Mi sono ossessionata con il padre della mia migliore amica
Per tutto il tragitto la mia mente sprofondò in un caos di deliri e rimproveri. «È sempre stato fuori dalla tua portata, idiota. Che cosa pretendevi? Credevi davvero che ti avrebbe aspettata immacolato finché non avessi compiuto vent’anni? Che tra la tua stranezza, le tue mancanze e quella differenza d’età avrebbe trovato qualcosa capace di cancellare il dettaglio insignificante che lui è nientemeno che il padre della tua migliore amica?»
Camminai per migliaia di passi lungo strade umide e pericolose, migliaia di passi durante i quali misi in discussione ogni decisione che mi aveva condotta fin lì. Una vocina prudente mi sussurrava di tornare a casa con la coda tra le gambe e quel poco di dignità che mi restava, prima che qualcuno mi facesse del male. I miei piedi doloranti, invece, continuavano ad avanzare quasi per conto loro.
Lo sfregamento del bordo delle scarpe aveva bucato le mie calze e cominciava a scorticarmi i talloni. Ogni passo era una piccola penitenza, ma non mi fermavo. Ero accecata dall’idea di vederlo un’ultima volta, con il cuore traboccante di una gelosia disgustosa che me lo dipingeva tra le braccia di qualsiasi donna matura, in scene che la mia mente troppo giovane si ostinava a immaginare con un dettaglio morboso: la vedevo inginocchiata davanti a lui, con la bocca aperta, il cazzo del signor Linares che affondava tra le sue labbra dipinte; lo sentivo grugnire piano mentre le afferrava la nuca; la immaginavo alzarsi per offrirgli le sue tette mature, perché lui gliele mordesse, perché le palpeggiasse il culo con quelle mani grandi che tante volte avevo guardato di nascosto. La gelosia mi bruciava lo stomaco come se avessi ingoiato un carbone ardente. Io, ancora vergine in tutto ciò che contava, avevo passato mesi a fantasticare su quel cazzo, su quelle stesse mani, e quella qualunque me lo stava portando via quella notte.
In lontananza sentivo fischi sospetti, quasi un codice tra voci che non riconoscevo. I vicoli bui mi invitavano con sussurri a perdermi al loro interno. Io stringevo soltanto al petto l’immagine del suo volto e continuavo a camminare.
Il liquore che avevo rubato a mia madre mi rendeva i pensieri densi e confusi. Quando muovevo la mano davanti al viso, la vedevo lasciare una scia dietro di sé. Stavo peggio di quanto volessi ammettere.
***
Alla fine arrivai alla garitta del condominio dove viveva il signor Linares. Non avevo argomenti per farmi lasciare passare, ma nella mia testa sconvolta c’era posto per una sola idea: confermare una volta per tutte se lui provasse qualcosa per me o se fosse stato tutto il frutto dell’invenzione di una ragazza appena entrata nei diciannove anni.
La guardia mi chiese, con il volto sconvolto, a quale casa fossi diretta e perché. Balbettai, mi inceppai e, quando lui si voltò per chiamare la polizia, approfittai del momento per sgattaiolare tra le ombre.
Inconsapevole del livello di follia a cui mi stavo abbandonando, rimasi come una psicopatica nella distanza buia, esaminando ogni metro della recinzione alla ricerca di un punto debole. Non ce n’era nessuno.
Disperata, strisciai verso l’angolo meno illuminato del muro. Un pannello di legno per rampicanti diventò, senza volerlo, la mia scala improvvisata. Cominciai ad arrampicarmi con ancora più goffaggine del solito. Sentivo il corpo pesante, sfinito dai formicolii e dai tremori che mi rubavano ogni forza. Il vestito si impigliava più e più volte nei listelli, costringendomi a dare strattoni che mi spezzavano l’anima.
Ci misi un’eternità a raggiungere il bordo superiore. Lì mi aspettava la parte peggiore: una telecamera di sicurezza puntata sul mio viso e la voce della guardia che mi urlava di scendere immediatamente. Capii che non sarei arrivata dall’altra parte senza essere catturata, così chiusi gli occhi e saltai.
