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Relatos Ardientes

Il mio primo giorno di lezione mi ha trasformata nella sua schiava

Mi chiamo Noelia, ho ventuno anni e scrivo questo per ordine tassativo del mio padrone, don Teodoro. Lui ha sessantasei anni ed è stato l’uomo che ha deciso, quasi due anni fa, che la mia vita e il mio corpo gli appartenessero completamente. Vuole che descriva i miei pensieri e, soprattutto, quello che mi fa ogni volta che mi usa, perché voi mi leggiate e mi correggiate. Dice che il mio processo di sottomissione è ancora incompleto e che ha bisogno del vostro sguardo per perfezionarmi.

Mi vergogno, perché sono timida per natura. Mi rannicchio sapendo che conoscerete esattamente ciò che il mio signore mi chiede e come devo accettarlo senza protestare. Lui lo riassume in una frase: devo essere grata per ciò che deciderà per me. Mi ha imposto sincerità totale, senza addolcire nulla. Mi costa scrivere senza giri di parole, ma ci proverò, anche se nel farlo mi sento esposta.

Ieri gli ho fatto di nuovo perdere la pazienza.

Durante l’esame di Protocollo, don Teodoro mi assegnò il mio compito di sempre. Io non tengo il passo degli altri, quindi la mia funzione è servire: distribuire i compiti, raccogliere gli esercizi finiti. Mi muovevo tra i banchi a testa bassa. Alcuni compagni alzavano la mano solo per costringermi ad avvicinarmi; altri mi sussurravano un «grazie, serva» carico di pietà e superiorità. Io, secondo il protocollo, devo rispondere con un filo di voce: «di niente, signore».

Allora Bruno, il bullo della classe, lasciò cadere la matita e con un gesto arrogante mi ordinò di raccoglierla. Sentii il peso di tutti gli sguardi mentre mi chinavo lentamente. Lui scoppiò in una risatina bassa e mormorò: «brava ragazza». La mia mano tremò così tanto che, nel tentare di restituirgliela, la matita scivolò e cadde contro il suo inguine. Quando mi piegai di nuovo, vidi il suo pantalone tendersi, il rigonfiamento del suo cazzo adolescenziale segnarsi con chiarezza sotto il tessuto.

Rimasi bloccata. Cercai istintivamente lo sguardo del mio padrone. Lui mi sostenne con un sorriso freddo e sentenziò: «che aspetti? Daglielo e smettila di dare fastidio». Con la punta delle dita, sfiorando appena la coscia di Bruno, glielo consegnai senza alzare gli occhi, mentre l’aula si riempiva di risatine soffocate.

Alla fine, don Teodoro mi chiamò da parte. «Non sai nemmeno accettare il tuo ruolo senza combinare guai» mi disse. Mi punì per tutto il pomeriggio: chiusa in camera, senza telefono, con il computer scollegato dalla rete solo per scrivere questo. Disse che non fu più severo solo perché, almeno, non feci una scenata che interrompesse l’esame.

So che mi stanno addestrando a capire che il mio corpo non mi appartiene più. La mia unica risposta consentita, qualunque cosa mi faccia, è lo sguardo basso e un «grazie, padrone». Per farvi conoscenza di me, devo spiegare come sono arrivata fin qui.

***

Sono nata in un paese vicino a Valencia, segnata dalla morte di mio padre e dal passaggio incessante dei compagni di mia madre. Quell’instabilità mi costrinse a crescere con la guardia alta. Mi terrorizzava diventare il suo riflesso, soprattutto perché, fin da molto giovane, dovetti sopportare gli sguardi sporchi che gli uomini mi piantavano addosso.

Finì la scuola secondaria con un curriculum disastroso e il mio futuro non offriva alcuna via d’uscita. Per fortuna, mia madre venne a sapere di alcuni aiuti per chi aveva fallito a scuola: un posto in un centro prestigioso per frequentare un corso di livello intermedio di Cerimoniale e Protocollo. Era un posto carissimo che lei non avrebbe mai potuto permettersi con il suo stipendio da receptionist.

Nell’anno precedente all’esame d’ingresso, il mio corpo si trasformò. Gli uomini del quartiere cominciarono a guardarmi in un altro modo. Mia madre lo vedeva come un dono: «piacere è potere, figlia; impara a usarlo». Mi ritrovai alta un metro e settanta, slanciata. I miei fianchi si arrotondarono con una curva che mi sembrava estranea, i miei seni divennero sodi, con capezzoli puntati verso l’alto come se implorassero attenzione. Era un corpo che ancora mi risultava estraneo.

