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Relatos Ardientes

Le confessioni che un prete non dovrebbe mai ascoltare

Padre Tadeo Wisniewski nacque nel 1938, in un villaggio vicino a Breslavia, quando già i carri armati ruggivano alla frontiera. Sua madre lo partorì in una cantina mentre cadevano le prime bombe; suo padre non tornò mai da Danzica. Crebbe tra le rovine, affamato, rubando patate e pregando allo stesso tempo, convinto che Dio capisse la necessità.

Durante l’adolescenza, la carne cominciò a parlare più forte della fame. Si innamorò perdutamente di una ragazza bionda di nome Wanda, figlia di un partigiano. Si baciavano dietro la chiesa distrutta, tra macerie e ortiche. Lei sapeva di sapone economico e di fumo di legna. Una sera d’agosto gli lasciò infilare la mano sotto la blusa, e Tadeo scoprì il peso di un seno giovane nel palmo, il capezzolo duro come un seme contro il pollice, il polso di Wanda che gli batteva nel collo mentre lui, impacciato e cieco di desiderio, si sfregava contro la sua coscia fino a macchiarsi i pantaloni. Sentì allora, per la prima volta, che il desiderio era più forte della paura. Quando lei se ne andò con un ufficiale sovietico, lui decise che solo Dio poteva riempire quel vuoto. Entrò in seminario a diciassette anni, quasi in fuga.

Furono anni di disciplina feroce. Imparò il latino, la teologia e a dominare il corpo. Ma il corpo, ostinato, ricordava: nelle notti d’inverno si svegliava sudato, sognando curve sotto le bluse della domenica, con la verga dura contro il pagliericcio e la mano che gli scivolava da sola tra le gambe fino a venire nei lenzuoli grigi del noviziato. Si frustava con la cinghia dell’abito finché la colpa si confondeva con il sollievo.

Ordinato a ventisei anni, servì in parrocchie povere della Slesia. Decenni dopo lo chiamarono a Roma «per la sua silenziosa fedeltà» e lo destinarono alla chiesa di Santa Croce, nel rione Monti, un tempio barocco pieno di turisti e di romane che sanno di vaniglia e di peccato.

A ottantasette anni, Tadeo è ancora alto, appena curvo, con mani grandi e occhi di un azzurro sbiadito che brillano ancora quando qualche parrocchiana giovane si inginocchia nel confessionale. A volte, quando ascolta «mi benedica, padre, perché ho peccato», la mente lo tradisce: immagina il sfiorarsi di un ginocchio contro la grata, il respiro caldo che appanna il legno, il profumo che si insinua tra le fessure. Si morde l’interno della guancia fino a sentire il sapore del sangue e risponde con voce serena: parla, figlia mia.

***

La grata scricchiola appena. Un’ombra profumata si inginocchia.

—Ave Maria Purissima… —comincia Tadeo, con voce di velluto vecchio.

—Concepita senza peccato —risponde lei, e il prete riconosce all’istante quel timbro rauco, mezzo sigaretta, mezzo notte d’estate. È Marta, ventisette anni, l’istruttrice di pilates che viene la domenica con leggings che sembrano dipinti addosso e una coda alta che dondola come una sfida.

Silenzio. Si sente il suo respiro, rapido.

—Padre… sono tre settimane che non mi confesso.

—Dio è lieto di vederti, figlia. —E anch’io, pensa lui, e si morde la lingua.

—Ho peccato in pensiero, parola, opera e omissione. Soprattutto in opera.

Tadeo deglutisce.

—Raccontami, senza fretta.

—Sono sposata, padre. Bruno è buono, lavora molto… ma da sei mesi sto con un altro. Con due, in realtà. A volte tutti e tre insieme. —La voce di Marta scende fino a diventare un sussurro caldo che entra nei forellini della grata come dita—. Il primo è un mio allievo di pilates. Si chiama Andrea. Trentadue anni, corpo da statua. L’ultima lezione del giovedì l’ha prenotata solo lui. Quando ho abbassato la serranda della palestra, mi ha chiesto di insegnargli «l’allungamento dello psoas» sul tappetino. Mi ha messo pancia in giù, si è seduto a cavalcioni sul mio culo e ha cominciato a tirarmi giù i leggings con i denti, padre. Con i denti. Avevo la faccia schiacciata contro la gomma e sentivo solo il mio respiro e il crepitio del tessuto che cedeva.

