Il giorno in cui uscii vestita da travestito per la prima volta
Non aspettatevi un racconto pieno di sesso con penetrazione. Fino a un certo punto suonerà noioso, lo so. Ma le ragazze come me capiscono il brivido e il lato morboso di quel primo giorno in cui ci decidiamo a uscire in strada per essere davvero chi siamo. Quel passo, il primo, non si dimentica mai. E anche se quella notte non ci furono scopate vere e proprie, ci furono mani, bocche, cazzi duri che mi si piantavano tra le natiche e una eccitazione così feroce che ancora oggi, quando la ricordo, mi viene da mettere la mano in mezzo alle gambe.
Successe anni fa, in un paesino del centro del paese che non nominerò per non tradirmi. Quello che posso dire è che non lo feci da sola. Mi aiutò Renata, la mia ragazza di allora, una donna incredibile con cui condividevamo anche un ambiente libertino: eravamo una coppia aperta e ci divertivamo da matti a scoprire cose insieme. Fu lei a spingermi, con dolcezza, a smettere di nascondermi tra quattro mura.
—Oggi usciamo —mi disse quella mattina, mentre io continuavo a esitare davanti allo specchio—. Oggi il mondo ti vede. E se a qualcuno si rizza il cazzo per te, tanto meglio.
L’outfit l’avevamo scelto la sera prima, tra risate e nervi. Un jumpsuit con gonna di jeans e un paio di platform bianche di quelle che usano le ballerine di pole, altissime, lucide, impossibili da ignorare. Le conservo ancora. Mi rasai le gambe centimetro per centimetro, piano, sentendo il rasoio lasciare la pelle liscia e strana al tatto. Passai anche la lama sulle palle e sulla riga del culo, appoggiata al bordo della vasca, con Renata che mi guardava dalla porta mordendosi le labbra. Quando finii, si avvicinò, mi aprì le natiche con entrambe le mani e mi infilò la lingua nel buco appena rasato.
—Non ancora —le dissi, ridendo, scostandola—. Se mi porti a cento adesso non riuscirò a uscire.
—Avrai il cazzo duro tutto il giorno —mi rispose, stringendomelo sopra gli slip—. Te lo leggeranno in faccia, bella.
Aveva ragione. Il rigonfiamento si vedeva già negli slip di pizzo e lei lo sapeva. Mi strinse un tettino finto con l’altra mano, mi diede una secca sculacciata e mi spinse verso lo specchio.
Questa è una cosa seria. Oggi davvero lo faccio.
Mi sistemai la parrucca, mi truccai con le mani un po’ tremanti e, quando finalmente mi guardai per intero, non mi riconobbi. E mi piacque da morire. Mi vedevo bene. Mi vedevo sexy. Mi vedevo come una puttana bellissima pronta a farsi guardare. Renata comparve dietro di me nel riflesso, mi abbracciò alla vita e mi sussurrò all’orecchio che ero stupenda. Le credetti.
***
La prima tappa fu un locale di hamburger sulla via principale. Era presto e il posto era pieno di signore che bevevano caffè, di quelle che sembrano sorvegliare tutto. Mentre facevamo la fila, ero convinta che da un momento all’altro qualcuno ci avrebbe rimproverate, indicato, chiesto di andarcene.
Non successe niente di tutto ciò.
Al contrario. Una signora anziana si avvicinò al tavolo con un sorriso enorme.
—Scusate se vi disturbo —disse—, ma quella parrucca ti sta da dio. Dove l’hai comprata?
Rimasi senza parole per un secondo. Renata rispose al posto mio, felice, e all’improvviso avevamo due o tre donne che dicevano la loro sul colore, sul taglio, su quanto mi stesse bene con il tono della pelle. Il vero successo, però, furono le platform. Tutte volevano sapere dove procurarsene un paio uguali. Uscii da lì camminando parecchi centimetri più alta di quando ero entrata, e non solo per le scarpe.
—Vedi? —mi disse Renata in macchina, stringendomi la mano e portandola dritta sul rigonfiamento che dalla mattina non era più sceso—. Te l’avevo detto. E guarda come ce l’hai, zozzona.
