L’ultima volta che mi sono donata al mio amante segreto
Era ormai quasi passato un anno dalla prima volta, e tutto ciò che era accaduto in quel tempo somigliava a un ottovolante che non si fermava mai. I nostri segreti riposavano nella penombra, nascosti con codardia dagli sguardi altrui. Persino fingere era diventata un’abitudine logora, una routine che ripetevamo senza pensarci.
Era una relazione che, in fondo, non esisteva. Ridotta a incontri a quattr’occhi, lontani da qualsiasi compagnia, estranei a tutto ciò che ci circondava. Eppure, alle spalle, avevamo una storia tanto nostra quanto gli anni in cui eravamo stati amici prima di varcare quella linea.
Quello che condividevamo aveva un linguaggio proprio, una ragione diversa da qualsiasi altra cosa avessi mai vissuto. Qualcosa a metà strada tra il desiderio e il silenzio, tra ciò che eravamo davvero e ciò che fingevo di essere davanti agli altri.
La mia felicità abitava in quello spazio intimo. Ero felice, non potevo dire il contrario. Senza nemmeno pormi il dubbio che potesse essere un errore, poco a poco mi resi conto che, anche se lo fosse stato, tutto ciò che mi faceva provare compensava e finiva per rendere tutto degno di essere vissuto.
Adrián era il mio partner, o almeno così lo sentivo io. Un compagno da cui ho imparato, qualcuno di cui fidarmi, la persona con cui credevo che avrei finito per condividere i miei progetti e la mia vita. Nella mia testa l’avevo trasformato nel finale di una favola che stavo scrivendo soltanto io.
Ma quello non era altro che il sospiro con cui avrei spezzato il miraggio dei miei stessi desideri. Il riflesso idealizzato di un’idea assurda che bramavo tanto. Una nebbia sfocata che si insinuava attraverso le crepe che, senza che io le vedessi, si stavano già aprendo tra noi.
Perché le cose non andavano bene. Non con il passare del tempo, non con quel segreto che solo noi due conoscevamo. Lo stesso segreto che un giorno smise di proteggerci e cominciò a pesare più della felicità che diceva di darmi.
Mi sentivo presa in giro. Convinta che la situazione non avesse ancora oltrepassato alcun limite irreversibile, e allo stesso tempo sopraffatta da essa, mi lanciai con un ardire quasi suicida a forzare le cose.
Ciò che era nato come qualcosa di temporaneo, in attesa di adattarsi a quello che volevamo o sentivamo, si protrasse molto più del desiderato. E il tempo, senza avvertire, cominciò a correre contro di noi.
Solo molto più tardi mi resi conto di non essere l’unica a vivere ingannata dentro quella menzogna.
Quel pomeriggio ero già stanca di ascoltare le solite scuse di sempre.
—Non insistere più… perché dovremmo dirlo a tutti? Non stiamo bene così? Perché rovinare tutto? —rispose con un certo fastidio nel tono, e prima di lasciare la frase a metà, aggiunse—: Noi non siamo una coppia.
Quella frase mise una pietra sopra le mie speranze. Gli bastarono poche parole per distruggere di colpo tutte le mie illusioni, lasciandosi alle spalle la possibilità più remota e un’amicizia che, senza che me ne rendessi ancora conto, cominciava a incrinarsi.
La freddezza con cui uscì dalle sue labbra gelò il mio cuore. E finì di spezzarlo con ciò che disse subito dopo.
—Noi non saremo mai una coppia, non potremmo mai… Mi dispiace se ti ho confusa. —Una scusa che preannunciava soltanto il peggio—. Questo è solo un gioco tra amici.
Mi uccise. Distrusse le mie illusioni e i miei sogni, mi strappò la felicità che per mesi aveva retto in piedi tutto e la lasciò cadere come cristalli sui miei piedi nudi.
Certo che non sarebbe mai accaduto ciò che desideravo io. Certo che lui non avrebbe mai visto le cose come me, era impossibile. Per lui non era altro che un gioco tra amici. Non mi avrebbe mai vista come una partner. Ero solo l’amica che stava lì, quella che in quel momento occupava il vuoto lasciato dal bisogno. Ero solo la fica che Adrián chiamava quando gli andava di scopare, quando nessun altro guardava.
