Il passaggio del professore finì al belvedere
Gli dissi di portarmi per la strada ben illuminata. Lui sorrise, prese la deviazione verso il belvedere e io lasciai che il vestito mi salisse fino alla coscia.
Gli dissi di portarmi per la strada ben illuminata. Lui sorrise, prese la deviazione verso il belvedere e io lasciai che il vestito mi salisse fino alla coscia.
Passai accanto al suo banco, gli lasciai un biglietto senza farmi vedere da nessuno e uscii in cortile a fumare. Quando bussò alla porta, avevo già smesso di pensare a ciò che era giusto.
Alzai lo sguardo verso la professoressa che tutti temevano e mi si gelò il sangue: era lei, la donna con cui mi ero masturbato in webcam per due anni.
Arrivai a casa sua con una gonna troppo corta e la scusa di passare l'esame. Non smise di guardarmi, e io non ero certo lì per studiare.
La riconobbi tra gli scaffali del supermercato: più formosa, più sicura, con lo sguardo di chi ricordava ancora ciò che era successo tra noi in quell’aula vuota.
Quando chiusi la porta a chiave, lui si voltò e mi rimproverò per aver baciato un altro uomo. Non capii se nei suoi occhi bruciassero rabbia o desiderio.
La riconobbi in fondo al bar e il cuore mi sobbalzò: era lei, la maestra che mi aveva rubato il sonno quando ero un bambino. E stavolta io non ero più quel bambino.
Quando entrai in quella mansarda con le corde appese alle travi, capii che quella notte non sarei appartenuta a me stessa.
Pensavo di averla messa con le spalle al muro. Ci misi un secondo a capire che l’unica intrappolata in quella casa vuota ero io.
Da mesi immaginavo quella scena nel suo ufficio, ma non avrei mai creduto che fosse lei a fare il primo passo, con il chiavistello chiuso e il suo profumo ovunque.
Credevo di essere sola a correggere i miei testi, finché la sua mano non si posò sulla mia gamba e capii che la pausa sarebbe durata molto più del previsto.
Bastò una fotografia appesa alla parete del laboratorio perché il professore capisse che non avrebbe più potuto guardarla come una studentessa.
Le promisi a un amico che non avrei toccato la sua sorellina. Quello che non gli dissi è che la sua migliore amica si sedeva accanto a me a ogni lezione, troppo vicina per concentrarmi.
Pensavo di essere il più disciplinato della facoltà. Poi lei si appoggiò alla porta dell’aula vuota e mi fece capire che sapeva tutto ciò che nascondevo.
Da settimane ammiravo i suoi piedi dall’ultima fila. Il giorno in cui si tolse i sandali e mi fissò, capii che non c’era più ritorno.
Per tutta la vita ho creduto di appartenere solo a lui. Il pomeriggio in cui entrò in presidenza e mi trovò sulla scrivania, scoprii quanto gli piaceva vedermi con un altro.
«Sapevo che saresti venuto oggi», disse lei, e allora lui capì che quell’incontro casuale non aveva nulla di casuale.
Mi arrossisco solo a pensare che leggerete questo, ma lui me l’ha ordinato: devo raccontare, senza nascondere nulla, come ho imparato a inginocchiarmi e a ringraziare.
Avevo diciannove anni e una voglia impossibile da nascondere. Lui se ne accorse appena mi aprì la porta del suo appartamento, e non potemmo più fingere.
Tutte le mie compagne sospiravano per lui, ma nessuna sapeva cosa nascondevo sotto l’uniforme maschile che il mondo mi obbligava a indossare.