Sono uscito dall’armadio e quella notte sono stato suo
Il lampione del vicolo sfarfallava: luce, ombra, di nuovo luce. Io ero seduto sul marciapiede, le gambe molli, a guardare l’orologio dal quadrante blu che mi aveva regalato Luca rotolare sull’asfalto fino a fermarsi accanto ai piedi del mio ex allenatore.
Si chinò e lo raccolse con cura, senza alzare lo sguardo.
— Ti è caduto — disse —. Per colpa mia. Perdona.
La sua voce non aveva più spigoli. Era grave, ma morbida, come se trascinasse dentro un peso. Mi alzai, il cappotto che mi pesava il doppio, e presi l’orologio che mi tendeva. Lo strinsi nel pugno. Poi guardai lui.
Aveva gli occhi rossi. Non di rabbia: di qualcosa di più vecchio e più consumato. Colpa.
— Ti chiedo scusa, Dani — mormorò —. Per come ti ho trattato. Per quello che ho cercato di fare. Non ha nome. Ho perso la testa.
Non dissi nulla. Volevo solo andarmene.
— Ho iniziato ad andare in terapia — continuò, guardando il marciapiede crepato —. Non devi perdonarmi. Dovevo solo dirtelo. Quando ti ho visto entrare nel negozio, non potevo andarmene senza parlarti.
— Va bene — dissi piano. E, per quanto sembrasse strano, gli credetti.
— Non va bene. È una cosa che non mi perdonerò mai. Ti fidavi di me e ne ho approfittato.
— Ti perdono — tagliai corto —. Purché tu non ti comporti mai più così. Mai più. Con nessuno.
Annui lentamente.
— Te lo giuro. Adesso lavoro come meccanico, in periferia. Non credo mi convenga avvicinarmi a posti pieni di ragazzini.
Una raffica di vento trascinò foglie secche lungo il marciapiede. Non c’era nessun altro in strada.
— Devo andare — dissi.
Mi allontanai sentendo il suo sguardo sulla schiena. Non mi faceva più male. Ma quello che aveva fatto, quello che aveva tentato di fare, mi era rimasto inciso addosso come il freddo di febbraio nelle ossa.
***
Tornai a casa con l’odore di lasagna fatta in casa che aleggiava in tutto il soggiorno, quell’aroma di formaggio tostato e pomodoro dolce che solo mia madre sapeva ottenere. Misi il regalo nel cassetto della scrivania e mi sedetti a tavola.
Cenavamo quasi in silenzio. Io al centro, mia madre a sinistra, mia sorella Lucía a destra. La televisione borbottava un documentario sull’Antico Egitto, tombe nascoste e mummie dimenticate. Lucía raccontava qualcosa della sua laurea, dello sviluppo infantile, un argomento che le sarebbe capitato all’esame. Io non la ascoltavo. Avevo la gamba destra che tremava sotto il tavolo, come se volesse scappare via senza di me.
E allora, nello spazio tra una sua frase e una pausa della televisione, lo dissi.
— Mamma… sono gay.
Lo lanciai nell’aria come chi getta un sasso nell’acqua senza voler vedere il rimbalzo. Mia madre smise di guardare lo schermo. Io non respiravo.
— Mi piacciono gli uomini — aggiunsi —. Luca… Luca è il mio ragazzo.
Mi sentivo stordito. Lucía si girò verso di me, non sorpresa dal cosa, ma dal come: così di colpo. Mia madre sbatté le palpebre e si voltò lentamente. Aveva il viso tranquillo, ma pensieroso, come se stesse riavvolgendo indietro per cercare segnali che le erano sfuggiti.
Lucía mi sfiorò la mano sotto il tavolo. Non disse niente. Rimase solo lì.
— Ne sei sicuro? — chiese mia madre alla fine.
— Sì.
— È per quel ragazzo? Per Luca? — voleva già dare la colpa a lui; la conoscevo.
— No, mamma. Lo so da anni.
Tornò a guardare la televisione, anche se ormai non vedeva più niente. Rimase in silenzio per un istante interminabile.
— Allora dovrà venire più spesso a cena, no? — e mi sorrise.
— Non… non sei arrabbiata? — chiesi, confuso.
— Arrabbiata? — si alzò, mi scostò una ciocca dalla fronte e mi abbracciò —. Sei mio figlio. Certo che non sono arrabbiata.
