La sconosciuta che si è eccitata da sola in spiaggia
Era il quinto giorno che passavo i pomeriggi su quella spiaggia. Una spiaggia senza nome sulle mappe turistiche, di quelle che la gente del posto ti indica con un gesto vago quando vede che hai una macchina fotografica e l’aria del forestiero: «Più avanti della rotonda, prima del campeggio, dove finisce il lungomare». Una stretta lingua di sabbia fine tra le rocce, con uno stabilimento che chiudeva alle otto e un paio di file di lettini che nessuno usava perché il posto non era abbastanza frequentato da valerne la pena. Ero venuto per fotografare i tramonti del litorale. Avevo in mente un progetto personale sulla luce di quelle ore, su come cambia il colore dell’acqua negli ultimi quaranta minuti prima che il sole tocchi l’orizzonte. Eppure ero rimasto per altri motivi.
La vidi arrivare poco dopo le sei.
Alta, bionda, con un vestito di lino bianco che il vento di ponente le incollava al corpo mentre camminava. Il tessuto le si succhiava sulle cosce e le delineava il rigonfiamento rotondo delle tette, due curve pesanti che si muovevano a ogni passo e che né il reggiseno né il pudore riuscivano a nascondere. Aveva per mano una bambina — sei o sette anni, i capelli ancora umidi, forse da una spiaggia precedente o magari dalla doccia dopo il riposino — che tirava verso l’acqua già prima di mettere piede sulla sabbia. La donna la lasciò andare con un richiamo che le onde portarono via prima che arrivasse alle mie orecchie, tirò fuori un asciugamano a righe dalla borsa di tela, lo stese sulla sabbia con quell’economia di movimenti che hanno le persone abituate a fare le cose da sole, e si tolse il vestito.
Il costume era nero, a due pezzi, con dettagli dorati sulle spalline. Le stava bene. Le stava molto bene. Lo slip le si incuneava nella fessura del culo e le disegnava un rigonfiamento davanti che stringeva la figa in un modo che non lasciava nulla all’immaginazione: si indovinavano le labbra tumide sotto il tessuto teso, divise al centro da quella linea che solo il tessuto bagnato o il sudore riescono a segnare così. Il reggiseno conteneva le tette con fatica, tonde e piene, con i capezzoli puntuti che spingevano il nylon nero da dentro.
Le avrei dato poco più di quarant’anni. Capelli biondi all’altezza delle spalle, con quel lieve disordine che danno insieme sale e vento. Unghie lunghe dipinte di rosso scuro, quasi bordeaux, che brillavano contro la pelle abbronzata. Non era una bellezza da rivista o da social; era qualcosa di più vero. Aveva quella bellezza particolare delle donne che sanno esattamente quello che hanno e non sentono il bisogno di dimostrarlo a nessuno che non lo meriti. Una bellezza sicura, senza ostentazione, che non ha bisogno di conferme esterne per reggersi in piedi. Una femmina al punto giusto, con la carne soda e gli anni sufficienti per sapere scopare come si deve.
Si sistemò sull’asciugamano a pancia in su, tirò fuori un libro dalla borsa e cominciò a leggere.
Io ero a una ventina di metri, seduto sulla sabbia con la macchina fotografica appoggiata sulle ginocchia, fingendo di studiare la composizione dell’orizzonte per l’inquadratura. La verità era che da dieci minuti guardavo lo stesso punto senza scattare nemmeno una foto. Sotto il costume mi si era già indurito il cazzo, premuto contro il tessuto e la sabbia, un battito caldo che saliva e scendeva ogni volta che il vento le sollevava una ciocca di capelli o le faceva aderire più forte il reggiseno alle tette.
***
C’era qualcosa in quella donna che era difficile da ignorare. Non era solo il fisico, anche se quello contava. Era qualcosa di più sfumato, più difficile da nominare: una tensione trattenuta, come di qualcuno che aspetta qualcosa senza sapere davvero cosa. Le dita si muovevano ogni tanto dalle pagine del libro alla pelle dell’addome, sfiorandola appena con i polpastrelli, un gesto quasi inconscio che si ripeteva con una certa regolarità. Accarezzava senza accarezzare. Toccava senza toccarsi. Come se il contatto fosse il preludio di qualcosa che non aveva ancora deciso se fare o no.