Quel giorno crollarono gli undici mesi che avevamo condiviso. Undici mesi di scopate a porte chiuse, delle sue dita spinte fino in fondo, del suo cazzo che entrava e usciva da me nella penombra di camere prese in prestito. Quel giorno la nostra amicizia restò alla deriva.
Ogni ricordo mi travolse come un treno a tutta velocità. Persino i miei occhi non riuscirono a piangere, prigionieri dell’impotenza, della rabbia e del dolore che mi consumavano e mi soffocavano allo stesso tempo.
Avevo bisogno di tempo. Avevo bisogno di pensare.
Quel pomeriggio riattaccai il telefono convinta che non ci fosse più nulla da aggiustare. La fine di ciò che conoscevamo era vicina, e la nostra amicizia giungeva al capolinea.
Mi costava accettare che tutto fosse finito, che non avrei più sentito i suoi baci né le sue labbra, né la sua lingua scendere lungo il mio ventre fino a seppellirsi tra le mie cosce. Eppure mi ostinavo a resistere, nutrivo ancora la speranza che tutto quello fosse uno scatto d’ira, che esistesse un modo per tornare indietro e rimettere in moto il tempo.
***
Era mercoledì pomeriggio quando Adrián mi chiamò, come faceva quasi ogni giorno.
Con la sua solita calma, flirtò senza complicazioni, come se la sera prima non fosse successo nulla tra noi.
Io non ero più la stessa di quel giorno.
La complicità mi aveva abbandonata e mi si piantava in gola a ogni risata forzata. Le cose erano arrivate a un punto di non ritorno e, senza fuggire, avanzavo dritta verso l’abisso. Lui, estraneo a tutto ciò che mi sconvolgeva lo stomaco e mi martellava la testa, fingeva che non stesse succedendo nulla e si mostrava identico a sempre.
Mi sforzai di sorridere, giuro che ci provai. Di sembrare tranquilla, simpatica, anche se l’unica cosa che mi andava davvero era gridare. Feci l’impossibile per non incrinare la voce, convinta che non avrebbe notato la tristezza che mi assaliva. Fu inutile. La verità finisce sempre per venire fuori e lascia un peso strano nelle parole.
—Stai bene, piccola? —chiese, ignaro del mio tono.
—No, Adrián, non mi sento bene —risposi, irritata.
—Che succede? Perché sei così?
La sua indifferenza verso tutto ciò che provavo mi faceva infuriare ancora di più. Ma certo, ero io quella che viveva ingannata.
—Non posso continuare così. Non voglio —gli dissi con la voce a metà tra il rotto e il trattenuto.
—Così, come? —chiese incredulo.
—Facendo finta che non mi importi di te. Mentendo a me stessa credendo che un giorno vedrai tutto questo per quello che è davvero. Viviamo di nascosto, cazzo! —Questa volta non riuscii a contenere la tremarella nella voce.
—Io non ti sto nascondendo… Non voglio che tu dica così.
—Eppure è così che mi sento. Ti vergogni, per un motivo o per l’altro, ti vergogni di noi. Ti vergogni di me —insistetti, anche se la voce mi si spezzava in singhiozzi—. O come lo chiameresti tu?
—Non c’è bisogno di dare un nome a niente —insistette lui, ora con un tono più serio—. Io non voglio una ragazza. Non voglio nessuno che mi dica dove andare o con quali amici posso uscire. Non voglio condizionare la mia vita per un’altra persona. Credevo fosse chiaro. —Lo concluse con tutta la forza che portavano le sue stesse parole.