La strinsi forte e scoppiai a piangere. Lucía si alzò e si unì all’abbraccio, e così restammo in tre, stretti stretti, mentre la lasagna si raffreddava nei piatti.
***
Il venerdì si svegliò con il cielo coperto da nubi dense, grigio opaco, come se la settimana fosse stata così pesante che persino il cielo avesse bisogno di riposare. Camminavamo in quattro verso la facoltà, gli zaini appesi a una spalla, parlando più con le mani che con la bocca: io, Yassine, Hugo e Pablo.
— Finalmente weekend. Che voglia di vedermi Carla — disse Hugo con il suo solito sorrisetto —. Mi ha detto che sarà sola a casa.
— E che farete? Giocherete alla console? — saltò su Yassine, dandogli una gomitata.
— Tu ridi pure — rise Hugo —. Le spacco la figa in due, ve lo dico io. È tutta la settimana che mi manda foto con le tette fuori. Poi vi racconto.
Io sorridevo, ma non parlavo. Il freddo mi pesava più in bocca che sulla pelle, nelle parole che non riuscivano a uscire. Yassine, il marocchino, si vantava di una nuova tipa che si era inculato il weekend prima, raccontava nei dettagli come l’avesse trascinato sul divano, gli avesse abbassato i pantaloni e gliel’avesse succhiata fino a farlo ingoiare; gli altri ridevano e gli stavano dietro nel gioco. Ridevo anch’io, ricordando senza volerlo la notte in cui Yassine e Hugo mi avevano iniziato nella mia stessa camera, molto prima di Luca, quando in due mi avevano aperto per la prima volta e mi avevano insegnato cosa significasse avere due cazzi duri addosso nello stesso momento.
Prima di attraversare il cancello arrugginito all’ingresso, mi fermai di colpo.
— Ragazzi, devo dirvi una cosa.
I tre si voltarono. Hugo stava ancora masticando chewing gum; Pablo inclinò la testa, come faceva sempre quando non capiva dove stessi andando a parare. Mandai giù la saliva.
— Riguarda Luca. Luca è il mio ragazzo.
Si guardarono tra loro. Non seppi decifrare i loro gesti.
— Luca? — chiese Hugo, alzando le sopracciglia.
— Sì. Volevo che lo sapeste prima di tutti.
— Quindi sei uscito dall’armadio? — chiese Pablo.
— Beh, non ho intenzione di andare a gridarlo in giro. Però se me lo chiedono, non lo negherò.
Il silenzio fu strano. Non pesante, ma come quando un’intera classe smette di parlare all’unisono.
— Primo — Hugo mi passò un braccio intorno al collo —. Sono contento che tu sia finalmente uscito da lì. E Luca è un gran figo. Sono davvero contento.
— Siamo sinceri, neanche ci cogli impreparati — aggiunse Yassine, puntandomi il dito contro e sorridendo —. Però mi fa piacere. State bene insieme.
Pablo restava in silenzio. Lo guardai, in attesa. Per un attimo parve contrariato, e non capii perché. Poi si avvicinò e mi abbracciò.
— Sono contento, amico. Però mi viene un dubbio… — si staccò con un sorriso storto —. Chi monta chi? Dai, chi mette e chi prende nel culo.
— Sei idiota — gli diedi una spinta affettuosa, e tutti scoppiarono a ridere.
Sentii il sangue tornarmi nelle gambe. Che i miei amici la prendessero con tutta quella naturalezza mi tolse un peso enorme. Erano i soliti, quelli che non mi avevano mai deluso.
***
Le lezioni finirono con il solito rumore: sedie trascinate, cartelle sbattute, urla sparse nei corridoi. Salutai i ragazzi all’ingresso. Avevo appuntamento con Luca: era il nostro primo San Valentino.
Lo trovai un paio di strade più in là, appoggiato a un cartello stradale, con uno zaino nero e lo sguardo fisso sul cellulare. Quel suo piccolo sorriso, quello che non mostra i denti ma dice più di qualunque altro. Ci salutammo con uno scambio di sguardi.
— Andiamo? — dissi.
Salimmo sull’autobus quasi vuoto e ci sedemmo in fondo, accanto al finestrino. Lui aveva ancora il telefono in mano.
— Novità sui tuoi social? — chiesi.
