Il barone prigioniero che la sorvegliante piegò
La sorvegliante Maelvira sorrise quando vide come quattro guardie trascinavano fino all’ingresso del Pantano colui che fino a poco prima era stato l’altero, attraente e potente barone Verlandt Kreshan. In quel momento conversava con un sorvegliante di rango inferiore, e lo spettacolo le parve un regalo inaspettato. L’aspetto del nobile era pietoso: pesanti ceppi ai polsi e alle caviglie, il corpo nudo, la pelle solcata dai segni del martirio. Si vociferava che la Dea Vharassa in persona avesse impugnato la frusta a nove code, un onore insolito che pochi sopravvivevano per raccontare.
—Sorvegliante Maelvira —la guardia, enorme e muscolosa, inclinò appena il capo—, ti portiamo un nuovo abitante del Pantano. E, come vedrai, un ospite d’onore. Ah, ah, ah.
—Guarda, guarda... —si avvicinò al nobile, che si era lasciato cadere in ginocchio e la osservava con un odio puro e assoluto—. Il famoso barone Kreshan. Hai voluto sfidare la nostra Dea e hai creduto che non ci sarebbero state conseguenze.
—Cagna schiava... —sputò lui con disprezzo.
Una guardia gli sferrò un calcio allo stomaco. Il barone si piegò su se stesso e cadde a faccia in giù.
—Fermo —ordinò Maelvira alla guardia—. Non colpirlo più. Non voglio che tu lo ferisca o gli impedisca di sopravvivere più a lungo di quanto lui stesso vorrebbe qui. Cagna schiava? Lo sono. Sono un’orgogliosa cagna schiava della mia Dea, alla quale appartiene la mia vita. Ma tu non sarai nemmeno questo.
***
Fece un cenno alle guardie perché lo tenessero fermo mentre le porte ciclopiche d’acciaio arrugginito, incise con i simboli del potere della Dea, cominciavano ad aprirsi gemendo sui cardini. Maelvira indossò la maschera con respiratore e il suo aiutante la imitò. La zaffata di pestilenza che si propagò man mano che le ante cedevano fece storcere il viso alle guardie, che si tapparono il naso. Il fetore era insopportabile: un miscuglio di feci, putrefazione e rifiuti di ogni genere. Trascinarono il barone attraverso un’ampia sala fino a due porte a sbarre, oltre le quali si intuiva un mondo di fango, escrementi e bestie.
Il barone strinse i denti. No, non avrebbe supplicato. Non avrebbe dato quella soddisfazione alla strega e alla sua cricca. Lui aveva soltanto voluto esercitare i propri diritti di nobile, e la prediletta della Dea, l’infame Lirín, lo aveva denunciato dopo essersi offerta lei stessa di essere usata. Maledizione. L’aveva avuta a quattro zampe sul letto, col culo aperto per lui, che gemeva come una puttana mentre le infilava il cazzo fino in fondo nella fica e poi nel culo. Quella troia era venuta due volte sul suo uccello prima di andarsene. E poi era andata a piagnucolare dalla Dea. Maledetta puttana traditrice. Gli tolsero i ceppi e lo gettarono nel fango. Le porte a sbarre si chiusero alle sue spalle.
—Marciscici dentro —gli disse una guardia, sputando tra le sbarre.
—Non preoccuparti —rise Maelvira dietro la maschera—. Marcirà, si consumerà e, soprattutto, finirà per rallegrarsene.
***
Il barone si rialzò e avanzò con difficoltà attraverso un fango denso e fetido fino a un muro di pietra nera e liscia. Vi appoggiò la schiena e si lasciò scivolare fino a sedersi. A pochi metri di distanza lo osservavano due enormi maiali, più grandi di quelli comuni. Non riusciva a calcolare le dimensioni del luogo; dall’esterno sembrava grande, ma non così tanto. Le mura erano troppo alte per essere scalate, e sui merli passeggiavano guardie e sorveglianti con maschera e respiratore, godendo dell’unico piacere che la vita concedeva loro oltre ad adorare la Dea: contemplare e provocare sofferenza, degradazione e indegnità.
