La notte in cui uscii al parco senza niente sotto
È stata una di quelle notti in cui il corpo non chiede il permesso. La stanza odorava d’estate, le lenzuola mi si appiccicavano alla pelle, e quel calore strano che non ha nulla a che vedere con la temperatura mi ha svegliata di colpo alle tre del mattino. Sono rimasta a fissare il soffitto per qualche minuto, ascoltando il silenzio del palazzo, il ronzio lontano dell’aria condizionata del vicino di fronte.
L’umidità tra le gambe non era una novità, ma quella notte era diversa: più intensa, più insistente. Sentivo la fica fradicia, le labbra gonfie incollate l’una all’altra, quella pulsazione densa che scende dal clitoride e si insedia lì senza darmi tregua. Come se il corpo avesse accumulato per settimane qualcosa che avevo scelto di ignorare con troppa facilità.
Mi sono alzata senza fare rumore. Sono andata in bagno, ho bevuto acqua direttamente dal rubinetto e, tornando indietro, sono passata davanti allo specchio del corridoio. Mi sono fermata un momento. Indossavo la camicia da notte di cotone che uso sempre per dormire: nera, aderente sul busto, corta fino al punto che qualunque movimento brusco rivelava quanto fosse più decorativa che funzionale. Mi sono guardata. Ho guardato la camicia da notte. Ho guardato le mie gambe. I capezzoli spiccavano duri sotto la stoffa, due punte scure che salivano e scendevano con il respiro. Mi sono morsa il labbro.
Solo qualche minuto fuori. Solo prendere un po’ d’aria.
Mi sono detta così.
Non ho messo niente sotto.
Ho infilato i sandali più facili da calzare che ho trovato accanto alla porta e sono uscita in corridoio senza fare rumore, lasciando la porta socchiusa.
***
Il parco all’angolo era vuoto, come sempre a quell’ora. I lampioni distribuivano una luce arancione e diffusa, quella che non finisce di illuminare ma non lascia nemmeno nell’oscurità completa. C’era qualcosa, in quello stato intermedio, che mi piaceva: visibile ma non troppo. Presente ma senza testimoni concreti.
Ho camminato lentamente lungo il sentiero di cemento che costeggia l’interno del parco. A ogni passo la camicia da notte si muoveva. La sentivo sfiorarmi le cosce, salire un po’ seguendo il movimento dei fianchi, sistemarsi e poi risalire. L’aria dell’alba arrivava senza chiedere il permesso da ogni direzione e, trovando che tra lei e la mia pelle non c’era nulla, me lo faceva sentire. La fica era fradicia prima ancora che arrivassi alla prima panchina. Sentivo il fluido accumularsi tra le labbra, sentivo una goccia tiepida cominciare a scendere lungo la parte interna della coscia. Ero umida e ne ero consapevole, cosa diversa rispetto alle altre notti.
Sono avanzata un po’ verso il fondo, dove il sentiero curva e i cespugli formano una piccola barriera tra la panchina di legno che si trova lì e il resto del parco. Non è un luogo completamente nascosto: chi passa sul sentiero principale può vederlo, se guarda. Ma dà quella sensazione di relativa intimità che manca all’ingresso, quell’ambiguità tra il privato e l’esposto che quella notte mi risultava più attraente di quanto avrei ammesso di giorno.
Mi sono seduta. Il freddo del legno è arrivato dritto alla parte posteriore delle cosce e mi ha fatto trattenere il respiro per un secondo. La camicia da notte era salita quando mi sono seduta e non ho fatto nulla per tirarla giù. Ho accavallato le gambe. Le ho premute con cautela, sentendo quel piccolo sfregamento del clitoride gonfio contro la coscia, quella pressione che non risolve niente ma che per qualche secondo mette tutto in pausa.
Ho inarcato la schiena. Ho chiuso gli occhi.
Non c’era nessuno. Il parco era ancora immobile. Un gatto ha attraversato l’altro capo del sentiero ed è scomparso tra i cespugli. In lontananza, il rumore di un’auto. Nient’altro.