Atterrai su quello che sembrava un cespuglio e pregai che attutisse il colpo. Non fu così. Invece di atterrare in piedi, finii seduta sui rami, sprofondata fino alla vita. Le foglie mi si impigliarono nel vestito. Le spine, nella pelle.
La guardia più robusta correva verso di me. Non ebbi il tempo di controllare se mi fossi rotta qualcosa. Mi rialzai con un dolore lancinante al coccige e cominciai a correre, sentendo fili caldi scendermi lungo le gambe e il vestito lacerarsi contro ogni sporgenza. I cani abbaiarono, le luci con sensore di movimento si accesero come se fossi sul set di un brutto film. Saltai recinzioni, schivai una piscina, caddi due volte, mi nascosi tra i cespugli.
Quando finalmente arrivai alla sua porta, suonai il campanello una volta dopo l’altra, implorandolo di aprire prima che mi tirassero fuori a calci.
***
La guardia più alta mi raggiunse e mi afferrò per l’avambraccio con una forza che mi trasformò in un ramo secco. Cominciò a tirare per trascinarmi via e io opponevo resistenza con le poche forze che mi restavano, puntando i piedi contro i sampietrini.
—Voglio solo vederlo! Lasciatemi vederlo! —urlai fuori di me.
La porta si aprì. Per un istante tutte le mie speranze tornarono a vivere. La luce calda che filtrava dall’interno mi disegnò un sorriso sul volto devastato.
—Voglio solo vederlo… voglio solo vederlo —mormoravo come una preghiera spezzata.
Finché un pugnale invisibile mi attraversò il petto. Sulla soglia, al posto del signor Linares, c’era una donna matura dalle curve voluttuose, avvolta in una vestaglia di seta allacciata male che lasciava intravedere l’attaccatura di grosse tette brune, con l’espressione di chi si è appena visto rovinare la serata. Mi bastò un’occhiata per capire che sotto quella seta non indossava nulla, che il signor Linares la stava palpeggiando da ore, che probabilmente aveva già il suo cazzo dentro. La gelosia mi risalì fino alla gola, con il sapore di liquore rancido.
Guardai il numero della casa, volendo credere di essermi sbagliata. L’indirizzo era corretto. «È casa sua, sì. E non è solo.»
Smisi di lottare. Quando le guardie mi ammanettarono le mani dietro la schiena, il lampeggiante di una volante mi aspettava già all’ingresso. Mi immaginai ammanettata, portata in commissariato e poi fatta a pezzi da mia madre.
Il tragitto verso l’auto fu la marcia più umiliante della mia vita. I vicini in pigiama mi trafiggevano con lo sguardo e vomitavano le loro conclusioni. Non potevo biasimarli. Pregavo soltanto che mi caricassero in fretta e mi portassero lontano.
***
Dentro la volante, attraverso il vetro appannato, riuscii a distinguere la sua figura. Il signor Linares si faceva strada a spintoni tra la folla per discutere con l’agente. Lo vedevo gesticolare, agitato, mentre tutti lo indicavano come responsabile. Invece di tirarsi indietro, mi difese davanti alla marea di vicini furiosi.
Un poliziotto spalancò con uno strattone la portiera del veicolo e si chinò verso di me.
—Conosci quell’uomo? —disse indicandolo con un dito.
Annuii, sbalordita, con gli occhi lucidi.
—Eri venuta a trovare sua figlia?
Annuii di nuovo, anche se quella non era neanche lontanamente la verità.
—Sai che ore sono? Ti rendi conto dello spavento che hai fatto prendere a tutti?
I miei occhi rimasero fissi soltanto sul suo volto deluso, in lontananza.
—Sei drogata o qualcosa del genere?
Scossi la testa.
—Guardami e parlami. Se vuoi uscire da questa situazione, comincia a usare la bocca.
—No, signore, non lo sono —dissi, cercando di nascondere la lingua intorpidita.