—Non ne abbiamo mai parlato… Quella conversazione non è mai esistita tra noi. —Presi fiato, cercando di sciogliere il nodo in gola—. Però si capiva che eravamo più che amici. Non puoi venire adesso a dare per scontate cose che volevi solo tu, come se fossero di entrambi. —Feci una pausa per respirare e poter continuare—. Questo mi porta a pensare che non mi hai mai davvero presa in considerazione. Forse perché non volevi, o forse perché la mia opinione non ti è mai interessata. —E, armandomi di coraggio, gli dissi le parole che avrebbero condannato la conversazione—: Dimmi adesso… cosa scegli? I tuoi amici, il tuo essere single, il tuo silenzio e la tua presunta libertà… o io?
La domanda restò sospesa nell’aria per alcuni secondi. Secondi che a me sembrarono un’eternità, in attesa di una risposta che già intuivo. L’ultimatum era sul tavolo. Non restava che sapere chi avrebbe vinto quel gioco, e qualcosa mi diceva che non sarei stata io.
—Credo che tu non stia facendo la cosa giusta —rispose con una certa indignazione.
—Devi solo rispondere, Adrián —lo incalzai—. Devi solo dare una risposta. Parla una volta e tutto sarà risolto definitivamente.
Almeno dieci minuti di silenzio precedettero ciò che disse. Un silenzio scomodo, assordante, che si installò tra noi e lasciò la risposta sospesa nell’aria.
—Io voglio stare con te…
L’inizio incoraggiò il mio cuore, che si illudeva ancora nutrendo un minimo di speranza, credendo che forse mi sbagliavo e che avrebbe proposto un’altra soluzione.
Quel filo di fiducia durò poco. Si spezzò subito.
—Ma non voglio una relazione… almeno non quel tipo di relazione formale. —Lo disse con una certa tristezza negli occhi—. Noi non siamo fatti per stare insieme.
Lui aveva scelto. E anch’io. Non era mai stata una mia scelta.
Rimasi senza voce, incapace di pronunciare una parola, deglutendo per attenuare il nodo stretto e doloroso che mi chiudeva completamente la gola e mi faceva respirare a fatica.
—Dimmi qualcosa… —implorava, forse cercando di dissipare il senso di colpa che provava.
—No… no… non posso —risposi, costringendomi a sembrare intera.
Tra i singhiozzi cercavo di non scoppiare a piangere. Crollare davanti a lui non era un’opzione. Restare fredda, e forse un po’ altezzosa, sì. Conclusi quella conversazione condannandola a una fine assoluta.
—È tutto detto, Adrián. —Tacqui per alcuni secondi carichi di tensione—. Non chiamarmi più.
—Ma siamo amici… —precisò.
—Non lo so. Sarà meglio allontanarci per un po’. Adesso non riesco a vederti.
Detto questo, mi congedai e riattaccai il telefono che chiudeva quasi un anno di sentimenti.
***
Mi si apriva davanti un enorme cambiamento: la vita senza di lui. Avevo perso quello che credevo fosse l’amore della mia vita e, allo stesso tempo, il mio amico più fedele. Adesso dovevo imparare a stare senza nessuno dei due. Mi trovavo sola, vuota e delusa.
L’orgoglio ferito non mi permise di lasciarlo tornare. In ogni tentativo che fece per recuperare quel poco che restava della nostra amicizia, si scontrò con la mia rabbia e il mio rancore. Senza speranze né illusioni, i giorni andarono scolorendo da quando Adrián scomparve.
E, come se il destino avesse un senso dell’umorismo crudele, era sabato notte quando le ragazze mi convinsero a uscire.
—Andiamo, dobbiamo uscire. Ho i biglietti per il concerto, non possiamo sprecarli —insisteva Carla—. Vieni con me, ti farà sicuramente bene.
Tra la sua pressione costante e quella che io stessa mi imponevo nel tentativo di lasciarmi tutto alle spalle una volta per tutte, finii per cedere. Alle nove e mezza eravamo davanti al locale Almena. Suonava un gruppo rock con venature flamenco che fondeva entrambi i generi in melodie strane per il mio orecchio limitato. Diverse, senza arrivarmi a piacere del tutto.
La cena che prometteva tanto si ridusse a un hamburger mangiato in piedi nel solito posto, e quello che doveva essere un solo drink si trasformò, inevitabilmente, in un’intera notte di festa. Che programma del cazzo. Insomma, mi avevano ingannata con l’evidente intenzione di farmi uscire di casa.
