La ragazza della chat tornata vent’anni dopo
C’è chi non se lo ricorda più, ma ci fu un’epoca in cui, per parlare con qualcuno che non avevi davanti, esistevano solo due strade: una telefonata o la presenza fisica. Niente di quella rapidità a cui oggi siamo fin troppo abituati. Se volevi conoscere una persona, dovevi davvero darti da fare, qualunque fosse lo scopo.
Per fortuna, un bel giorno comparve un programma che cambiò il pomeriggio a metà di una generazione. Si chiamava Messenger e, all’inizio degli anni Duemila, aveva un dettaglio che lo rendeva diverso da qualsiasi applicazione di oggi: siccome gli smartphone ancora non esistevano, dovevi usarlo seduto davanti al monitor di un computer. A casa tua o in un internet cafè. Non c’erano alternative.
Era il 2002. Era uno di quei pomeriggi invernali chiuso in camera mia, a passare il tempo con il computer, quando risuonò il tipico avviso di un messaggio in arrivo. Misi in pausa la partita e guardai chi mi stava scrivendo.
Dalla foto del profilo era una ragazza che non conoscevo. Mi salutò con un semplice «ciao» e io ricambiai con altrettanta naturalezza. Si scoprì che era una persona con cui, qualche giorno prima, avevo avuto una conversazione piuttosto spinta in una chat anonima e alla quale, su sua richiesta, avevo dato il mio contatto. Alla fine aveva deciso di accettarmi e, da quel momento, cominciammo a parlare quasi ogni pomeriggio.
Fin dal primo momento mi sembrò una ragazza interessantissima. Viveva in un paese non lontano dalla mia città, avevamo quasi la stessa età e condividevamo gli stessi gusti, soprattutto per quanto riguardava il sesso. Io avevo una ragazza, lei un fidanzato, ma questo non ci impediva di dirci ogni sorta di porcheria, mandarci foto con pochi vestiti addosso o descrivere nei dettagli cosa ci saremmo fatti se un giorno ci fossimo incontrati. Mi raccontava che adorava succhiare cazzi fino a farli venire in bocca, che ingoiava fino all’ultima goccia e che a volte si infilava due dita nella fica mentre succhiava. Io le rispondevo che mi faceva diventare duro solo immaginarla inginocchiata, con le labbra lucide e la lingua fuori ad aspettare la mia sborra. Fantasticavamo in mille modi, fino al punto di masturbarci ciascuno dalla propria parte dello schermo, descrivendoci in tempo reale come ci toccavamo, quanto ci mancava, come venivamo. Più di una volta. Arrivammo persino a pensare di incontrarci di persona, ma per un motivo o per l’altro non se ne fece mai nulla.
Poi arrivò la primavera, il bel tempo, i programmi con gli amici e, poco alla volta, finimmo per dimenticarci l’uno dell’altra. Cose da ragazzi, immagino.
Ma la vita è capricciosa e a volte ti mette davanti coincidenze che non avresti mai immaginato.
***
Un paio d’anni fa, mentre bevevo qualcosa con alcuni amici in un bar della zona della movida della mia città, incrociai lo sguardo di una donna dall’altra parte del bancone. Le avevano appena servito un gin tonic. Rimanemmo a guardarci per un paio di secondi. Mi era familiare e, dalla sua espressione, credo che per lei fosse lo stesso. Entrambi sapevamo di conoscerci per qualche motivo, ma nessuno dei due capiva bene quale.
Proprio allora i miei amici decisero di cambiare locale e la persi di vista. Girammo per altri tre bar e, nell’ultimo, sentii all’improvviso dei colpetti sulla schiena. Mi voltai e lei era lì, ferma davanti a me con un bicchiere in mano.
—Io ti conosco —disse.
—Il punto è che anche tu mi sei molto familiare —risposi, cercando di collocarla in qualche angolo della memoria.
—Sono Noelia —disse senza giri di parole—. La ragazza di Messenger.
Sentendo quel nome insieme a quello del vecchio programma, mi tornarono in mente di colpo le centinaia di conversazioni che avevamo avuto. E, per il contenuto di quelle chiacchierate, non potei impedire al cazzo di dare un sussulto sotto i pantaloni.
—Ti ricordi di me? —chiese vedendo che non reagivo.