Poi i polpastrelli scendevano di un centimetro, e poi di un altro, e di un altro ancora. Disegnavano un ovale lento attorno all’ombelico, si infilavano per un istante sotto l’elastico del costume e tornavano fuori. Risalivano fino al bordo inferiore del reggiseno e sfioravano la curva della tetta da sotto, molto piano, con il dorso dell’unghia. In una di quelle risalite, l’indice passò di striscio sul capezzolo sinistro sopra il tessuto, e il nylon sprofondò per un secondo per lasciare uscire un bottone ancora più marcato dell’altro. Lei non lo toccò due volte. Non ce n’era bisogno. Sapeva guardarsi senza guardarsi.
I suoi occhi erano sul libro. O almeno sembrava.
Il sole batteva di lato e la luce era di quel tono dorato denso che ha il tardo pomeriggio d’estate, quando le ombre si allungano e tutto sembra più caldo di quanto sia. Qualche metro più in là, la bambina giocava sulla riva con un salvagente giallo a forma di sole che entrava e usciva dalle piccole onde. Tutto era tranquillo, familiare, assolutamente ordinario.
Tranne lei.
Dopo un po’ si sollevò sui gomiti per guardare verso l’acqua. Controllò che la bambina fosse ancora lì, che andasse tutto bene. Poi si mise in piedi, cercò il cellulare nella borsa e andò fino alla riva.
—Così, con le braccia aperte, guardami — disse.
La bambina posò il salvagente sotto il braccio e sorrise con tutta la faccia. La donna scattò due o tre foto, si avvicinò per vedere meglio, si allontanò di nuovo e ne fece un’altra con il sole in controluce che creava una silhouette bellissima. Tutto perfettamente normale. La scena di qualunque madre su qualunque spiaggia di qualunque estate.
Poi tornò sull’asciugamano.
E lì cominciò la parte che non ho dimenticato.
***
Rimase in piedi accanto all’asciugamano con il cellulare in mano, controllando le foto di sua figlia. Le ingrandiva, le osservava, passava dall’una alla successiva con il pollice. Un rituale da qualunque pomeriggio. Poi, con un movimento che sembrò venire da un altro posto, da una decisione presa un secondo prima che lei stessa la formulasse in parole, alzò il braccio e puntò la fotocamera verso se stessa.
L’angolazione era inconfondibile: dall’alto, leggermente in avanti, il braccio teso al massimo per catturare il décolleté e l’addome nello stesso frame. Lo fece in fretta, quasi di sfuggita, con la naturalezza di chi sa già esattamente come si fa. La foto le prendeva le tette dall’alto, in picchiata, la fessura spaccata dall’ombra del reggiseno, e il ventre che scendeva fino al triangolo nero appiccicato alla figa.
Controllò la foto. La ingrandì con due dita. Annuì appena, per nessuno.
Si girò di lato. Sporse un po’ il petto. Alzò il mento in quell’angolo preciso che allunga il collo e affina la mascella. Un’altra foto. Questa la controllò più a lungo, con più attenzione. Con l’indice si sistemò una spallina del reggiseno che era già a posto, solo per abbassarla di un millimetro e poi risollevarla, un gesto che le lasciò una tetta più sollevata dell’altra per qualche secondo. Si passò la lingua sul labbro superiore, molto piano, con la punta.
Poi diede una rapida occhiata intorno, che pretendeva di essere casuale ma non lo era del tutto. A destra, lo stabilimento con i suoi tre clienti che guardavano il mare. A sinistra, una giovane coppia che sonnecchiava sui lettini con le orecchie tappate dagli auricolari. Davanti, sua figlia e il salvagente giallo. Nessuno la stava guardando.
Io la stavo guardando. Ma io ero invisibile, o così credevo. E il cazzo mi pulsava tanto contro il costume che dovetti appoggiare la macchina fotografica sopra per dissimulare.
