in cui vivo il mio desiderio, il mio corpo e il piacere. È stato come aprire una porta senza sapere cosa ci fosse dietro e trovarmi davanti una versione di me che aspettava da anni che la lasciassi uscire.

In quel periodo vivevo ancora con i miei, quindi non avevo la libertà di accendere il computer quando mi pareva, abbassare le luci e abbandonarmi tranquillo a quello che sentivo. Dovevo aspettare quei momenti strani in cui la casa restava in silenzio, senza nessuno vicino. E comunque, molte volte, l’impulso era più forte della prudenza.

C’erano notti in cui non riuscivo a resistere. Mi chiudevo dentro, mi mettevo le cuffie per non fare rumore e navigavo con una mano sul mouse e l’altra infilata dentro i pantaloni, stringendomi il cazzo duro, sempre con un occhio sullo schermo e l’altro fisso sulla porta, attento a qualsiasi passo nel corridoio. A volte non andavo oltre il guardare, con la verga che mi pulsava contro il palmo e la tensione che mi saliva per tutto il corpo. Altre volte me la tiravo fuori di colpo, me la lavoravo veloce con la mano stretta, mordendomi le labbra per non fare rumore, e venivo in un pugno di tovaglioli con il cuore in gola, lo sperma denso che mi usciva a fiotti mentre trattenevo ogni gemito.

Ma c’erano anche quelle poche volte quasi miracolose in cui restavo completamente solo. Quelli erano momenti diversi. Lì potevo davvero lasciar andare tutto il desiderio accumulato, abbassare il volume del mondo esterno e alzarlo al mio piacere. Mi preparavo, sceglievo con calma quello che avrei guardato, e mi abbandonavo senza fretta. Mi toglievo tutti i vestiti, mi buttavo sulla sedia con le gambe aperte e mi accarezzavo il cazzo lentamente, godendomi ogni secondo, facendo edging una e un’altra volta, lasciandolo gonfiare finché la punta non mi diventava violacea e una goccia densa di liquido mi colava dal glande. Quando finalmente mi lasciavo arrivare, venivo con spasmi lunghi, con lo sperma che mi schizzava fino al petto, gemendo forte perché nessuno poteva sentirmi.

***

Tutto iniziò la notte in cui scoprii un sito dedicato ai contenuti erotici. Non era uno come gli altri. Aveva qualcosa di assuefacente, con sezioni e categorie che risvegliavano curiosità che nemmeno sapevo di avere dentro. All’inizio volevo solo guardare. Mi creai un account senza pensarci troppo, solo per aprire alcuni post che richiedevano la registrazione. Compilai i dati con poca voglia, senza immaginare che stavo aprendo la porta a qualcosa di molto più profondo.

I giorni successivi li passai preso, esplorando ogni angolo di quel sito che aveva qualcosa di difficile da spiegare. I post erano vari: foto, video, testi, alcuni durissimi, altri più allusivi, ma tutti con la stessa intenzione di provocare. C’erano tipe che si mostravano la fica spalancata con le dita, tette enormi che colavano olio, culi appoggiati contro la telecamera, video di ragazze che succhiavano cazzi a bocca piena, leccando le palle, ingoiando la sborrata fino all’ultima goccia. Ogni pubblicazione riceveva punti dagli utenti, e questo faceva sì che chi caricava contenuti si impegnasse a mostrare il meglio.

Scoprii che c’era una classifica con i contenuti più apprezzati, e mi perdevo in quelle liste: i preferiti dell’anno, del mese, della settimana, fino a finire a controllare i più visti del giorno. Diventò un rituale. Entravo, sceglievo una categoria in base a quello che mi eccitava in quel momento, e mi lasciavo andare. Ore a guardare, desiderare, esplorare, con il cazzo durissimo in mano quasi tutto il tempo. A volte mi bastava quello: accarezzarmelo piano, senza venire, lasciando che il desiderio si accumulasse dentro di me. Altre volte scaricavo tutta la tensione di colpo, venendomi con un gemito trattenuto e lo schermo ancora acceso, guardando una sconosciuta infilarsi due dita nella fica mentre io mi svuotavo nella mano.

Il giorno dopo, la stessa cosa. Come se qualcosa dentro di me chiedesse di tornarci, ancora e ancora.