—Scendi! Lui si occuperà di te. Sparisci prima che cambi idea!
***
Quando mi avvicinai a lui non osai guardarlo in faccia, tanto meno abbracciarlo. Sebbene morissi dalla voglia di rifugiarmi nel suo petto, arrivai al suo fianco a testa bassa, più vergognosa che in qualsiasi altro momento della mia vita. Mi afferrò per il collo come un cucciolo punito e mi trascinò verso casa, aprendosi un varco tra i curiosi e rivolgendogli occhiate taglienti con i suoi occhi verdi.
Per tutto il tragitto fino all’ingresso non tolse la mano dalla mia nuca e non disse una sola parola. Eppure, solo sentendo quella grande mano stringermi la pelle, avvertii una trazione calda tra le gambe che mi inumidì le mutandine ancora più di quanto già lo fossero. Odiai il mio stesso corpo per aver reagito così nel momento peggiore della mia vita.
Quando entrammo, la donna ci aspettava nell’ingresso con l’espressione più disgustosa che avessi mai visto sul volto di qualcuno. La vestaglia si era aperta un po’ di più e potevo vedere quasi tutta una tetta, il capezzolo scuro e grosso, indurito dalla rabbia o da qualunque cosa stessero facendo prima che arrivassi. Il signor Linares chiuse la porta dietro di noi e mi lasciò in salotto con un secco:
—Siediti. Torno subito.
Andarono in cucina. Li sentivo discutere a bassa voce.
—Che ci fa qui quella ragazzina? Chi è?
—È amica di Renata.
—Amica di tua figlia? E che cazzo ci fa qui da sola, a quest’ora?
—Non ne sono sicuro.
—Dille di andarsene. Chiama i suoi genitori. Siamo occupati.
—Marcela… la faccenda è complicata, va bene? Lasciami assicurare che stia bene.
—Che stia bene? Guardala, per favore! È un disastro. Sembra ubriaca, drogata.
—Shh. Non urlare. Lo so. Proprio per questo… chiudiamo qui la serata. Ti ricompenserò il prossimo fine settimana, te lo giuro.
—Sei impazzito? Doveva succedere qualcosa, finalmente, stasera! Sono tre bicchieri di vino che aspetto che tu mi scopi come si deve, e adesso mi dici di andarmene!
—Lo so. Ma che cosa vuoi che faccia? È praticamente come una figlia per me. Non posso abbandonarla così.
—Allora perché non hai lasciato che la polizia la portasse via? Davvero vuoi dare la precedenza a lei invece che a me, prima ancora che a questa figa che desideri scoparti da mesi?
—È una ragazzina. È l’amica di mia figlia. Perdonami.
—Come vuoi. Sei un idiota, sappilo.
Marcela attraversò il salotto per prendere la borsa e mi fulminò con uno sguardo di odio puro. Il colpo della porta fece quasi cadere il quadro del corridoio.
***
Il signor Linares comparve finalmente in salotto. Rimase a osservarmi in silenzio per alcuni secondi, assimilando il disastro. I suoi occhi verdi mi fecero tremare così forte che i miei non osarono sostenere il suo sguardo.
—Andiamo. Ti porto in ospedale e poi a casa —disse mentre cercava le chiavi.
Io non mi mossi. Ero inchiodata al divano, pietrificata.
—Merda —lo sentii mormorare prima che uscisse dalla stanza.
Tornò con una cassetta del pronto soccorso in mano. Si mise i guanti e, senza guardarmi negli occhi, disse:
—Togliti le calze.
Obbedii tremando, facendo tutto il possibile perché non si vedesse nulla di sconveniente. Abbassai le calze arrotolate lungo le cosce con dita maldestre, consapevole che ogni centimetro di pelle nuda che gli mostravo mi tradiva, perché sotto il vestito strappato le mie cosce erano appiccicose: non era tutto sangue; una parte considerevole era qualcos’altro, più denso, più caldo, più vergognoso. Lui prese la mia gamba destra e la sollevò con un gesto professionale, aggrottando la fronte ogni volta che scopriva una nuova ferita.