Posò la borsa sulla sabbia davanti ai piedi, regolò il cellulare appoggiato al manico finché non trovò l’angolazione che cercava: basso, puntato verso l’alto. Fece un passo indietro. Si piazzò con le gambe leggermente divaricate, i fianchi in avanti, il costume nero aderente sulla curva delle cosce e sull’addome piatto. Con la coda dell’occhio controllò ancora una volta che nessuno la guardasse e portò la mano destra davanti al costume, all’altezza del pube. Le dita si posarono lì, sul tessuto teso, e premettero. Una sola stretta, breve, verso l’interno e verso l’alto, come chi verifica che qualcosa sia ancora al suo posto. Poi la mano tornò al fianco. Aspettò immobile i due o tre secondi del timer.
Il cellulare fece clic.
Andò a prenderlo. Ingrandì la foto. La studiò con una concentrazione che non aveva dedicato a nessuna delle altre. Questa la guardò a lungo, con un’espressione che non era esattamente un sorriso ma le assomigliava parecchio. Si vedeva il rigonfiamento della figa marcato dal tessuto bagnato all’interno, la sporgenza rotonda del monte di Venere che si sollevava contro il nylon, e una linea verticale esattamente in mezzo che il costume non riusciva ad appiattire per quanto lo tendesse.
Poi infilò il cellulare nella borsa, diede un ultimo sguardo intorno e si sdraiò di nuovo sull’asciugamano con il libro aperto sul petto.
Non leggeva.
O non leggeva nello stesso modo. Gli occhi erano fissi sulla pagina ma non si muovevano di riga in riga come quando uno legge davvero. Le dita erano tornate all’addome, allo stesso movimento di prima, ma ora più lento, più consapevole, a tracciare piccoli cerchi che non attraversavano nessuna linea visibile ma andavano in una direzione precisa. Anche il respiro era cambiato: più profondo, più disteso, con quella calma forzata che ha il corpo quando sta facendo uno sforzo prolungato per trattenere qualcosa.
I cerchi scesero. Attraversarono l’ombelico. Si infilarono sotto l’elastico del costume, prima solo un’unghia, poi due dita intere affondate fino alla seconda falange. Il tessuto nero si gonfiò leggermente nel punto esatto in cui la mano lavorava, un movimento minuscolo, minimo, impercettibile per chi non fosse attento. Io ero attento. Le dita si muovevano in un cerchio molto corto, stretto, sempre sullo stesso punto: il clitoride. Se lo stava massaggiando lì, sull’asciugamano, sotto il sole delle sette di sera, con l’altra mano a reggere il libro come se stesse davvero leggendo.
Il bacino fece un’ondulazione minima, appena un centimetro contro la sabbia. Le cosce si tesero. Si strinsero l’una contro l’altra intrappolando la mano in mezzo, e le dita continuarono a lavorare lì dentro, invisibili sotto il tessuto, con un ritmo tradito solo dal respiro. Il petto si alzava e si abbassava più in fretta. I capezzoli si erano segnati di nuovo, tutti e due, così duri da vedersi da dove stavo io. Si passò la lingua sulle labbra senza accorgersene, o accorgendosene e fregandosene. La bocca socchiusa. Gli occhi socchiusi, ancora puntati sul libro che non leggeva più.
Allora si morse il labbro inferiore. Un morso breve, forte, che le lasciò un segno bianco per un secondo. La mano sotto il costume accelerò un istante, pochissimo, e poi rimase ferma con le dita strette contro se stessa. Il ventre si contrasse due, tre volte. Le tette salirono e scesero con un respiro profondo che portò tutto l’aria in fondo al petto e la lasciò uscire piano dal naso. Venì. Venì lì, con tutta la spiaggia intorno, con sua figlia a dieci metri che rideva col salvagente, con il libro sulle tette e gli occhi fissi su un punto della pagina che non significava nulla.
Venì in silenzio e con una discrezione da chirurgo.
