Dopo il mio amante, volli provare anche il mio capo
Finìi di vestirmi seduta sul bordo del letto. Lo stesso letto che, pochi minuti prima, era stato testimone dell’incontro più sfacciato di tutta la mia vita. Mentre mi abbottonavo la camicetta fu allora che realizzai davvero ciò che avevo appena fatto, e la certezza mi colpì allo stomaco. Avevo ancora lo sperma di Adrián che mi colava lungo la parte interna della coscia. Me lo ripulii con un lembo del lenzuolo senza smettere di guardarlo, perché in fondo mi piaceva vedere quanto mi avesse svuotata dentro.
Adrián si alzò senza fretta. Invece di cercare i suoi vestiti, andò dritto in doccia, e allora capii: era sposato e non poteva tornare a casa profumando di un’altra donna. Sicuro odorava di me, perché l’avevo marchiato tutta. Di cazzo, di saliva, di figa bagnata. Gli ero venuta tante volte sul cazzo che l’ultima, quando mi mise a pecora e me lo piantò fino in fondo, non seppi più se stessi urlando per il piacere o per la rabbia di non averlo provato prima. Restai immobile, ad ascoltare l’acqua, rimuginando sulla stessa domanda. Cosa ho fatto? Perché l’ho fatto?
Mi sentivo strana. Non saprei spiegarlo in altro modo. Una parte di me si portava addosso il peso della colpa per essersi data a un uomo che non era mio marito. Ma l’altra parte, quella che pareva appena sveglia, quella che mi faceva sentire davvero donna, non si pentiva di niente. Per la prima volta non mi sentivo solo una moglie: mi sentivo un oggetto del desiderio, qualcuno capace di accendere in qualunque uomo il bisogno di possedermi. Guardai la mia mano e avevo ancora le dita appiccicose per averglielo afferrato mentre veniva nella mia bocca la prima volta della notte. Me le portai alle labbra senza pensarci e le leccai per ripulirle di ciò che restava. Era salato, denso, e mi fece stringere le cosce per puro riflesso.
Adrián uscì dal bagno nudo, asciugandosi i capelli con un asciugamano. Gli vidi il cazzo penzolargli tra le gambe, ancora grosso, ancora capace di entrare di nuovo in me se glielo avessi chiesto. Guardai l’orologio sul comodino: le quattro e venti del mattino. Nessuno mi aspettava. Avevo detto a tutti che avrei passato il fine settimana a casa di mia madre, quindi avevo tutto il tempo del mondo.
Finì di vestirsi e mi si avvicinò. Mi prese la mano, mi fece alzare e mi baciò tenendomi la nuca, mentre con l’altra mi stringeva sopra la gonna. Sentii la sua mano aprirsi contro il mio culo, marcarlo, affondare le dita nella carne come se non se lo fosse ancora scopato abbastanza.
—Ce ne andiamo, Renata? —mormorò contro le mie labbra.
—Sì, andiamo.
Scendemmo le scale fino al garage tenendoci per mano, come due adolescenti innamorati. Mi aprì la portiera dell’auto, ma prima mi mollò una sculacciata che risuonò sulle pareti di cemento. Era strano, eppure niente di tutto quello mi dava fastidio. Al contrario. La pelle mi bruciò sotto la gonna e mi venne voglia di risalire di corsa sul letto e cavalcarlo di nuovo.
—Mi fai impazzire —disse, ormai in marcia.
—E tu a me. E allora? Quando si rifà?
Le parole mi uscirono da sole, senza pensarci.
—Sei insaziabile —rise.
—E questo ti dà fastidio?
—Per niente. Mi piace da matti che tu sia così arrapata.
—Allora lo sai. Dimmi solo se sarai tu a tenermi così, o se mi cerco un altro —lo provocai.
—Questo è solo per me —rispose, stringendomi la coscia. La mano gli salì sotto la gonna fino a trovarmi senza mutandine —me le aveva tenute lui nel taschino della giacca— e mi infilò due dita di colpo nella fica, ancora molle, ancora grondante di lui. Mi inarcai contro il sedile senza riuscire a trattenermi—. Questa fica è mia, Renata. Tutta mia. Quando dico io.
—Sì, capo… è tua —ansimai, mordendomi il labbro mentre lui mi apriva con le dita fino al nocciolo e le tirava fuori di nuovo lucide.
