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Relatos Ardientes

Mio zio mi scoprì vestita da donna quel pomeriggio

Mi chiamo Valeria, o almeno così mi sento davvero. Ho ventisei anni e vivo in una città del centro del paese che preferisco non nominare. Ho un corpo pieno, di quelli che alcuni chiamano curvilinei, con fianchi larghi e un sedere di cui più di uno si è innamorato. La pelle appena scura, alta, quasi un metro e settantacinque. Da quando ero molto piccola mi ha attratto l’abbigliamento femminile: i vestiti, la biancheria intima, tutto ciò che le mie sorelle custodivano nei loro cassetti. Sono cresciuta con quella passione nascosta, e vestirmi mi rendeva felice in un modo che non sapevo spiegare.

A diciannove anni entrai in un’università lontano da casa e dovetti affittare una stanza vicino al campus. Fu una liberazione: finalmente sarei stata sola, senza la paura costante che qualcuno mi sorprendesse. E per tutti quegli anni nessuno mi scoprì. Il vero momento in cui mi scoprirono fu a casa dei miei genitori, per una stupidaggine, ed è proprio questo che sto per raccontarvi.

Era inverno. Avevo chiuso il semestre con il voto migliore del gruppo, così mi concessero di anticipare le vacanze di due settimane. Arrivai a casa un sabato a mezzogiorno. La mia famiglia lavorava e non tornava fino al tardo pomeriggio, quindi aspettai. Il corpo mi chiedeva di vestirmi, ma mi trattenni sapendo che avevo interi giorni davanti a me.

Il lunedì i miei genitori uscirono alle sette. Una delle mie sorelle era in viaggio con il suo ragazzo e l’altra lavorava a tempo pieno. Avevo la casa tutta per me, dodici ore davanti. Non ci pensai troppo.

Andai a fare la doccia e mi depilai tutto il corpo con calma, sentendo la pelle diventare liscia sotto le dita. Poi cercai tra i vestiti che avevo messo da parte. Indossai una tangas rossa, un reggiseno abbinato, una blusa bianca quasi trasparente, una minigonna nera aderente e delle calze di pizzo a metà gamba. Tirai fuori una parrucca che custodiva mia sorella, il trucco, alcuni gioielli di mia madre e dei tacchi neri che avevo comprato tempo prima. Quando mi guardai allo specchio, mi innamorai di me stessa. La gonna stretta mi marcava le natiche e mi sentii spettacolare.

Uscii dalla stanza con più audacia e mi preparai la colazione: dei waffle e un bicchiere di latte con cioccolato. Poi lavai i piatti e andai a mettere una lavatrice. Arrivata nel patio notai materiale da costruzione ammassato e, in fondo, un muro nuovo che prima non c’era. Chiamai i miei genitori per chiedere spiegazioni, ma nessuno rispose, così rientrai e non ci diedi peso.

Mi sedetti davanti alla televisione con il volume alto. Così alto che non sentii la porta. Mi accorsi che c’era qualcuno solo quando una voce grave e familiare mi parlò alle spalle.

Rimasi paralizzata. L’unica cosa che riuscii a fare fu abbassare il volume della TV.

—Buongiorno —ripeté la voce.

Non volli voltarmi. Alzai appena una mano, ricambiando il saluto.

—Sono venuto a continuare i lavori —disse—. Mi apri il cancello per far entrare gli attrezzi?

Non avevo via di scampo. Mi alzai piano e, quando lo vidi, sentii il pavimento sparirmi sotto i piedi. Era mio zio. Il marito di mia zia, in realtà. Un uomo che, a essere sincera, mi era sempre stato tremendamente antipatico: arrogante, uno di quelli che rimproveravano la moglie davanti a tutti senza curarsene minimamente. Si erano sposati quando ero bambina; lui aveva più di dieci anni in più di mia zia e all’epoca sfiorava i quarant’anni e passa.

Anche se devo ammettere che è bello. Alto, con una barba folta, con quella faccia da pochi amici che sembra avere incollata addosso, mani enormi e una pancia appena accennata. Per questo, appena lo riconobbi, la paura mi strinse il petto. Non sapevo come avrebbe reagito. Lo guardai e lui guardò me. Era ovvio che sapesse che ero io. Conosceva le mie sorelle e sapeva che non erano in casa. Ma sorrise soltanto.