Tadeo sente la tonaca attaccarsi alla schiena. Stringe le cosce sotto il sedile.

—Mi ha aperto le natiche con entrambe le mani e mi ha leccato tutta. Ha cominciato dalla figa ed è salito, molto piano, fino all’altro buco. Mi ha infilato lì la lingua e io mi sono aggrappata al tappetino come se stessi per cadere dal decimo piano. Dopo mi ha girata, mi ha aperto le gambe da far paura e mi ha guardata come si guarda un piatto che aspetti da settimane. Mi ha detto: «starai zitta, vero, prof?». Io ho annuito. Si è tirato fuori il cazzo — ce l’ha grosso, padre, grosso e curvo verso l’alto — e me l’ha appoggiato sull’ombelico perché vedessi la misura prima di infilarmelo.

Un gemito soffocato sfugge a Tadeo. Marta continua, la voce più bassa, più calda:

—Me l’ha messo con una sola spinta, tutto, fino in fondo. Mi sono inarcata per il colpo. Ha cominciato a scoparmi forte, fortissimo, con le mani sulle mie ginocchia, piegandomi come una delle mie allieve quando correggo loro la postura del ponte. Gli specchi della palestra ci restituivano tutto: il mio corpo aperto, le sue natiche che si contraevano a ogni affondo, la mia figa che se lo prendeva intero, una volta dopo l’altra. Quando ho iniziato a gemere troppo forte, mi ha tappato la bocca con la mano sinistra mentre con la destra mi stringeva un seno fino a farmi male. E padre, glielo dico senza girarci attorno: mi piace che mi tappino la bocca. Mi piace non poter gridare. Mi piace che un uomo mi usi come se fossi sua.

Tadeo stringe il crocifisso fin quasi a conficcarsi le punte nel palmo.

—Poi mi ha messa a quattro zampe, con la faccia contro lo specchio grande al muro, così mi vedevo bene la faccia mentre mi scopava da dietro. Mi ha sputato sul culo e mi ha infilato lì il pollice mentre continuava a spingere nella figa. È venuto dentro, padre, tutto dentro. Ho sentito gli strappi del suo cazzo alla fine, uno, due, tre, e poi lo sperma tiepido che mi colava sulle cosce quando mi sono rialzata. Sono tornata a casa così, con le mutandine fradice. Bruno mi ha abbracciata appena entrata e mi ha chiesto se avessi fatto pesi. Gli ho detto di sì.

Tadeo deglutisce con difficoltà. Sente l’erezione traditrice, vecchia ma insolente, premere contro la tonaca. Si conficca le unghie nei palmi e riesce solo a un filo di voce:

—E… il secondo, figlia mia?

—Il secondo è il suo migliore amico. Si chiama Pietro. È l’opposto di Andrea: basso, moro, con una bocca bellissima e una lingua… padre, quella lingua è di un altro pianeta. Una sera li ho invitati tutti e due a casa mentre Bruno era a Torino. Ho aperto una bottiglia di Barolo e dopo dieci minuti mi stavano già baciando insieme, uno davanti e uno dietro. Andrea mi infilava la lingua in bocca mentre Pietro mi leccava la nuca e mi slacciava il reggiseno. Mi hanno spogliata in due, nel corridoio, senza arrivare in camera da letto. Andrea si è inginocchiato e mi ha leccato la figa mentre Pietro mi stringeva i seni da dietro e mi mordeva i capezzoli dall’alto. Io mi reggevo al muro, con le gambe che tremavano, e tiravo i capelli ad Andrea perché non smettesse.

—Figlia mia… —prova Tadeo, ma le parole gli si strozzano in gola.

—Poi mi hanno portata in camera da letto, padre. Nella camera matrimoniale, con la foto del nostro matrimonio sopra il comò. Mi hanno messa davanti allo specchio grande, in piedi. Pietro si è seduto sul bordo del letto e mi ha tirata indietro, finché non sono rimasta seduta sopra di lui, con il suo cazzo nella figa. E Andrea si è messo dietro di me, mi ha aperto le natiche e me l’ha infilato nel culo, padre. Tutti e due insieme. Tutti e due dentro di me nello stesso momento. Io guardavo lo specchio e vedevo quella donna spezzata in due, con la bocca aperta, senza riuscire neanche a gridare da quanto ero piena. Mi scopavano a ritmo, una spinta ciascuno, alternandosi, come se si fossero messi d’accordo prima. Sentivo che si sfioravano dentro di me, separati solo da una pelle sottile, e quell’attrito mi stava facendo impazzire.