Rimasi completamente immobile. Il cazzo dentro il mio costume pulsava come se avesse un battito proprio, bagnato dal mio stesso liquido di attesa, e non osai muoverlo di un millimetro per paura di arrivare anch’io, lì seduto, senza nemmeno toccarmi.
***
Andai in acqua dieci minuti dopo, non perché avessi caldo o voglia di nuotare, ma perché avevo bisogno di fare qualcosa col corpo mentre la testa elaborava quello che avevano visto i miei occhi. E perché il cazzo mi stava ammazzando e avevo bisogno dell’acqua fredda o avrei macchiato il costume di sperma lì, senza essermi toccato. Entrai fino alla vita, rimasi fermo a guardare l’orizzonte. L’acqua era fredda. Mi alleviò meno di quanto sperassi: l’immagine di lei con la mano infilata sotto il costume era ancora così viva dietro gli occhi che il cazzo non si abbassava nemmeno un po’.
Abbassai la mano dentro l’acqua, con tutta la calma del mondo, con il viso girato verso l’orizzonte. Me lo presi sotto il costume, strinsi forte la base per non venire al primo sfregamento e lo pompai piano, col pugno chiuso fino al glande e ritorno. Tre, quattro volte. Pensai a lei che veniva con le cosce strette. Al rigonfiamento della figa segnato dal tessuto nero. A come si era passata la lingua sul labbro. Sgusciai un getto caldo lì dentro il costume, discreto, due ondate dense che il mare si portò via appena aprii la mano. Mi tremò tutto il ventre. Nessuno attorno a me si accorse di nulla.
Contai le onde per un po’ senza pensare a niente di preciso, lasciando che il suono occupasse tutto e che il freddo mi restituisse qualcosa di simile alla normalità. Quando tornai a riva e passai vicino al suo asciugamano, senza fermarmi, con lo sguardo avanti, mi concessi un solo sguardo laterale.
Solo uno.
Bastava.
Fra le sue gambe, esattamente dove il tessuto del costume aderiva alla figa, c’era una macchia scura che non era acqua di mare. Piccola. Precisa. Inconfondibile nella forma e nella causa. Il tessuto umido in quel punto esatto, impregnato della sua stessa goduta, con una traccia più lucida che le sfuggiva dal bordo interno della coscia e le scendeva di due centimetri sulla pelle abbronzata prima di perdersi. Tutto quello che c’era da dire, senza bisogno di altre parole.
Continuai a camminare.
***
Mi sedetti più lontano, di spalle a lei, guardando il mare. La bambina continuava a giocare. Il sole era sceso fino a quel punto in cui la luce diventa di un arancione quasi fisico, denso, come se avesse un peso proprio.
Rimasi a lungo senza pensare a nulla di ordinato. Solo con l’immagine fissa nella mente: quella donna, quelle foto scattate in fretta e di nascosto, le dita affondate sotto il tessuto nero, la piccola macchia che riassumeva tutto con una precisione brutale, il filo lucido della sua goduta che le scendeva sulla coscia.
Non c’era stato contatto. Non c’era stato esibizionismo né intenzione deliberata di provocare qualcuno. Era stato un momento completamente chiuso in se stesso, privato anche se si svolgeva sotto il sole e circondato da gente. Era entrata in quello spazio interiore che a volte si apre nei momenti meno attesi — la luce giusta, la sensazione di essere desiderabile, l’anonimato relativo di un luogo pubblico dove nessuno la conosce — e si era lasciata andare. Si era masturbata lì, davanti al mondo intero, con la calma di chi sa che nessuno oserebbe guardare due volte. Senza drammi. Con una discrezione che, paradossalmente, rendeva tutto più intimo di qualunque cosa avesse potuto fare di proposito.
Pensai alle foto che aveva scattato di sé stessa. A come avesse scelto ogni angolo con una precisione che non era casuale. All’ultima, quella della figa segnata sotto il tessuto, che aveva guardato più a lungo di tutte. Alla faccia che aveva fatto quando l’aveva rivista, quell’espressione a metà fra soddisfazione e desiderio che non aveva un nome preciso ma si riconosceva subito. Si era vista. E ciò che aveva visto le era piaciuto. Le era piaciuto abbastanza da infilarsi la mano sotto il costume dieci minuti dopo e venire pensando all’immagine di sé stessa.