—Certo che mi ricordo. Scusa, è che sono passati tantissimi anni…
—Non preoccuparti, è normale —rise, mostrando un sorriso stupendo—. Soprattutto visto che è la prima volta che ci vediamo di persona.
—Giusto. Sarò sincero: se non fossi venuta tu, non so se ti avrei riconosciuta.
—Anche per me ci è voluto un bel po’, eh? E solo perché sei quasi uguale alle foto che mi mandavi.
Si indicò da capo a piedi, come chi si vanta di una novità. Naturalmente, non era rimasto nulla dell’adolescente che avevo conosciuto due decenni prima. Davanti a me avevo una donna adulta e fatta. Eppure, secondo me, non era cambiata tanto quanto voleva far credere.
La mia memoria frugò tra le foto che ci eravamo scambiati all’epoca. Al di là del taglio o del colore dei capelli, riconoscevo ancora quel naso affilato, quei grandi occhi castani e quelle labbra carnose che allora mi erano sembrate tanto attraenti. Aveva una figura slanciata, con due tette che riempivano il vestito in modo osceno e un culo rotondo che si delineava sotto il tessuto; tutto il suo portamento emanava una sensualità difficile da ignorare.
Parlammo di banalità per qualche minuto, finché lei decise di spingere la conversazione su un altro terreno.
—Sii sincero, Adrián. Quando mi sono avvicinata e ti ho detto chi ero, non dirmi che non hai pensato a quello di cui parlavamo su Messenger.
—Come potrei dimenticarmene…
—E ti ricordi le mie preferenze?
—Mi ricordo tutto, Noelia.
—E quale ricordi meglio?
—Davvero vuoi che te lo dica?
—Senza mezzi termini, per favore.
—Be’… mi ha sempre affascinato quanto ti piacesse ingoiare tutta la sborra. Non lasciavi scappare nemmeno una goccia.
Sorrise in modo enigmatico e annuì diverse volte, come se avessi dato proprio la risposta che si aspettava.
—Allora ti farà piacere sapere che i miei gusti non sono cambiati affatto. Anzi, succhio sempre più cazzi e mi eccita sempre di più sentire lo sperma caldo scendermi in gola —confessò, guardandomi dritto negli occhi.
***
In quel momento la mia eccitazione era alle stelle. Non sapevo né cosa dire né dove portare la situazione. Ma non ce n’era bisogno: lei aveva le idee chiarissime e riprese subito a parlare.
—Senti, vado dritta al punto. Sono sposata da sette anni e ho due figli meravigliosi, e questo è e sarà sempre intoccabile. Però non voglio nemmeno mentirti. Non è la prima volta che propongo una cosa del genere a qualcuno che non è mio marito e, conoscendomi, non sarà l’ultima. Il fatto è che, quando finalmente ti ho riconosciuto, mi è venuta una voglia matta di mangiarti il cazzo fino a lasciarti a secco.
Rimasi di sasso. Arrapato, ma di sasso.
—Non hai intenzione di dire niente?
—Chiedimelo —insistetti. Arrivati a quel punto, volevo assicurarmi che non mi stesse prendendo in giro, perché cose del genere non mi capitavano di solito così, dal nulla.
—Davvero? —chiese inarcando un sopracciglio.
—E se me lo sussurri all’orecchio, è ancora meglio.
Lo ammetto, lì fui un po’ stronzo.
—Va bene, se è quello che vuoi… —si avvicinò al mio orecchio e, sfiorandomi quasi con le labbra, me lo sussurrò con una voce vellutata—: Voglio succhiartelo. Voglio tirarti fuori il cazzo, prendermelo tutto in bocca e che tu venga nella mia gola. Adesso è chiaro?
Deglutii e riuscii solo ad annuire. Con quella semplice frase la mia eccitazione cominciò a salire alle stelle e sentii il cazzo gonfiarsi dentro i jeans. Era chiaro che lei sapeva giocare, e molto meglio di me.
—D’accordo —si allontanò infine, soddisfatta—. Tra circa un’ora riuscirò a staccarmi dalle mie amiche. Dammi il tuo numero e resta attento, ti mando la posizione.
Annotò il mio numero, mi fece uno squillo e tornò dal suo gruppo come se niente fosse, come se proporre cose del genere fosse la cosa più naturale del mondo.