Un gemito sfugge al prete, mascherato da colpo di tosse. L’immagine gli esplode dietro le palpebre: le gambe lunghe di Marta intrecciate ad altre gambe, la bocca socchiusa, il sudore che brilla tra i seni, due uomini che si muovono dentro di lei.

—E quando stavano per venire, padre, mi hanno tirata giù dal letto, mi hanno messa in ginocchio sul tappeto e me l’hanno messa in bocca tutti e due, uno dopo l’altro. Io aprivo la gola il più possibile. Andrea mi afferrava per i capelli e mi scopava la faccia senza pietà; sentivo il cazzo che mi batteva contro l’ugola. Pietro aspettava accanto, il suo in mano, puntato verso di me. Sono venuti sulla mia faccia, sulle labbra, sulla lingua, sui seni. Io aprivo la bocca e tiravo fuori la lingua come una brava bambina in attesa della carezza. Poi Pietro ha tirato fuori il telefono e mi ha fatto una foto così, inzuppata di sperma. Ce l’ho ancora salvata, padre. La guardo quando Bruno si addormenta, e mi svuoto da sola con due dita, in silenzio, guardandomi.

Il cuore di Tadeo batte così forte che teme lei possa sentirlo.

—E la cosa peggiore, padre… è che mi eccita confessarglielo. Sapere che lei è lì, ad ascoltare, a immaginarmi. Se la immagina, padre? Mi immagina nuda, aperta, fradicia? Si immagina di infilarmi quelle dita lunghe che ha sotto la tonaca?

Tadeo si aggrappa al bordo del sedile con entrambe le mani. Il confessionale sa di incenso vecchio, di legno caldo e adesso del suo stesso desiderio represso, di sudore di vecchio maschio mescolato al profumo dolciastro di lei.

—Figlia mia… —comincia, e la voce gli esce roca—. Quello che racconti è gravissimo. Adulterio multiplo, sodomia, lussuria… te ne penti?

Marta tace un secondo. Poi, quasi un sussurro da bambina birichina:

—Mi pento… del fatto che lei non stesse guardando.

Tadeo si aggrappa al bordo del sedile. Il confessionale sa di incenso vecchio, di legno caldo e adesso del suo stesso desiderio represso.

—Reciterai tre Padre Nostro e dieci Ave Maria. E promettimi che non tornerai a…

—E se tornassi la settimana prossima, padre? Mi punirebbe più forte? Mi farebbe inginocchiare davanti a lei e raccontarglielo lentamente?

Lui respira a fondo, conta fino a cinque, ricorda la flagellazione, il sangue.

—Va’ in pace, Marta. E che il Signore… ti dia forza.

Si sente lo sfregare delle ginocchia quando si alza, il ticchettio lento dei tacchi, la porta della chiesa che si chiude. Tadeo resta solo, tremando. Si allenta il collare, come se bruciasse, e mormora verso la grata vuota:

—Mio Dio… la prossima volta dille di confessarsi in ginocchio e con la gonna corta. Amen.

***

La panca scricchiola sotto un peso diverso, più pesante, più stanco. Sa di tabacco nero e di dopobarba di tre giorni fa.

—Ave Maria Purissima…

—Concepita senza peccato, padre —risponde una voce roca, incrinata da anni di grappa e di urla allo stadio.

È Cosimo, settantasei anni, vedovo da dodici, ex tranviere, sempre in terza fila la domenica, con il berretto calato anche quando è dentro la chiesa. Tadeo lo conosce bene: gli porta la comunione a casa quando l’artrosi lo lascia rigido come un bastone.

—È… è da molto che non mi confesso, padre. Da quando abbiamo sepolto la mia Carla, credo.

—Dio ti aspettava, Cosimo. Parla quando sei pronto.

Lungo silenzio. Si sente come tira su col naso.

—Ho una nipote… Elena. Ha appena compiuto diciotto anni il mese scorso. Vive con me da quando sua madre è andata in Belgio con quel buono a nulla. È… è bellissima, padre. Sembra un’attrice di quei vecchi film. E io sono un vecchio porco.

Tadeo si raddrizza lentamente. Sente la gola farsi secca.

—Continua, figlio.