— Macché. Sono sempre fermo sugli stessi follower.
— Vedrai in estate, quando metterai foto senza maglietta — gli dissi, burlone. Mi spinse contro il finestrino, ridendo.
— E alla fine l’hai detto a tua madre?
— Sì. Un po’ l’ha presa di sorpresa, ma l’ha accolta bene. Dice che devi venire a mangiare più spesso.
— E ai tuoi amici?
— A tutti. Anche bene.
— E tu? Tua madre lo sa? — chiesi.
— Gliel’ho detto stamattina. L’ha presa così così. Dice che voleva dei nipoti — ridemmo entrambi.
L’autobus fece una curva lenta e la luce del tramonto entrò dal finestrino con una tonalità arancione che sembrava sciogliersi sui sedili. Per un po’ non parlammo. Non ce n’era bisogno. Sotto il cappotto, Luca cercò la mia mano e la posò sulla sua coscia, molto vicino al rigonfiamento che già cominciava a segnargli i pantaloni. Mi guardò di sottecchi, mordendosi il labbro, senza dire nulla. Gli strinsi il cazzo sopra la stoffa e sentii come si induriva sotto le mie dita. Ritirai la mano di scatto, ridacchiando piano, e lui mi sussurrò all’orecchio «stanotte ti faccio cagare», con una voce roca che mi fece rizzare la nuca.
***
Scendemmo alla nostra fermata e lì c’era: la stessa pizzeria dell’altra volta, lo stesso cartello rosso, lo stesso odore di impasto caldo che arrivava fino al marciapiede. Entrando, il calore del forno ci colpì in pieno, mescolato a origano, formaggio fuso e salsa barbecue.
Dietro il bancone c’era Jamal, il ragazzo che ci aveva serviti l’altra volta. Lo stesso che, mesi prima, mi aveva inculato sul retro, vicino ai parcheggi, con il cazzo moro tirato fuori dalla zip e la mia faccia contro il cofano di un’auto. Vedendoci insieme ci fece l’occhiolino, e per un secondo ebbi la sensazione che si leccasse le labbra ricordando come mi aveva lasciato il culo quella notte. Luca se ne accorse e mi guardò; io distolsi lo sguardo, nervoso.
— Una familiare con extra di formaggio, bacon, pollo e tonno — ordinò Luca.
— Bella combinazione — commentò Jamal —. Da bere?
— Un succo d’arancia fresco — dissi.
— Io una cola doppia — disse Luca, sorridendomi.
— Quella ha un sacco di zucchero — lo rimproverai.
— Nah. Stanotte lo smaltisco inculandoti finché non riesci più a camminare — rispose piano, con uno sguardo che non lasciava dubbi.
Ci sedemmo in fondo, dove le luci erano più soffuse e i tavoli di legno scuro restavano mezzo nascosti dietro dei paraventi. Io mi misi vicino alla grande finestra che dava sulla strada. Iniziňiava a piovigginare.
— Credo che verrà un temporale — dissi.
— A me piace la pioggia — rispose lui.
La pizza arrivò enorme, calda, croccante. Mangiammo lentamente, ogni morso una scusa per un’altra battuta stupida, ridendo come se fossimo gli unici in quell’angolo di mondo. Quando non ce la feci più, mi tirai indietro.
— Sono pieno.
E ci zittimmo. Non per imbarazzo: era quel silenzio caldo che arriva quando sei pieno di qualcosa di più del cibo. Luca si chinò verso di me, gli occhi socchiusi.
— Vieni — mormorò.
Lo capii subito, ma il corpo si bloccò. C’erano famiglie, bambini, una coppia anziana due tavoli più in là. Mi tirai un poco indietro.
— Sul serio? — arricciò le labbra.
— È che c’è troppa gente, Luca…
Sospirò, alzò gli occhi al cielo, poi mi prese il viso tra le mani, piano ma senza esitazione.
— Allora che guardino.
E mi baciò. Non fu lungo né scandaloso, ma deciso, caldo, reale. Sentii il suo respiro, lo sfiorarsi del naso, la pressione esatta sulle mie labbra, e mi lasciai andare. Quando ci staccammo, aprii gli occhi a metà. Sorrideva.
— Vedi? Non è successo niente.