—Sdraiati sulla schiena —diede due colpetti al divano.
Agitata dentro, obbedii. Si sedette ai miei piedi e cominciò dalle ferite frontali, quasi tutte sotto le ginocchia. Tenevo la gonna stretta tra le cosce, in una postura pudica e rigida. Lui pulì ogni abrasione con meticolosità e le coprì con garze e cerotti. Ogni passata del cotone bagnato mi faceva stringere più forte le cosce, perché il calore tra di esse aumentava e sentivo le mutandine inzupparsi poco a poco, una ridicola pozzetta che cresceva ogni volta che le sue dita guantate sfioravano la mia pelle.
—Adesso mi dirai che diavolo stavi pensando? —chiese senza alzare lo sguardo.
Balbettai qualcosa di patetico, cercando una scusa che la mia mente annebbiata non riusciva a trovare. L’unica cosa che trovava era l’immagine di lui chino tra le mie ginocchia, con il viso affondato nella mia figa invece di essere intento a pulirmi le abrasioni.
—Girati.
Mi voltai con cautela. Sul retro c’erano ferite più profonde, troppo vicine al punto in cui la coscia incontra il gluteo. Le sue mani cominciarono da quelle più in basso e risalirono. Avrei voluto che la situazione avesse un’altra causa, una meno umiliante, qualunque cosa che mi permettesse di godermi il suo tocco. Ma il senso di colpa non mi lasciava sentire altro che vergogna. Vergogna e un’eccitazione umida che mi colava tra le natiche strette e macchiava il piccolo triangolo di stoffa bianca fino a renderlo quasi trasparente.
—Ne hai più in alto? —chiese quando arrivò al limite del consentito.
Deglutii a secco.
—No… non ne sono sicura —mentii, nonostante il bruciore pungente al gluteo destro.
—Toccati e dimmi se ti fa male.
Portai la mano all’indietro e mi passai le dita sulla natica. Confermai subito il dolore, ma confermai anche un’altra cosa: le mie mutandine erano fradice, così bagnate che, se le avesse toccate, avrebbe capito all’istante che cosa mi stava succedendo. La mia bocca continuò a essere codarda.
—Non… non lo so.
—Fammi controllare.
Quasi svenni quando le sue mani sollevarono la gonna senza esitare, lasciando in vista il mio sedere appena coperto da mutandine bianche e infantili, malconce per la caduta e per il piccolo incidente che ne rivelava l’umidità. Una brezza traditrice mi fece venire la pelle d’oca. Sapevo perfettamente che cosa stava vedendo in quel momento: due natiche giovani, rotonde, ancora senza i segni della vita adulta, coronate da una macchia scura di umidità che nessuna bugia avrebbe potuto giustificare. Il sangue e il sudore potevano dissimulare molte cose, ma non quella.
—Sì, tesoro. Hai una ferita lì —disse con la naturalezza più studiata del mondo. La voce gli tremò appena alla fine. Un tremito minimo, ma io lo sentii.
Non riuscii a rispondere. Lasciai soltanto che continuasse mentre sprofondavo in un misto di eccitazione e vergogna che non avevo mai provato. Sentii il cotone freddo passare sul bordo superiore della natica, vicinissimo a dove cominciava il solco. Ogni sfioramento mi strappava una scossa tra le gambe, un impulso caldo che mi faceva premere la fica contro il divano nel tentativo di fermarlo. Peggio: ogni volta che stringevo, lo stesso movimento faceva scivolare le mutandine fradice contro il clitoride gonfio, e dalla mia bocca sfuggiva un gemito minimo che soffocavo mordendo il bracciolo della poltrona.
—Sei caduta male. Hai un livido terribile nella parte bassa della schiena. A cosa stavi pensando?