Dopo aver fatto il giro dei soliti bar, finimmo —ovvio— nel pub dove tante volte avevo concluso la serata. A ogni passo temevo il momento di incrociarlo. Sapevo che calpestavamo lo stesso pavimento, che condividevamo le stesse strade e gli stessi locali. Incontrarci era solo questione di tempo.
E allora accadde.
Entrando in un bar chiamato El Faro, eccolo lì. Come se qualcosa lo avesse avvertito, mi individuò subito con lo sguardo. Confesso che anch’io feci lo stesso con lui.
Senza il minimo interesse ad avvicinarmi, tirai dritto. Mi facevano ancora male i resti di ciò che eravamo stati. Così, fingendo che non esistesse, continuai verso l’angolo dove si ammassavano le mie amiche.
Loro non tardarono a parlare con un gruppo di ragazzi. In circostanze normali non ne avrei notato nessuno, ma quella notte non ero nella posizione di fare la schizzinosa con nessuno. Decisa a dare adito a pettegolezzi e, soprattutto, a non pensare, mi unii al gruppo cercando di ignorare gli occhi che sapevo piantati su di me.
Non tardai ad avvertire l’interesse di uno di loro. Un piccolo trionfo in più per la serata. Se vedere la sua faccia sorpresa quando gli passai accanto senza fermarmi era già stata una ricompensa, sentire che adesso avevo qualcuno che mi mangiava dalle mani era, semplicemente, una vittoria.
Il ragazzo, coinvolto, era un po’ più alto di me. Attraente, forse persino abbastanza bello. Riconosco che in altre circostanze forse non mi sarei nemmeno fermata a guardarlo, ma quella notte mi andava bene, e tanto bastava. Non tardò ad accorciare le distanze. Premendo il corpo contro il mio, rese chiare le sue intenzioni. Sentii il suo cazzo già mezzo duro contro il mio fianco, premuto contro di me attraverso il tessuto dei pantaloni, e non mi scostai. Al contrario, spinsi un po’ il culo all’indietro, strofinandomi lentamente, sapendo che Adrián stava vedendo tutto.
Adrián non perdeva un dettaglio. Da lontano seguiva ogni movimento. Tutto ciò che accadeva in quell’angolo era sotto la sua sorveglianza silenziosa.
Quando mi scusai per andare un momento sul retro del locale, mi intercettò.
—Che stai facendo? —mi rimproverò, con un malessere mal dissimulato.
—Lasciami —dissi, con la sua mano ancora stretta su di me—. Cazzo vuoi? —chiesi, già furiosa.
—A che gioco stai giocando con quel tipo?
Era quasi ironico che proprio lui, proprio lui, si preoccupasse adesso di quello che facevo.
—Credo che non siano affari tuoi, no? —risposi, guardandolo dritto in faccia.
—Lo sono. Sei mia amica. Non voglio che tu faccia sciocchezze.
Sei mia amica. Quel distinguo gli stava grande. Troppo grande. Il senso di colpa che traspariva nella sua voce mi diede esattamente la spinta di cui avevo bisogno.
—Sbagliare… come ho sbagliato con te?
La rabbia nei suoi occhi mi confermò di aver colpito nel punto giusto. Lo lasciai lì, intrappolato tra il bisogno di rispondere e la codardia del tacere.
La notte continuò con il solito battito. Quando iniziò a suonare un vecchio lento che entrambi conoscevamo fin troppo bene, Adrián si avvicinò, mi afferrò per la vita e mi portò in pista.
—Ti ricordi questa canzone?
Non servì nessuna pausa per saperlo. Era il primo lento che avevo ballato in vita mia con un ragazzo, e lo avevo ballato con lui. Con il mio inseparabile e rimpianto amico.
—Potremmo stare bene… Potremmo tornare a prima.