—Ehi, barone, sei comodo in mezzo alla merda? —gridò uno dall’alto.
—Scendi a controllare, figlio di puttana, e dì alla tua Dea che la maledico! —rispose lui, traendo forza dalla debolezza, benché le torture lo avessero lasciato a pezzi.
—Ah, ah, ah. La nostra Dea non si occupa dei maiali.
Si addormentò per la pura stanchezza, nonostante la nausea gli torcesse lo stomaco. Quando aprì gli occhi, ebbe un sussulto: una donna era carponi davanti a lui e lo osservava.
—Odore... diverso —disse lei con voce roca—. Uggg... uggg...
Capì che era una donna perché i seni le penzolavano mentre si muoveva, sebbene tutto il suo corpo fosse ricoperto di sudiciume. Ciò che lo colpì furono gli occhi: puliti in contrasto con la sporcizia del viso e completamente vuoti, privi di espressione. Le tette, lunghe e flaccide, le pendevano infangate, e tra le cosce si intravedeva una fica pelosa e sporca che la donna si grattava senza pudore. La scansò con un calcio, ma allora comparve al suo fianco un uomo, col cazzo mezzo eretto che gli pendeva tra le gambe incrostate.
—Odore strano... nuovo qui —borbottò lui, annusando—. Mio... uggg...
Il barone si alzò appoggiandosi alla parete, col fango che gli arrivava sopra la caviglia, e gli sferrò un calcio.
—Via, spazzatura. State lontani da me —gridò loro, disperato.
I due si ritirarono, e il barone vide con disgusto come annusavano il fango col muso e divoravano qualcosa che preferì non identificare. Solo allora si rese conto della fame e, soprattutto, della sete. Aveva la gola e le labbra secche. Si lasciò scivolare di nuovo a terra. Se non l’avevano giustiziato, ragionò, doveva essere perché intendevano nutrirlo in qualche modo. O no? Doveva dormire. Doveva risparmiare le forze.
***
Lo svegliarono con la forza. Tre maschi lo tenevano immobilizzato a faccia in giù e gli premevano il viso nel fango. Sentì alcune mani callose e sporche aprirgli di colpo le natiche, poi un cazzo duro e grosso che gli si conficcò nell’ano a secco, senza avvertimento, senza pietà. Ululò contro il fango, con la bocca piena di merda liquida, mentre l’uccello gli lacerava il retto con una spinta brutale. Il maschio lo penetrò con furia animalesca, ringhiando sulla sua nuca, e venne dentro di lui in pochi minuti, lasciandogli lo sperma che gli colava tra le cosce. Non ci fu tregua: il secondo lo montò immediatamente, afferrandolo per il collo, e gli scopò il culo già sanguinante con la stessa foga, sputandogli sulla schiena mentre si muoveva. Il barone sentì il suo ano cedere, aprirsi contro la sua volontà, sentì il cazzo entrare e uscire sguazzando nel miscuglio di sperma, merda e sangue. Quando il secondo venne con un ruggito, il terzo gli stava già aprendo le gambe. Quello fu il peggiore: aveva un cazzo enorme, quasi bestiale, e lo penetrò fino in fondo con un’unica stoccata che gli tolse il respiro. Gli scopò il culo lentamente, come se lo assaporasse, tenendogli le braccia dietro la schiena, mentre gli altri due, seduti nel fango, si strofinavano i cazzi e lo guardavano. Quando finalmente finì, gli riempì l’interno con uno schizzo caldo e denso, poi si ritirò con un rumore umido che gli lasciò l’ano aperto, gocciolante di sperma sul fango.