Eppure, sapere che qualcuno avrebbe potuto comparire da un momento all’altro, che una persona a spasso con il cane a un’ora assurda o semplicemente incapace di dormire avrebbe potuto attraversare quel parco e trovarmi lì, seduta con la camicia da notte sollevata fino ai limiti del ragionevole e la fica nuda appena nascosta dalla posizione delle gambe accavallate, mi accese in un modo che non mi aspettavo. Non con paura. Con qualcosa di completamente diverso.
Ho fatto scivolare lentamente una mano lungo la coscia. Le dita sono arrivate alla zona umida prima ancora che prendessi una decisione consapevole. La fica era aperta, gonfia, grondante in abbondanza. Ho passato due dita sulla fessura dal basso verso l’alto e le ho sentite lucide, appiccicose, ricoperte di umori fino alle nocche. Ho sfiorato appena il clitoride con il polpastrello e tutto il corpo ha avuto un sussulto, come se mi avessero dato una piccola scossa elettrica. Mi sono morsa il labbro per non gemere ad alta voce.
Mi sono accarezzata appena. In superficie. Ho fatto girare il dito medio sul cappuccio gonfio, molto lentamente, sentendolo diventare sempre più duro sotto la pressione. Ho infilato la punta di un dito nell’ingresso della fica, solo fino alla prima nocca, e ho sentito le pareti stringersi subito, desiderose di altro. Quanto bastava per confermare ciò che già sapevo e far salire di un altro gradino quella pressione interna. Poi ho ritirato la mano e mi sono portata le dita alla bocca. Le ho succhiate lentamente, assaporando il mio stesso sapore: denso, salato, intenso.
Non ancora.
Mi sono costretta ad aspettare. Ho appoggiato le mani sul legno freddo della panchina e ho respirato profondamente, guardando i rami sopra la testa, il cielo scuro con le sue poche stelle sopravvissute all’inquinamento luminoso della città. La brezza arrivava a brevi ondate. Ogni volta che arrivava, la sentivo colpire direttamente la fica bagnata, rinfrescare l’umidità e far contrarre il clitoride per la pura anticipazione.
***
Ho cominciato a immaginare.
Non ho scelto io l’immagine. È arrivata da sola, come succede spesso quando il corpo prende da tempo le decisioni per conto proprio. Ho immaginato dei passi dietro di me. Lo scricchiolio della ghiaia sul sentiero. Una presenza che si avvicina senza fretta, che riconosce ciò che sta vedendo, che decide di non fingere di non vederlo.
Ho immaginato delle mani che scendevano dalle mie spalle, da dietro. Senza presentarsi, senza chiedere il permesso. Solo il peso e il calore di qualcosa di concreto. Ho immaginato di rimanere completamente immobile, con i palmi appoggiati sulla panchina, lasciando che quelle mani percorressero prima il davanti della camicia da notte sopra la stoffa, che sentissero i capezzoli tesi contro il cotone e li pizzicassero lentamente, facendoli ruotare tra pollice e indice fino a strapparmi un gemito trattenuto.
Ho immaginato che la stoffa si sollevasse.
Nella fantasia, una mano si infilava sotto la camicia da notte e scendeva dritta alla fica. Senza girarci intorno. Uno sconosciuto di cui non riuscivo a vedere il volto mi infilava dentro due dita in una volta sola, fino in fondo, e io stringevo i denti per non urlare. Le dita si muovevano dentro di me, grosse, sicure, sapendo cosa cercare, mentre il pollice mi premeva il clitoride con la giusta intensità. Mi piegavo in avanti sulla panchina. I palmi piatti sul legno. La camicia da notte sollevata sopra la vita, completamente inutile. Il culo sollevato, offerto. La brezza del parco colpiva direttamente il punto dove prima c’era solo stoffa. E quella presenza immaginata dietro di me si prendeva tutto il tempo, ritirava le dita, se le portava alla bocca per assaggiarmi e poi mi apriva completamente con entrambe le mani per guardarmi, per vedere la fica grondante e spalancata sotto la luce arancione del lampione. Sapeva che non mi sarei mossa, che sarei rimasta lì con le mani sulla panchina ad aspettare qualunque cosa fosse venuta.