Lo guardai negli occhi aspettando che fosse ubriaco o confuso. Ma no. Era lucido, convinto. Parlava sul serio, e lo faceva con una naturalezza che mi disarmava. Mentre mi parlava, la sua mano scese lungo la mia schiena fino a posarsi proprio sopra il culo, stringendomi contro di lui. Sentii il suo cazzo indurirsi attraverso i jeans, premuto contro il mio ventre, e una fitta calda mi attraversò da parte a parte. Undici mesi di memoria sulla pelle non si dimenticano in poche settimane.
—Mi manchi —disse, prima di aggiungere—: Usciamo di qui.
Ancora oggi non capisco come, dopo tanto tempo, avesse ancora quel potere su di me. Come riuscisse a cancellare tutta la mia lucidità e a farmi credere che andarmene da lì con lui fosse una buona idea.
Raccolsi le mie cose e, senza salutare le mie amiche, uscimmo insieme.
***
Era la prima volta che andavo a letto con qualcuno per ripicca. La prima volta che mi consegnavo a lui sapendo che, non appena ci fossimo separati, tutto sarebbe tornato esattamente com’era prima di entrare in quel bar. Ma non mi importò. Lo volevo, lo desideravo e avevo bisogno di chiudere quella porta a colpi di scopate, sudore e gemiti.
Andammo dritti all’appartamento di suo fratello, che per caso era fuori per alcune settimane e a cui Adrián aveva accesso. Quando arrivammo non servirono parole. Non eravamo andati per parlare; a che pro perdere tempo?
Appena chiuse la porta, mi spinse contro la parete dell’ingresso. La sua bocca cadde sulla mia con una furia trattenuta per settimane, la lingua dentro senza chiedere, mordendomi il labbro inferiore finché lo sentii gonfiarsi. Io gli restituii il bacio con la stessa rabbia, afferrandolo per la nuca, tirandogli i capelli, mordendogli la bocca fino a sentire il sapore metallico del sangue sulla lingua.
—Puttana —sussurrò contro il mio collo, incazzato e acceso in parti uguali—. Ti sei montata la testa per via del bar, eh?
—Vaffanculo, Adrián —gli risposi senza distogliere gli occhi dai suoi—. Stai zitto e scopami e basta.
La sua camicia finì sul divano, strappata con violenza, con due bottoni che rotolavano per il pavimento. Il mio top, per terra, accanto alla porta, accanto al reggiseno che lui mi sganciò con uno strappo da dietro. La sua biancheria ai suoi piedi e la mia persa in qualche angolo del breve tragitto dall’ingresso al salotto, trascinata dalle sue dita che mi tirarono via le mutandine alle caviglie senza neanche slacciarmi del tutto la gonna.
Mi appoggiò allo schienale del divano, guardandomi nuda per la prima volta da settimane. I suoi occhi percorsero le mie tette, il mio ventre, il pelo umido tra le mie cosce, come chi riconosce un territorio che è stato suo troppo a lungo. Il suo cazzo, duro, grosso, pulsante contro il suo stesso ventre, era così brutalmente vicino che sentii la figa contrarsi solo a guardarlo.
—Mettiti in ginocchio —gli ordinai io, sorpresa dalla mia stessa voce.
Mi guardò un secondo, senza capire, e per un istante credetti che si sarebbe rifiutato. Ma obbedì. Si inginocchiò davanti a me sul tappeto, mi aprì le cosce con le mani e affondò il viso tra le mie gambe senza preamboli. La sua lingua tracciò una lunga leccata dall’ingresso della mia figa fino al clitoride, poi un’altra, e un’altra ancora, finché tutto il ventre non mi tremò. Succhiava con fame rimandata, premendo le labbra contro le mie, infilandomi due dita fino in fondo e curvandole proprio dove sapeva che mi avrebbe fatto perdere la testa.
—Così, stronzo, così… —ansimai, afferrandolo per i capelli, strofinandogli la figa contro la bocca senza alcuna delicatezza—. Non fermarti, non fermarti…
Mi venni in piedi contro il divano, schiacciandogli la testa contro di me, chiudendogli le gambe attorno alle orecchie mentre l’orgasmo mi scuoteva a ondate, bagnandogli il mento. Lui si staccò con la bocca lucida, ansimando, guardandomi con una miscela di rabbia e adorazione che mi diede voglia di sputargli addosso.