Continuai la serata con la mia compagnia fingendo normalità, anche se con la mente ero altrove. Uno dei miei amici, che aveva notato la donna dalla scollatura con cui mi ero scambiato il numero, mi fece una domanda. Per togliermelo di torno gli dissi che era un’ex collega di lavoro e che ci eravamo messi d’accordo per prendere un caffè. Non so se mi credette, ma non m’importava. Passai il resto della notte con le parole di Noelia che mi rimbombavano in testa, guardando il cellulare ogni due per tre come un adolescente. Non volevo lasciarmi sfuggire quell’occasione. Dopo più di vent’anni, stavo per farmi fottere in bocca dalla prima ragazza con cui avevo fantasticato che lo facesse.
***
La notte avanzava e non arrivavano notizie. Passate le quattro del mattino, quando era trascorso molto più di un’ora, cominciai a scoraggiarmi. Pensai che fosse stato tutto uno scherzo, oppure che si sarebbe tirata indietro e non avrebbe nemmeno scritto. Mi sentii ingenuo, un pivello. Fui sul punto di chiamarla, ma che cosa avrei dovuto dirle? Mi sembrò così infantile che lasciai perdere.
Stavo già rassegnandomi quando sentii il cellulare vibrare in tasca. Due messaggi secchi: il primo, una posizione; il secondo, un freddo «15 minuti».
Che botta di adrenalina. Non avevo nessuna intenzione di farla aspettare, così dissi a un amico che andavo in bagno e, approfittando del fatto che erano mezzi ubriachi, sgattai via verso il punto concordato: un parcheggio pubblico all’aperto, non lontano dalla zona della movida.
Ci misi meno di dieci minuti, anche se avrei potuto arrivare in cinque. Non volevo nemmeno sembrare disperato. Scrutai la zona per qualche secondo, finché sentii la sua voce.
—Sono qui.
La vidi appoggiata al fianco di una piccola utilitaria argentata, con le luci interne accese.
—Ciao, Noelia.
—Lascia perdere i saluti ed entra in macchina, su.
—Preferisci davanti o dietro?
—Sinceramente, dove ti pare. Tanto non resterai seduto per molto.
Non potei fare a meno di ridere per quanto era diretta. Mi faceva impazzire. Si vedeva che l’alcol cominciava a farsi sentire, proprio come le bevute che avevo addosso influenzavano me. Mi sedetti sul sedile del passeggero e lei su quello del conducente. Ci guardammo per un paio di secondi.
—Che aspetti? Tiralo fuori, dai. Ci penso da tutta la notte.
Sorrisi e feci quello che mi chiedeva. Mi slacciai la cintura, abbassai la cerniera e tirai giù pantaloni e mutande fino alle caviglie. Era già mezzo duro e, non appena sentì l’aria e il suo sguardo fisso su di lui, diventò completamente rigido, puntato verso il tettuccio dell’auto. Non sarei stato io a porle ostacoli.
—Cazzo, come ce l’hai… —mormorò, leccandosi le labbra senza nasconderlo—. È identico alle foto, ma con vent’anni di voglia in più.
Senza aggiungere una parola, mi afferrò il cazzo con una mano e cominciò a masturbarmelo con una delicatezza studiata, stringendo quanto bastava, facendo scorrere su e giù il prepuzio, inumidendosi le labbra mentre guardava la punta come si guarda una caramella. Con l’altra mano mi accarezzava i coglioni, soppesandoli e giocherellandoci tra le dita. Nel giro di pochi secondi sentii di perdere completamente il controllo della situazione, ed era proprio quello che lei cercava.
—Mmm… —mormorò, chiudendo gli occhi—. Un’ultima cosa prima di mettermelo in bocca: quand’è stata l’ultima volta che sei venuto?
Feci rapidamente il calcolo e mi sorprese scoprire che era passato più tempo di quanto avrei voluto.
—Saranno quattro giorni.
—Uffff… quattro giorni. Mi riempirai la bocca fino a farla scoppiare, stronzo.
E, come se quella cifra avesse finito di accendere qualcosa dentro di lei, si chinò sul mio grembo e se lo infilò tutto in una volta sola. Sentii il glande toccarle il fondo della gola e lei, invece di avere conati, strinse le labbra contro la base e rimase lì per un paio di secondi, ingoiando saliva intorno al mio cazzo. Quando finalmente risalì, un filo denso collegava la sua bocca alla punta. Sorrise, lo pulì con il pollice e tornò a scendere, questa volta seguendo un ritmo lento e profondo, succhiando con le guance incavate.
