Salta al contenuto
Relatos Ardientes

La mattina in cui ho osato provare qualcosa di proibito

Non avrei mai pensato di scrivere queste cose, e tanto meno di lasciare che qualcun altro le leggesse. Ma ci sono cose che pesano di più quando le si tiene dentro, e questa mi girava in testa da mesi. Se la racconto qui, senza nomi né volti, forse smetterò finalmente di guardare di traverso il cassetto del comodino ogni volta che passo per la camera.

È successo un sabato mattina, un paio di settimane fa. Marina, mia moglie, era partita presto con sua sorella per una di quelle fughe alla spa che programmano con mesi di anticipo. Io ero rimasto a casa con tutto il fine settimana davanti e, per una volta, senza dover rendere conto a nessuno.

Mi sono svegliato tardi, con quella piacevole pesantezza di chi non deve puntare nessuna sveglia. La luce filtrava attraverso le tende e disegnava strisce tiepide sul letto sfatto. E mi sono svegliato, inoltre, con un’erezione impossibile da ignorare. Non era la semplice rigidità tipica del mattino; era qualcosa di più insistente, più esigente. Il mio cazzo pulsava contro il lenzuolo, duro come una pietra, segnando un grosso rigonfiamento che si muoveva da solo a ogni pulsazione, come se pretendesse attenzione prima ancora che la testa finisse di svegliarsi.

Sono rimasto per un po’ supino, con il lenzuolo aggrovigliato alle gambe, sentendo il battito. Ho passato la mano sopra il tessuto e ho sentito quanto ce l’avevo duro, gonfio, palpitante, con la punta già inumidita da una goccia di liquido preseminale che aveva macchiato il cotone. Ho tutta la casa per me, ho pensato. E tutta la mattina. Quella sola idea, quella del tempo senza limiti, è bastata perché scostassi il lenzuolo con un calcio e rimanessi nudo, con il cazzo completamente eretto contro il ventre, lucido per l’umidità.

Ho cominciato lentamente, senza fretta, come raramente mi concedo di fare. Durante la settimana è tutto rapido, rubato, in silenzio per non svegliare nessuno: due o tre seghe meccaniche sotto la doccia e via. Quella mattina, invece, potevo prendermi tutto il tempo. Ho aperto il cassetto del comodino, dove Marina tiene una boccetta di lubrificante, me ne sono versato una bella quantità sul palmo e l’ho distribuito con calma per tutta la lunghezza del mio uccello, dalla base fino al glande.

Il primo sfregamento mi ha strappato un gemito roco. L’umidità cambiava tutto: il pugno scivolava aderente alla pelle, stringendo la cappella ogni volta che risaliva e facendomi sfuggire uno spasmo. Mi accarezzavo senza accelerare, con il pollice che sfiorava il frenulo a ogni passata, osservando il cazzo diventare ancora più grosso, più venoso, con la testa violacea e gonfia. Con l’altra mano mi cullavo le palle, tirandole verso il basso, giocando con il loro peso, e ho sentito che erano già tese, contratte, cariche. C’era qualcosa di quasi meditativo nel farmelo in quel modo, prestando attenzione a ogni sensazione invece di venire in fretta e finire.

Eppure, dopo pochi minuti, ho cominciato a sentire che mi mancava qualcosa. Non era una questione di intensità. Ciò che mi accarezzava la mente era un’idea concreta, una di quelle che compaiono senza chiedere il permesso e che di solito si scacciano prima che prendano forma. Quella mattina, per la prima volta, non l’ho scacciata.

L’idea era il giocattolo di Marina.

***

Devo spiegarlo bene, perché si capisca. È un dildo che lei aveva comprato tempo fa, uno di quelli realistici, con le vene in rilievo, un glande enorme e un paio di palle di silicone alla base. La prima volta che l’avevo visto avevo riso, per scherzo, e le avevo chiesto come diavolo facesse a infilarsi un cazzo del genere nella fica. Anche lei aveva riso e mi aveva detto che il segreto era andare piano, aprirsi poco alla volta. Io non avevo mai pensato a quell’oggetto per me. Mai. Era suo, faceva parte del suo cassetto, completamente estraneo al mio territorio.