Eppure, come persona sono un po’ lenta. Leggere mi provoca mal di testa e mi blocco se devo pensare troppo. Don Teodoro me lo ripete sempre: «la tua unica utilità è aprirti le gambe e ricevere cazzo». Quando lo sento, abbasso lo sguardo e annuisco, e anche se non mi piace, so che ha ragione.

Un mese prima dell’esame capii che non ero preparata. Mia madre mi propose di registrare un video di presentazione in cui dicevo appena il mio nome e posavo sotto la sua guida. Il mio padrone dice che in quel video vide la mia anima: quella di qualcuno che si lascia plasmare, quella di una cagna in potenza in attesa di un padrone.

Arrivò il giorno. L’esame mi andò malissimo; non capivo le domande. Quando ci diedero il test attitudinale mi rallegrai, perché bastava mettere crocette. Ma presto comparvero domande strane: se fossi vergine, se mi piacessero solo gli uomini, se fossi indecisa. Con il polso tremante confessai la mia verginità e la mia incapacità di decidere. Credetti che l’onestà mi avrebbe fatto guadagnare punti, senza sospettare che il mio non era il test attitudinale standard.

Quello stesso pomeriggio chiamarono mia madre: ero idonea. Rimasi gelata, senza capire come avessero potuto decidere così in fretta se avevo fatto tutto così male.

***

Il primo giorno di lezione iniziò tutto. Mia madre mi preparò un vestito di seta sintetica nera, con spalline sottilissime e scollo accentuato. La schiena restava scoperta e una fascia di rete trasparente lasciava intravedere il ventre. La gonna era così corta che sentivo l’aria sfiorarmi la figa. Mi vietò di indossare il reggiseno: «lascia che quei capezzoli si vedano bene». Mi truccò con un rossetto rosso e mi mise tacchi di dieci centimetri che mi facevano sembrare una figurina di cristallo.

Per strada, i complimenti volgari di alcuni operai risvegliarono in me una vanità strana. Arrivata al centro, circondata da famiglie perfette, sentii come la mia presenza spezzasse l’armonia. Mi sentii fuori posto e, allo stesso tempo, lusingata.

Mi sedetti in fretta a un banco, incrociando le gambe con cura per non far salire la gonna. Allora mi accorsi dell’errore: indossavo delle mutandine di cotone bianco con un coniglietto disegnato e un fiocco rosa. Le altre ragazze erano vestite con pudore. Io spiccavo troppo, e mi consolai pensando che, se nessuno avesse visto quelle mutandine infantili, sarebbe andato tutto bene.

All’improvviso, il brusio si interruppe di colpo. Un paio di scarpe fecero vibrare il parquet; la vibrazione salì lungo le gambe del banco fin dentro il mio petto. Alzai lo sguardo e lui era lì. I nostri sguardi si incrociarono per la prima volta. Istintivamente strinsi le cosce e mi piegai sul banco, volendo farmi invisibile. I suoi occhi, maturi e sereni, si fissarono su di me con un’autorità che mi tolse il fiato.

Allora aveva sessantaquattro anni, era altissimo, con una pancia che tirava i bottoni della camicia verde militare e una barba bianca. Si muoveva con assoluta calma, come se tutto lo spazio gli appartenesse. Davanti a lui mi sentivo minuscola, con il vestito troppo corto e i tacchi che all’improvviso sembravano ridicoli.

Si fermò proprio davanti al mio banco. «In questo centro non partite tutti dalla stessa base» disse con un tono quasi beffardo. «Ci sono casi speciali che hanno avuto bisogno di una spinta in più. Spero che ve ne prenderete cura… anche se dubito che ai ragazzi sia sfuggita.»

Qualche risatina percorse l’aula. Il messaggio era chiaro: mi stava segnalando pubblicamente come un richiamo. Mi sentii insultata e terrorizzata, marchiata come un’emarginata fin dal primo minuto.

Quando suonò la sirena, aspettai di essere l’ultima a uscire. Non volevo incrociare nessuno. Strinsi la giacca contro il petto e camminai verso la porta a testa bassa. Pensai che la giornata sarebbe finita lì. Mi sbagliavo.

«Scusa, bambina» la sua voce grave mi colpì la schiena. «Chiudi la porta e avvicinati.»