—All’inizio era normale. La vedevo in pigiama al mattino, con quelle magliette corte… mi faceva gli scherzi, mi abbracciava forte, si sedeva sulle mie ginocchia come quando era piccola. Io sentivo che non era più piccola, padre. Sentivo il peso dei suoi fianchi, l’odore dei suoi capelli appena lavati, il seno morbido contro la mia spalla, e mi odiavo. Andavo in bagno, mi gettavo acqua fredda in faccia e chiedevo perdono a Carla a voce alta.

—Continua.

—Una notte di luglio, con il caldo che non lasciava dormire, l’ho sentita nella sua stanza. Gemeva piano, diceva il mio nome. «Nonno… nonno…» Ho pensato che sognasse, ma no. Sono entrato. Lei non si è coperta. Era nuda sopra il lenzuolo, con le gambe aperte e la mano lì, che si muoveva. Mi ha guardato con gli occhi verdi di sua nonna e ha detto: «Vieni, che ho caldo». Padre, mi è crollato il mondo addosso. Sapevo che dovevo fare dietrofront. Invece ho chiuso la porta dietro di me.

Cosimo respira come se portasse un incudine addosso.

—Mi sono seduto sul bordo del suo letto, tremando come un ragazzo alla prima volta. Lei mi ha preso la mano e se l’è messa lì, tra le gambe. Era bagnata, padre. Fradicia. Mi ha guidato le dita, lei stessa, perché la toccassi dove le piaceva. Io, che non toccavo una donna da dodici anni, non sono riuscito a togliere la mano. Le ho infilato prima un dito, poi due, e lei si è inarcata e si è morsa il cuscino per non svegliare nessuno. È venuta così, stringendomi le dita dentro con quella forza da donna giovane. Poi mi ha spogliato lei. Mi ha tolto la maglietta vecchia, le mutande, e mi ha guardato come si guarda un tesoro. «Nonno, sei ancora bellissimo», mi ha detto. E a me si è alzato duro come non mi si alzava dai sessant’anni, padre. Duro, duro del tutto.

Tadeo sente freddo e caldo nello stesso momento. L’immagine è brutale: il corpo vecchio e raggrinzito di Cosimo e quella ragazza dalla pelle di pesca, entrambi intrecciati sotto lo stesso lenzuolo che aveva odorato di Carla per mezzo secolo.

—Mi è salita sopra, padre. Lei stessa. Si è seduta piano, guidandomi dentro con la mano. Io piangevo. Piangevo di piacere e di schifo, tutto mescolato. Lei si muoveva sopra di me, molto lenta, guardandomi negli occhi, con le tette piccole che dondolavano davanti alla mia faccia. Mi diceva «nonno» a ogni discesa, «nonno, nonno», come fosse una preghiera. Quando sono venuto dentro, si è lasciata cadere sul mio petto e mi ha abbracciato come quando era bambina, con lo stesso abbraccio, padre, lo stesso. E io piangevo ancora più forte.

Cosimo si asciuga il naso con la manica.

—E non è stato una sola volta, padre. Io chiudo la porta a chiave e lei viene e si infila nel mio letto e mi tratta come se avessi trent’anni. Mi succhia il cazzo, padre, se lo mette tutto in bocca e mi guarda dal basso con quegli occhi verdi mentre me lo succhia. Si mette a quattro zampe nel letto matrimoniale, nel posto dove dormiva Carla, e mi chiede di prenderla da dietro. Io devo aggrapparmi alla testiera per non cadere, ma glielo infilo, glielo infilo e lei grida piano nel cuscino. Mi dice «nonno» mentre si scioglie, e io piango di piacere e di vergogna. Ieri mi ha chiesto di filmarla con il telefono… per guardarsi quando sarà sola all’università. E l’ho fatto. Ho tre video, padre. Tre. In uno si apre la figa con le dita e mi dice «guarda cosa hai, nonno». E io guardo. Io guardo la notte quando non riesco a dormire, e me la segno, e mi odio.

—Te ne penti, Cosimo?

—Mi pento e non mi pento, padre. Ho il terrore di morire e bruciare per sempre… ma ho anche il terrore che vada all’università e mi lasci secco e solo. Sono un mostro, vero?

L’anziano ora piange apertamente, moccio e lacrime. Tadeo chiude gli occhi. Pensa alla propria carne traditrice, a Marta, alla grata che non riesce a proteggere nessuno. Parla piano, con una voce che trema appena.