—Vedi un po’, non sapevo che mia cognata avesse tre figlie —disse, divertito.

Abbassai la testa, morta di vergogna. Quello che disse dopo mi sorprese.

—Stai tranquilla. O tranquillo, come preferisci. Non c’è niente di male se ti piace questo. Va bene, non devi vergognarti.

Alzai il viso e sorrisi senza volerlo.

—Su, aprimi il cancello e rientra, così non ti senti a disagio.

Annuii e corsi ad aprire. Entrò con le sue cose e richiusi. Prima di andare a lavorare, mi guardò di nuovo.

—Scusami se hai pensato che stessi ridendo di te. È solo che non potevo credere che fossi tu. Per questo ho detto delle tre sorelle. Se le tue sorelle sono già belle, tu così dai battaglia eccome —e lasciò andare una risata franca.

Diventai rossa fino alle orecchie. Prese i suoi attrezzi e andò nel patio. Io mi lasciai cadere sul divano, cercando di metabolizzare quello che era appena successo. Non riuscivo a credere che quell’uomo, lo stesso delle urla e dei brutti modi, mi avesse capito così, senza chiedere nulla in cambio.

***

A pranzo mi chiamò. Io mi ero già cambiata, di nuovo vestita da ragazzo.

—E adesso cos’è successo? —mi prese in giro—. Poco fa c’era una nipote bellissima e adesso c’è un nipote tutto brutto.

—Dai, zio —risi.

—Senti, mi dai il permesso di scaldare il mio pranzo nel microonde?

—Certo, passi pure. È da quella parte.

Mentre il suo piatto girava nel microonde, lui prese una sedia e si sedette davanti a me, che tagliavo una cipolla sul bancone.

—Posso farti qualche domanda, nipote?

—Mi dica.

—Perché lo fai? Il fatto di vestirti da donna.

—Non lo so —ammisi—. Mi piace e basta.

—E sei gay o qualcosa del genere?

—No. Mi piace solo vestirmi.

—E la tua famiglia lo sa?

—No. Per favore non dica niente a nessuno.

—Tranquilla, non dirò nulla —rispose, e sorrise di lato—. Anche se dovrei, per tutto il male che hai detto di me.

—È che davvero esagerava con mia zia…

—Lo so. Per questo sto cercando di cambiare. Ma tu mi hai trattato nel peggiore dei modi.

—Mi perdoni.

—Ormai è passato. E ti vesti sempre?

—No, solo quando non c’è nessuno.

—Per questo ti sei cambiata quando sono arrivato, vero? —disse, e rise di nuovo—. Guarda, se vuoi vestirti anche quando io sono qui, per me non c’è problema.

—Grazie, ma mi vergogno.

—Ti vergogni che ti veda? Io sto fuori e tu qui dentro.

—Anche così.

—Va bene, facciamo un patto: se ti vesti anche quando io giro qui intorno, non dico niente ai tuoi genitori.

—No, per favore —supplicai.

—Sto scherzando —rise—. Fai come ti senti a tuo agio. Senti, e sei mai uscita così per strada?

—Mai.

—Perché?

—Mi vergogno. Se già con lei qui dentro mi costa, in strada svengo.

—Non importa. Al massimo ti porti a letto un sacco di uomini, perché con quel che hai ti basta e avanza.

—Oh, zio, ma come parla.

—Sul serio, non ti piacciono gli uomini?

—Beh no —dissi, ridendo nervosamente.

—Dai, nipote, qualcuno ti avrà fatto girare la testa. Anche io, che sono sicuro di me, vedo un uomo bello e lo riconosco. Sii sincera.

—Beh… sì, c’è stato un ragazzo che mi attirava. Ma niente di più.

—Visto? E dimmi, quanti anni ha?

—Mi rimprovererà, ma ha trent’anni.

—E allora? Io porto più di dieci anni a tua zia. Per l’affetto non c’è età. E lui lo sa di te?

—Non sa nemmeno che esisto. Mi piace solo da lontano.

—Se te lo proponi, può saperlo. Ti lascio un consiglio, nipote: toglierti la vergogna prima con me, e poi con il mondo. Così ti sarà più facile.

—Grazie, zio. Terrò presente.