—Adesso tu —gli dissi, spingendolo all’indietro.
Lo buttai sul tappeto e mi inginocchiai tra le sue gambe. Gli afferrai il cazzo con entrambe le mani, grosso, pulsante, con la punta già bagnata di liquido preseminale, e lo guardai mentre me lo mettevo in bocca tutto d’un colpo. Gli sfuggì un gemito roca quando arrivai fino alla base, quando sentii la punta contro la gola e non mi ritirai. Cominciai a succhiarglielo con fame, su e giù con la testa rapida, stringendogli i coglioni con una mano, succhiando la punta con le labbra chiuse e poi ingoiandolo di nuovo fino in fondo.
—Cazzo, cazzo… —balbettò lui, con le mani affondate nei miei capelli—. Non così… aspetta… aspetta che sto per venire…
Alzai il viso, con le labbra gonfie e un filo di saliva che mi pendeva dal mento, e gli sorrisi con cattiveria.
—Ecco il problema, eh? Che sai venire in bocca mia solo quando non c’è nessuno che guarda.
Non gli diedi tempo di rispondere. Gli montai addosso, gli afferrai il cazzo e lo posizionai all’ingresso della mia figa. Mi lasciai andare lentamente, infilzandomi centimetro dopo centimetro, sentendo come si faceva strada dentro di me, come mi riempiva tutta finché il mio culo non urtò contro i suoi fianchi. Lasciai uscire un gemito lungo, gettando la testa all’indietro, con le mani appoggiate sul suo petto.
—Guarda quello che ti perderai, figlio di puttana —gli sibilai mentre cominciavo a cavalcarlo, dettando io il ritmo per la prima volta in tutta la relazione—. Guarda bene.
E mi mossi. Rapida, sporca, senza alcuna tenerezza. Salivo fino a lasciare dentro di lui solo la punta e poi mi lasciavo cadere di colpo, facendo sbattere il mio culo contro le sue cosce con un suono umido che riempiva il salotto. Le mie tette rimbalzavano davanti alla sua faccia e lui le afferrava con entrambe le mani, stringendole forte, mordendomi i capezzoli, tirandoli con i denti fino a farmi gridare.
—Sei una puttana, cazzo —ansimava lui, spingendo verso l’alto, conficcandomi il cazzo fino in fondo—. La mia puttana.
—Tua niente —gli sputai—. Non sono più niente di tuo.
Mi afferrò i fianchi con entrambe le mani, mi sollevò come se non pesassi nulla e mi girò. Mi mise a quattro zampe sul tappeto, con la faccia contro il pavimento e il culo alzato. Mi infilò il cazzo con una sola spinta brutale, fino in fondo, e cominciò a fottermi da dietro con tutta la rabbia che aveva dentro. I suoi fianchi urtavano contro il mio culo con violenza, le chiappe mi tremavano a ogni affondo, e la sua mano sinistra mi afferrava per i capelli tirandomi la testa all’indietro.
—Così ti piace? Così ti scopa l’idiota del bar? —ringhiava tra un ansimo e l’altro—. Così?
—Più forte —gli ordinai, con la guancia premuta contro il tappeto—. Scopami più forte, vigliacco.
Mi obbedì. I suoi affondi divennero più profondi, più brutali, con quel rumore umido e appiccicoso di due corpi che si scontravano sulla carne viva. Sentii l’altra sua mano scendere lungo la mia schiena, afferrarmi il culo, separarmi le natiche e passarmi il pollice bagnato dei miei stessi umori sull’occhio del culo, premendo senza arrivare a penetrarlo, giocando con quel limite che sapeva mi faceva impazzire. Mi venni di nuovo, con la faccia contro il pavimento, gridando nel tappeto, stringendogli il cazzo dentro con spasmi che lui sentì perfettamente. Non si fermò. Continuò a scoparmi per quelli che mi sembrarono minuti interi, finché mi trascinò a un terzo orgasmo quasi consecutivo, mordicchiandomi la nuca, sussurrandomi porcherie all’orecchio.