Le bestie lo sodomizzarono senza che potesse fare altro se non pregare che finissero presto. Quando lo lasciarono riverso sul fango, col culo bruciante e lo sperma altrui che gli colava sulle natiche e sulle cosce, la rabbia si mescolò alle lacrime. Udì dei passi. Alzò lo sguardo e vide Maelvira, con i suoi stivali imponenti e un’uniforme di pelle nera che aderiva a ogni curva.
—Baroncino... sembra che tu sia diventato una porcellina davvero appetitosa per i maschi del posto, vero? —lo schernì, guardando con piacere il suo ano dilatato che ancora espelleva sperma—. Guarda come ti hanno ridotto quel culetto. È tutto pieno di latte. Immagino che tu abbia sete.
Gli mostrò una ciotola d’acqua.
—Ti... ucciderò... —riuscì ad articolare lui.
La sorvegliante versò l’acqua sul fango, rise e se ne andò. Il barone si leccò le labbra guardando la pozzanghera. Era semplice sopravvivenza. Se voleva vivere per vendicarsi, doveva soltanto pensare a vivere. Si trascinò fino all’acqua sporca e bevve. La sete fu placata.
Dovette anche nutrirsi degli avanzi putrefatti che le guardie gettavano dalle mura. Per la prima volta si contese il cibo con un maiale e due creature che un tempo erano state umane: avanzi fetidi che divorò con l’avidità di chi non mangia da giorni, mescolati al fango. Morse persino il maiale per allontanarlo. Sopravvivere. Contava solo quello.
***
Il passare dei giorni gli dimostrò che era più pratico muoversi a quattro zampe, così smise di camminare eretto. Ogni notte, o quella che lui supponeva fosse notte, qualche maschio lo montava. A volte uno, a volte due, a volte l’intero branco. Il suo ano era diventato un buco flaccido e sempre umido, incapace di richiudersi del tutto, che gocciolava vecchio sperma e merda. Imparò a sollevare il culo non appena sentiva un corpo dietro di sé, ad aprire le gambe e lasciar fare. Era più rapido. Faceva meno male.
Una mattina, l’aroma della pelle gli fece sollevare la testa. Era Maelvira.
—Sembra che tu ti stia adattando. Tanto per cominciare, i maiali e le altre bestie non ti hanno divorato. Seguimi, se vuoi mangiare.
Si voltò e si mise a camminare. Mangiare. Il barone si leccò le labbra. Non prese nemmeno in considerazione che quello potesse essere un altro dei suoi giochi; pensò soltanto che, se l’avesse seguita, avrebbe mangiato. E così fece. Strisciò dietro di lei fino a una delle porte di servizio delle mura. Varcata la soglia, si ritrovò in una stanza illuminata dalle torce, dove lo aspettavano sei guardie.
—Lavatelo e disinfettatelo —ordinò Maelvira.
Lo gettarono in una vasca d’acqua e lo strofinarono con spazzole come fosse una bestia. Gli aprirono le natiche e gli infilarono un tubo nell’ano, lavandolo all’interno; quando lo estrassero, un getto d’acqua sporca, sperma e merda uscì a fiotti, e le guardie scoppiarono a ridere. Gli strofinarono il cazzo e i testicoli fino a farli diventare rossi, gli lavarono la bocca con una spazzola ruvida. Il barone rimase passivo; nella sua testa c’era spazio soltanto per il cibo. Non sapeva da quanto tempo fosse nel Pantano. Giorni? Settimane? Era impossibile saperlo: una penombra perpetua avvolgeva il luogo e impediva di contare il trascorrere delle giornate.
Gli depilarono tutto il corpo, persino la testa, così che non gli sarebbe mai più spuntato un solo pelo. Il pube liscio, i testicoli rasati a filo, il culo glabro e lucido. Gli lanciarono un tozzo di pane ammuffito, che divorò. Quando lo ritennero pronto, gli ordinarono di uscire, e lui lo fece carponi. Maelvira lo aspettava con un pezzo di carne in mano e lo agitava.