***

Presi il suo consiglio alla lettera. Cominciai a vestirmi più spesso, e a lui piaceva da morire applaudire la mia decisione. Con i giorni presi confidenza con lui. Lo invitavo a mangiare con me, lo accudivo, gli servivo l’acqua, gli lavavo i vestiti da lavoro. Senza accorgermene, sembravamo un matrimonio: lui riparava la casa e io la tenevo in ordine. Mi raccontava i suoi guai con mia zia e io i miei. In qualche modo, ci capivamo.

I lavori stavano per finire. Un venerdì mattina arrivò presto, mi chiamò e mi porse una borsa.

—Tieni. Cambiati, che usciamo.

—Cosa? Usciamo? Dove?

—Non fare domande e indossa quello che ti ho dato.

Quel suo ordine mi accese qualcosa dentro. Salii di corsa. Dentro c’era un miniabito bianco aderente, con spalline, e dei tacchi rossi bellissimi con un fiocco di lato. Scelsi la mia biancheria intima: un boxer femminile rosso di pizzo, tanto minuscolo che sembrava un tanga, e un reggiseno nero. Misi la parrucca, mi truccai come meglio potei e scesi.

—Wow, nipote. Sei incredibile.

—Grazie, zio.

Mi portò con la sua auto fino a un parco. Scesi tremando, ma lui mi tolse la paura poco a poco. Mi presi al suo braccio e camminammo piano, godendoci il posto. Presto notai che gli uomini che passavano mi fissavano.

—Guarda, nipote, quello ti sta guardando. E anche quell’altro.

—E qual è il senso di tutto questo?

—Che tu veda che puoi avere l’uomo che vuoi. Così ti passano paura e dubbi.

—Grazie, ma io sto bene così.

—Fidati di me. Entra nel tuo ruolo di donna.

—Se è così, dovresti chiamarmi nipote, non nipote maschio —scherzai.

—Hai ragione. E andrai in giro senza nome?

—Ne ho già uno. Mi piace Luz.

—Luz? No, nipote, il tuo nome dev’essere più sensuale. Aspettami qui, torno subito.

Si allontanò e lo persi di vista. Tirai fuori il cellulare per scattarmi qualche foto. Poi si avvicinò un ragazzo.

—Ciao, ciao —disse.

Gli sorrisi.

—Come stai? —chiese.

—Bene, e tu? —risposi, facendo attenzione che la mia voce suonasse il più fine possibile.

—Bene anch’io. Scusa la domanda… non sei una ragazza?

—No —ammisi, nervosa—. Scusami.

—Perché ti scusi?

—Per la delusione.

—Per niente. Anzi, grazie per essere sincera. Comunque mi chiamo Adrián. E tu aspetti qualcuno?

—Mio zio.

—Speriamo che non si arrabbi nel vedermi con te —rise—. Come ti chiami?

In quel momento tornò mio zio e rispose al posto mio.

—Si chiama Valeria.

Adrián e io lo guardammo.

—Mi scusi, signore. Non volevo disturbare sua nipote.

—Per niente. Parlate pure, io vado a fare un giro —disse, con un tono che mi parve secco.

—Meglio che vada —rispose Adrián—. Mi passi il tuo numero, Valeria?

Glielo diedi. Quando se ne andò, mio zio si sedette di nuovo accanto a me, chiaramente serio.

—Che succede, zio?

—Niente. Meglio andiamo.

***

Durante il tragitto non disse una parola. Arrivati a casa, non ce la feci più.

—Perché sei così serio con me?

—Ti lascio un attimo sola e già fai la civettuola.

—Sei stato tu a portarmi. Sei tu che volevi che il mondo mi vedesse.

—Sì, ma eri con me. E per giunta gli hai dato il tuo numero.

—Me l’ha chiesto lui. Non vedo niente di male.

—A chiunque te lo chieda lo darai?

—Non capisco che ti prende —dissi, e gli occhi mi si riempirono di lacrime—. Se non ti piace vedermi con altri uomini, abbi il coraggio di dirmi che ti piaccio.

Scesi dall’auto ed entrai. Mi sedetti sul divano. Avevo un messaggio da un numero sconosciuto, ma non lo aprii. Dopo pochi minuti entrò lui e si sedette davanti a me.

—Perché dici che devo averne il coraggio? Ti piaccio forse?

—Sì, zio. Mi piaci. Mi sono innamorata di te in queste settimane. E se ho accettato di parlare con quel ragazzo è perché pensavo di non avere alcuna possibilità con te. Finché non ho visto la tua gelosia.