Obbedii senza esitare. Chiusi e mi avvicinai. Lui si alzò e si mise davanti a me. Persino con i tacchi, la mia testa gli arrivava appena sotto il mento. Mi scrutò con uno sguardo lento che mi fece sentire nuda. Poi, con quel mezzo sorriso freddo, abbassò la voce fino a renderla intima.

«Ascoltami bene, Noelia, perché cambierò il modo in cui ti guardi allo specchio.»

Fece una pausa, godendosi il mio smarrimento. Poi sputò fuori la verità: mia madre era andata a parlargli e si era offerta a qualunque prezzo pur di farmi accettare. Aveva rifiutato lei perché non aveva «l’essenza» che cercava, ma lei aveva insistito, supplicandolo di darmi una possibilità. Gli disse che avevo bisogno di qualcuno che mi togliesse dalla testa «quei uccellini del femminismo», che si fidava del suo giudizio e che, con i miei diciannove anni, avrei saputo ricompensarlo a modo mio.

«Ti ha venduta, Noelia» riassunse con un sorriso crudele. «Non ho voluto che pagasse il posto con il suo corpo, così mi ha offerto il tuo.»

Chiuse la porta a chiave e tirò le tende, lasciandoci in una penombra rotta soltanto dalla lampada sulla scrivania. Si avvicinò fino a incastrarmi contro il tavolo con la mera forza della sua presenza. Senza toccarmi, cominciò a smontarmi pezzo per pezzo.

«Guardati, tutta empowerment con quel vestitino e quei tacchi. Non mi inganni. Sappiamo entrambi cosa c’è sotto: una bambina che stringe le cosce ogni volta che un vero uomo la guarda. Lo vedo in come abbassi gli occhi, come se aspettassi che qualcuno decidesse per te. Hai preso zero all’esame, e nel test attitudinale che ho preparato solo per te è stato confermato ciò che intuivo.»

Le lacrime mi cadevano senza controllo. Le sue parole mi colpivano come pugni: la certezza con cui descriveva ogni mio gesto, la verità che sotto il vestito mi sentivo piccola e insicura.

Mi strappò la giacca che stringevo al petto e la buttò a terra, davanti alle sue scarpe. Si chinò al mio orecchio.

«Non farti illusioni. Non sei ancora niente e di nessuno. Prima che ti scopi, dovrai guadagnarti il diritto di sentire il mio cazzo dentro di te. La tua bellezza non mi basta.»

Di colpo, la sua enorme mano mi serrò la testa e mi costrinse a scendere in ginocchio sul pavimento, sopra la mia stessa giacca. La gonna si alzò, lasciando a vista il bordo delle mutandine. Con la punta della scarpa agganciò la stoffa e la spostò lentamente.

«Ma guarda, guarda» scoppiò in una risata secca. «Fuori sei vestita da donna, ma sotto porti i disegnini. Davvero?»

Per riflesso, portai le mani tremanti all’orlo della gonna, cercando di coprirmi. Non me lo permise. Mi afferrò per i capelli e mi forzò la testa verso l’alto, obbligandomi a guardarlo. Mi sputò tra i seni e, per colpa della scollatura, quell’umidità scivolò liberamente sulla mia pelle, attraversò il ventre e si perse sotto il bordo del vestito.

«Adesso hai già qualcosa di mio. Ringraziami.»

Con la voce rotta e le lacrime che cadevano, gli dissi quello che voleva sentire: «Grazie, padrone.»

«Bene. È ora che tu lavori. Sbottonami i pantaloni.»

Vidi il tessuto tirarsi sopra un rigonfiamento enorme. Rimasi paralizzata. Volevo supplicare o indietreggiare, ma il mio corpo si rifiutava di obbedire al cervello.

«Oh, Noelia, che delusione. Hai un involucro bellissimo, ma non vali niente se non capisci un ordine semplice. Visto che vedo che non lo fai apposta, avrò pazienza: anche un animale così elementare come te può imparare, se ha un buon maestro.»

Non sembrava affatto disperato di possedermi. Si prendeva il suo tempo, e quella calma mi risultava più inquietante di qualunque scatto di violenza. Mi prese il mento.

«Ascolta bene e guarda qui sotto.»