Guardai intorno. Un gruppo di ragazze a un altro tavolo ci stava osservando; una alzò il pollice, sorridendo. Mi sentii in imbarazzo e nascosi la faccia tra le braccia appoggiate sul tavolo, mentre Luca rideva bevendo dalla sua cannuccia.
***
Il temporale scoppiò quando uscimmo. Prima il vento, quello che soffia dagli angoli come se spingesse gli edifici verso l’interno. Poi il cielo, così scuro che i grigi sembravano neri, squarciato da lampi come crepe bianche. E infine la pioggia: non più gocce, ma coltelli d’acqua che cadevano a picco.
Non avevamo l’ombrello. Corremmo da una tenda all’altra, ridendo, fradici fino alle ossa, gli zaini pronti a perdere acqua. La strada si era svuotata, come se l’intera città si fosse arresa. A pochi metri, mezzo nascosto dietro una fila di cespugli straripanti, trovammo un parco che non ricordavo di aver mai calpestato.
— Entriamo? — chiese Luca, ansimando, con i capelli incollati alla fronte.
Le altalene erano immobili e fradice, gli scivoli brillavano come specchi. E sul fondo, tra la nebbia della pioggia, lo vedemmo: una struttura da gioco a forma di drago gigante, rosso, consumato, con occhi gialli e squame dipinte sui fianchi. Sembrava un animale addormentato in mezzo al fango.
Salimmo da una rampa laterale e ci infilammo dentro il corpo vuoto del drago. Sapeva di plastica bagnata. Ci sedemmo con le gambe raccolte, tremando.
— Questa è follia — dissi, ridendo piano.
Luca non rispose. Si avvicinò, mi circondò le spalle con un braccio e appoggiò la testa sulla mia. La pioggia batteva sul tetto del drago con un suono ipnotico, quasi rilassante, come se il mondo stesse lavando sé stesso mentre noi ci nascondevamo nella pancia di una bestia di plastica.
— Ho qualcosa per te — dissi, infilando la mano nella giacca. Tirai fuori una scatolina dorata, un po’ schiacciata e umida —. Per San Valentino.
— Adesso?
— C’è forse posto migliore che dentro un drago sotto la pioggia?
Rise, e con le dita fredde iniziò a sciogliere il fiocco. La confezione si aprì come se stesse esalando, e dentro apparve l’orologio: argentato, con il quadrante blu intenso, minimalista, elegante. Esattamente come lui. Lo girò tra le mani per vederlo da ogni lato; la poca luce che filtrava faceva scintillare il metallo.
— Mi piace tantissimo — disse, e la sua voce suonò sincera, quasi vulnerabile.
Se lo allacciò al polso destro, perché era mancino, e mi guardò.
— È il regalo più bello che mi abbiano mai fatto.
Si chinò e mi baciò. Non fu come in pizzeria, per impulso o per ribellione. Fu lento, pieno di qualcosa che non aveva bisogno di nome. Chiusi gli occhi. La plastica scricchiolava sotto di noi, la pioggia continuava a cadere forte, eppure, lì dentro, sembrava che il mondo si fosse fermato solo per noi.
Quando ci staccammo, infilò la mano nella tasca interna del cappotto e tirò fuori un dépliant, bagnato ai bordi. Piazze antiche, rovine, costa assolata, scritte in italiano.
— È dell’Italia. Del posto in cui sono nato — spiegò —. Abbiamo una casa vicino a Briosco, in Brianza. Boschi, campi, un posto bellissimo. Mia madre ha già organizzato tutto: a fine giugno andiamo a passare l’estate lì. Vorrei che venissi con me.
Il cuore mi fece un salto che quasi doleva.
— Davvero? Non so cosa dire… — mi si arrossarono gli occhi.
— Di solo sì. Vedrai dove sono cresciuto, mangerai la pasta vera. Ti insegno io l’italiano, promesso.
Annuii senza esitazione e mi buttai ad abbracciarlo. Il suo corpo tremava ancora un poco per il freddo, ma in quell’abbraccio non c’era posto per altro che per la certezza.
— Ti amo — gli sussurrai all’orecchio.
Rimase immobile per mezzo secondo, come se volesse trattenere quell’istante, e poi rispose piano, in italiano:
— Anch'io ti amo, Dani.
Non parlavo italiano, ma non ebbi bisogno di chiedere. Lo capii nella sua voce, nei suoi occhi, nell’orologio che brillava a ogni lampo.