E allora, nella fantasia, sentivo il cazzo. Duro, caldo, che premeva prima tra le cosce, scivolava tra le labbra fradice dall’alto verso il basso, imbrattandosi dei miei umori. Cercava l’ingresso. Lo trovava. E me lo infilava con una sola spinta, fino alle palle, strappandomi un ansito che non riuscivo a trattenere, anche se fossi stata in mezzo al parco, anche se chiunque avrebbe potuto sentirmi.
Ho lasciato uscire lentamente l’aria.
Avevo le nocche tese sul legno. Nella realtà, la camicia da notte era arrivata praticamente nella stessa posizione della fantasia: sollevata, inutile, decorativa. Sentivo l’umidità scendere lungo la parte interna della coscia, tiepida, costante. Il mio respiro era breve e controllato, il tipo di respirazione di chi sta trattenendo qualcosa. Il clitoride mi pulsava come se avesse un cuore tutto suo tra le gambe.
Mi sono resa conto che, se in quel momento qualcuno fosse passato sul sentiero, non ci sarebbe stato un modo ragionevole di spiegare la mia posizione. Piegata in avanti, con la testa china, le dita sul legno, la camicia da notte che copriva a malapena qualcosa, il culo quasi all’aria e la fica fradicia che brillava sotto il lampione. Era fin troppo evidente cosa stesse succedendo, anche se tecnicamente non stavo facendo nulla.
È stato questo a farmi alzare.
Sono tornata al sentiero principale, ho attraversato il parco a passi brevi e decisi e sono uscita in strada.
***
La strada per tornare a casa è durata forse quattro minuti. Quattro minuti che sono sembrati quaranta.
A ogni passo, la stoffa sfregava. A ogni passo, l’aria risaliva da sotto. Camminavo con le gambe più tese del solito e questo creava un proprio tipo di sfregamento, che non aiutava affatto a calmare ciò che avevo accumulato da quando ero uscita di casa. Il clitoride sfregava contro le labbra infiammate a ogni falcata e l’umidità era già scesa quasi fino al ginocchio in un filo tiepido. Sentivo il calore sulla parte interna delle cosce. Tiepido, persistente, lì a ricordarmelo a ogni passo.
Non ho incontrato nessuno.
Una parte di me ne è stata sollevata. Un’altra parte, quella che aveva immaginato passi sulla ghiaia alle proprie spalle, se ne è dispiaciuta per un breve istante.
Sono arrivata alla porta del mio palazzo con le mani che mi tremavano un po’ mentre cercavo le chiavi, non per il freddo ma per l’esatto contrario. Ho salito a piedi i tre piani perché non volevo aspettare l’ascensore. A ogni gradino la fica sfregava contro se stessa e, quando sono arrivata alla mia porta, ero sul punto di venire senza essermi toccata. Sono entrata nell’appartamento. Ho chiuso la porta.
Non ho acceso la luce.
Mi sono appoggiata con la schiena alla parete del corridoio, al buio, con la testa rovesciata all’indietro e il respiro ancora spezzato. L’intonaco era freddo contro le scapole. Sentivo il mio stesso battito nel clitoride, nei capezzoli, nella gola. Ho abbassato una mano e mi sono stretta tutta la fica con il palmo, senza muoverlo, solo facendo pressione, e l’umidità mi ha inzuppato la mano all’istante. Sono rimasta così per qualche secondo, semplicemente percependo.
Poi mi sono sollevata la camicia da notte con uno strattone, me la sono sfilata dalla testa e l’ho lasciata cadere sul pavimento. Sono andata nuda verso il soggiorno.
***
Il pavimento del soggiorno era fresco sotto le ginocchia quando mi sono inginocchiata. Non l’ho fatto con solennità. Non c’erano preparativi né rituali di alcun tipo. C’ero solo io, al buio, nuda, con il corpo che da ore mi chiedeva qualcosa di concreto e che avevo preferito continuare a rimandare.
Mi sono appoggiata all’indietro con le mani sul pavimento. Ho aperto le gambe completamente, senza pudore, fino a sentire tirare la parte interna delle cosce.