—Va bene… sì, mi piaci. Dal primo giorno in cui ti ho visto.

—E perché non l’hai detto?

—Non lo so. Ma… non sono innamorato, Valeria. È puro desiderio. Un desiderio enorme di spezzarti in due, di essere il primo uomo che si scopa quel tuo bel culo.

Quando lo disse, sentii le gambe cedere e un’umidità strana salirmi dentro. Mi alzai e andai verso di lui, gli presi la mano e lo baciai. Il bacio più intenso che avessi mai dato. La sua lingua entrò nella mia bocca come se ne fosse padrona, cercando la mia, spingendola, assaggiandomi fino in fondo. Mi afferrò i fianchi con quelle mani enormi e mi strinse contro il suo corpo, e lì, contro il mio ventre, sentii per la prima volta il rigonfiamento duro del suo cazzo marcarsi sotto i pantaloni. Mi sfuggì un gemito dentro la sua bocca.

Mi spinse all’indietro finché caddi supina sul divano, con lui sopra di me. Mi sollevò il miniabito bianco fino alla vita e rimase a guardarmi, con il boxer rosso di pizzo già bagnato sulla punta, il mio stesso cazzo che si marcava contro il tessuto.

—Guarda un po’ cosa hai qui sotto, nipote —mormorò, passando la mano sopra il pizzo—. Tutta signorina fuori e bollente dentro.

—Zio, per favore…

—Per favore cosa. Dillo.

—Non mi faccia parlare così.

—Parlerai come una puttana, perché è questo che vuoi essere oggi. La mia puttana. Dillo.

—Sì, zio… voglio essere la tua puttana.

Sorrise e mi aprì le gambe con uno strappo. Si abbassò a baciarmi il collo, a mordermi il lobo dell’orecchio, a scendere lungo il décolleté finché mi strappò le spalline del reggiseno. Mi succhiò i capezzoli sopra il tessuto, mordendoli finché non si indurirono, e poi infilò la mano sotto e me ne pizzicò uno con due dita, con forza. Io inarcavo la schiena e mi contorcevo sotto di lui, incapace di stare ferma.

Si rimise in ginocchio sul divano e si slacciò la cintura senza togliermi gli occhi di dosso. I pantaloni scesero, e il boxer nero che aveva sotto era teso, deformato dal cazzo che spingeva contro. Abbassò l’elastico e quella cosa saltò fuori, grossa, lunga, con le vene marcate lungo tutto il fusto, la testa violacea e una goccia densa che tremava sulla punta. Non avevo mai visto un cazzo così da vicino. Mi si fece acqua la bocca senza volerlo.

—Vieni qui. In ginocchio.

Scesi a terra, tra le sue gambe aperte. Con la mano mi prese la nuca e mi avvicinò piano, finché la punta calda mi sfiorò le labbra truccate. Tirai fuori la lingua e passai sul glande, raccogliendo quella goccia salata. Lui lasciò andare un sospiro roca.

—Così, nipote. Aprila di più.

Aprii la bocca e me lo mise dentro. All’inizio solo la testa, giocando, lasciando che la succhiassi con le labbra. Poi spinse, piano piano, finché sentii il cazzo gonfiarsi contro il mio palato. Lo tolsi per respirare e passai la lingua sotto, salendo dalle palle fino alla punta, lentamente, come avevo visto fare nei video che guardavo di nascosto. Leccai i testicoli uno per uno, me li presi in bocca, e quando risalii lui mi afferrò i capelli della parrucca e spinse di nuovo, più a fondo. Mi andò di traverso, gli occhi mi si riempirono di lacrime, ma non mi staccai. Più in fondo spingeva, più avevo voglia di lasciarmi andare.

—Ecco. Ingolla tutto quel cazzo, amore mio. Guarda come ti cola la saliva dal mento, che bella che sei.

Era lui a muoversi adesso, inculandomi la bocca piano, tenendomi la testa con entrambe le mani. La saliva mi colava dal mento e mi cadeva sul décolleté del vestito. Io avevo una mano nella mia stessa figa, premendo sopra il boxer, sentendomi così dura da farmi male. Con l’altra mano gli afferrai le palle e gliele massaggiai mentre lo succhiavo.