Io ancora non ci credevo del tutto. Per tutta la vita mi ero immaginata il disprezzo, la derisione, lo sguardo che giudica. Avevo interi copioni memorizzati su come difendermi, su cosa rispondere se qualcuno mi insultava. E invece la prima persona che mi parlò per strada lo fece per farmi un complimento sincero. Qualcosa dentro di me si sistemò quella mattina, un pezzo che per anni era rimasto storto e che finalmente andò al suo posto.
***
Forti del primo trionfo, andammo in uno studio notarile a ritirare dei documenti del suo lavoro. Renata entrò; io restai fuori. E lì commisi la mia piccola follia del giorno: invece di aspettare in macchina, scesi e rimasi piantata sul marciapiede, in vista di tutti.
La gente che passava mi guardava. Uomini, donne, gente di fretta che comunque girava la testa. Un tipo in giacca e cravatta mi guardò dall’alto in basso, si fermò un attimo a vedere come la gonna mi si appiccicava al culo per la brezza, e io sentii di bagnarmi per la pura eccitazione, davanti e dietro. Il mio cazzo pulsava negli slip stretti. Il cuore mi batteva in gola. La mia paura più concreta, quella che mi stringeva lo stomaco, era che a qualcuno venisse in mente di chiamare la polizia e che finissi arrestata con l’accusa di fare la marchetta in strada. Suonerà esagerato, ma in quel momento, appena uscita dal guscio, mi sembrava il peggiore dei possibili epiloghi.
Non successe. Renata uscì con i documenti, mi trovò lì impalata e scoppiò a ridere vedendo la mia faccia, un misto di panico e orgoglio.
—Ti sta piacendo più di quanto ammetti —mi disse, infilandosi la mano sotto la gonna proprio lì, con un gesto rapido, e sentendomi il cazzo che colava pre-cum dentro gli slip—. Guardati, sei tutta bagnata, troia.
Aveva ragione.
***
Da lì andammo in un centro commerciale. Eravamo euforici, parlando entrambi nello stesso momento, ripassando ogni sguardo, ogni commento, ogni gesto. C’era un solo problema pratico, e non era affatto semplice da gestire: l’eccitazione non scendeva. Ero in erezione da tutto il giorno, senza tregua, e il jumpsuit non aiutava a nasconderlo. Camminavo facendo attenzione agli angoli, accavallando le gambe quando mi sedevo, pregando che nessuno notasse come mi si segnava la punta del cazzo contro il tessuto.
Decidemmo di infilarci al cinema a vedere una commedia di moda, una di quelle che riempiono le sale. Il film contava poco o niente. La cosa curiosa fu la sfilata di dipendenti del cinema che non smettevano di entrare e uscire dalla sala, passando accanto alla nostra fila una e un’altra volta con la torcia accesa. Ero sicura che stessero cercando qualcosa, aspettando di vedere qualcosa, magari aspettando che fossimo noi a fare qualcosa.
—Ci stanno controllando —sussurrai a Renata.
—Che guardino —rispose lei, e mi passò la mano sulla coscia nuda nel buio fitto.
La mano non si fermò alla coscia. Salì piano, spostando la gonna di jeans, finché le sue dita non si infilarono nella cintura degli slip e trovarono il mio cazzo completamente inzuppato. Lo afferrò con mano ferma, mi strinse la punta fino a strapparmi un gemito che dovetti soffocare contro la spalla della mia stessa mano, e iniziò a segarmi molto piano, molto discreta, approfittando di ogni risata della sala per pompare un po’ più veloce.
—Stai colando, maiala —mi sussurrò all’orecchio—. Ti si vedranno le macchie sul jumpsuit e ci cacciano dal cinema.
Io non riuscivo neppure a rispondere. Uno dei dipendenti passò di nuovo con la torcia, il fascio di luce mi sfiorò le ginocchia, e Renata non fece una piega: continuò a segarmi mentre il ragazzo si allontanava nel corridoio. Con l’altra mano mi cercò da dietro, mi mise due dita tra le natiche sopra il tessuto e cominciò a premere sul buco rasato per cui quella mattina mi aveva passato la lingua. Stavo per venire lì, sulla poltrona, con due dipendenti che giravano a tre metri di distanza. Le afferrai il polso e la fermai appena in tempo.