Il tocco della sua mano cominciò a sembrare deliziosamente perverso. Non volevo che si fermasse per nulla al mondo e, allo stesso tempo, morivo dalla voglia che finisse. La situazione degenerò quando, per lavorare più comodamente, spostò le mie mutandine e le lasciò infilate tra i glutei, come sostegno improvvisato. Quasi svenni per l’impatto. Sentii il tessuto bagnato sistemarsi nella fessura tra le natiche, l’elastico sfiorarmi il bordo dell’ano, l’umidità colare ormai senza ostacoli verso il divano. Le sue dita guantate avevano appena sfiorato la pelle più intima che un uomo avesse mai toccato in tutta la mia vita, e lui lo aveva fatto come se niente fosse, come chi sistema un tovagliolo.
Il viso mi bruciava. Il corpo mi ribolliva nonostante la notte fredda. I gemiti diventavano sempre più difficili da soffocare. I denti affondavano nel mio stesso avambraccio fino a lasciarvi dei segni, e tra le gambe stringevo dilatazioni sconosciute che pulsavano al ritmo del cuore. Sentivo la mia fica aprirsi e chiudersi da sola, contraendosi intorno al vuoto, chiedendo a gran voce qualcosa che la riempisse. Riuscivo a sentire il mio stesso odore: dolciastro, pesante, sessuale, riempiva tutta l’aria intorno al divano e lui, con il naso così vicino al mio culo, doveva sentirlo a sua volta. La sola idea mi strappò un’altra fiammata calda che mi inumidì ancora di più le cosce.
Quando il cotone freddo passò proprio sul bordo della natica, sfiorando quasi la piega, sentii che sarei venuta lì sul posto, senza che nessuno mi toccasse dove contava. Morsi il braccio con tanta forza che mi salirono le lacrime agli occhi e trattenni il gemito in gola.
—E che diavolo hai preso? Che cosa hai bevuto? —la sua voce mi sembrò più roca di prima.
—Un liquore… di mia madre.
—E perché hai fatto una cosa del genere, piccola?
—Mi dispiace, signor Linares. È solo che… ero molto triste per qualcosa.
—Triste per qualcosa? Questo non giustifica quanto sei stata irresponsabile. Camminare per tutta quella distanza, a quest’ora, in luoghi pericolosi, in queste condizioni. Che cosa ti ha spinta a commettere una simile stupidaggine?
—Avevo bisogno di vederla.
—Di vedere me? Perché? Che cosa c’era di tanto urgente? Ti rendi conto dei guai in cui avresti potuto metterti… dei guai in cui puoi ancora mettere me, avendoti qui da sola con me? —un suo dito, ancora guantato, era rimasto fermo sulla parte alta della mia coscia, molto vicino alla piega del culo. Non si muoveva. Ma non si ritraeva neppure.
—Mi dispiace. Mi dispiace davvero. Sono stata completamente stupida —le lacrime cominciavano a traboccarmi dagli occhi.
—Che cosa c’era di tanto urgente? Perché dovevi vedermi a quest’ora e in queste condizioni?
Il cuore mi batteva contro le costole. La voce tortuosa che viveva nella mia testa gridava: «Diglielo, idiota! Diglielo una buona volta!». La paura mi paralizzò. Il dito era ancora lì, appoggiato, immobile, e io non sapevo se fosse un incidente o se fosse la sua prima confessione.
—Che cosa ti succede, piccola? Stai tremando. Mi spaventi. Parlami, per favore.
Mi aiutò a sedermi sul divano con una delicatezza che mi spezzò in due. Quando mi girai, la gonna rimase impigliata per un istante più in alto del fianco e le mutandine, ancora infilate tra i glutei e fradice, si lasciarono vedere per una frazione di secondo prima che le sistemassi goffamente. Lui fece finta di non guardare. Ma guardò. Vidi i suoi occhi verdi abbassarsi appena, per un battito di ciglia, e poi risalire. Vidi anche qualcosa nei suoi pantaloni, un rigonfiamento che prima avrei giurato non ci fosse, che gli tendeva il tessuto all’interno della coscia.
Quasi svenni quando ne ebbi la conferma. Il signor Linares era duro. Era duro per me, o per ciò che aveva appena toccato, o per entrambe le cose.