Il voyeurismo non richiedeva nudità né un invito esplicito. Bastava essere nel posto giusto al momento giusto, e saper leggere quello che avevi davanti. Bastava saper guardare davvero. Bastava riconoscere un cazzo duro che pulsava dentro il costume e non spaventarsene.
Lei non seppe mai che ero lì.
O forse lo sapeva. Forse sapeva perfettamente che c’era un tizio a venti metri di distanza con la macchina fotografica sulle ginocchia e gli occhi piantati sul suo costume nero. Forse per questo si aprì le gambe quel tanto che bastava. Forse per questo indugiò nel morsicarsi il labbro. E forse era esattamente ciò che le serviva perché funzionasse: qualcuno che guardasse senza farsi notare del tutto, qualcuno che la desiderasse senza poterla toccare, qualcuno che quella sera andasse a letto con il cazzo duro pensando a lei.
***
Rimasi fino a quando cominciarono a raccogliere le cose. La bambina uscì dall’acqua protestando perché non voleva ancora andare via, con il salvagente sgonfio sotto il braccio e sabbia perfino nelle orecchie. La donna la avvolse nell’asciugamano a righe, le scompigliò i capelli con affetto, le disse qualcosa all’orecchio che fece ridere la bambina e smettere di protestare. Ripose il libro, la borsa, i sandali. Si infilò il vestito di lino bianco sopra il costume ancora macchiato, senza cambiarsi, senza farsi la doccia nella doccia esterna dello stabilimento. Se lo portava addosso, con tutta l’umidità, sotto i vestiti.
Prima di andare via si voltò una volta verso il mare. Non verso sua figlia, che già camminava davanti. Solo verso l’acqua, o verso la spiaggia in generale, verso quello spazio in cui era stata, per più di un’ora, esattamente ciò che voleva essere. Ci fu qualcosa in quello sguardo che sembrò una chiusura: il gesto di chi ripone qualcosa prima di tornare da chi l’aspetta.
Non guardò me.
O se lo fece, io non me ne accorsi.
***
Mi alzai quando non riuscivo più a vedere le loro figure tra la gente rimasta sulla spiaggia. Mi scrollai la sabbia di dosso, raccolsi la macchina fotografica e cominciai a camminare verso dove avevo lasciato l’auto.
Non avevo scattato nemmeno una foto per tutta la sera.
Non mi importava.
Ci sono cose che non stanno dentro uno schermo perché sono già impresse da un’altra parte, più privata e più difficile da cancellare. Quello che fece quella donna in quella spiaggia fu un momento completamente suo: breve, intenso, perfettamente chiuso in se stesso. Si fece foto alla figa segnata e venne guardando il libro senza leggere una riga. E io lo vidi. Non so se questo mi renda un testimone o un complice. Forse entrambe le cose insieme. Forse la distinzione non ha poi molta importanza quando è già successo. Quella notte, nella stanza dell’hotel, me lo feci di nuovo lentamente pensando a lei, con il costume ancora addosso e il sale del mare sulla pelle, e venni sul ventre con la stessa immagine fissa che avevo avuto per tutto il pomeriggio: la macchia scura, il filo lucido che le scendeva sulla coscia, la bocca socchiusa.
Quello che so è che quel pomeriggio smise di essere un pomeriggio qualsiasi.
Arrivò con una bambina per mano e un libro sotto il braccio. Se ne andò con quella soddisfazione calma e discreta che hanno le persone che hanno avuto esattamente ciò di cui avevano bisogno, anche se nessuno intorno a loro lo sapeva o lo aveva visto. Nessuno tranne me.
E io me ne andai con il ricordo di una piccola macchia su un costume nero, di una figa segnata dal tessuto bagnato, e la certezza che il desiderio, quando è genuino, non ha bisogno di nessun altro per esistere.