Lo schiocco del suo bottone spezzò il silenzio. Prima che potessi distogliere lo sguardo, mi afferrò il polso e mi infilò la mano sotto l’elastico dei suoi boxer, costringendomi a chiudere il pugno attorno al suo membro. Un cazzo pesante, grosso, pulsante, caldo e dalla pelle tesa mi riempì la mano fino a traboccare. Lo sentii pulsare contro il palmo come un muscolo con vita propria, con i testicoli penzolanti sotto, pesanti, carichi. Le mie dita riuscivano appena a chiudersi attorno a quella verga immensa, e lui, senza smettere di guardarmi, mi costrinse a muovere la mano su e giù due volte, così da farmi capire bene la misura di ciò che stavo per ingoiare.

«Questa è la tua prima lezione, e dovrai memorizzarla. Occhi chiusi. Apri la bocca finché la mascella non cede più e tira fuori la lingua come simbolo di offerta. Non chiuderla senza il mio permesso. Capito, cagna? Non parlare.»

Obbedii meccanicamente, con i muscoli che tremavano. Distesi la lingua, forzai la mascella e gli offrii la bocca. Mi aspettavo l’impatto del suo sesso, ma non arrivò. Dopo qualche secondo, sentii un getto caldo entrare direttamente nella mia bocca con pressione costante. Il calore mi bruciava la lingua. Lui mi tappò il naso, tagliandomi il respiro, e non ebbi altra scelta che ingoiare. Il sapore metallico e salato mi rimase impresso mentre lui lasciava andare un sospiro di sollievo. Capì allora, e dentro di me gridai: «si è pisciato dentro di me». Non lo dissi. Tacqui, consentendo, pietrificata dal terrore.

«A dire il vero non meriti l’onore di avere il mio cazzo in bocca» disse con disprezzo. «Ma per pisciarti l’ho ritenuta una destinazione adatta. Dove meglio che nel pitale che avevo più vicino? Questo è il mio secondo regalo. Ringraziami.»

In quell’istante pensai al mio futuro, alla vita che avevo sempre sognato: un titolo, contare su me stessa. Sentii che, se avessi detto “grazie” perché un vecchio mi pisciava in bocca, quella Noelia sarebbe scomparsa per sempre. Con un filo di voce, riuscii a dire:

«Non lo voglio… è molto brutto!»

Il mio commento era infantile davanti a un’umiliazione simile. Mi aspettavo uno schiaffo, ma lui mi guardò con una risata secca e articolò tre applausi.

«Sei un caso speciale. La maggior parte oppone un po’ di resistenza, ha bisogno che la si spezzi pian piano. Tu no. Tu ti consegni intera fin dal primo minuto. Però, se ti sembra “molto brutto”, avresti dovuto dirlo prima. Ci fermiamo qui, ti metti a studiare e passi da sola. Anche se sappiamo entrambi che sarà difficile.»

«Sto ancora ridendo del tuo esame. Hai definito l’“opinione pubblica” come “quando un’azienda diventa famosa e tutti le mandano like”. Sei bellissima, sì, ma di testa non hai niente. Senza di me, affogherai da sola. Sei libera, puoi andartene quando vuoi.»

Rimasi bloccata. Davvero non ci sarebbero state conseguenze? Il cervello mi diceva che andarsene era la cosa sensata, ma le idee si accalcavano. All’improvviso, la mia stessa voce mi tradì.

«Mi perdoni, don Teodoro. Non disobbedirò più. Grazie per il suo regalo» risposi a testa bassa, implorando perdono.

Tornò ad avvicinarsi e, slap!, mi mollò uno schiaffo secco sui seni. L’impatto fece sì che il mio top di seta non reggesse la pressione e una spallina si slacciò, lasciando un seno scoperto. Lui percorse il mio petto nudo con i suoi occhi freddi, si leccò lentamente le labbra e, senza smettere di guardarmi, si estrasse il cazzo intero dai pantaloni. Ora lo vedevo per la prima volta: grosso, arcuato verso l’alto, con le vene marcate lungo il fusto e un glande violaceo e lucido che sporgeva minacciando di esplodere. Mi avvicinò i coglioni al viso e mi costrinse a sentirne l’odore.

«Annusali, cagna. Stamati in testa questo odore. È l’odore dell’uomo a cui appartiene ogni buco che hai.»

Inspirai, tremando. Profumava di sudore di maschio anziano, di muschio denso. Sentii l’inguine bagnarsi suo malgrado, le mutandine col coniglietto cominciare a diventare appiccicose contro la mia figa. Lui mi schioccò il cazzo sulla guancia due volte, lasciandomi sulla pelle una scia lucida di liquido preseminale, e solo allora lo rimise via senza concedermi nemmeno di leccarlo.