—Cazzo, Noelia… —ansimai, aggrappandomi al poggiatesta.
Io, tanto vale essere sinceri, mi sistemai e mi lasciai andare. La penombra dell’abitacolo permetteva di vedere appena, ma abbastanza perché concentrassi tutta la mia attenzione su ciò che la mia vecchia amica di Messenger mi stava facendo. La vedevo salire e scendere, la lingua avvolta intorno al frenulo ogni volta che arrivava in cima, la mano alla base che si contorceva al ritmo della bocca. Di tanto in tanto lo tirava fuori tutto, sputava saliva sul glande e se lo rimetteva in bocca fino in fondo, guardandomi negli occhi con una sfrontatezza brutale. Volevo imprimermi quel momento nella memoria. Perché non mentirò: era una delle migliori pompe della mia vita.
Si capiva che le piaceva da morire, proprio come mi aveva sempre assicurato. Si capiva che sapeva quello che faceva e che si divertiva quanto me. Cominciò a scendere più velocemente, provocandosi piccoli conati volontari contro il fondo della gola, e ogni volta che risaliva lasciava sfuggire un gemito roco e soffocato che vibrava intorno al mio cazzo e mi faceva stringere i denti. Dalla mia posizione avevo davanti la sua scollatura pronunciata e non ci pensai due volte. Le abbassai una spallina del vestito e con uno strattone le tirai fuori una tetta intera, con il capezzolo duro e scuro. Allungai la mano, la soppesai e cominciai a pizzicarle il capezzolo tra indice e pollice. Lei, intuendo le mie intenzioni, tirò fuori anche l’altra e cominciò a stringersele da sola senza smettere di succhiarmelo. Ormai gemeva, e quei gemiti si intensificarono non appena passai le dita da sotto la lingua fino alla punta del capezzolo.
—Sì… toccami le tette… dimmi porcherie… —chiese a intervalli, con la voce spezzata, sfilandosi il cazzo dalla bocca solo per parlare—. Dimmi che sono una puttana succhiacazzi.
—Questo sei —le risposi senza pensarci—. Una lurida puttana che da vent’anni vuole succhiarmelo. E adesso te lo ingoierai tutto, mi senti?
—Sì… sì, dammi tutto…
Tornò ad abbassare la testa e questa volta se lo infilò così in profondità che sentii il naso premuto contro il mio ventre. Rimase così, senza respirare, ingoiando intorno al glande finché le spuntarono un paio di lacrime. Quando risalì, prese una boccata d’aria e tornò a immergerlo, più veloce, più sporca, schizzando con la saliva che le colava dal mento e le cadeva sulle tette scoperte. Era completamente scatenata e non avevo intenzione di contrariarla.
Dopo una notte intera passata a pensare a quello, non avrei resistito ancora a lungo. Le pizzicai forte un capezzolo, tolsi le mani dalla sua pelle e la avvertii che non ce la facevo più.
—Sto per venire…
—Dai, dammi tutto. Vienimi in bocca, stronzo —mi chiese senza sfilarselo del tutto, parlando con le labbra incollate al glande.
E allora arrivò, brutale, dopo diversi giorni di accumulo. Lei non allontanò il viso nemmeno di un millimetro; al contrario, tirò fuori la lingua e la mise proprio sotto il glande, con la bocca spalancata, perché potessi vedere il primo schizzo finirle dentro. Lasciai uscire un ringhio e scaricai il primo, il secondo, il terzo. Furono cinque o sei schizzi consecutivi, densi e caldi, che le riempirono la lingua e le traboccarono dagli angoli della bocca. Lei non la chiuse finché non sentii che aveva smesso di uscire. Solo allora mi guardò, sorrise, mi mostrò la lingua carica di sperma e, con un rumoroso sorso, ingoiò tutto. Poi tornò a succhiare il glande fino all’ultima goccia rimasta dentro di me, stringendo con le labbra e tirando verso l’alto, come se mi stesse spremendo.
Io continuai senza riserve, emettendo suoni gutturali mentre lei gemeva con la bocca piena e godeva come se aspettasse quel momento da una settimana.
Quando finalmente mi rilassai, la tensione di tutto il corpo svanì di colpo.