Mi sono toccata senza tanti giri di parole. Ho portato la mano destra dritta alla fica e ho affondato due dita fino in fondo. Le dita sono scivolate senza alcuna difficoltà perché mi preparavo da ore, consapevolmente o no. Il suono era osceno: uno sciabordio umido che riecheggiava nel soggiorno vuoto. Era caldo, umido, urgente. Ho cominciato a scoparmi con le dita, entrando e uscendo con forza, mentre con il pollice mi premevo il clitoride. Ho chiuso gli occhi e sono tornata sulla panchina di legno, con i palmi appoggiati a quello schienale freddo, con la camicia da notte sollevata, con la brezza che arrivava.
I passi immaginati sulla ghiaia.
Le mani che scendevano senza chiedere il permesso.
Il cazzo immaginato che si apriva la strada tra le mie natiche, mi cercava, entrava fino in fondo.
La sensazione concreta di essere completamente esposta in un luogo pubblico e di non muoversi.
Ho seguito con le dita il ritmo che chiedeva il corpo: lento all’inizio, lasciando che la tensione raggiungesse la sua altezza prima di liberarla. Infilavo tre dita, le tiravo fuori lucide di umori, le portavo al clitoride e tracciavo cerchi rapidi, poi tornavo giù. Con l’altra mano mi sono afferrata una tetta, mi sono pizzicata il capezzolo duro, ho tirato finché il dolore si è mescolato al piacere e mi ha strappato un gemito rauco. Il freddo del pavimento sotto le ginocchia contrastava con il calore che irradiava dalla fica verso l’esterno. Ho inclinato il busto in avanti, ho appoggiato la fronte vicino al pavimento, sono rimasta col culo per aria e entrambe le mani tra le gambe, scopandomi con tre dita di una mano mentre l’altra sfregava il clitoride senza fermarsi, sentendomi esattamente come mi ero immaginata al parco: aperta, offerta, presa.
Ho gemuto a bassa voce. Trattenuta. Come se fossi ancora fuori e qualcuno potesse arrivare da un momento all’altro. Come se lo sconosciuto della fantasia fosse inginocchiato dietro di me, me lo infilasse fino alle palle e mi afferrasse per i fianchi per tirarmi contro di sé.
È stato questo a mandare tutto definitivamente in pezzi.
L’orgasmo è arrivato accompagnato da un tremito che è cominciato nelle gambe ed è salito fino alle spalle, scuotendomi in ondate che hanno impiegato più tempo del previsto a placarsi. La fica si è chiusa in violenti spasmi intorno alle mie dita, stringendole e sprigionando un’altra ondata di umori che mi è scesa dalla mano fino al polso. Ho lasciato uscire un gemito lungo, gutturale, che mi è sfuggito senza permesso ed è rimbalzato sulle pareti del soggiorno vuoto. Sono rimasta piegata in avanti con le mani sul pavimento freddo, la fronte che sfiorava il tappeto, il culo ancora per aria, la fica palpitante nelle ultime contrazioni. Il corpo che scaricava settimane di qualcosa che non so bene come chiamare.
Quando è passato, non mi sono mossa.
Sono rimasta sul pavimento, nuda, al buio, con le dita ancora tra le gambe e un sorriso che nessuno avrebbe visto. Il respiro è lentamente rallentato. I tremori si sono diradati fino a scomparire. Ho sfilato le dita dalla fica, fradice, e me le sono portate alla bocca. Le ho succhiate una per una, pulendole con la lingua, assaporando la sborra densa che mi ero strappata da sola pensando a uno sconosciuto che non era mai esistito.
Fuori, il parco era ancora vuoto. I lampioni continuavano a spargere la loro luce arancione sulla panchina di legno che si trovava in fondo, tra i cespugli. E io sapevo, con una certezza piuttosto tranquilla, che la prossima volta che l’insonnia sarebbe arrivata con quel particolare tipo di calore, non avrei esitato tanto prima di cercare i sandali. E forse, la prossima volta, non sarei nemmeno tornata di corsa nell’appartamento per finire da sola.