«Lo schiaffo è per la precedente disobbedienza. Io punisco solo chi è sottomessa per volontà. Lo capisci?»

Risposi di sì senza capire bene. Qualche secondo dopo sentii un movimento nella pancia: la consapevolezza di avere dentro la sua urina, che mi ricordava che il mio corpo non mi apparteneva più.

«Questa è una scuola e sei venuta per imparare. Le tue valutazioni dipenderanno solo dalla tua servitù nei miei confronti. Ora, senza coprirti il petto, alzati e vai verso la lavagna.»

Mi rialzai tremando, con il seno nudo che dondolava e il capezzolo duro come una pietra, a tradirmi senza scampo. Mi mise la guancia contro la lavagna fredda e il mio petto scoperto rimase appoggiato al bordo, schiacciato contro il legno, con il capezzolo che raschiava contro la cornice.

«Faccia contro. Mani dietro. Niente parole.»

Sentii le sue dita grosse spostarmi le mutandine di lato. Mi diede due tocchi alle caviglie con la scarpa; capii che dovevo divaricare le gambe. Rimasi reclinata, con il culo alzato a sua disposizione e la figa aperta all’aria, gocciolante di un’umidità che mi tradiva. Le sue dita sfiorarono senza pudore le mie labbra inferiori, le aprirono lentamente e sentii il pollice passare tra loro, raccogliendo il mio fluido. Poi portò quel pollice bagnato al mio buchetto e premette appena la punta contro l’anello, solo per vedermi stringere le cosce per la vergogna.

«Guarda come coli, porca. La tua bocca dice “non voglio”, ma la tua figa sta sgocciolando per terra. Qui sotto non sai mentire.»

Credevo mi stesse preparando per sodomizzarmi, ma mi sbagliavo. La punta fredda di qualcosa di enorme premette contro l’ingresso della mia figa vergine e cominciò a forzarla con una lentezza che era pura tortura. Sentii il glande di plastica farsi strada tra le mie labbra inferiori, la mia carne cedere millimetro dopo millimetro, l’imene tendersi e protestare. La mia figa stretta si contrasse nel vano tentativo di difendersi; il giocattolo la apriva con la forza, lubrificato solo dal mio stesso fluido. Un ultimo spinta, secca e profonda, mi strappò un dolore acuto quando qualcosa si ruppe dentro di me. Sentii una fitta calda e poi il riempimento brutale, la sensazione di essere colma fino in fondo, con i testicoli finti che battevano contro le mie natiche.

Riuscii a non gridare e a tenere le mani ferme contro la parete, dove mi aveva ordinato, nonostante il fuoco che mi attraversava la figa. Un rivolo caldo di sangue mi scese lungo la coscia. Lui lo raccolse con due dita e me lo spalmò, molto lentamente, sul labbro superiore, come fosse rossetto.

«Ecco il tuo premio: hai appena perso la verginità contro un pezzo di plastica perché la mia non te la meriti. Eppure, guardati, come stringi quel giocattolo. La tua figa lo abbraccia, Noelia. Sei nata per avere cose dentro.»

«Resisti, Noelia. Presto ti passerà, appena prenderai questo» disse, porgendomi un analgesico. «Adesso guardati. Hai qualcosa di mia proprietà dentro di te. Ricordati che non sei altro che un oggetto, proprio come quel giocattolo. Siete due mie proprietà.»

Solo quando mi diede il permesso osai guardare indietro: era un fallo di plastica nero, grosso e venato, con due testicoli di grande realismo premuti contro di me. La base era lucida, inzuppata del mio fluido e con un filo rossastro. Mi risistemò le mutandine sopra, intrappolando il giocattolo contro la mia figa distrutta, e completò il tutto con un forte colpo sul culo che fece tremare il cazzo di plastica dentro di me e mi strappò un gemito involontario.

«Ascolta quel rumorino, cagna. È il suono di una troia appena inaugurata.»

«Prendi lo straccio dall’armadio e pulisci le tracce di urina che non sei riuscita a ingoiare. Voglio vedere come te la cavi. Nemmeno una parola finché non te lo autorizzo.»