—Ascoltami bene, Cosimo. Quello che hai fatto è gravissimo. È incesto, è abuso della tua autorità su di lei… anche se lo desidera, anche se ti cerca. La legge di Dio è chiara. E anche quella degli uomini ti distruggerebbe.

Silenzio.

—Ma Dio è più grande del nostro peccato. Va’ a casa, cancella quei video —tutti, fino all’ultimo—, siediti con Elena e dille che oggi finisce tutto. Le dirai che suo nonno è malato nell’anima e che ha bisogno di aiuto. La porterai a parlare con una psicologa, con sua zia, con chi vuoi… ma lontano dal tuo letto. E verrai qui ogni giorno a recitare l’intero rosario finché non te lo dirò io.

—E l’assoluzione, padre?

—Te la darò… quando vedrò che hai cominciato a riparare il danno. Per ora, recita con me tre atti di dolore. E poi vai a casa e chiudi a chiave la porta stanotte. Per l’amore che avevi per Carla, fallo.

Si udì il mormorio delle preghiere, spezzato dagli singhiozzi. Quando Cosimo si alzò, le ginocchia gli scricchiolarono come legno vecchio. Prima di andarsene, appoggiò la fronte alla grata.

—Grazie, padre. Anche se mi condanna, grazie.

La porta della chiesa si chiuse con un colpo secco. Tadeo si portò una mano al petto, come se potesse fermare il battito furioso. Poi, quasi senza voce:

—Signore… è così facile giudicare quando a casa non hai qualcuno che ti dica «nonno» nel buio.

***

La grata si muove appena, come se chi si inginocchia pesasse pochissimo e, allo stesso tempo, troppo. Sa di amido, di sapone di Marsiglia e di qualcos’altro, qualcosa di dolce e proibito che si insinua tra le sbarre.

—Ave Maria Purissima…

—Concepita senza peccato —risponde una voce molto dolce, quasi infantile, ma con un tremito adulto che la tradisce.

Tadeo riconosce l’abito: suor Ines, trentatré anni, del convento delle carmelitane di Garbatella. Viene a confessarsi una volta al mese, sempre alla stessa ora, sempre con la stessa scusa: «commissioni per la madre badessa». È minuta, con pelle di porcellana, occhi neri enormi che si abbassano troppo in fretta quando incrociano i suoi.

—Padre… sono ricaduta. Peggio di prima.

—Parla, figlia. Il Signore già sa. —E io comincio a intuirlo, pensa Tadeo, e sente una fitta sotto l’ombelico.

Silenzio. Si sente il fruscio del velo contro il legno.

—Nel convento c’è una novizia nuova. Si chiama Renata. Diciannove anni, di Bari. Ha la bocca più bella che abbia mai visto in vita mia. Rossa, sempre umida. E quando recita il salmo 51, le sue labbra si muovono come se mi stessero baciando.

Tadeo si sposta sul sedile. La tonaca gli si incolla addosso.

—Una notte, dopo compieta, sono rimasta in cappella a recitare penitenza. È venuta a chiedermi aiuto con la disciplina: diceva che non osava darsela da sola. Le ho alzato l’abito… e sotto non aveva niente, padre. Niente. Neanche le mutandine di fustagno che ci impone la Regola. Solo la pelle bianca, bianchissima, e il pelo nero tra le gambe. Mi ha guardato oltre la spalla e ha sussurrato: «Insegnami a soffrire per amore».

Un gemito lievissimo, quasi un sospiro di piacere travestito da pianto.

—L’ho colpita con la corda. Forte. Sulle natiche, dietro le cosce. Lei si inarcava a ogni colpo e ansimava, padre, ansimava come se fosse qualcos’altro. La pelle le è diventata rossa, poi viola a strisce. E io mi sono acceso tanto che ho dovuto sedermi sulla panca per non cadere. Ho lasciato la corda. Mi sono inginocchiato dietro di lei, ho appoggiato la guancia sul suo culo caldo, segnato, e l’ho baciato lì. Ho baciato ogni riga che le avevo fatto, una per una, molto lentamente, con la lingua. Lei piangeva ma mi apriva le gambe. Mi guidava il viso con la mano, senza dire una parola, finché non l’ho avuto tutta contro la bocca.

Tadeo si passa la lingua sulle labbra secche.