—Mamma mia, Noelia… —riuscii a dire, riprendendo fiato.
Lei sorrideva soltanto, felice e compiaciuta, con le labbra lucide e ancora un filo bianco all’angolo della bocca, che si pulì con un dito e succhiò lentamente. Aveva ottenuto quello per cui era venuta. In realtà lo avevamo ottenuto entrambi: ciò che avevamo immaginato tante volte due decenni prima.
—Ne voglio ancora… —disse all’improvviso.
—Come, scusa?
E senza nemmeno rispondere, tornò a chinarsi e si infilò in bocca il mio cazzo flaccido per intero. Cominciò a succhiarlo con calma, senza avidità, come chi assapora, giocando con la lingua sotto il glande e sul frenulo, coccolandomelo finché sentii che cominciava a risvegliarsi di nuovo dentro la sua bocca.
—Cazzo… —riuscii a dire tra gli ansiti, sentendo il sangue tornare a scendermi lì sotto—. Non ti stanchi mai, eh?
—Che ti posso dire? —rispose sfilandoselo per un secondo e tornando a leccarlo dai coglioni alla punta—. Sai quanto mi piace mangiare cazzi. E con questo ci sogno da vent’anni. In questo momento ho bisogno di altro sperma e tu me lo darai.
Mentre continuava, con una mano infilandomi il cazzo fino in fondo e l’altra che scendeva tra le gambe sotto il vestito, mi tornarono alla mente frammenti di quelle conversazioni abbandonate in qualche cassetto della memoria. Ricordai un pomeriggio in cui, entrambi eccitatissimi ai lati opposti dello schermo, mi raccontò da dove le venisse quella passione. Diceva che con ogni ragazzo con cui si appartava finiva allo stesso modo, con la bocca aperta e la lingua fuori ad aspettare la sborra, quasi fosse un gioco per confrontare i sapori che con il tempo era diventato un’abitudine. All’università era arrivata a succhiarlo a tre uomini nella stessa notte solo per provare che sapore avesse ciascuno. Lo raccontava senza pudore, con una naturalezza che allora mi sembrava di un altro pianeta.
Anche se non erano passati nemmeno due minuti, i ricordi e la sua insistenza mi fecero tornare duro dentro la sua bocca. Lei sentì che si irrigidiva e gemette soddisfatta, senza tirarlo fuori, vibrando intorno al mio cazzo.
—Usciamo —mi disse all’improvviso, lasciandomelo con uno schiocco.
—E perché?
—Adesso lo vedrai.
Uscimmo dall’auto, mi appoggiò con la schiena contro la macchina accanto e si inginocchiò davanti a me sull’asfalto, senza preoccuparsi minimamente del freddo o dello sporco. Poi si tirò su la gonna del vestito fino alla vita, mostrando un tanga nero zuppo, che spostò di lato, e tornò a chinarsi. Si infilò due dita nella fica, le tirò fuori lucide e con la stessa mano mi afferrò il cazzo, spalmandoci sopra il suo umore per tutta la lunghezza.
—Adesso scopami la bocca. Senza pietà.
Quella richiesta fu benzina pura. Le misi entrambe le mani sulla testa e spinsi, dettando il ritmo, senza fretta ma senza tregua. All’inizio glielo infilavo fino a metà, poi più in fondo, poi tutto, finché sentii la gola stringersi intorno al glande. Lei non opponeva resistenza; al contrario, si aggrappava alle mie cosce e mi tirava dentro, incitandomi ad andare più forte. L’unica cosa che interrompeva il silenzio del parcheggio erano i nostri stessi ansiti, lo sciabordio della saliva e il rumore umido del mio cazzo che entrava e usciva dalla sua bocca. Stavamo dando spettacolo tra due auto, in mezzo alla strada. Per fortuna erano quasi le cinque del mattino e il buio ci copriva; altrimenti, probabilmente, avremmo avuto del pubblico.
Questa volta ci avrei messo più tempo, così a tratti lei prendeva fiato per un istante, se lo sfilava dalla bocca, sputava sul glande e se lo rimetteva dentro. Altre volte scendeva a succhiarmi i coglioni, prima uno e poi l’altro, mentre mi masturbava con la mano piena di saliva. Se li infilava interi in bocca, tirando dolcemente verso il basso, mentre l’altra mano non smetteva di scuotermelo. Poi tornava a salire e se lo ingoiava tutto in un solo colpo.