Ma quella mattina, con il cazzo che gocciolava e la casa vuota, la curiosità pesava più del pudore. Da tempo mi chiedevo, in silenzio, che cosa si provasse ad avere qualcosa di così grosso infilato nel culo, che mi aprisse, che mi riempisse. Era una di quelle domande che non ci si pone ad alta voce nemmeno quando si è soli. E io ero lì, senza nessuno nel raggio di chilometri, senza la possibilità che entrasse qualcuno, senza scuse.

Mi sono sollevato per un momento, con l’uccello ancora duro che oscillava tra le gambe. Il cuore mi batteva in modo diverso, non solo per l’eccitazione, ma per uno strano misto di nervosismo e anticipazione. Ho aperto il secondo cassetto, quello di Marina, e l’ho trovato riposto nella sua custodia di stoffa. L’ho tirato fuori con cautela, come se potesse rompersi, e l’ho tenuto in mano. Pesava più di quanto ricordassi. Rispetto al mio, sembrava quasi il doppio in larghezza: un cazzo grosso e lungo, con la cappella ben delineata. È una follia, ho pensato. Non mi entrerà mai nel culo.

Eppure non l’ho lasciato. Anzi: solo a pensarci, il mio ha fatto un salto e un altro filo di preseminale mi è sfuggito dalla punta.

Sono tornato a letto con la boccetta di lubrificante, un asciugamano che ho sistemato piegato sotto di me e il giocattolo. Prima di tutto gli ho messo un preservativo, per igiene, e l’ho coperto generosamente di lubrificante fino a lasciarlo fradicio, lucido da cima a fondo, grondante. Non volevo alcun tipo di disagio. Poi mi sono spalmato una bella quantità sulle dita, ho sollevato le gambe e ho portato la mano dietro. Al primo contatto con il buco del culo mi è sfuggito un tremito. Ho cominciato a massaggiarlo con movimenti circolari, senza forzare, bagnandolo bene e lasciando che si rilassasse.

Quando l’ho sentito più morbido, ho infilato la punta del medio. È entrata quasi da sola, scivolosa, e ho avuto un brivido. Ho spinto un po’ di più, fino alla nocca, e poi ancora, fino in fondo. L’ho tirato fuori e l’ho infilato di nuovo lentamente, scopandomi da solo con un dito, sentendo il muscolo cedere a ogni spinta. Dopo pochi minuti ho aggiunto un secondo dito. All’inizio bruciava, quel pizzicore dell’apertura che si allarga, ma subito si è trasformato in qualcosa di caldo, quasi esigente. Quando ho trovato per caso un punto interno che mi ha fatto inarcare la schiena con un gemito acuto, ho capito di che cosa parlavano.

La mia stessa erezione, che con il nervosismo si era un po’ afflosciata, è tornata con forza, rigida contro l’ombelico, grondando liquido preseminale sul ventre. Ho infilato un terzo dito, ormai con più sfrontatezza, aprendoli a forbice dentro di me e allargandomi consapevolmente. Ogni piccolo avanzamento mi faceva sospirare più forte, e ho constatato che non c’era nessuno ad ascoltarmi con un misto di sollievo e spudoratezza. Ho cominciato a gemere ad alta voce, cose senza senso, «cazzo, cazzo, che bello», ascoltandomi scopare con la mia stessa mano.

Quando ho sentito di essere pronto, ho sfilato le dita e ho avvicinato il giocattolo.

***

Andare piano è stato il miglior consiglio che mia moglie mi avesse dato senza sapere che l’avrei applicato in quel modo. Ho appoggiato la cappella di silicone contro il buco del culo ben lubrificato e ho spinto appena un millimetro. La testa chiedeva di passare, ed era enorme. Ho fatto un respiro profondo, ho premuto un po’ di più e ho sentito la bocca del culo tendersi intorno a quella grossa corona. Ho aspettato, respirato, spinto ancora un po’. Era immenso, molto più di quanto fossi pronto ad affrontare, e per un istante ho pensato che avrei dovuto arrendermi. La pressione era intensa, al limite del troppo, un bruciore che mi ha fatto affondare i denti nel labbro.