—Conservane un po’ per la notte —le implorai, con la voce rotta.
Lei rise, si portò le dita alla bocca e le succhiò piano, guardandomi negli occhi.
Visto che nessuno dei dipendenti osò dire nulla ad alta voce, la cosa rimase pura tensione, sguardi di sbieco e quel formicolio del sapere di essere osservata. Per me, che avevo passato la vita a nascondermi, essere osservata con desiderio e non con rifiuto era una droga nuova e potentissima.
***
Ma il successo totale, quello che ricordo col cuore in gola ancora oggi, arrivò alla fine del pomeriggio. C’è un mercato di cibo all’uscita del paese, proprio sull’autostrada che porta verso la capitale. Un posto di passaggio, con tavoli lunghi e brodi fumanti, dove si fermano gli autisti di camion e i camionisti a mangiare prima di riprendere il viaggio.
Tanti camionisti. Tanti tiristi. E quella notte verificammo una cosa: sono gente sfrontata, diretta, senza giri di parole.
Appena ci sedemmo, iniziarono gli sguardi. Diversi da quelli del cinema, diversi da quelli della notaria. Questi erano sguardi da maschio affamato, sguardi che reggevano, che non si staccavano, che ti percorrevano tutta e restavano lì in attesa di una risposta. Renata era eccitata quanto me, lo capivo da come mi stringeva il ginocchio sotto il tavolo e da come le punte dure dei capezzoli le si disegnavano contro la blusa.
Uno di loro, un tipo grosso in camicia a quadri, si avvicinò con due birre che non gli avevamo chiesto.
—Ve le offro? —chiese, e si sedette senza aspettare risposta.
Dietro arrivarono altri due, uno più giovane e un altro con i baffi canuti che sembrava il capo del gruppo. Conversazione, risate, mani che sfioravano come per caso il tavolo di plastica. Ci chiesero da dove venissimo, dove andassimo, se passassimo spesso di lì. All’inizio rispondevo a monosillabi, ancora misurando il terreno, ma piano piano mi sciolsi e cominciai a flirtare, a ricambiare gli sguardi, a ridere alle loro battute squallide. Quello con i baffi mi mise la mano sulla coscia sotto il tavolo e la fece salire con tutta la calma del mondo, finché non mi toccò il rigonfiamento sopra il tessuto e rimase lì, a stringere, fissandomi con un sorriso perverso.
—Accidenti, che sorpresina, mamacita —disse piano, perché lo sentissi solo io—. E che bello duro ce l’hai.
Non si spostò. Al contrario: si leccò i baffi e continuò a premere. Quello in camicia a quadri, dall’altro lato, aveva già passato il braccio attorno alle spalle di Renata e le teneva una mano dentro la blusa, giocandole con i capezzoli senza alcun pudore. Uno mi propose, con una naturalezza che mi lasciò senza fiato, di salire con lui nella cabina del suo tir, parcheggiato a pochi metri, al buio.
Fallo. Questa è la notte.
Non lo feci. Per sicurezza, per diffidenza, perché erano sconosciuti in un posto isolato e perché non mi sentivo ancora pronta per così tanto. Ancora oggi me ne pento un po’. Ma quello che successe quella notte mi rimase inciso addosso.
Ci alzammo dal tavolo e ci lasciammo portare qualche metro più in là, in un angolo buio tra i camion parcheggiati, dove la luce del mercato non arrivava. In tre ci circondarono. Quello con i baffi mi afferrò per la nuca e mi baciò con tutta la lingua dentro la bocca, mentre il giovane mi infilava le mani sotto il jumpsuit dalla schiena, mi palpeggiava le tette finte e mi stringeva i capezzoli finti fin quasi a farmi gemere. Quello in camicia a quadri si era già slacciato la cerniera e aveva la mano di Renata dentro i pantaloni. Io vedevo di sbieco la mia ragazza mentre se lo tirava fuori e glielo segava con lo sguardo fisso sulla mia faccia, morta di morboso piacere.
—Toccamelo, bella —mi sussurrò quello con i baffi, prendendomi il polso e portandomelo all’inguine—. Non te ne pentirai.