—L’ho leccata, padre. Le ho leccato tutta la figa, affamato, come se in vita mia non avessi mai mangiato. Sapeva di sale, di sapone e di qualcosa di più dolce, come mela andata a male. Ho infilato la lingua il più possibile, l’ho mossa in cerchio dove lei si tendeva, ho succhiato quel bottoncino duro finché si è aggrappata alla grata del confessionale di padre Girolamo, davanti a noi, per non cadere. È venuta contro la mia bocca, due volte di seguito. Io inghiottivo e lei tremava e mi diceva «sorella, non smettere, sorella, per Dio». E io non smettevo.

Un gemito soffocato sfugge a Tadeo.

—Adesso ci incontriamo nella stanza della biancheria, tra le lenzuola che poi userà tutta la comunità. Io mi sdraio sopra le lenzuola piegate, lei mi si siede sopra la faccia e mi cavalca, padre, mi cavalca come un’amazzone. Le sue cosce mi coprono le orecchie e sento solo il pulsare della sua figa nella mia bocca. Quando viene, cade all’indietro e cerca me. Mi affonda tre dita dentro, poi quattro, e mi apre con l’altra mano, molto piano, mentre mi sussurra all’orecchio tutti i salmi che conosce. Mi fa venire pregando, padre. Mi fa venire con le parole del re Davide che le escono dalla bocca.

Silenzio denso.

—A volte mi sveglio con il suo sapore ancora in bocca e mi sfogo recitando l’ufficio. E a volte mi sfogo con la mano, in cella, con il crocifisso davanti, immaginandola. Mi sciolgo sussurrando «mea culpa, mea maxima culpa» e poi mi odio… ma il giorno dopo torno a cercarla. E lei cerca me.

Tadeo parla con difficoltà.

—Ines… quello che racconti è gravissimo. Profanazione, atti impuri, scandalo in luogo sacro… Hai infranto tutti e tre i voti insieme.

—Lo so, padre. Per questo vengo da lei. —E abbassa ancora la voce, quasi un respiro caldo contro la grata—. Perché quando mi confesso con lei… immagino che sia la sua lingua a punirmi. Che mi metta in ginocchio sul inginocchiatoio, mi alzi l’abito e mi costringa a recitare il rosario mentre me la infila. Mi perdoni, padre. Glielo dico perché è vero.

Il vecchio prete chiude gli occhi con forza. Sente l’erezione dolorosa, vergognosa, impossibile da nascondere sotto il legno. Gli bruciano le orecchie.

—Figlia… inginocchiati fuori dal confessionale. Adesso.

Suor Ines obbedisce all’istante. Si sente il fruscio dell’abito, lo sfregare delle ginocchia sulla pietra. Tadeo apre appena lo sportellino, quel tanto che basta per vedere il suo viso pallido, gli occhi lucidi di lacrime e di desiderio.

—Guardami —ordina con una voce che non sembra più quella di un sacerdote—. Ripeti con me: mai più. Non toccherai mai più quella ragazza. Non profanerai mai più la casa di Dio. Se ricadi, ti denuncerò io stesso alla madre badessa. Capito?

Suor Ines annuisce, tremando.

—Ora vai. E per ogni notte che passerai senza peccare, reciterai quindici poste del rosario in ginocchio sui ceci. Finché non imparerai a soffrire davvero.

Lei si china, bacia il pavimento davanti alle sue scarpe nere e sussurra:

—Grazie, padre… non mi era mai piaciuta tanto una punizione.

Tadeo chiude di colpo la porta. Resta dentro, ansimando, con la fronte appoggiata al legno.

—Santa Vergine… se tutte le monache peccano così, non c’è da stupirsi che i conventi siano pieni.

***

La porta della chiesa si apre e entra una folata d’aria fredda di novembre. Tacchi alti, sicuri, che risuonano come versi sul marmo. Poi, silenzio. L’ombra si inginocchia con grazia felina.

—Ave Maria Purissima…

—Concepita senza peccato, padre —risponde una voce fresca, colta, con quell’accento piemontese che sa di vino invecchiato e di biblioteca antica.

Tadeo la conosce già di vista: Donatella, vent’anni, capelli neri lunghissimi, occhi da gatta, sempre con libri sotto il braccio e gonne che finiscono proprio dove cominciano i problemi. Vive in una mansarda vicino alla stazione e viene a messa ogni tanto «per estetica», dice lei.

—Padre… ho una lunga lista. Ha tempo?

—Tutto quello che ti serve, figlia. —E sento già che mi avanzerà il sangue nelle vene, pensa lui.

Donatella sospira, quasi divertita.