—Cazzo, quanto sei troia… —le ringhiai, afferrandola per i capelli con entrambe le mani.
—Ancora… scopami più forte —mi supplicava tra una spinta e l’altra—. Spaccami la gola.
E le diedi ascolto. La afferrai saldamente e cominciai a muoverle la testa io stesso, al mio ritmo, spingendola contro il bacino una volta dopo l’altra. Lei si lasciava fare, gemendo con la bocca piena, con le lacrime che le scorrevano sulle guance mescolandosi al mascara, con la saliva che le colava dal mento e le cadeva tra le tette ancora fuori dal vestito. L’altra mano continuava a lavorarsi la fica là sotto, con due dita che entravano e uscivano a tutta velocità, schizzando nella sua stessa umidità. Non le importava minimamente di perdere il controllo. Era completamente abbandonata a ciò che faceva, e io ero sbalordito. Quella donna sapeva esattamente quello che faceva e se lo godeva senza inibizioni né complessi.
Sarà passato quasi un quarto d’ora, ma ogni cosa ha una fine e la mia era vicina. Pensai divertito che, se il suo intento nel propormi quella cosa era svuotarmi del tutto, ci sarebbe riuscita alla grande.
—Vengo di nuovo… —la avvertii, sentendo i coglioni tendersi.
Invece di allontanarsi, si avvicinò ancora di più, se lo tolse dalla bocca e me lo scosse a tutta velocità con una mano proprio davanti al viso, con la lingua fuori e la bocca aperta, mentre con l’altra si infilava tre dita fino in fondo alla fica, seguendo un ritmo furioso. Quell’immagine fu troppo. Le tenni ferma la testa, glielo infilai di nuovo con forza fino alla gola e, dopo un ringhio roco, venni un’altra volta. Scaricai dentro la sua bocca schizzo dopo schizzo, sentendo che ingoiava mentre continuava a uscirne. Quando non ce la feci più, lo tirai fuori e gli ultimi resti le caddero sulle labbra, sul mento e sulla tetta destra. Lei raccolse con un dito ciò che le era finito sulla pelle e se lo portò alla bocca senza perdere nemmeno una goccia. La sensazione trascinò anche lei, al punto che dovette aggrapparsi alle mie gambe per non perdere l’equilibrio mentre il suo orgasmo la attraversava. Tremava, gemeva con la bocca ancora piena e, a ogni secondo, si abbandonava sempre di più al proprio piacere, stringendo le cosce intorno alla mano, venendo lì, inginocchiata in mezzo alla strada.
Trascorsa una trentina di secondi, ripresasi dall’orgasmo, si alzò e si leccò lentamente le labbra, assaporando quel poco che le era rimasto.
***
La scena era quasi comica: Noelia con la gonna arrotolata fino alla vita, il tanga spostato di lato che lasciava vedere la fica depilata e ancora lucida, le tette fuori dal vestito, spettinata, con il mascara colato fino alle guance e un sorriso di soddisfazione impossibile da nascondere. Io, un po’ più discreto, con i pantaloni alle ginocchia e il cazzo ancora fuori, grondante di saliva e gocciolante degli ultimi resti. Entrambi intenti a riprendere fiato.
—Dio… grazie mille —mi disse mentre si risistemava le tette dentro il vestito e si abbassava la gonna.
—Sei tu che ringrazi me? Mamma mia, Noelia. Grazie a te.
—È che ne avevo davvero bisogno. Avevo bisogno di un cazzo in bocca e di una sborra nello stomaco.
—È stato incredibile.
—E questo dopo che mi hai detto che non facevi niente da quattro giorni —rise, succhiandosi il dito con cui aveva raccolto le ultime gocce.
Rimase pensierosa per un istante e, con aria maliziosa, mi offrì un mezzo sorriso.
—Allora non ti dispiacerà se ti chiamo uno di questi giorni, vero?
—Dove devo firmare? —risposi.
E ancora oggi, per mia fortuna, ogni tanto mi scrive con l’unico intento di incontrarci e svuotarmi il cazzo in bocca. Non mi lamento.
Rido ancora ogni volta che penso a come mi ha salvato in rubrica. Diciamo che il soprannome non lascia dubbi su ciò che cerca quando il mio nome compare sul suo schermo.
