La notte in cui questa travestita smise di trattenersi
Mi guardai allo specchio con la parrucca e il vestito trasparente, e capii che quella notte avrei lasciato che uno sconosciuto mi facesse tutto ciò che immaginavo da settimane.
Mi guardai allo specchio con la parrucca e il vestito trasparente, e capii che quella notte avrei lasciato che uno sconosciuto mi facesse tutto ciò che immaginavo da settimane.
Mi salvai il suo numero come «S.1». Due giorni per pentirmi e non una volta volsi farlo: volevo che mi usassero di nuovo, peggio della prima volta.
Lo avevo immaginato per anni: truccarmi, indossare le calze e consegnarmi a un uomo per la prima volta. Quel pomeriggio, in una stanza d’hotel, smisi di immaginarlo.
Ero pronta dalle quattro del pomeriggio, fradicia e vogliosa, quando quell’uomo basso bussò alla mia porta senza immaginare che avrei scoperto il suo soprannome a forza.
Ho la guancia incollata alle piastrelle fredde e non ricordo la sua faccia, solo il ritmo con cui entra e esce da me mentre le sue mani mi tengono i fianchi.
Due mesi fa ho iniziato con una ragazza che mi vuole davvero bene. Eppure, appena chiude la porta, apro il sito d’incontri e cerco ciò che lei non potrà mai darmi.
«Buonanotte, principessa», mi sussurrò mia moglie all’orecchio. E qualcosa dentro di me, qualcosa che aveva piantato settimane prima, rispose come se aspettasse da sempre quel nome.
«Che bel culetto», disse alle mie spalle. Non mi voltai subito. Quella voce non poteva essere la sua, non dopo quattro anni di silenzio.
Guidavo di notte trasformata in un'altra donna e nessuno lo sapeva. Bastò una distrazione in una sosta perché lui scoprisse chi ero davvero.
L’armadio del signorino custodiva un’uniforme nera con cuffietta bianca, e don Aurelio le assicurò che appena l’avesse indossata non sarebbe più stata Marcial.
Le portai su le scatole, le preparai un caffè e, prima ancora di finirlo, sapevo già che quella vicina avrebbe cambiato tutte le mie notti in quel palazzo.
Non salii in quell’albergo pensando che sarei stato io a finire a quattro zampe, a pregarla di non fermarsi. Ma lei sapeva esattamente ciò che io non osavo ammettere.
Quella mattina mi rasai le gambe, mi misi le platform bianche e scesi dall’auto sapendo che tutta la gente per strada mi avrebbe guardata. E infatti mi guardarono.
Da un anno guardavo quel giocattolo nel cassetto senza osare. Quella notte, con la sottoveste di pizzo e il lucchetto chiuso, capii che avrei finalmente lasciato che mi aprisse del tutto.
Accesi solo le candele rosse, mi sistemai il babydoll e aspettai. Quando suonò il campanello, capii che quella notte avrei ricordato chi ero davvero.
Quando mi invitò a cena a casa sua, pensai volesse solo ringraziarmi. Non immaginavo cosa nascondesse sotto quella gonna a tubino, né fin dove fosse disposta a spingersi.
Le pregai per mesi una sessione. Quando finalmente entrai nel suo studio, capii che non mi aveva invitato per fotografarla, ma per insegnarmi a obbedire.
Sentii la sua mano nel saluto ed è stato come una scarica. Le offrii un passaggio e, su quella strada di campagna, scoprii qualcosa che negavo da anni.
Feci appena pochi passi e il cellulare cominciò a vibrare senza sosta. Era lei, e non aveva alcuna intenzione di lasciarmi andare così facilmente quella notte.
La trovai mentre si mordeva il labbro davanti allo specchio, con il bikini addosso e l’inguine già bagnato. Non avrei aspettato che fosse pronta.