—Bravo, maiale —disse, lasciandolo cadere a terra.
Il barone si avventò sulla carne e la divorò. La sorvegliante gli accarezzò il cuoio capelluto, consapevole dei suoi progressi. Non cercava più di stare eretto, non insultava né parlava più: reagiva agli stimoli fondamentali.
—È buona la carne, maiale?
—Sì... sì... —rispose lui, mangiando senza usare le mani, un’abitudine ormai acquisita.
—E non dovresti ringraziarmi? —il tono era tagliente, senza traccia di scherno; sembrava pretendere qualcosa di ragionevole.
—Gra... grazie —esitò per un istante, ma la sua mente elaborò un pensiero brutalmente logico: se avesse mostrato gratitudine, forse avrebbe mangiato e bevuto di nuovo—. Grazie, sorvegliante.
Maelvira, esperta di quel genere di faccende, notò qualcos’altro, e il giubilo la pervase: il cazzo del barone era duro, eretto contro il ventre, con la punta lucida di liquido preseminale che gocciolava lentamente sul pavimento. Erano passate settimane, ma ce l’aveva fatta. Il nobile orgoglioso provava un piacere tale nell’essere umiliato che il suo corpo non fingeva più e non reagiva soltanto alla paura. Si chinò, gli circondò l’uccello con la punta di un dito guantato e lo percorse dalla base al glande. Il barone gemette come un animale e spinse i fianchi verso di lei.
—Sei felice, maiale?
—Sì —non aggiunse altro; un nuovo pezzo di carne gli riempì la bocca.
***
La sorvegliante sorrise. Se solo lui avesse saputo che stava mangiando la femmina che aveva visto il primo giorno. La prima fase era compiuta. La verità era che aveva perso la scommessa con il suo aiutante: si aspettava una resistenza maggiore da parte del barone, ma non ce n’era stata.
—Bene, maiale. Oggi dormirai qui, fuori dal fango, e mangerai carne. Ma prima dovrai supplicarmi di lasciare che le guardie ti usino, e dovrai essere affettuoso con loro.
Il barone rifletté per un momento. Doveva sopravvivere. Doveva accettare. Ma sopravvivere per cosa? Non gli era chiaro. L’unica cosa certa era che la sorvegliante si stava comportando bene con lui, che mangiava e beveva, e che una strana eccitazione gli attraversava il corpo perché sapeva che lei provava piacere quando lo usavano. Non lo colpiva con la verga; gli dava cibo e attenzioni.
—Per favore, sorvegliante, voglio che le guardie mi usino —si prostrò e baciò gli stivali sporchi di Maelvira—. Che mi scopino il culo, che mi infilino il cazzo in bocca, qualunque cosa vogliano. Per favore. Te lo supplico.
—Chi sei?
—Sono un maiale...
—I maiali non parlano. Non ti credo quando dici di essere un maiale.
—Oiggggh... oiggggh...
Le guardie godettero di lui con rozza crudeltà; non ci si poteva aspettare altro da quei bruti. Il primo lo afferrò per la nuca e gli spinse il cazzo fino in gola con una sola spinta. Il barone soffocò, sputò, sentì le lacrime e la saliva colargli dal mento, ma la guardia continuò a fottergli la bocca con furia, scopandogli la gola come fosse una fica, finché non gli svuotò lo sperma tra le labbra. Il latte caldo gli riempì il palato e gli colò lungo il mento, cadendo in fili densi sul pavimento. Non gli diedero tregua. Un altro lo afferrò per i fianchi e lo mise a quattro zampe, sputò sul suo ano e gli conficcò l’asta fino ai testicoli. Il barone grugnì, con le mani e le ginocchia appoggiate a terra, mentre la guardia lo penetrava brutalmente, schiaffeggiandogli le natiche fino a farle diventare rosse. Un terzo si piazzò davanti a lui e gli offrì il cazzo; il barone, senza che glielo chiedessero, lo prese in bocca e cominciò a succhiarlo avidamente, leccandolo e aspirandolo, ascoltando gli osceni complimenti della guardia. Gli scopersero il culo a turno, uno dopo l’altro, senza sosta, e ognuno gli svuotò la propria sborrata dentro. Il quarto, il quinto, il sesto. Lo sperma gli usciva dall’ano e gli colava tra le cosce, formando pozzanghere sul pavimento sotto le ginocchia. Uno lo mise sulla schiena, gli sollevò le gambe fino a premergliele contro il petto, e gli scopò il culo guardandolo negli occhi, ridendo del modo in cui il suo viso si contorceva tra disgusto e piacere. Il barone aveva cominciato a masturbarsi il cazzo duro come una pietra mentre lo montavano, senza rendersene conto, gemendo, grugnendo e spingendosi contro l’asta che lo attraversava.