Se le portò alla bocca e le succhiò senza smettere di guidare. Io chiusi le gambe stringendo l’umidità tra le cosce e rimasi in silenzio per il resto del tragitto, con il cuore che mi martellava persino nel clitoride.
Il tragitto fino a casa di mia madre mi parve brevissimo. Mi salutò con un lungo bacio e gli dissi che ci saremmo rivisti lunedì. Quando scesi dall’auto sentii la sua mano stringermi un’ultima volta, stavolta infilata fino in fondo tra le mie gambe, un ultimo promemoria di chi appartenesse quella notte. Camminai fino alla porta con il cuore che batteva come un tamburo, mi tolsi i tacchi per non svegliare nessuno e salii nella mia vecchia stanza. Mi lasciai cadere sul letto e, come se qualcuno avesse azionato un interruttore, sprofondai in un sonno profondo.
***
La luce del sole entrava dalla finestra quando riuscii a mettere a fuoco l’orologio: le undici e un quarto. Mi ero addormentata vestita, a pancia in giù, con la gonna arrotolata fino alla vita. Mi tirai su piano e andai in bagno. Avevo tutto il corpo che mi presentava il conto. I capezzoli irritati da quanto li avevo morsicati, la fica che mi bruciava dentro e il culo caldo per gli schiaffi della notte fonda. Aprii il rubinetto della doccia e lasciai che l’acqua calda mi cadesse addosso dalla testa ai piedi.
Chiusi gli occhi sotto il getto. Dio, che sensazione. Mi faceva male il corpo in un modo nuovo, uno che non conoscevo e che, con mia sorpresa, mi piaceva. Il sesso era stato così intenso che la pelle mi bruciava nei punti più impensati. Mi passai la mano tra le gambe e restai così per un po’, con le dita che mi aprivano le labbra, sentendo l’acqua calda ripulirmi dallo sperma che avevo ancora dentro. Quando abbassai lo sguardo, vidi un rivolo bianco che mi colava lungo la coscia fino allo scarico. Me lo strofinai via con il pollice, quasi con tenerezza, e senza rendermene conto cominciai a masturbarmi sotto il getto pensando al cazzo di Adrián, a come me l’aveva infilato contro il muro, contro il letto, in bocca. Venni con due dita dentro, soffocando il gemito contro le piastrelle. Poi mi lavai con calma, ricordando ogni dettaglio della notte precedente, e quando uscii avevo già deciso quasi tutto senza averlo ancora messo in parole.
Mi avvolsi nell’asciugamano e scesi in cucina come uno zombie. Cercai mia madre, ma trovai solo un biglietto sul tavolo:
«Sono andata a casa di tua nonna, ha avuto una ricaduta. Sta bene, ma resto con lei per occuparmene, forse non torno fino a lunedì. Non volevo svegliarti. Per qualsiasi cosa, chiamami sul cellulare.»
Mi sedetti al tavolo della colazione con una mela in mano e cominciai a pensare sul serio. Lasciare mio marito? Andare avanti come se niente fosse accaduto? Confessare tutto per vedere che faccia avrebbe fatto? Ogni opzione mi sembrava un abisso diverso.
Com’era difficile tutto. Non sapevo se consegnarmi del tutto a questa nuova versione di me o tornare a essere la donna di casa che ero sempre stata e seppellire quell’episodio per sempre. Ma ciò che mi inquietava davvero era altro, qualcosa che nessun ragionamento riusciva a zittire: avevo voglia di rifarlo. Non volevo che Adrián mi amasse. Volevo che mi desiderasse. Volevo che mi scopasse. Volevo più cazzi, più mani, più lingue che mi mordessero i capezzoli fino a farmi urlare. E mentre addentavo la mela, un pensiero mi attraversò come un fulmine. È stato fantastico con un altro uomo… ma saranno tutti uguali? Scopano tutti così bene? Vengono tutti con quella faccia?
La risposta arrivò da sola, come una voce tenue sussurrata all’orecchio: scoprilo. Con chi? La risposta era così ovvia che quasi mi venne da ridere. Il mio capo.