Ma poi qualcosa ha ceduto, il glande è entrato di colpo e l’anello si è richiuso dietro la corona con uno schiocco umido che mi ha tolto il respiro. Non era dolore. Era una sensazione profonda, piena, oscena, che mi ha attraversato la schiena come una scarica lenta. Sono rimasto immobile per un momento, a occhi chiusi, con la punta di quel cazzo di silicone piantata nel culo, semplicemente sentendo come mi apriva. Non mi ero mai infilato dentro niente di simile, e quel misto di pienezza, di essere riempito, di sentirmi scopato, era qualcosa di completamente nuovo per me.

Centimetro dopo centimetro l’ho spinto più a fondo. Quella che all’inizio era resistenza si è trasformata in un’accoglienza. Sentivo il cazzo di gomma farsi strada verso l’interno, molto in profondità, toccando zone di cui non sapevo nemmeno l’esistenza. Quando ho guardato verso il basso e ho visto metà del dildo infilata nel culo, con le vene di silicone che brillavano di lubrificante, sono quasi venuto solo a quella vista. Mi ha sorpreso vedere quanto fosse già entrato, e mi ha sorpreso ancora di più quanto il mio corpo lo desiderasse, come il buco del culo si stringesse intorno al fusto quasi non volesse lasciarlo andare.

Ho cominciato a muovere la mano con un ritmo lento, sfilandolo fino a lasciare dentro soltanto la punta e poi spingendolo di nuovo fino in fondo, scopandomi piano e ascoltando lo sciabordio umido del lubrificante ogni volta che entrava e usciva. Ho scoperto un’angolazione che, quando abbassavo il cazzo di gomma verso il ventre, mi colpiva proprio in quel punto interno e mi faceva tremare le gambe e gemere come un cane.

—Cazzo... cazzo, sì... —mormoravo da solo, con la voce spezzata, incapace di stare zitto.

Non osavo credere a ciò che stavo provando. Ogni spinta toccava qualcosa dentro di me che non era mai stato toccato, e la sensazione si irradiava per tutto il corpo in ondate dense. Con l’altra mano mi segavo il cazzo, anche se quasi non ce n’era bisogno, perché il piacere principale veniva dal culo. Il cazzo mi grondava sperma liquido senza che fossi ancora venuto, un filo continuo che mi colava sull’ombelico e mi bagnava i peli del pube. Era come scoprire una lingua nuova del mio stesso corpo, una lingua che era stata lì per tutta la vita senza che io lo sapessi.

Ho cominciato a muovermi anch’io, accompagnando con i fianchi, spingendo contro il giocattolo, impalandomi e perdendo poco a poco la timidezza dei primi minuti. I gemiti sono diventati più rochi, più zozzi. Il ritmo si è fatto più deciso, più brutale. Mi scopavo il dildo con i fianchi mentre la mano lo teneva al suo posto, e ogni colpo mi strappava un «ah, ah, ah» acuto. Non pensavo più a ciò che era proibito, né al cassetto di Marina, né a quanto sarebbe sembrato strano visto da fuori: un uomo della mia età supino, con le gambe aperte, che si scopava da solo con il cazzo di gomma di sua moglie. Esisteva soltanto quella sensazione crescente, quella marea che saliva e saliva senza che io potessi, né volessi, fermarla.

***

La fine è arrivata in un modo che non mi aspettavo. Stavo sbattendo il giocattolo a un ritmo costante, con il culo ormai perfettamente aperto intorno a lui, quando ho chiuso il pugno intorno al mio cazzo e l’ho stretto appena un paio di volte. È bastato quello: sfiorare la cappella con il pollice mentre il dildo mi colpiva dentro. È esploso tutto. Ho sentito la sborra salire dalle palle come una frustata, attraversarmi il cazzo e, all’improvviso, ho cominciato a sparare getti spessi di sperma che mi cadevano sul petto, sullo stomaco e sulla mano, così lunghi e ravvicinati che ho perso il conto. Non è stato un orgasmo qualunque. È stato lunghissimo, brutale, diverso da qualunque altro ricordassi, come se il piacere mi arrivasse da molto più in profondità del solito, spinto dal giocattolo che avevo ancora conficcato nel culo. Ho sentito ogni spasmo stringere il mio ano intorno al silicone, e un ruggito che non ho nemmeno riconosciuto come mio mi è sfuggito dalla gola.

