Sono nata Mateo e sono rinata donna in una clinica di Rosario
Sono nata il 7 settembre 1996, una domenica di pioggia, secondo quanto mi raccontò mia madre così tante volte che finii per credere di ricordarlo. Mi registrarono come Mateo. Era un nome corto, fermo, da maschio, e non riuscì mai davvero a calzarmi addosso. Lo sentivo nella voce della maestra quando faceva l’appello e provavo un piccolo sussulto, come quando qualcuno ti chiama per strada e, voltandoti, scopri che parlava con un altro.
Mia madre aveva un’intuizione affilata, a volte quasi scomoda. Vide in me qualcosa che io ancora non sapevo nominare. Quando avevo otto anni le confessai, con l’innocenza con cui a quell’età si confessa qualsiasi cosa, che mi piaceva una compagnetta di scuola. Lei non si scandalizzò. Mi guardò a lungo, mi accarezzò i capelli e tacque. Quella notte, ora lo so, prese una decisione che avrebbe finito per cambiare il corso di tutta la mia vita.
***
Ricordo i corridoi freddi delle cliniche di Rosario. L’odore di disinfettante, le sedie dure della sala d’attesa, le riviste vecchie con le copertine piegate. Avevo appena dieci anni quando tutto cominciò.
Prima venne la psicologa. Una donna dalla voce pacata che mi faceva disegnare e mi faceva domande che sembravano semplici ma scavavano in profondità. Come mi sentivo quando mi vestivano da maschio per le feste? Perché preferivo giocare con le bambine? Cosa sognavo prima di addormentarmi? Io rispondevo senza capire che ogni mia parola stava componendo una mappa di chi ero davvero.
Poi arrivò l’endocrinologo. Mia madre era decisa, e quando si decideva non c’era ritorno possibile.
—Se il suo cuore sente in un modo — disse al medico, con la voce spezzata ma ferma — il suo corpo dovrà imparare a seguirlo.
Il medico avvertì dei tempi, della pubertà da bloccare, dei rischi. Mia madre ascoltò tutto, annuì a tutto e firmò tutto. Io capivo soltanto che stava per cominciare qualcosa di importante.
***
Gli ormoni arrivarono come una marea lenta e dolce. All’inizio era solo una sensazione strana, un calore nuovo che mi entrava nelle vene e mi cambiava dentro a poco a poco, senza che io potessi indicare il momento esatto della trasformazione.
Una mattina sentii i seni pulsare. Era una sensibilità sconosciuta, quasi dolorosa, che mi faceva incrociare le braccia sul petto quando qualcuno si avvicinava troppo. I miei lineamenti si addolcirono. La pelle mi si fece fine, diversa al tatto. E le emozioni… Dio, le emozioni erano una tempesta senza preavviso. Piangevo per una canzone alla radio e un minuto dopo ridevo a crepapelle.
Non ero più il ragazzo che giocava a fare la lotta nel cortile. Ero una crisalide che si spezzava in silenzio, senza che nessuno fuori vedesse ancora cosa stava per uscire da lì dentro.
Cominciai a indossare abiti femminili in casa, prima di nascosto, poi con il complice permesso di mia madre. La prima volta che mi annodai una gonna in vita non sentii di starmi travestendo. Sentii di tornare a casa dopo un viaggio troppo lungo. Mi guardai allo specchio dell’armadio e, per una volta, quella che mi restituiva lo sguardo non era un’estranea.
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Però portavo ancora addosso un corpo a metà, un corpo che non finiva di obbedire a ciò che ero. E in quel territorio incerto ebbi la mia prima esperienza sessuale, quando avevo già compiuto vent’anni ma ero ancora Mateo di nome.
Fu confusa, e preferisco raccontarla senza abbellimenti. Una ragazza del quartiere, più grande di me, che mi cercò in un pomeriggio d’estate quando in casa sua non c’era nessuno. Si chiamava Julieta e aveva ventitré anni. Ricordo il caldo appiccicoso, le persiane socchiuse, il lenzuolo spiegazzato. Si mise a cavalcioni su di me, si tolse la maglietta e mi mise le tette in faccia senza dire una parola. Io le succhiai perché era quello che si supponeva dovessi fare, mordicchiai i capezzoli duri e li sentii irrigidirsi contro la mia lingua.