Lui era il candidato perfetto per continuare a provare. Ricordai come mi guardava in ogni riunione, come gli andavano gli occhi quando mi chinavo sulla sua scrivania. Ricordai quella volta che, scendendo dalla sua auto davanti al ristorante, gli regalai senza volerlo una vista completa della mia biancheria. Da allora non mi aveva più guardata allo stesso modo. Mi si fece dura alla sola idea di immaginarmelo mentre si slacciava la cintura dietro la scrivania, si tirava fuori il cazzo e mi ordinava di prenderglielo in bocca. Avevo davanti a me un solo giorno, quella domenica, per farmi coraggio e pianificare tutto.
***
Il sabato lo dedicai a riposare come un orso in inverno. Non feci altro che dormire e mangiare, e masturbarmi due volte pensando alle mani del mio capo. La domenica, invece, mi svegliai con un piano in testa. Caricai la valigia in macchina e guidai fino a casa mia. Mio marito era ancora in “trasferta di lavoro”, quindi avevo la casa tutta per me.
Svotai l’armadio sul letto. Ho vestiti per ogni tipo di occasione, e quel pomeriggio li passai in rassegna uno per uno, scegliendo con la freddezza di chi prepara una trappola. Cominciai dalla biancheria, perché era quello che contava davvero.
Scelsi un completo di pizzo rosa con bordi larghi. Niente tanga: volevo che il bordo dello slip si segnasse sotto il tessuto, un’allusione discreta ma impossibile da ignorare. Il reggiseno era abbinato, con minuscole pietre sui tiranti. Lo provai davanti allo specchio e restai un po’ a guardarmi. I capezzoli mi si disegnavano attraverso il pizzo, lo slip mi faceva due mezze lune di carne stretta dietro e davanti si vedeva l’ombra del pelo accorciato. Qualunque uomo mi avesse vista così avrebbe perso il controllo, e io lo sapevo. Sopra, una camicetta bianca aderente, di quelle che lasciano intuire quello che c’è sotto, con l’idea di sbottonarla un paio di bottoni di troppo. Un pantalone grigio chiaro, elegante ma aderente, in un tessuto morbido che si attaccava a ogni curva e mi disegnava la fica in un modo impossibile da non guardare. Tacchi neri con la zeppa. E una cintura larga che, anche se il pantalone non ne aveva bisogno, mi stringeva la vita in un modo che adoravo.
Il mio obiettivo era chiaro, e per la prima volta da anni mi sentivo padrona di qualcosa. Volevo dimostrare a me stessa che potevo far desiderare un uomo nel giorno e all’ora che decidevo io. Volevo sapere se erano tutti come Adrián, o se quella notte fosse stata solo fortuna. Volevo un cazzo nuovo dentro. Così, senza fronzoli.
La cosa più sconvolgente, quella che mi faceva accelerare il polso mentre piegavo i vestiti, era questa: mio marito sarebbe tornato lunedì mattina diretto in ufficio, e nel pomeriggio ci saremmo visti a casa. La sola idea di accoglierlo appena uscita dalle braccia di un altro, con la fica ancora grondante sperma altrui, con il segno di altre mani sulle tette, mi dava un delizioso capogiro. Quella notte mi infilai tre dita nel letto pensando al mio capo che mi scopava sulla sua scrivania, e faticai a prendere sonno dopo.
***
Il lunedì mi alzai presto. Mi feci la doccia con cura, prestando attenzione a ogni dettaglio, lasciandomi la pelle morbida come mai prima. Passai il rasoio tra le gambe fino a lasciarmi la fica perfettamente curata, appena una striscia di pelo sul pube. Uscita dalla doccia, mi vestii lentamente davanti allo specchio, osservando come il completo rosa si segnasse su ogni curva. Mi raccolsi i capelli in una coda tirata, mi misi una lunga collana che cadeva sul décolleté e indossai gli occhiali. La donna che mi restituiva lo sguardo sembrava un’altra: una segretaria con secondi fini scritti in ogni gesto.
La strada per l’ufficio mi parve infinita. I nervi mi ballavano nello stomaco: il rischio di incrociare Adrián, la decisione di sedurre il mio capo, l’idea di ricevere mio marito nel pomeriggio. Quando arrivai, il cuore mi martellava come una locomotiva e le mutandine erano già bagnate.