***

Dato che avevo già percorso più volte tutte le sezioni, trovavo sempre qualcosa di nuovo che mi portava, quasi senza scampo, a finire come ogni giorno. Ma c’era una categoria che avevo sempre saltato. Le poche volte che mi compariva qualcosa da lì erano foto di uomini che si mostravano, e sinceramente non mi eccitava. Così come esisteva una zona in cui le donne caricavano immagini e video di sé stesse, dal più soft al più esplicito, ce n’era un’altra per gli uomini. Ognuno mostrava quello che voleva, fino a dove voleva: cazzi duri, sborrate in camera, tipi che si masturbavano. Io non le avevo mai dato attenzione.

Finché un giorno, senza cercarlo, tutto cambiò.

Ero annoiato davanti al computer, con tutta la mia famiglia che girava per casa. Una di quelle situazioni impossibili: quattro persone intorno e, in più, tra poco dovevo uscire per una commissione. Eppure entrai nel sito, più per abitudine che per altro. E la prima cosa che mi apparve fu il post di un tipo che mostrava il corpo.

Era in piedi, in una stanza con luce soffusa, e aveva un’aria sicura, rilassata. Il corpo nudo, fermo, il cazzo che gli pendeva grosso tra le gambe, con quell’atteggiamento tra il provocante e il naturale che hanno quelli che sanno di essere desiderabili. Non mi fermai a guardarlo troppo. Però qualcosa di quell’immagine mi rimase in testa. Non perché mi eccitasse vederlo lui, ma perché all’improvviso mi attraversò un’idea.

E se fossi io quello che carica una foto così?

Cosa succederebbe se mostrassi il mio corpo, il mio cazzo duro, il mio culo? Se qualcuno, dall’altra parte, si eccitasse con una mia immagine? Se una donna, vera, sconosciuta, curiosa, entrasse nel mio post, si fermasse per qualche secondo e si infilasse la mano nelle mutande pensando a me?

L’idea mi piacque. La fantasia di essere desiderato mi accendeva più di qualsiasi video. Che qualcuno si eccitasse guardando la mia pelle, il mio cazzo, il mio aspetto. Che fantasticasse su di me, che si masturbasse con le mie foto, che venisse con le dita infilate nella fica desiderandomi. Che le tremassero le gambe mentre scriveva un commento anonimo raccontandomi che moriva dalla voglia di succhiarmi il cazzo, di sentire la mia sborrata in bocca, di farselo mettere fino in fondo. La sola idea mi fece diventare duro come una pietra. Mi si disegnava il rigonfiamento contro i pantaloni, pulsante, e non avevo ancora fatto niente.

***

I giorni successivi furono un miscuglio strano. Quando ero a casa e trovavo un momento da solo, continuavo come sempre: sedermi davanti allo schermo, girare tra le sezioni, lasciarmi trascinare fino a venire. Ma qualcosa era cambiato. Quando non ero davanti al computer, l’idea di quel mio post tornava senza sosta. Mi veniva in mente mentre camminavo per strada, mentre ero in autobus, mentre cenavo con la mia famiglia. Perfino a letto, prima di addormentarmi, quando il corpo cominciava ad allentarsi, quella fantasia diventava sempre più nitida e più forte, e finivo con la mano sotto le lenzuola, a segarmelo piano fino a venire sulla mia pancia, immaginando occhi anonimi piantati su di me.

Immaginavo tutto: che foto avrei scattato, quale parte del mio corpo avrei mostrato per prima, se il rigonfiamento ben visibile negli slip o direttamente il cazzo fuori, duro, puntato verso la camera. Pensavo alle angolazioni, alla luce, alla posa. Mi chiedevo quanta gente l’avrebbe visto, quante donne si sarebbero aperte le gambe guardandomi, quante si sarebbero infilate le dita nella fica fino a venire con la mia immagine accesa sullo schermo. Quanti tipi pure, perché no, se lo sarebbero afferrato guardando la mia verga e sarebbero venuti pensando di ingoiarsela.

Era diventata un’ossessione.

Non era solo per arrivare. Era qualcosa di più profondo, qualcosa che aveva a che fare con l’essere visto, con l’essere desiderato, con il provocare sborrate dall’altra parte dello schermo. La sola idea mi generava un miscuglio strano: un formicolio nel petto, una scarica elettrica lungo tutto il cazzo e una tensione impossibile da ignorare ogni volta che la fantasticavo.