Lei mi abbassò gli shorts e mi afferrò il cazzo con la mano, lo massaggiò finché non me lo fece indurire. Se lo infilò in bocca e me lo succhiò con fame, guardandomi dal basso, muovendo la testa in fretta, succhiando la punta con un suono umido che riempiva la stanza. Io la guardavo fare e sentivo il piacere fisico, sì, il sangue che si addensava, la scarica elettrica che mi saliva lungo la schiena, ma sentivo anche che quel cazzo non era mio, che la bocca di Julieta lo stava succhiando a un altro, a qualcuno che non ero io.
Poi salì sopra di me, si spostò la mutandina di lato e si sedette su di me con un solo colpo. Il suo buco bagnato mi inghiottì fino in fondo e lei cominciò a cavalcarmi, a rimbalzare su di me con le tette che sobbalzavano, gemendo piano, aggrappandosi al mio petto. Io la presi da sotto, la afferrai per i fianchi e la spinsi contro il mio bacino mentre lei gettava la testa all’indietro. La sentii venire, stringermi il cazzo in spasmi caldi, e pochi secondi dopo venni anch’io, dentro il preservativo, con un gemito rauco che mi suonò estraneo in gola.
Mi piaceva, sì. Il corpo rispondeva. Ma c’era una dissonanza, come una melodia bellissima suonata in un tono sbagliato. Io non volevo stare da quel lato della scena. Non volevo essere quella che penetra; volevo essere penetrata. Non volevo avere un cazzo nella mano di nessuno; volevo avere una bocca da uomo tra le gambe, volevo che mi aprissero, che mi riempissero, che mi facessero gemere essendo ciò che ero. Desideravo qualcosa di più, qualcosa che in quel momento non aveva ancora un nome.
Uscii da quella casa con una nuova certezza conficcata nel petto: il mio cammino non era finito. Mancava un ultimo passo, il più grande di tutti.
***
L’operazione fu in una clinica di Buenos Aires, dopo mesi di valutazioni, referti e permessi. Paura e speranza mi si mescolavano in gola quando mi portarono sulla barella. Ricordo la luce bianca della sala operatoria, le voci calme dietro le mascherine, la mano dell’anestesista che cercava la mia vena.
—Conta all’indietro da dieci — mi disse.
Arrivai a sette.
I dettagli furono crudi, non li addolcirò. Al risveglio, il dolore era un falò tra le mie gambe, un bruciore sordo che pulsava a ogni respiro. Avevo la bocca secca e il corpo pesante, come se mi avessero riempita di sabbia.
La convalescenza fu lunga e tutt’altro che romantica. Le garze. Le medicazioni. Le dilatazioni, dolorose ma necessarie, che dovevo fare con disciplina mentre stringevo i denti e fissavo il soffitto. La sensazione di bruciore costante mentre il mio corpo imparava, millimetro dopo millimetro, la sua nuova forma.
Ci furono notti in cui piansi di rabbia e di stanchezza, chiedendomi se ne fosse valsa la pena. Ma poi arrivò la mattina in cui trovai il coraggio di guardarmi davvero nello specchio del bagno. Mi abbassai lentamente la vestaglia. E lì sotto, finalmente, c’era armonia.
È mio. Questo buco è mio.
Il dolore, in quell’istante, diventò sacro. Era il sigillo finale di qualcosa che era iniziato vent’anni prima, in una domenica di pioggia, con un nome che non mi era mai stato bene.
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Quello che venne dopo fu una scoperta che nessuna operazione mi aveva promesso. Le mie sensazioni erotiche erano completamente diverse. Non erano più un impulso che veniva da fuori, un’urgenza meccanica che non mi apparteneva. Ora il desiderio nasceva dal più profondo, una sensibilità elettrica che mi percorreva la pelle nuova e si concentrava in un clitoride piccolissimo e tiepido che si svegliava già solo a pensarci.