Entrai alla mia scrivania e mi sedetti. Non erano passati nemmeno cinque minuti quando apparve lui, puntuale come ogni mattina. Passò a salutarmi, e allora tutto cominciò a scorrere da sé. Era venuto senza cappotto apposta, con tre bottoni della camicetta slacciati, perché sapeva esattamente cosa il freddo del mattino faceva al mio corpo. Quando mi alzai per dargli il bacio del buongiorno, avevo i capezzoli duri sotto il tessuto e il bordo del reggiseno era visibile. I suoi occhi se ne accorsero subito, e andarono dritti anche al solco tra i miei seni.
—Buongiorno davvero, Renata —disse, allungando la prima parola.
—Buongiorno, capo.
Gli diedi un bacio sulla guancia, appoggiandomi al suo corpo più del necessario. Gli sfiorai una tetta con il braccio apposta, e sentii la sua mascella tendersi.
—Sei bellissima oggi.
—Solo oggi? —risposi, fingendomi offesa.
—No, beh, bellissima come sempre —si corresse, schiarendosi la gola—. Cosa abbiamo in programma per oggi?
—Niente di importante. La riunione con il cliente è stata spostata a giovedì a mezzogiorno.
Cominciò ad andare verso il suo ufficio e io lo seguii. Mi assicurai di camminargli dietro, così che lui non potesse vedere quanto gli stavo guardando il culo, e così che invece potesse immaginarsi i capezzoli che aveva appena intravisto.
—Le preparo un caffè? Le chiedo qualcosa per colazione?
—Per ora solo il caffè. E mettimi in contatto con quelli di Querétaro.
—Certo, capo.
Aspettai che si sedesse e mi guardasse in faccia prima di uscire. Camminai fino alla porta muovendo i fianchi più del solito, lasciando che la linea della mia biancheria si indovinasse sotto il pantalone grigio. Sentii il suo sguardo conficcato nella mia schiena, nel mio culo, finché non superai la soglia. Andai a prendere il caffè e tornai. Mi avvicinai al suo fianco e, piegandomi in avanti dalla vita, gli posai la tazza sulla scrivania. La camicetta si aprì e dal suo angolo ebbe una vista perfetta del reggiseno, dell’inizio dei capezzoli che si disegnavano contro il pizzo. Lui si reclinò sulla sedia per mettersi alla giusta altezza e lasciò uscire l’aria lentamente. Gli vidi crescere il rigonfiamento sotto i pantaloni, appena un secondo, prima che incrociasse le gambe per nasconderlo.
—Ti offro la colazione, Renata. Vieni?
—Certo. Cosa le va, capo?
—Quello che mi va, credo che non me lo servano in nessun ristorante —disse, guardandomi negli occhi.
—E perché no?
—Perché magari ti arrabbi se ti dico cos’è.
—Non ha mai sentito dire che chi non parla, Dio non lo ascolta? —gli dissi, inclinandomi ancora un poco, lasciando che la camicetta si aprisse del tutto. Gli occhi gli andarono alle mie tette senza il minimo pudore.
Restò un attimo in silenzio, studiandomi, come se volesse assicurarsi di non aver capito male. Abbassai la mano fingendo di sistemarmi la collana e la lasciai, come per sbaglio, appoggiata sulla sua coscia. Sentii il cazzo duro sotto, lo palpai per un secondo prima di ritirarla con un sorriso.
—Allora andiamo a fare colazione, e per strada ti dico cos’è che mi va —mormorò, alzandosi dalla sedia più in fretta del previsto, sistemando davanti il completo per coprire l’erezione.
—Andiamo, capo. Sono pronta a tutto.
—Allora non perdiamo tempo.
Uscimmo insieme dall’ufficio. La vecchia Renata era morta del tutto, pensai mentre lui mi teneva aperta la porta e la sua mano sfiorava, ormai senza nemmeno un “come per caso”, la parte bassa della mia schiena e scendeva fino ad afferrarmi una natica prima di lasciarmi andare. Al suo posto stava nascendo un’altra donna, una che sapeva esattamente cosa voleva e come ottenerlo. E ciò che volevo, quella mattina, stava camminando al mio fianco verso l’ascensore con il cazzo duro sotto i pantaloni, senza immaginare che la colazione fosse l’ultima cosa a cui pensassi.

