Il giorno in cui siamo usciti a navigare in tre da soli
Lucía mollò il timone, si appoggiò contro il mio petto e sentii i suoi fianchi muoversi in cerca di ciò che non poteva più nascondere sotto il costume.
Lucía mollò il timone, si appoggiò contro il mio petto e sentii i suoi fianchi muoversi in cerca di ciò che non poteva più nascondere sotto il costume.
Prima che suonasse il campanello, mi inginocchiai davanti a lui in cucina. Volevo aprire la porta con il suo sapore ancora sulle labbra e accoglierli con un sorriso complice.
Incrociai le gambe, slacciai tre bottoni e gli tenni lo sguardo nello specchietto. Mancava mezz’ora al tragitto, e già sapevo che non saremmo arrivati dritti in hotel.
Ero senza piani da settimane e un pomeriggio di noia ha cambiato tutto. La sua foto era onesta: era esattamente ciò che si è presentato alla mia porta due ore dopo.
Tredici chilometri a piedi, calzini spessi e scarpe chiuse. Quella notte gli avrei dato il regalo che gli preparavo da quando ero salita sull’aereo.
C’era qualcosa in quell’uomo che dormiva sotto il ponte che mi aveva tenuta a pensarci per settimane. Tornai quella notte senza sapere bene cosa sperassi di trovare.
Il messaggio arrivò la sera prima: «Domani sarai la mia professoressa. Porta l’uniforme». Rimasi col telefono in mano, senza riuscire a dormire.
Andavo nella stessa palestra da settimane, annoiata, finché è apparso il proprietario: quarantenne, braccia scolpite, con una calma più intimidatoria di qualunque gesto.
Scesi ad aiutarlo con alcune pratiche. Aveva mani grandi, odore di officina e un modo di guardarmi che mi metteva nervosa da quando siamo arrivati.
Quando lasciai cadere il cappotto nel corridoio buio e l’aria della notte mi sfiorò la pelle nuda, capii che non ci sarebbe stato un ritorno indietro.
Avevo bisogno di soldi e lui aveva una proposta. Mi servì meno del previsto per dire di sì, e molto di più per capire cosa significasse quel sì.
Si immerse nella vasca senza alcuna intenzione di pulirsi. Voleva solo rivivere ogni secondo di quel pomeriggio prima che suo marito varcasse la porta.
Lei non sa che quando esco “a vedere un amico”, torno addosso l’odore di un altro. Sono tre mesi così e non so quanto ancora potrò resistere.
Ero lì da ore, a ballare da sola, quando l’ho sentito dietro di me. Mi sono girata e lui era lì. E ho capito che quella notte non sarebbe finita in pista.
Quando le dissi che non riuscivo a concentrarmi, aggirò la mia scrivania, si fermò accanto a me e mi disse la frase che cambiò tutto tra noi.
La porta della mia stanza non chiudeva mai del tutto sul lato sinistro. Lei lo sapeva. Io pure. Per settimane fingemmo di niente.
Si accucciò dietro il bidone nel vicolo e ciò che vide dall’altra parte della tenda lo lasciò senza parole. La notte cordobesa custodiva segreti che non avrebbe dovuto scoprire.
Appoggiai la fronte alla porta della camera, cercando di non fare rumore, e allora sentii il suo respiro sulla nuca e capii che quella notte non avremmo ancora dormito.
Tre giorni le bastarono a Lucía per diventare un’altra. Quello che successe quel pomeriggio nel club, sul tavolo di legno, non lo avrebbe raccontato a nessuno.
Eravamo insieme da dieci anni e fantasticavo di condividerla. Quando si trasferì per lavoro, qualcun altro realizzò quella fantasia senza che io lo sapessi.