Imparai a toccarmi di nuovo, come chi impara una lingua da zero. La prima volta che mi misi un dito dentro il mio nuovo buco, da sola sul letto, con le gambe aperte e il cuore che mi batteva in gola, piansi. Piansi mentre mi accarezzavo il clitoride con la punta del pollice e mi aprivo con due dita, mentre scoprivo che lì dentro c’era un’umidità che era mia, un calore che era mio, un tremito che mi risaliva la pancia e mi tendeva le cosce fino a farmi venire in silenzio, mordendomi il labbro.
Pomeriggi interi davanti allo specchio, con le gambe divaricate, a riconoscermi. Imparai ad accarezzarmi le labbra poco a poco, a separarle con due dita, a infilare la mano fino al polso e sentire come il buco si stringeva intorno a me. Imparai a sfiorarmi il clitoride in cerchi lenti finché il piacere mi faceva inarcare la schiena, a giocare con i capezzoli allo stesso tempo, a venire una volta e continuare a toccarmi fino a venire di nuovo, tremante, fradicia, con le lenzuola fatte a pezzi sotto di me. Per la prima volta nella mia vita, piacere e identità camminavano insieme, nello stesso tono, nella stessa melodia.
Smettei di chiamarmi Mateo. Scelsi Carla. Carla Belén, in realtà, ma per i miei sono semplicemente Carla. Mi trasferii a Córdoba, trovai lavoro, mi feci amiche conosciute già essendo io. Camminavo per le strade del centro a testa alta, sentendo lo sfregare della gonna contro le gambe, e per la prima volta la donna nello specchio e la donna per strada erano la stessa.
***
E poi arrivasti tu, Damián.
Ti conobbi al compleanno di un’amica in comune, su una terrazza con luci tiepide e troppa gente. Mi chiesi il nome e, quando dissi «Carla», lo ripetesti come se lo stessi assaporando. Non c’era stato nemmeno un secondo di dubbio nei tuoi occhi. Quella sera capii che esistevano uomini capaci di guardarmi senza cercare crepe, senza misurarmi contro alcun passato.
Oggi sei mio marito. L’uomo che non solo ha accettato la mia storia, ma l’ha abbracciata come propria.
La nostra vita da sposati è il paradiso che non avrei mai creduto di meritare. Ricordo quando mi baciasti per la prima volta sulla soglia del mio appartamento, con la pioggia che cadeva fuori, un bacio lento che era pura accettazione. Mi facesti piangere di sollievo. Vent’anni di attesa mi uscirono dagli occhi quella notte.
Quella stessa notte mi portasti a letto e mi spogliasti lentamente, capo dopo capo, guardandomi come se volessi mangiarmi intera. Mi sfilasti il vestito dalla testa, mi sganciasti il reggiseno e quando le mie tette rimasero scoperte ti chinasti e mi succhiasti un capezzolo con la bocca spalancata, con la lingua calda che girava intorno, mordendo appena, finché non mi si indurì come una pietra. Io gemetti con la voce spezzata e ti afferrai la testa contro il petto.
—Damián, per favore —ti supplicai in un sussurro.
Mi tirasti giù la mutandina con i denti. Mi apristi le gambe sul letto, mi guardasti il buco da vicino per un secondo eterno, e poi abbassasti la bocca. Il primo leccata mi fece sussultare. Mi leccasti dall’ingresso al clitoride con la lingua piatta, lentamente, assaporandomi, e scendesti di nuovo. Mi apristi con due dita, mi infilasti la lingua dentro e la muovesti in cerchi, poi mi succhiasti il clitoride tra le labbra, succhiandolo piano, tirandolo appena, finché io ero bagnata fino al culo, contorcendomi, stringendoti la testa tra le cosce.
—Non fermarti, non fermarti, non fermarti —ti dicevo, con la voce di un’altra donna.
Mi infilasti due dita mentre continuavi a succhiarmi e le incurvasti dentro, cercando un punto che nemmeno io sapevo di avere. Lo trovasti. Venni come mai in vita mia, gridando il tuo nome contro il cuscino, con il buco che ti stringeva le dita a ondate, bagnandoti il mento, le gambe che mi tremavano fuori controllo.