—Maledizione, nipote, impari in fretta —ansimò—. Se non ti fermi ti scarico in bocca, e ancora non è il momento.

Mi tirò fuori il cazzo in un filo di saliva e mi sollevò da terra. Mi girò, mi spinse contro lo schienale del divano e mi alzò il vestito fino alla vita. Mi abbassò il boxer rosso fino alle cosce, lasciandomi il culo all’aria, e mi allargò le natiche con entrambe le mani.

—Guarda che bel culetto. Rasato, rosato, tremante. Una vera verginella.

Si chinò e mi baciò una natica, poi l’altra, mordendole con fame. Poi sentii qualcosa di bagnato e caldo che mi fece sussultare: era la sua lingua, che passava tra le mie natiche, cercando la mia entrata. Quando la trovò, restò lì, a leccarmi il buco in cerchi, premendo la punta contro di esso, spingendo dentro. Gemetti come non mi ero mai sentita gemere, aggrappata allo schienale del divano con entrambe le mani, muovendo il culo all’indietro per chiedergli di più.

—Zio, per favore, ancora, ancora…

—Resisti, troia. Devo aprirti bene prima.

Si bagnò due dita con la saliva e me le infilò, prima una, poi la seconda. All’inizio bruciò, emisi un lamento, ma lui le muoveva a forbice dentro, allargandomi, cercando qualcosa in fondo. Quando trovò il punto, mi sfuggì un grido e le gambe mi si aprirono da sole.

—Eccolo —mormorò—. Eccolo lì. Quello è il bottone che ti farà venire senza toccarti, nipote.

Tolse le dita e si sputò sulla mano. Si cosparse bene il cazzo e sentii la punta calda appoggiarsi alla mia entrata. Spinse appena e mi irrigidii. Spinse un po’ di più e la testa entrò di colpo, con un bruciore che mi fece urlare.

—Ah, zio, aspetta, aspetta!

—Tranquilla, ormai il peggio è passato. Respira.

Restò immobile, la testa del cazzo dentro, la mano che mi accarezzava la bassa schiena per calmarmi. Sentii il mio corpo aprirsi con la forza per fargli posto. Quando il bruciore diminuì, mossi io il culo indietro chiedendogli di più, e lui cominciò a entrare, centimetro per centimetro, finché sentii le sue palle appoggiarsi alle mie natiche. Me l’aveva messo tutto dentro.

—Tutto dentro, nipote. Tutto il mio cazzo dentro di te.

—Sì… lo sento fino allo stomaco.

Cominciò a muoversi piano. Usciva quasi del tutto, lasciandomi vuota per un secondo, e rientrava fino in fondo, strappandomi un gemito a ogni colpo. Il dolore si trasformò in un piacere che non avevo mai conosciuto, un solletico profondo che mi saliva lungo la schiena e mi annebbiava gli occhi. Ogni volta che il suo cazzo sfiorava quel punto che aveva trovato con le dita, mi sfuggiva un grido e le gambe mi tremavano.

—Così, così, inculami più forte —mi sentii dire, senza riconoscermi.

—Più forte, nipote? Così ti piace?

Mi afferrò i fianchi e accelerò. Il divano scricchiolava sotto di noi, le sue palle sbattevano contro le mie natiche con un suono umido, e il mio stesso cazzo si agitava molle tra le gambe, colando nel boxer che avevo aggrovigliato sulle cosce. Mi diede uno schiaffo sul sedere, poi un altro, e sentii la pelle bruciare e fremere allo stesso tempo.

—Sei stretta da far paura, troia. Mi stai mungendo il cazzo.

—È tuo, zio… il mio culo è tuo…

—Ridillo.

—È tuo, è tutto tuo, non fermarti, ti prego non fermarti!

Mi tirò fuori il cazzo di colpo e mi girò. Mi stese supina sul divano, mi alzò le gambe sopra le sue spalle, e tornò a spingere dentro con un solo colpo, stavolta guardandomi in faccia. Vedere la sua faccia sulla mia, quella barba, quegli occhi socchiusi, mentre mi apriva in due, fu troppo. Gli conficcai le unghie nella schiena sopra la camicia e mi lasciai scopare.

—Guardami, Valeria. Guardami mentre ti scopo.