—Sdraiati —gli dissi quando finalmente uscì da me.
Avevo giocato a un gioco pericoloso e lui rispose con la stessa intensità. Ruvido, rumoroso, senza un solo gesto tenero. Così fu quella notte. La rabbia e la ripicca presero forma in due corpi che si sfogavano senza pudore né concessioni.
La sua bocca mi mordeva il collo mentre le mie unghie gli si conficcavano nella schiena. Il calore, l’urgenza e la confusione dei nostri corpi invadevano tutto. Lo spinsi contro il materasso della stanza degli ospiti, dove eravamo finiti a fatica, e mi posizionai sopra di lui, dettando io il ritmo per la prima volta, decisa a prendere ciò che ero andata a cercare. Lui mi afferrò i fianchi con forza, sprofondando in me, e per un momento smettemmo di essere due persone ferite per diventare solo pelle, sudore e respiro mozzato.
Lo cavalcai sopra lentamente questa volta, ruotando i fianchi, strofinandomi contro di lui, obbligandolo a guardarmi negli occhi mentre me la conficcava una e un’altra volta. Gli presi i polsi e gli tenni le braccia sopra la testa. Volevo che si sentisse piccolo. Volevo che si ricordasse di quella notte ogni volta che si fosse letto con un’altra.
—Dimmi che sono la migliore —gli ordinai, senza smettere di muovermi, stringendo le pareti della figa attorno al suo cazzo—. Dillo.
—Sei la migliore, cazzo, sei la fottuta migliore…
—Dimmi che nessuna te lo succhierà come me.
—Nessuna, nessuna… sto per venire, vengo…
—Non ancora —lo interruppi, alzandomi di colpo.
Il suo cazzo uscì da me con uno schiocco umido, lucido, pulsante. Lo afferrai con la mano e cominciai a masturbarlo lentamente, guardandolo negli occhi, vedendo la mascella contrarsi per il puro desiderio trattenuto. Abbassai di nuovo la bocca su di lui, più lentamente adesso, succhiandogli solo la punta, giocando con la lingua attorno al glande, mentre lo guardavo dal basso con la stessa tenerezza finta che lui mi aveva regalato per undici mesi.
—Adesso sai che cosa si prova —mormorai, allontanando la bocca proprio quando stava per arrivarci—. Quando ti danno e poi ti tolgono.
—Per favore… —gemette, e quella parola nella sua bocca valse più di qualsiasi discussione delle ultime settimane.
Tornai a cavalcarlo. Questa volta lo lasciai venire. Mi lasciai cadere su di lui, afferrandomi alle sue spalle, cavalcandolo con tutto, sentendo il suo cazzo gonfiarsi dentro di me un secondo prima di esplodere. Mi venne a fiotti dentro la figa, con un gemito gutturale che mi strappò l’ultimo orgasmo della notte, lungo e sporco, stringendolo dentro fino a mungergli l’ultima goccia.
Rimasi un po’ sopra di lui, immobile, con il suo cazzo ancora sepolto dentro, che si ammorbidiva, mentre lo sperma mi scivolava tra le cosce fino a macchiare le lenzuola del fratello di Adrián. Il suo petto si alzava e si abbassava sotto di me, madido di sudore. Nessuno parlò.
Quando finalmente mi alzai e sentii il liquido caldo colarmi lungo la parte interna delle cosce, non fu piacere ciò che provai. Fu calma. La calma gelida di chi non ha più nulla da dimostrare.
Quando tutto si spense, sospirai a lungo. Come chi salda un vecchio debito, presi un respiro profondissimo e lo lasciai andare di colpo, secco, definitivo.
E in quell’istante capii: non ero andata lì per lui, ma per me. Non per tornare. Non per restare. Ma per confermare, finalmente, che non c’era più niente da salvare.
Non ricorderò mai quella notte come un errore, ma come la porta che, alla fine, sono riuscita a chiudere.