Luca ripose il dépliant, mi guardò con gli occhi scuriti e mi spinse dal petto fino a farmi distendere sul pavimento del drago. La plastica fredda mi colpì la schiena attraverso la felpa fradicia. Gli salii sopra a cavalcioni e iniziò a baciarmi il collo, a leccarmi il lobo dell’orecchio, a mordermi la mascella. Sentivo il suo cazzo, ancora imprigionato nei jeans bagnati, premere contro il mio rigonfiamento in un ondeggiare lento che mi aveva già messo duro come una pietra.
— Cristo, Dani… — ansimò contro il mio collo —. Tutto il pomeriggio a pensare a questo.
Si rialzò, si sfilò il cappotto fradicio e si strappò la maglietta con un colpo secco. Il suo torso apparve nudo davanti a me, lucido di pioggia, i capezzoli duri per il freddo, quella peluria fine che gli scendeva dall’ombelico fino a sparire sotto la cintura. Gli passai le mani sul petto, gli pizzicai un capezzolo tra le dita e lui lasciò uscire un gemito roca. Gli tirai giù la testa di scatto per baciarlo di nuovo, questa volta con tutta la lingua dentro la sua bocca, mordendogli il labbro, succhiandoglielo.
Le mie mani scesero alla zip. Gli slacciai il bottone, gli abbassai la cerniera e gli infilai la mano nei boxer. Il cazzo gli saltò fuori, duro, grosso, con il glande violaceo già lucido di pre-sperma. Lo afferrai alla base e cominciai a masturbarlo piano, guardando la pelle tendergli a ogni colpo di mano.
— Mangiami — mi chiese con voce roca —. Mangiami subito, cazzo.
Mi sollevai a metà e me lo infilai in bocca. Entrò tutto, fino in fondo, fino a sentire il pelo contro le labbra e le palle appoggiate al mio mento. Cominciai a succhiarglielo con fame, su e giù con la testa, succhiandogli il glande quando arrivavo in cima, sputandogli sopra per farlo scorrere meglio. Lui mi afferrò i capelli con entrambe le mani e cominciò a fottermi la bocca, marcando il ritmo, spingendomelo fino in gola finché non mi veniva da conati.
— Così, così, cazzo… inghiottiglielo, inghiottiglielo tutto — ringhiava.
Gli leccai le palle una per una, gliele succhiai, mentre continuavo a fargli sega. Sentii un tremito e me la strappò via di colpo, ansimando.
— Basta, basta, che sto per venire e non voglio. Non ancora.
Mi ribaltò di nuovo sulla schiena e mi strappò i jeans di colpo, i boxer dietro. Il mio cazzo schizzò fuori, duro, puntato verso l’ombelico. Se lo mise in bocca senza preavviso, fino alla base, e io lasciai uscire un gemito che si perse nel fragore del temporale. Me lo succhiò veloce, con saliva, con le labbra strette, su e giù con la testa come se avesse fame da ore. Scese lungo il tronco, mi leccò i coglioni, se li mise in bocca uno a uno, e continuò a scendere.
Mi alzò le gambe e me le appoggiò sulle spalle. Sentii la sua lingua calda all’ingresso del culo e inarcai la schiena dal piacere. Mi leccò il buco del culo piano, sputandomi sopra, leccandolo, affondando la lingua il più possibile, sporrandomi di saliva. Mi infilò un dito, poi due, spingendo piano piano, aprendomi, mentre continuava a succhiarmi il cazzo allo stesso tempo. Tremavo, aggrappato a qualunque cosa del plastico del drago, gemendo senza riuscire a fermarmi.
— Fottimi adesso, Luca, per favore — lo supplicai —. Mettimelo dentro adesso.
Si sollevò, si sputò in mano e se la spalmò sul cazzo. Me lo appoggiò all’ingresso, umido e pulsante, e cominciò a spingere. Sentii il glande farsi strada, il mio culo cedere alla forza della sua spinta, sentii entrare piano piano fino a che con l’ultimo affondo me lo infilò tutto fino alle palle. Lasciai uscire un gemito a metà, tra dolore e piacere. Luca si fermò, si abbassò su di me e mi mangiò la bocca senza muoversi, facendomi sentire come pulsava dentro, come il suo cazzo batteva contro le mie pareti.
— Cristo, quanto sei stretto… — ansimò contro le mie labbra.