Sono rimasto disteso, ansimante, coperto di sperma dal collo fino al pube, con il dildo ancora dentro che palpitava al ritmo degli ultimi sussulti. Il soffitto girava lentamente sopra la mia testa. Il corpo mi formicolava dalla cima del capo fino ai piedi. Ho impiegato un bel po’ a muovermi, ad aprire del tutto gli occhi, ad accettare che fosse successo davvero e che fosse stato intenso quanto l’avevo sentito. Un misto di sazietà e stupore mi ha tenuto inchiodato al materasso, con il culo pieno e il cazzo che gocciolava gli ultimi fili.

Quando finalmente ho trovato la forza di sollevarmi, ho riso da solo. Una risata stupida, di sollievo, di complicità con me stesso. Ho tirato con cautela il giocattolo e ho sentito come usciva centimetro dopo centimetro, con un altro piccolo fremito quando ho perso la testa e ho sentito il buco del culo richiudersi, vuoto, un po’ dolorante, perfettamente consapevole di essere stato scopato. Ho tolto il preservativo pieno di lubrificante, l’ho pulito con cura e l’ho rimesso nella sua custodia e nel suo cassetto, esattamente nella stessa posizione in cui l’avevo trovato. Come se non fosse successo niente.

Il problema, naturalmente, è arrivato dopo.

Quando ho tolto l’asciugamano ho scoperto che non era bastato. Il lenzuolo di sotto aveva una bella macchia di sperma, bianca e densa, prova evidente di quanto mi fossi divertito. Ho lasciato uscire un sospiro a metà tra la vergogna e la risata. Eccomi lì, un sabato mattina, con il culo ancora palpitante, le gambe tremanti e il petto appiccicoso della mia stessa sborra, condannato a fare il bucato per cancellare l’unica traccia della mia piccola avventura segreta.

Ho tolto le lenzuola, le ho messe in lavatrice e mi sono seduto nudo sul bordo del letto mentre la macchina cominciava a girare. Dalla finestra entrava lo stesso sole tiepido di prima, indifferente a tutto. Ho pensato a Marina, alla sua fuga alla spa, a cosa avrebbe detto se avesse saputo che mentre lei si faceva fare i massaggi io mi ero aperto il culo con il suo dildo. E ho sorriso, perché non mi sentivo in colpa. Sentivo soprattutto curiosità per tutto ciò che ancora non mi ero permesso di scoprire.

***

Sono passate un paio di settimane da quella mattina. Non l’ho più fatto, in parte perché raramente ho la casa tutta per me con una calma simile, e in parte perché sto ancora elaborando che cosa abbia significato scoprirmi in quel modo, con le gambe aperte e un cazzo di gomma infilato fino in fondo. Non so se un giorno lo racconterò a Marina. A volte fantastico di dirglielo, di vedere la sua faccia, di scoprire se lo troverebbe eccitante o strano; addirittura mi immagino di chiederle di essere lei a infilarmele, guardandomi negli occhi mentre mi scopa lentamente con il suo giocattolo. Altre volte penso che ci siano piaceri che è meglio tenere per sé.

Quello che so è che quella mattina ha cambiato qualcosa nel modo in cui mi comprendo. Per anni ho creduto di conoscere tutto ciò che il mio corpo poteva offrirmi, che non ci fossero più sorprese. Ed è bastata un’idea che non ho scacciato in tempo, una casa vuota e il coraggio di provare qualcosa di proibito per scoprire che mi sbagliavo, che avevo un culo affamato di cui non sapevo nulla.

Per questo lo scrivo, suppongo. Non per vantarmi né per scandalizzare, ma perché forse qualcuno leggerà queste righe e riconoscerà nei propri desideri quella stessa curiosità che tante volte scacciamo prima che prenda forma. A volte, quando nessuno guarda e il tempo non manca, vale la pena non allontanarla. Io non me ne pento. L’unica cosa che ho rimpianto quella mattina è stato il bucato.

Vedi tutti i racconti di Confessioni

Valuta questo racconto

Commenti

Sii il primo a commentare.

Lascia un commento

Accedi o crea un account

Scegli come vuoi continuare.