Ingoiai la pillola senza sapere cosa fosse. Andai verso l’armadio in silenzio, con il giocattolo che si muoveva dentro di me a ogni passo, sfiorandomi un punto profondo che non sapevo nemmeno esistesse. Mentre strofinavo con il petto scoperto, il seno libero ballava al ritmo del movimento, il capezzolo che sfregava contro il bordo della seta calata, e a ogni spinta dello straccio il cazzo di plastica mi sprofondava un centimetro in più dentro, premendomi contro un punto che cominciava ad ardere di un calore diverso da quello del dolore. Sentii l’analgesico attenuare la pressione del fallo dentro di me, ma non l’umidità: quella aumentava. Un rivolo tiepido mi scendeva lungo l’interno della coscia, e io lo sentivo scivolare senza poter fare nulla. Lui mi osservava con un sorriso di sufficienza, con una mano dentro la tasca dei pantaloni, toccandosi sopra il tessuto senza alcuna discrezione.

«Sei una completa incapace con un semplice straccio. Non servi nemmeno a pulire. Meno male che quella tua figa almeno sembra servire. Guardala, che cola sopra il mio giocattolo come una cagna in calore.»

Quando decise che era abbastanza, mi si avvicinò all’orecchio da dietro e mi afferrò il seno nudo con tutta la mano, stringendomelo fino a farmi sobbalzare. Con pollice e indice mi pizzicò il capezzolo, lo torse lentamente e lo lasciò andare vedendo quanto me lo fosse fatto venire ancora più duro.

«Non ti toglierai il giocattolo in nessun caso. Dormirai con quello dentro, piscerai con quello dentro. Quando ti toccherai, voglio che tu lo faccia con il cazzo di plastica infilato fino in fondo, pensando a me. Domani mi accoglierai nello stesso modo. Oggi e domani non mangerai niente; così sarai pulita dentro e con i buchi vuoti, pronti per ciò che deciderò di metterci. Capito, cagna?»

«Sì, signore» risposi automaticamente. Avevo la sensazione che avrebbe riconosciuto qualsiasi bugia. Lui sorrise e finalmente mi permise di coprirmi il petto e abbassarmi il vestito, non senza prima un’ultima domanda.

«Sei davvero così patetica da non esserti accorta di come coli? Toccati e verifica che troia sei.»

Obbedii, tremante. Feci scivolare la mano sotto il vestito, scostai il tessuto delle mutandine inzuppate e sfiorai le labbra infiammate della mia figa attorno al giocattolo. Era tutto viscido: le mie dita sprofondarono in uno strato denso di fluido, mescolato a filamenti rossastri e all’umidità calda che continuava a uscirmi. Premendo appena il clitoride, gonfio e pulsante, un spasmo mi scosse le gambe. Ritirai le dita e le avevo lucide, con un filo grosso e trasparente che pendeva fra loro. Lui mi si avvicinò, mi prese la mano e si portò le mie dita alla propria bocca. Le succhiò una a una, lentamente, guardandomi fisso.

«Sa di femmina in calore. Inzuppata dall’umiliazione. Tienilo bene a mente, cagna: la prossima volta che ti chiederai se stai godendo, ricorda di che cosa sai in questo momento.»

Ritirò le labbra con uno schiocco e lasciò andare una risata bassa, senza togliermi gli occhi di dosso, mentre io non sapevo più dove mettermi.

Uscii di lì stordita, recuperando il mio modo sensuale di camminare nonostante l’invasione nel mio interno. Il giocattolo si risistemava a ogni passo, sfiorandomi quel punto interno ancora e ancora, provocando piccole scariche che mi salivano lungo il ventre. Ogni due isolati dovevo fermarmi per respirare; sentivo il fluido colarmi lungo l’interno della coscia, bagnarmi fino al cavo del ginocchio. Mi sentivo indignata per quel trattamento umiliante, e lo ero. Ma era anche vero che era stata la prima volta che ero venuta; non ci ero mai riuscita toccandomi da sola. Quella notte, nel mio letto, con il fallo ancora conficcato nella mia figa gonfia, mi toccai il clitoride pensando al suo cazzo grosso e venoso, all’odore dei suoi coglioni rimastomi sulla guancia, al sapore di urina calda in gola. Venni tre volte di seguito, mordendo il cuscino, stringendo il giocattolo con spasmi violenti, sentendo il mio stesso fluido impregnare le lenzuola sotto il culo. Già in quel primo giorno cominciai a capirlo: essere la sottomessa di don Teodoro forse era il mio nuovo scopo. Non avevo ancora perso la verginità con lui, ma cominciavo a capire che, quando sarebbe successo, quando finalmente il suo cazzo mi avrebbe aperta davvero, sarebbe stato il più grande onore che una come me potesse sperare.

Continua…

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