Poi i fianchi cominciarono a muoversi. Uscì piano, quasi fino a sfilarlo del tutto, e me lo ributtò dentro con un colpo secco. Lasciai andare un grido soffocato. Ripeté il movimento, ogni volta più veloce, ogni volta più a fondo. Il ritmo salì finché non furono più spinte: erano colpi secchi, brutali, che facevano scricchiolare la plastica sotto la mia schiena. Le sue palle sbattevano contro il mio culo con uno schiocco umido ogni volta.
— Tieni, tieni cazzo, eh… — ringhiava stringendomi il collo —. Questo culo è mio, mi senti? Mio.
— Tuo, tutto tuo — ansimavo io —. Fottemi, Luca, fottemi più forte.
Mi sfilò il cazzo, mi girò e mi mise a quattro zampe. Mi afferrò per i fianchi e me lo ributtò dentro con una spinta secca, e io urlai contro il pavimento del drago. Iniziňiò a fottermi da cane, con i palmi delle mani che mi stringevano le natiche e me le separavano per vederglielo entrare e uscire. Si sputò sul dito e me lo passò sul culo tirato, intorno al suo stesso cazzo, quasi giocando con la vista di avermi aperto.
— Guarda come te lo infilo, cazzo. Guarda come il culo se lo mangia.
Io lasciavo cadere la testa e inarcavo il culo, spingendo indietro per farglielo piantare ancora più in fondo. Mi mise il pollice in bocca e io lo succhiai come se fosse un altro cazzo. La pioggia cadeva a secchiate fuori; i gemiti e gli schiaffi di carne contro carne si perdevano nel fragore dell’acqua contro la plastica. Nessuno poteva sentirci, eppure urlavamo come se volessimo rompere il temporale.
Mi girò di nuovo e mi stese supino. Mi sollevò una gamba e me la appoggiò sulla sua spalla, e mi penetrò di nuovo di lato, con un angolo che mi colpì dritto alla prostata. Cominciai a tremare tutto, col cazzo che rimbalzava contro la pancia a ogni spinta, grondando liquido.
— Lì, Luca, lì, non fermarti, cazzo, non fermarti…
Smettemmo di parlare. Si sentivano solo i respiri affannosi, i gemiti, lo schiocco umido dei nostri corpi e il temporale sopra di noi. I suoi occhi inchiodati nei miei, i miei nei suoi, e quella connessione che si prova solo quando qualcuno è letteralmente dentro di te e ti sta portando altrove. Le mie mani percorrevano tutto il suo corpo, le spalle, la schiena, le natiche, tirandolo verso di me perché me lo piantasse ancora più in fondo.
Non so quanto durò. Il tempo si era congelato; l’unica cosa che avanzava erano le sue spinte. Cominciò a masturbarmi con forza mentre accelerava, stringendomi il cazzo nel pugno, su e giù seguendo il ritmo dei suoi fianchi. Ogni colpo mi attraversava la schiena come una scarica elettrica. Sudavamo, esausti, fissandoci. Mi afferrò per il collo con la mano libera, stringendo appena, e me lo piantò a fondo più volte di seguito, ringhiando con i denti stretti.
— Vieni con me, Dani, vieni con me, cazzo…
E venni come non ricordavo di aver mai fatto. Lo sperma mi uscì a fiotti contro il petto, contro il suo, lungo e denso, mentre il culo mi si contraeva a scatti intorno al suo cazzo. Le mie contrazioni lo trascinarono con me. Sentii il suo cazzo gonfiarsi dentro, pulsare forte, e all’improvviso esplodere in scariche calde che mi invasero dentro. Si svuotò del tutto, con la testa all’indietro, la bocca aperta, mordendosi il labbro per non urlare. Getto dopo getto, sentii che mi riempiva, che lo sperma cominciava a traboccare mentre ce l’avevo ancora dentro.
Crollò esausto sul mio petto, il cazzo ancora sepolto in me, pulsante. Ci guardammo, il respiro che piano piano si abbassava, e sorridemmo. Mi baciò sulle labbra, lento, con la lingua, mentre usciva da me molto piano. Sentii la sborrata colare fuori, calda, tra le mie cosce. Lui abbassò lo sguardo, la vide uscire, e tornò a guardarmi con un sorriso ebete.