—Studio filosofia all’università. Le borse di studio non bastano, gli affitti sono un furto… così mi sono cercata dei finanziatori. Molto generosi. Soprattutto professori. E qualche professoressa. E compagni che pagano per guardare.

Una pausa giocosa.

—Ho cominciato con quello di Letteratura contemporanea. Sessantadue anni, sposato, molto premiato. Mi ha convocata per «parlare del mio lavoro», ha chiuso la porta dello studio e mi ha alzato la gonna senza chiedere permesso. Mi ha seduta sulla scrivania, tra i fogli corretti, mi ha strappato le mutandine —nere di pizzo, padre, le portavo apposta— e mi ha affondato la faccia tra le gambe prima che potessi dire qualsiasi cosa. Mangiava figa come se fosse la sua ultima cena. Con fame da vecchio. Io mi aggrappavo alla lampada della scrivania per non cadere e lui mi leccava, mi leccava e mi infilava due dita e mi cercava dietro con il pollice. Mi ha fatta venire due volte con la bocca. Quando ha alzato la faccia ce l’aveva tutta lucida. Poi si è tirato fuori il cazzo —sottile, lungo, con le vene in evidenza— e mi ha scopata in piedi, con le mie gambe sulle sue spalle, senza smettere di sussurrarmi versi di Montale all’orecchio. È venuto dentro, padre, tutto. Alla fine mi ha lasciato cinquecento euro sopra un libro di poesie: «per l’ispirazione», ha detto.

Donatella ride piano.

—Poi è venuta la professoressa di filologia. Si chiama Livia, quarantotto anni, divorziata, con occhi verdi che tagliano. Mi ha invitata a casa sua per correggermi la tesi. Ha aperto una bottiglia di champagne, mi ha seduta sul divano e mi ha guardata così a lungo che mi si sono induriti i capezzoli sotto il maglione. Mi ha legato i polsi con il suo foulard di seta alla spalliera di ferro battuto del letto, e mi ha spogliata tutta molto lentamente, mordendo ogni pezzo di pelle che lasciava scoperto. Mi ha fatta venire tre volte mentre recitava versi in francese. La prima con la bocca; aveva la lingua lì dentro da così tanto tempo che ho perso il conto del tempo. La seconda con un giocattolo che ha tirato fuori da un cassetto, viola, grosso, che mi infilava e sfilava mentre mi chiamava «cochonne, ma petite cochonne». La terza con la mano intera, padre; sì, con la mano intera, chiusa a pugno piano piano, finché non ho perso la testa e ho urlato così tanto che i suoi vicini devono ancora chiedersi cosa sia successo. Poi mi ha slegata, mi ha baciata sulla fronte e mi ha riempito lo zaino di libri di Marguerite Duras.

Il vecchio prete sente la faccia bruciare.

—Adesso ho un gruppo. Cinque ragazzi e due ragazze del mio corso. Pagano l’ingresso per vedermi con chi voglio. La settimana scorsa hanno fatto milleduecento euro in una sola notte: abbiamo affittato una mansarda, hanno spento le luci tranne una e mi hanno stesa su un grande tavolo, nuda, con le mani sopra la testa. Sono passati uno dopo l’altro. Prima i tre che avevano pagato il turno «completo»: uno me l’ha messo in bocca, un altro nella figa e il terzo mi ha aperto le natiche e me l’ha infilato da dietro. Quando il primo è venuto nella mia bocca, ne è entrato un altro. Quando quello nella figa è venuto dentro, ne è entrato un altro. E così, padre, uno dopo l’altro, mentre quelli che avevano pagato solo per guardare si sfogavano in un angolo, filmando tutto con il telefono. Alla fine avevo sperma nei capelli, sui seni, che mi colava lungo le cosce, gocciolando da ogni parte. Dopo, le due ragazze hanno voluto pulirmi. Si sono inginocchiate tra le mie gambe e hanno leccato via tutto quello che i ragazzi avevano lasciato. Io guardavo il soffitto e contavo le travi per non venire troppo presto. Mi piace essere filmata, padre. Mi eccita sapere che dopo si sfogano guardandomi.

Il vecchio prete immagina quella ragazza dalla pelle di latte, nuda, circondata da corpi giovani, libri sparsi sul pavimento, gemiti mescolati a citazioni di poeti morti.

—E non provi… vergogna, Donatella?