Passarono tre o quattro giorni così, con l’idea che mi girava in testa continuamente, eccitandomi più di qualsiasi immagine. Finché, all’improvviso, il destino mi fece l’occhiolino. Stavamo pranzando in famiglia, una scena normalissima, quando mia sorella, tra un boccone e l’altro, chiese il permesso di uscire quella sera al cinema con delle amiche e fermarsi a dormire a casa di una di loro.

Io ero nel mio mondo, a fantasticare sulle foto che mi sarei fatto, finché non sentii la sua voce. Mi raddrizzai un po’ sulla sedia, girai lentamente la testa verso mio padre e aspettai la risposta. Ma non era la risposta che aspettava mia sorella. Era quella che aspettavo io, con un’ansia quasi infantile. Solo che quello che volevo io non era un’uscita. Era qualcosa di molto più intimo. Più morboso.

Perché se mia sorella se ne andava, e i miei genitori — come già sapevamo da settimane — se ne andavano anche loro a quella festa organizzata da tempo, allora quella notte la casa sarebbe rimasta vuota. Vuota e solo per me.

Quel «sì», quando finalmente arrivò, non fu soltanto un permesso di famiglia. Fu un segnale. La conferma che quella notte, finalmente, arrivava il momento tanto atteso.

Quella notte sarebbe stata la notte. Quella della mia prima sessione di foto. Il mio primo post. La mia prima volta a esibirmi al mondo.

***

Quel pomeriggio, dopo pranzo, avevo le lezioni. Non ricordo di che materia, ma ricordo benissimo che non ascoltai una sola parola della professoressa né dei miei compagni. Avevo la testa altrove. Potevo pensare solo a quello che sarebbe successo quella sera, a me, al mio corpo, a come avrei mostrato il cazzo, alla sborrata che avrei lasciato davanti alla camera. Mi si drizzava di continuo, dovevo incrociare le gambe sotto il banco per dissimulare.

Quando tornai a casa mancavano ancora diverse ore prima che se ne andassero tutti. I minuti passavano lenti, disperatamente lenti, come se il tempo si allungasse apposta per prendermi in giro. Ogni rumore, ogni movimento, ogni minuto che passava mi avvicinava un po’ di più e mi lasciava sempre più eccitato. Sentivo già il rigonfiamento che mi pulsava nei pantaloni, la punta del cazzo bagnata di puro desiderio.

Finalmente, le amiche di mia sorella passarono a prenderla. Mentre i miei genitori finivano di prepararsi, io mi muovevo per casa con un misto di ansia ed eccitazione. Quando li vidi salire in macchina e allontanarsi lungo la strada, seppi che non c’era più ritorno. Ero solo. Completamente solo.

Avevo già pronto il vestito che avrei usato. Avevo scelto l’angolo della casa, pensato agli angoli, alla luce, a tutto. Mi ero costruito la scena nella testa più e più volte negli ultimi giorni, e adesso l’avrei resa reale. Chiusi la porta a chiave, e fu come premere un interruttore dentro di me. Sentii il cazzo indurirsi di colpo, gonfiarsi contro i jeans, teso, pulsante, come se il corpo stesse aspettando proprio quel segnale. Mi attraversò un’ondata di desiderio dalla testa ai piedi, intensa, elettrica, con il cazzo così duro che mi faceva male. Stavo per spogliarmi e mettermi in mostra.

Entrai in camera mia e cercai gli slip che avevo in mente. Mi tolsi i pantaloni e la biancheria. Il cazzo saltò fuori duro, puntando al soffitto, con una goccia densa di precum che mi scivolava dal glande. Me lo afferrai per un secondo, strinsi la base, sentii il battito nel palmo. Mi trattenni. Non era ancora il momento di venire. Mi misi gli slip: neri, di un tessuto sottilissimo, morbido e leggero, quasi trasparente, che lasciava vedere parecchio di quello che c’era sotto. Il cazzo duro faceva un rigonfiamento osceno contro la stoffa, disegnandosi tutto, la punta che spingeva verso l’alto come volesse rompere il tessuto.

Sopra mi misi un jeans un po’ consumato e basta. Con quello iniziai a scattare le prime foto. Mi tremavano un po’ le mani, ma il corpo mi chiedeva di andare avanti.