Maelvira assistette alla scena accomodata su un divano, mentre un bellissimo schiavo le mangiava la fica con delicatezza e abilità, un sesso decorato da una moltitudine di anelli sulle labbra, gli stessi che tempo prima le avevano cucito con una catena per mantenerla casta. Il ragazzo aveva una lingua allenata: leccava gli anelli uno a uno, li tirava con i denti con la giusta delicatezza e infilava la punta della lingua tra le pieghe bagnate della fica della sua padrona. Le succhiava il clitoride con tutta la bocca, aspirando, poi tornava giù a leccarle l’ano con la stessa devozione. Maelvira gli affondò le dita nei capelli e gli premette il viso contro il sesso mentre guardava i grugniti e le urla del barone, che la eccitavano quanto vederlo sottomesso alla rozzezza delle guardie, alle quali raramente era permesso sfogare la propria eccitazione. Vederlo con la bocca piena di cazzo, il culo spalancato, grondante di sperma altrui, mentre si segava da solo... quello valeva ogni goccia di sudore.
La sorvegliante raggiunse l’orgasmo con uno spasmo profondo che le contrasse tutto il ventre; venne sulla bocca dello schiavo con un gemito lungo e rauco, e i suoi gemiti si unirono a quelli della guardia che stava finendo dentro il retto castigato del barone, riempiendolo per l’ennesima volta di latte caldo. Sospirò profondamente e allontanò lo schiavo, che subito si sedette sui talloni, lo sguardo abbassato e le dita intrecciate dietro la nuca, col viso zuppo e lucido di umori.
—Mio maiale... hai goduto?
—Sì, mia... —lo stivale di Maelvira sul suo viso gli ricordò che i maiali non parlano—. Iiiggh... iggggh...
—Che patetico —sorrise davanti alla notevole erezione del barone, che continuava a grondare pre-eiaculato sulla pozzanghera di latte tra le sue ginocchia—. E per di più è duro. Guardatelo, guardie: ha il cazzo duro come una pietra dopo che se lo sono scopato in sei. È una porcellina perfetta. Bene, guardie, riportatelo nel fango.
Il barone non protestò. Sapeva che era inutile. Lo trascinarono senza resistenza, col culo aperto e la sborrata che gocciolava sul pavimento fino alla porta.
***
—Signora, è già sottomesso? —chiese il sorvegliante aiutante.
—Ci è vicino, ma non voglio soltanto sottometterlo, Doran. Voglio di più.
—La mia signora si supera ogni giorno —fece un lieve inchino e guardò il bellissimo schiavo, che era ancora accanto al divano con lo sguardo perso—. E questo?
—Mandalo nella sua cella. Trattalo bene.
—È bellissimo, mia signora... potrei...? —si schiarì la gola e si sistemò il rigonfiamento che gli cresceva sotto i pantaloni di pelle—. Mi sono eccitato guardandolo leccarti la fica.
—No, non puoi.