E non mi avevi ancora scopata.
Ti salisti sopra, con il cazzo duro, grosso, pulsante. Me lo passasti sulle labbra del buco dall’alto in basso, bagnandotelo con i miei succhi, strofinandomi la punta contro il clitoride fino a farmi gemere di nuovo. Poi cominciasti a entrarci piano, guardandomi negli occhi, centimetro dopo centimetro, e io sentii il mio buco ingoiarti, sentirlo dilatarsi per accoglierti, sentirlo chiudersi caldo intorno al tuo cazzo come se ti avesse aspettato per tutta la vita.
—Sei mia moglie —mi dicesti contro la bocca, cominciando a muoverti—. Sei tutta mia, Carla.
Mi scopasti piano all’inizio, in profondità, con spinte lunghe che mi toglievano il fiato. Poi più forte, afferrandomi i fianchi, inchiodandomi al materasso. Ti cavalcai dopo, sopra di te, con le tette che rimbalzavano, cavalcandoti mentre tu mi stringevi il culo con entrambe le mani e mi guidavi il ritmo dal basso. Ci girammo e mi mettesti a quattro zampe, mi afferrasti i capelli con una mano e la vita con l’altra, e mi prendesti da dietro, con i tuoi coglioni che mi colpivano il clitoride a ogni affondo, con la tua voce roca che mi diceva cose all’orecchio e mi faceva bagnare ancora di più.
—Scopami, scopami più forte —ti chiesi, con la faccia schiacciata contro il lenzuolo.
Venni altre due volte prima di sentirti arrivare tu. Quando venisti, ti conficcasti fino in fondo e gemesti contro la mia nuca, e io sentii il tuo cazzo pulsare dentro, sentii il tuo sperma caldo riempirmi il buco in getti densi, e venni di nuovo solo con quella sensazione, stringendoti, mungendoti fino all’ultima goccia.
Rimanemmo abbracciati, sudati, respirando insieme. Tu con il cazzo ancora dentro, io con il buco ancora palpitante intorno al tuo. Non mi ero mai sentita tanto donna in tutta la mia vita.
La nostra intimità, da quella notte, è un rituale senza fretta. Lo sfregare delle nostre pelli nella penombra della stanza, il calore delle tue mani che percorrono i miei fianchi, fermandosi dove più ne ho bisogno. Mi fai sentire l’unica padrona del tuo desiderio. A volte mi svegli nel cuore della notte con la bocca tra le gambe, e mi fai venire prima ancora che io riesca ad aprire gli occhi. A volte sono io che mi inginocchio tra le tue cosce e ti succhio il cazzo fino in fondo, che te lo succhio guardandoti negli occhi, che mi bevo la tua sborra calda perché adoro sentire che vieni nella mia bocca.
C’è un momento che è solo nostro, tenero e sporco insieme, quando affondi il viso nel mio petto e mi cerchi con la bocca, piano, succhiandomi i capezzoli mentre la tua mano scende e mi apre il buco con due dita, e io ti lascio fare perché in quella resa c’è un legame che va molto oltre la pelle. Mi tieni la nuca, mi dici il mio nome contro la gola, e io mi sciolgo del tutto mentre mi fai venire contro le tue dita.
***
Adesso sogno qualcosa di nuovo. Sogno un figlio.
Immagino il cammino che faremo insieme per riuscirci, le pratiche, le attese, le porte che dovremo spingere. E mi vedo stringere quel bambino al petto, chiudendo un cerchio iniziato in una sala d’attesa fredda di Rosario quando io ero appena alta un metro da terra.
Ho smesso di essere Mateo per diventare Carla. La donna che cammina fiera per le strade di Córdoba. La donna che ti ama, Damián, con un’intensità che brucia e che non chiede permesso.
Sono donna per scelta, per medicina e, soprattutto, per amore. Ho impiegato vent’anni per raggiungere il mio nome, e altri tanti per trovare tra le braccia di qualcuno il posto in cui sentirmi finalmente libera.
E l’ho trovato nelle tue.