***

Cominciai davanti allo specchio, a figura intera, scalzo, con i jeans addosso e il torso nudo. Sono alto un metro e settantotto, e in quel periodo mi allenavo parecchio, quindi ero definito: gli addominali si vedevano e le braccia sembravano solide. Non lasciai vedere i miei occhi marroni né i miei capelli corti e scuri. Mostrai solo fino al naso, la bocca e una barba di un paio di giorni.

C’era qualcosa in quell’immagine parziale, nel mostrare senza mostrare del tutto, che mi eccitava ancora di più. Scattai alcune foto di fronte e altre di profilo. Poi slacciai i bottoni della patta, piano, come se stessi facendo uno striptease a me stesso. Il cazzo, che era ancora duro, spinse subito contro la stoffa appena la pressione dei pantaloni si allentò. Immortalai gli slip stretti, il rigonfiamento grosso che si disegnava per intero, la forma della verga che si marcava contro il tessuto sottile, la punta già umida da una macchia scura di precum che aveva attraversato la stoffa.

Poi abbassai completamente i pantaloni e continuai. Solo con gli slip, quasi trasparenti, aderenti al corpo, che segnavano ogni rilievo. Si vedeva tutto: il cazzo gonfio, i coglioni stretti contro la stoffa, perfino il pelo scuro che trapelava. Mi accarezzai sopra gli slip, strinsi il cazzo con il palmo aperto, lo sentii pulsare contro la mano. Il desiderio si mescolava con l’adrenalina e mi costava stare fermo tra uno scatto e l’altro. Ogni volta che la stoffa sfregava contro il glande mi saliva uno spasmo, una puntura calda alla base della pancia, e dovevo respirare a fondo per non venire lì sul posto.

Ero ancora duro come all’inizio, pulsante, impossibile da ignorare. Era arrivato il momento di mostrare quello che volevo mostrare. Abbassai un po’ gli slip e lasciai uscire la punta. Il cazzo uscì spingendo da solo, gonfio, rosso, lucido per il precum che già mi colava addosso. Mi feci alcune foto così, con la stoffa che mi stringeva ancora la base, come se stesse lottando per contenere quello che non riusciva più a trattenere. Sembrava osceno, esibito, offerto, con la pelle tesa e le vene in rilievo.

Poi abbassai ancora un po’ gli slip, fino a liberarmi del tutto. La verga saltò fuori dura e pulsante, con i coglioni pesanti che pendevano sotto. La luce della stanza le dava un bagliore caldo, e ogni angolazione sembrava esaltare qualcosa di diverso: la curva del glande, lo spessore del tronco, le vene gonfie che correvano di lato. Ero così eccitato che quasi non avevo bisogno di toccarmi per mantenere la tensione, ma lo feci comunque, mi accarezzai dalla base alla punta, spalmai il precum su tutto il glande e mi scattai foto con la mano chiusa attorno al cazzo, stringendomelo.

Feci scatti da lontano, in campi larghi davanti allo specchio, e poi mi avvicinai: primi piani, dettagli, ombre. Il cazzo che colava, bagnato, lucido sotto la luce. Foto del glande gonfio, della punta che si apriva, dei coglioni stretti. Il desiderio trasformato in immagine.

E allora arrivò il passo finale. Mi tolsi completamente gli slip e rimasi totalmente nudo davanti allo specchio. Mi guardai. Mi desiderai anch’io un po’: il corpo definito, la pelle tesa, il cazzo in tiro puntato verso di me nel riflesso, lucido, pulsante, osceno. Mi passai la mano sul petto, scesi sugli addominali, mi afferrai il cazzo e me lo lavorai piano, godendomi ogni colpo di mano. Scattai altre foto, alcune con la mano sul cazzo, altre con la mano lontana e la verga sola nell’aria, dura, offerta da sola alla camera. Mi voltai persino e feci un paio di foto di schiena, mostrando il culo, piegandomi appena per far vedere tutto. Non mi ero mai esposto così, nemmeno a me stesso.

Ero lì, nudo, eccitato, con il corpo che pulsava e la macchina fotografica piena di immagini che, fino a pochi giorni prima, esistevano solo nella mia testa.

Il mio primo post stava per nascere.

Ma quello, e quello che venne dopo, che fu ancora più intenso, lo racconterò in un altro capitolo.

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