E si allontanò verso i suoi appartamenti, dove desiderava liberarsi della sensazione di sporcizia del Pantano. La stanza, funzionale e illuminata da lanterne dalla luce giallastra e morente, la accolse in silenzio. Due schiavi la aiutarono a spogliarsi del barocco abito di pelle nera e, a un suo ordine, si ritirarono in fretta nella gabbia sul fondo. Sapevano che la loro Padrona avrebbe celebrato i suoi rituali di ringraziamento alla Dea.
Si inginocchiò davanti a uno specchio dalla cornice decorata con figure grottesche che sembravano muoversi. Nella mano destra impugnava una frusta; sulla schiena portava i segni di antiche flagellazioni. Con l’altra mano giocherellò tra gli anelli che adornavano il suo sesso, tirandoli con due dita e sentendo il metallo freddo tendere le labbra della fica fino a farla gemere.
—Mia Dea... grazie per aver permesso a questa serva di appartenerti.
Za, za, za. Si flagellò con forza e gemette di dolore e piacere mentre le dita le affondavano nel sesso bagnato. Si infilò tre dita tutte insieme e si penetrò la fica con la stessa cadenza con cui si frustava la schiena. Il clitoride le si gonfiò, rosso e palpitante, e lei lo pizzicò tra pollice e indice fino a strapparsi un grido.
—Ti offro il mio piacere con devozione, Dea sublime. Non sono nulla senza di te.
Za, za, za. Con una cadenza misurata, si punì per onorarla. La sua mano si chiuse a pugno e scavò nella sua grotta: quattro dita, poi il pollice, e l’intero pugno le sprofondò nella fica aperta, sguazzando nei suoi stessi umori. Piacere e dolore, dolore e piacere; in realtà, era tutto piacere. Si scopò col pugno, spingendolo dentro, sempre più dentro, fino al polso, sentendo il sesso allargarsi attorno a esso. La schiena le si rigò di frusta e sangue, fili rossi che le correvano dalle scapole fino alle natiche, e pianse per l’emozione quando nello specchio apparve l’immagine della Dea con un sorriso innaturale e bellissimo. Come un sussurro, udì la sua voce dolce e potente: «Mia schiava fedele e devota, voglio che tu sappia che ti amo, amo la tua anima perché mi appartiene». E Maelvira ricevette la grazia di un orgasmo brutale che le scosse tutto il corpo, getti di umori caldi che le fuoriuscivano attorno al pugno, e crollò sul pavimento con la mano ancora affondata nella fica, felice di essere schiava di una dea tanto perfetta.
***
Il barone strisciava nel fango insieme agli altri maiali umanoidi. Quel giorno i maiali avevano mangiato per primi, e le creature frugavano nel fango alla ricerca degli avanzi che avevano lasciato. Dalle mura gettarono acqua che formò pozzanghere infette, bevute avidamente. Il barone aveva ormai oltrepassato il limite: agiva come uno qualunque del branco. Una mela marcia, un avanzo di pesce maleodorante e, dopo aver lottato con due maschi, persino un pezzo di carne la cui provenienza era meglio non immaginare.