Aveva il cazzo durissimo, grosso, caldo sopra i jeans. Gli slacciai il bottone senza pensarci due volte e lo tirai fuori. Era grande, con il glande gonfio e un filo di pre-cum che gli colava fino alle dita. Lo afferrai con la mano chiusa e iniziai a segarglielo piano, sentendo come pulsava contro il palmo. Il giovane, dietro di me, mi aveva già abbassato la vita del jumpsuit e degli slip fino a metà del culo, e mi stava piantando il cazzo tra le natiche rasate, senza infilarmelo, sfregandomelo su e giù lungo la fessura mentre mi stringeva i fianchi con entrambe le mani.
—Che culo, stronza —ansimava nel mio orecchio—. Che culo da troia che hai.
La mia era premuta contro il tessuto del jumpsuit davanti, colava di nuovo, e quello con i baffi si chinò, me la tirò fuori dagli slip e se la mise in bocca per un istante, appena un lungo succhio a labbra chiuse che mi fece tremare le gambe. Renata, intanto, aveva un camionista che si segava nella sua mano e l’altro che le baciava il collo, e non mi staccava gli occhi di dosso. Sorrideva, orgogliosa, eccitata, godendosi il fatto di vedermi diventare il centro del banchetto.
Io ero arrivata pensando che avrebbero avuto odore di strada, di sudore da viaggio, di stanchezza. E con mia sorpresa, i tre profumavano bene, di colonia appena messa, come se si fossero sistemati apposta prima di scendere a mangiare. Sentire le loro mani grandi sui miei fianchi, le loro barbe che mi raschiavano il collo, tre cazzi duri che mi sfioravano contemporaneamente davanti e dietro, tre bocche affamate puntate su di me, fu molto più di quanto avessi mai immaginato per il mio primo giorno.
Non lasciai che nessuno di loro venisse, e neppure io venni. Quando il giovane cominciò a premere troppo la punta contro il buco, quando sentii che da un momento all’altro avrebbe spinto e non ci sarebbe più stato ritorno, mi staccai, afferrai la mano di Renata e le dissi all’orecchio che dovevamo andare. Lei capì subito. Ci sistemammo i vestiti come potemmo, con le cosce che tremavano e la bocca gonfia per tutti quei baci, e ce ne andammo di lì a passo svelto, lasciandoli con i cazzi fuori e una risata roca da maschi soddisfatti a metà.
***
Ci eravamo allontanate parecchio dal paese, così il ritorno all’auto fu una vera e propria processione. Ci vide tantissima gente. Io camminavo su quelle piattaforme impossibili, ancora con il sapore dei baci in bocca, con gli slip bagnati del mio stesso pre-cum e con i capezzoli finti che bruciavano per quanto me li avevano stretti. Sentivo tutti voltarsi a guardarmi mentre passavo.
Mi immaginavo quello che pensavano. Lì va la puttana di strada, al braccio della sua ragazza, col cazzo ancora duro sotto il jumpsuit. E la cosa strana, quella che ho impiegato anni a capire, è che quell’idea non mi ferì. Mi fece sentire viva. Per la prima volta in vita mia non ero nascosta dentro una stanza né travestita da qualcosa che non ero. Ero fuori, in piena vista, desiderata, guardata, esattamente come volevo essere: una troia bellissima, piantata nel mondo, senza chiedere permesso.
Renata mi aprì la portiera dell’auto, mi diede un bacio sulla tempia e partimmo in silenzio, entrambe sorridendo come sceme, con le mani intrecciate e gli slip di tutte e due ridotti a un disastro appiccicoso.
Non ci furono scopate vere quella notte, l’ho già detto. Ma ci furono tre cazzi duri nelle mie mani, una lingua estranea nel mio culo quella mattina, una sega discreta al cinema e la certezza che da quel momento in poi potevo uscire in strada per farmi guardare, toccare, desiderare. E ci fu qualcosa che per me valse molto più di tutto questo insieme: il giorno in cui smisi di avere paura di me stessa. Conservo ancora quelle platform bianche. Ogni volta che le vedo nell’armadio, torno a sentire il brivido, il lato morboso e la felicità di quel primo passo fuori casa. E torno a rendermi conto della fortuna che ebbi a farlo per mano di qualcuno che mi amava.