—Vergogna no, padre. Piacere e orgoglio. Il mio corpo è il mio testo migliore. E grazie a lui mi laureerò con lode senza chiedere un centesimo a mio padre. —Si avvicina di più alla grata; Tadeo sente il suo profumo, qualcosa di caro e agrumato—. A volte penso a lei mentre lo faccio. Mi immagino che sia la sua voce a darmi gli ordini. Che lei mi dica «apri le gambe» e io le apro. Che mi dica «inghiotti» e io inghiotto. Le piacerebbe vedermi, padre? Paga lei, una volta tanto.

Il cuore di Tadeo sobbalza così forte che crede gli stia per uscire dalla bocca.

—Donatella… —la voce gli esce roca, quasi un ringhio— quello che fai è prostituzione. Grave, abituale e scandalosa. Stai vendendo quello che Dio ti ha dato gratis.

—Dio me l’ha dato per usarlo, padre. E io lo uso con stile.

Silenzio denso. Tadeo respira a fondo, si aggrappa al crocifisso che porta al collo.

—Ascoltami bene. Chiuderai subito quel gruppo. Cancellerai i video. Cercherai un lavoro onesto, anche se fosse pulire le scale. E verrai qui ogni venerdì a confessarti finché non vedrò che hai smesso. Altrimenti parlerò con il decano della tua facoltà. Conosco mezza facoltà.

Donatella resta in silenzio per un secondo. Poi, con voce dolce e pericolosa:

—E se invece di punirmi mi desse la comunione in ginocchio, padre? Io apro la bocca e tiro fuori la lingua, come Dio comanda. O come Dio ormai non comanda più?

Tadeo chiude gli occhi. Sente la tonaca sollevarsi da sola, traditrice.

—Vai, Donatella. E recita cento Ave Maria pensando a ogni banconota che hai guadagnato con il tuo corpo. Che ti facciano male le ginocchia per davvero.

Si sentono i tacchi allontanarsi, lenti, provocatori. Prima di uscire, lei sussurra alle sue spalle:

—Le avrò in carne viva venerdì prossimo, padre. Promesso.

***

L’ultimo «ego te absolvo» si spegne nella chiesa vuota. Tadeo resta ancora un minuto, appoggiato al muro del confessionale, respirando come chi esce da un naufragio. Ha le ginocchia che tremano. La tonaca sa di sudore vecchio e di desiderio altrui.

Esce piano, chiude lo sportellino a chiave —oggi più che mai ha bisogno che nessuno entri—. Spegne le luci una a una; restano solo le candele dell’altare maggiore, che tremolano come se avessero anch’esse vergogna. Si inginocchia davanti al tabernacolo. Non prega. Guarda soltanto il crocifisso e dice, in polacco, molto piano:

—Perdonami, Signore… ma come lo fanno bene i peccatori.

Si rialza, si segna con l’acqua santa che gli brucia le dita. Prende il cappotto nero, lungo, se lo mette sopra la tonaca stropicciata ed esce nella piazza già buia, fredda, con odore di caldarroste e di fiume. Cammina piano fino al ponte, si ferma in mezzo, appoggia i gomiti alla ringhiera. Roma brilla sotto, sporca e bellissima.

Tira fuori il rosario dalla tasca, ma non prega. Lascia soltanto che le perline gli passino tra le dita mentre pensa a Marta aperta a gambe divaricate sul tappetino con due cazzi dentro contemporaneamente, lo sperma che le scivola sul viso; a Cosimo distrutto dalla propria nipote che gli dice «nonno» mentre gli si monta sopra e lo svuota; a suor Ines col volto sporcato dal sesso della novizia, che sussurra salmi tra le gambe; a Donatella sdraiata su un tavolo, che conta i soldi in testa mentre la usano in sette. Sospira, profondo, quasi un gemito, e sorride appena, con quel sorriso da vecchio lupo che non caccia più ma fiuta ancora la preda.

Ripone il rosario. Guarda il cielo nero, senza stelle.

—Alla prossima tornata, Signore —mormora—. Che siano altrettanto peccatrici… o peggio.

Si sistema il collarino e scompare tra i vicoli, verso la casa parrocchiale. Domani ci sarà la messa delle otto. E alle quattro, il confessionale si riaprirà. Si versa un dito di grappa polacca che conserva per le grandi occasioni e, prima di dormire, sussurra contro il cuscino:

—Buonanotte, miei cari peccatori… sognatemi.

E spegne la luce.

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