Gli sostenni lo sguardo. Ora si muoveva con foga, entrando a fondo, facendomi salire sul divano a ogni spinta. Si chinò e mi baciò, infilandomi la lingua fino in gola mentre il cazzo mi arrivava sul fondo. Mi succhiò un capezzolo, poi l’altro, e abbassò la mano libera ad afferrarmi il cazzo, che mi si agitava da solo. Cominciò a masturbarmelo al ritmo delle sue spinte, stringendo e lasciando, stringendo e lasciando.

—Vieni per me, nipote. Vieni senza che debba chiedertelo due volte.

—Ah, zio, sto venendo, sto venendo!

Sentii l’orgasmo salire dal culo, attraversarmi la pancia ed esplodere. Getti di seme denso mi uscirono dal cazzo, cadendomi sul ventre, sul petto, uno persino arrivandomi al mento. Mi contorsi tutta, stringendogli il cazzo con il culo, e lui emise un grugnito animale.

—Porca puttana, come stringi… eccomi, eccomi…

Spinse ancora tre, quattro volte, ogni volta più a fondo della precedente, e all’improvviso rimase piantato dentro. Sentii il suo cazzo pulsare dentro di me, grosso, gonfio, e poi il calore: getti e getti di latte caldo rovesciati nel mio interno, riempiendomi, bruciandomi da dentro. Si lasciò cadere su di me, ansimando sul mio collo, senza uscire ancora.

—Sei mia, Valeria —sussurrò—. Da oggi sei mia.

—Sono tua, zio. Tutta tua.

Restò dentro a lungo, allentandosi piano piano, mentre mi baciava il viso, la fronte, le labbra macchiate di lucido colato. Quando finalmente tirò fuori il cazzo, sentii uno strano vuoto, e un filo tiepido del suo seme che mi scivolava tra le natiche. Mi fece aprire le gambe e si chinò a guardare.

—Guarda un po’ che cosa ti ho fatto al culetto. Tutto aperto, tutto pieno del mio latte.

Infilaro un dito, ne raccolse un po’ e me lo portò alla bocca. Lo succhiai senza pensarci, guardandolo negli occhi, e lui sorrise.

—Brava ragazza.

Andò in bagno e io rimasi distesa sul divano, la pelle lucida di sudore e sperma, il vestito fatto un disastro attorno alla vita, sentendomi diversa, completa. Tornò con della carta e mi ripulì lui stesso, con una tenerezza che non gli avevo mai visto, un bacio sul ventre, un altro sul fianco. Mi sollevò dal divano come se non pesassi niente e mi portò in camera mia. Ci sdraiammo, mi abbracciai al suo petto, sentii il suo cuore ancora battere forte contro la mia guancia. Non volevo lasciarlo andare. Dormimmo un po’ così, intrecciati, con la mia gamba sopra la sua e la sua mano persa tra le mie natiche.

Quando ci svegliammo, facemmo la doccia insieme. Sotto il getto caldo, mi misi di nuovo in ginocchio e gli succhiai il cazzo fino a farlo rinvenire, e lui mi prese in piedi contro le piastrelle, piano, con l’acqua che ci cadeva addosso, fino a venire per la seconda volta dentro di me. Mi misi qualcosa di più comodo, una tangas e un short con lo stesso reggiseno. Preparai da mangiare mentre lui riposava sul divano. Cenammo, e quando arrivò il momento di andarsene mi disse che voleva che fossimo una coppia. Gli dissi subito di sì. Ci baciammo e se ne andò, promettendo di tornare il giorno dopo.

Quella notte mi sentii la donna più felice del mondo. Decisi di ignorare Adrián per un po’, anche se più avanti vi racconterò che cosa successe con lui. E anche tutto il resto che venne dopo.

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Commenti(7)

LunaRossa

bellisimo davvero, non riuscivo a smettere di leggere

DovreiDormire

dimmi che c'è un secondo capitolo, perche così non si può lasciare!!

Ilaria

complimenti, che storia!!

FarfalleNelloStomaco

Quel momento in cui senti una voce alle spalle e sai che è finita... hai reso quella sensazione in modo perfetto. Bellissimo.

SegreteIntenzioni

uno dei migliori che ho letto ultimamente. grazie

Camilla_Siena

ma come è andata poi?? devo sapere!! aspetto il seguito

NottataInsonne

ho iniziato pensando 'un racconto veloce' e invece erano le due di notte 😅 la colpa è tua

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