Ciò che il portiere mi chiese in cambio del suo silenzio
Credevo di avere la situazione sotto controllo. Credevo che un vecchio senza forze non potesse farmi niente. Quello fu il mio primo errore della mattina.
Credevo di avere la situazione sotto controllo. Credevo che un vecchio senza forze non potesse farmi niente. Quello fu il mio primo errore della mattina.
Sono arrivato alle due di notte con la bocca secca e un solo pensiero in testa: quella sera non avrei posto alcun limite, qualunque cosa accadesse tra i padiglioni.
L’avevo provato prima e avevo sentito solo dolore. Quella notte, in una stanza d’hotel con uno sconosciuto, scoprii quanto mi sbagliavo.
Me lo sussurrò all'orecchio mentre tremavo ancora: «E se la prossima volta fossimo in due per te sola?». Non seppi dirgli di no, e nemmeno volli.
Mi piaceva sentirmi guardata, desiderata, scelta tra tutte. Quella notte un uomo di campagna mi portò via dalla pista e senza ritorno.
Non aveva mai visto un uomo come Lamine, e dal primo giorno capì che avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di tornare a casa sua.
Non lessi nemmeno le clausole. Sapevo cosa volevo: vivere con lui, fare del suo corpo quello che mi andava e, quando fosse morto, prendermi tutto.
Fumavo dai diciotto anni e niente era riuscito a farmi smettere. Fino a quando mia moglie trovò quella dottoressa dai tacchi impossibili e dal sorriso da predatrice.
Sono una travestita nascosta. Da mesi obbedivo alle sue email quando mi scrisse che sarebbe venuto nella mia città, e capii che quel pomeriggio avrebbe fatto di me tutto ciò che mi aveva ordinato.
Chiusi la porta, lo baciai senza permesso e capii che quella volta non me ne sarei andata finché non avessi ottenuto esattamente ciò che ero venuta a cercare, con tutta la sala ad ascoltare.
Indossava un abito costoso e aveva uno sguardo che intimoriva tutti a tavola, ma non riusciva a smettere di guardarmi i piedi. E io sapevo esattamente cosa farne.
Da dieci minuti mi sbirciava i piedi dalla fermata dell’autobus. Non immaginava che avrei finito per portarlo a casa e metterlo in ginocchio prima di sera.
Ogni notte mi sveglio madido di sudore con la stessa scena: la signora Vilma che chiude a chiave la porta, si infila i guanti e mi promette che stavolta non ci saranno risate.
La seguii in strada convinto che sarebbe stata una notte come tante. Non immaginavo cosa nascondesse sotto quel vestito aderente né fin dove mi avrebbe portato.
Quaranta minuti prima mi tremavano le mani. Ora reggo l’imbracatura e, per la prima volta in diciotto anni, sono io a decidere cosa succede in questa stanza.
Gli mostrai il video e crollò sul pavimento del salotto. Ma quando si rialzò, non era più la donna che suo marito aveva umiliato per vent’anni.
Mi ha chiamato nel tardo pomeriggio per avvisarmi che sarebbe arrivato tardi. Nel frattempo avevo già iniziato a prepararmi: la parrucca, il trucco, il plug. Mancava solo lui.
In macchina, con la sua mano sul volante e la mia tra le sue gambe, capii che quella notte le regole le avrei dettate io. E lui avrebbe obbedito a ogni singola.
Lo specchio mi restituiva una sposa perfetta. Nessuno immaginava cosa mi avrebbero costretta a fare nella stanza 131 prima di salire sull’auto nuziale.
La tenevo in gabbia accanto alla tavola, a quattro zampe, mentre i miei amici mangiavano e le lanciavano gli avanzi sul vassoio metallico. Era solo l’inizio.