Una femmina lo guardò avidamente. Si avvicinò, gli indicò la carne e poi si voltò per mostrargli il sedere, aprendosi le natiche con entrambe le mani per esibire un ano largo e sporco e una fica pelosa, entrambi offerti senza vergogna. Il barone capì all’istante. Il suo cazzo reagì, gonfiandosi tra le gambe fino a rimanere rigido e gocciolante di pre-eiaculato sul fango. La femmina puzzava, ma anche lui puzzava, e gli stava offrendo i suoi buchi in cambio di cibo. Con brutalità animale, emettendo un forte grugnito, le saltò addosso e la penetrò con violenta ansia, spingendole il cazzo nella fica fino in fondo con una sola spinta. La femmina grugnì e spinse il culo all’indietro, cercandolo. Lui la afferrò per i fianchi coperti di sudiciume e la scopò come un maiale, con spinte brevi e rapide, ascoltando lo sguazzare osceno del cazzo che entrava e usciva dalla fica bagnata. Estrasse l’asta grondante di umori, sputò sull’ano della femmina e glielo conficcò lì, nel culo, senza preamboli. Lei emise un grugnito più acuto e cominciò a muoversi contro di lui, dandosi da sola le spinte. Il barone le afferrò i capelli aggrovigliati come fossero redini, tirò per inarcarle la schiena e continuò a penetrarla furiosamente finché sentì la sborrata salirgli dai testicoli. Venne con un ruggito dentro l’ano della femmina, riempiendola di sperma e scuotendo i fianchi contro le natiche sudicie fino a svuotarsi completamente. Un barlume di lucidità gli fece prendere coscienza di ciò che stava facendo —lui, il barone Kreshan, che si scopava una bestia umanoide in una pozzanghera di merda, tra le risate delle guardie dall’alto— ma non gli importò, così come non gli importò lo sguardo della sorvegliante. Estrasse il cazzo dal culo della femmina con un rumore umido, e una densa lingua di sperma lo seguì, colandole lungo le cosce. Non ci fu piacere, soltanto un sollievo animale. Gettò alla femmina un pezzo di carne marcia, e lei lo ringraziò con grugniti, mangiandolo col culo ancora aperto e gocciolante della sua sborrata.
***
Il giorno avanzava quando la voce di Maelvira, amplificata da un megafono, risuonò sopra le mura.
—Attenzione, feccia. Spazzatura. Bestie inferiori ai maiali che dovete onorare. La vostra miserabile esistenza non può continuare a essere improduttiva. Non siete altro che parte della merda sulla quale strisciate, ma la nostra Dea ha ordinato di darvi uno scopo che adempirete con dedizione. Da oggi raccoglierete i vostri stessi escrementi e quelli dei vostri superiori, i maiali, e li depositerete nei cesti che vi consegneremo. I campi del regno hanno bisogno di concime, e ogni giorno dovrete rispettare una quota. È semplice, persino per i più stupidi: raccogliete la merda, mangiate; non la raccogliete, non mangiate.
Alcuni cesti legati a delle corde scesero dalle mura. Il barone sollevò lo sguardo verso la sorvegliante, imponente nel suo abito di pelle e nella maschera con respiratore, una figura tanto potente che sospirò di piacere e sentì il cazzo indurirsi di nuovo tra le gambe infangate. Aveva uno scopo. Forse, se l’avesse compiuto, lei sarebbe stata buona con lui.
All’improvviso, accanto a Maelvira, issarono un maschio del Pantano legato a una croce, alla vista dell’intero branco e delle guardie eccitate. Gli avevano aperto gambe e braccia a X, e il corpo nudo e viscido pendeva esposto. Lei prese la frusta e gli castigò il petto, il ventre, il cazzo flaccido che subito si irrigidì contro la sua volontà, mentre la bestia gridava di dolore e, allo stesso tempo, innalzava lodi alla Dea. Ogni colpo di frusta lasciava un solco rosso che lentamente si apriva nel sangue. Maelvira gli accarezzò l’asta con la punta della frusta, gli strinse i testicoli con la mano guantata, e il maschio venne su se stesso con un ululato, sparando getti di sperma che gli macchiarono il ventre e le cosce mentre continuava a supplicare per altre frustate.
Il barone, per una ragione che ormai non si prendeva più la briga di spiegare, desiderò essere al posto di quel «fortunato», essere goduto dalla magnifica sorvegliante Maelvira, essere frustato da lei, venire sotto la sua frusta, sentire il suo stivale sulla bocca. Si masturbò lentamente il cazzo con una mano mentre la guardava, con l’altra affondata nel fango. E, senza pensarci oltre, venne sul fango con un grugnito gutturale, si pulì la mano sulla coscia e cominciò a raccogliere gli escrementi con le mani, depositandoli nel cesto più vicino.