— Ti ho riempito tutto — sussurrò.
— Me ne sono accorto, stronzo — gli risposi, ridendo con quel poco fiato che mi restava.
Si rivestì e si stese accanto a me. Io mi tirai su i vestiti come potei, col culo ancora che colava e le gambe di gelatina, e restammo a guardare il soffitto del drago, testimone della sua prima volta, della nostra. Gli accarezzai la guancia. La pioggia, fuori, cominciava a diminuire. E allora lo capii: non mi sarei mai separato da Luca.
***
Il tempo continuò ad andare avanti, come sempre, e arrivò giugno. Promossi l’anno; quello dopo sarebbe stato l’ultimo della laurea. Una mattina di caldo eravamo a casa di Yassine, intorno alla piscina del giardino, con il sole che cadeva a picco sulle piastrelle grigie.
Io ero seduto sul bordo, le gambe nell’acqua. Dentro la piscina, Luca faceva gare di apnea con Hugo mentre Yassine cercava di salire su un fenicottero gonfiabile senza ribaltarlo. Ridevano e schizzavano acqua, e per un momento non sembravamo ventenni, ma ragazzini sopravvissuti all’inverno e a tutto quello che era venuto con lui.
Il trascinarsi di un paio di ciabatte mi fece voltare. Era Pablo, che si lasciò cadere accanto a me con un sospiro.
— Puttana l’afa — mormorò. Restammo zitti un momento, solo l’acqua che si muoveva e le risate sul fondo —. Mi dispiace che te ne vai.
— Sono solo due mesi — dissi.
— Sì. Però è come quando uno resta in classe e gli altri vanno in gita.
— Ti scriverò ogni giorno.
— Menzognero. Sarai occupato con il cazzo di Luca fin dentro la gola — mi guardò di sbieco —. Sai? C’è stato un momento in cui ho pensato di perderti.
Girai la testa verso di lui.
— Perdermi in che senso?
— Non lo so. Ti sei trovato così bene con Luca che mi sono venuti i geloni. Pensavo che, avendo lui, non avresti più avuto bisogno del resto di noi. Di me. E la cosa mi ha fatto incazzare.
— Non è così — dissi, guardando l’acqua.
— Adesso lo so. Erano gelosie senza fondamento. È che con te ho condiviso cose molto intime e a volte mi sentivo confuso. — alzò le spalle —. Tranquillo, resto etero, a me continua a piacere una figa bagnata e due belle tette. Però mi è costato capire che esistono amicizie così forti da poter confondere.
Lo guardai sorpreso. Nei suoi occhi c’era quella sincerità scomoda che esce solo nelle giornate di caldo, quando uno è stanco di tenersi tutto dentro.
— Grazie per avermelo detto — risposi.
— Non abituarti. Inoltre quello che ti apre le gambe e ti riempie il culo di sperma è Luca — e rise.
— Stronzo! — lo spinsi in acqua con una manata, e tutti scoppiarono di nuovo a ridere.
Luca uscì dalla piscina fradicio, con le gocce che gli scivolavano dal collo al petto, giù per gli addominali fino a sparire nel costume che gli aderiva al rigonfiamento in modo osceno. Si sedette alla mia sinistra, il ginocchio che sfiorava il mio.
— Tutto bene? — chiese.
— Tutto benissimo — dissi, guardandoli tutti.
Il padre di Yassine comparve sulla terrazza con un vassoio di kebab avvolti nella carta stagnola, e gli altri si avvicinarono nuotando, schizzando da tutte le parti. Luca mi offrì il suo durum a metà; gli diedi un morso e sentii gli sguardi dei miei amici.
— Bacio! — chiese Hugo.
— Dai, bacio! — fecero coro gli altri.
Ci rifiutammo tra le risate, ma alla fine inghiottii e baciai Luca tra battute e sfottò. E lì eravamo tutti, come se nulla fosse cambiato e, allo stesso tempo, come se fosse cambiato tutto. Appoggiai la testa sulla sua spalla. Lui non disse nulla; mi passò solo un braccio dietro la schiena.
In quel momento capii che non serviva un grande finale, né una scena da film. Bastava questo: un istante semplice e vero, dopo un inverno in cui ero passato dalla paura al desiderio, dall’incertezza al sapere, finalmente, cosa significasse voler bene a qualcuno ed essere voluto bene senza condizioni.