—Signor Linares… io… io… —chiusi gli occhi. Tutto girava—. Io provo qualcosa per lei, signor Linares.
Quando le parole uscirono dalla mia bocca, distolsi il viso, incapace di guardarlo. Silenzio. Lungo, imbarazzante, letale. Eppure sentii come se mi avessero tolto un peso enorme dal petto.
—Ma… intendi qualcosa in senso romantico? —chiese infine, cercando di aggrapparsi al suo ruolo di uomo adulto e sereno.
Gli aprii gli occhi pieni di lacrime e annuii.
—Tesoro, la nostra mente è infida. A volte ci fa credere cose che non sono vere, soprattutto alla tua età. Forse sei solo confusa.
Scossi la testa, mentre le lacrime si suicidavano sulle mie guance.
—Tesoro… non è possibile.
Abbassai lo sguardo sul pavimento, con il volto spento. Avrei voluto rispondere «lo so», ma mi mancò l’aria. I miei occhi, senza volerlo, si fermarono per un istante sul suo inguine. Il rigonfiamento era ancora lì. Grosso. Allungato. Evidente contro il tessuto dei pantaloni. Per tutta la vita avevo fantasticato su quello, sulla forma esatta del cazzo del signor Linares, e ora ce l’avevo davanti, gonfio per me, a un metro dal viso, mentre lui mi diceva che non era possibile.
Appoggiò la mano sulla mia e le sistemò insieme sul mio ginocchio.
—Non ridurti così. Là fuori è pieno di ragazzi per te. Devi solo avere pazienza.
Non riuscivo a sopportare la delusione. Non riuscivo ad accettare la realtà che temevo tanto: quella in cui qualunque cosa tra noi, per quanto minima, era impossibile. Scoppiai nel pianto più straziante.
Le sue mani raggiunsero la mia nuca e mi portarono contro il suo petto. Lo abbracciai forte. Volevo che fosse mio, a qualunque costo, e mi faceva male fino alle ossa confermare che non poteva esserlo. Abbracciandolo con tanta forza, la mia coscia si strinse contro la sua e sentii, inequivocabile, il battito caldo del suo cazzo duro premuto contro la mia gamba. Trattenni un gemito. Lui trattenne il respiro.
—Shh, shh, tranquilla, tesoro. Va tutto bene —mi sussurrò con la voce che si spezzava a sua volta—. Ma le cose devono andare così. Io sono un vecchio amareggiato, corrotto, morto dentro. Tu sei nel fiore degli anni. Meriti qualcosa di uguale a te.
Avrei voluto gridargli che l’età non mi importava, né i problemi, né ciò che avrebbe detto la gente. Volevo stare con lui, con nessun altro. Volevo dirgli che il suo cazzo contro la mia coscia era stata la cosa più sincera accaduta quella notte, che le mie mutandine erano ancora fradice sotto il vestito e che era colpa sua, di nessun altro. Ma alla mia bocca, ancora una volta, mancò il coraggio.
Mi guidò perché ci sdraiassimo insieme sul divano, senza spezzare l’abbraccio. Affondai il viso nel suo petto e usai il suo braccio come cuscino. Una delle sue mani mi accarezzava teneramente la parte bassa della schiena; l’altra mi dava pacche leggere. A un certo punto la mano sulla schiena scese di un centimetro oltre ciò che era strettamente paterno. Si appoggiò proprio all’attaccatura della natica, sul tessuto del vestito, e rimase lì. Sentii il peso di quella mano come se mi stesse marchiando a fuoco.
—La amo, signor Linares —gli dissi tra i singhiozzi, senza sollevare il viso.
—Oh, piccola mia… non complicarti ancora le cose. Stai soffrendo troppo per qualcosa di impossibile.
Il pianto tornò con tutta la sua forza.
—Per favore, tesoro, mi farai piangere anche a me. Non posso vederti soffrire così. Sei una ragazza meravigliosa che merita il me… —lo interruppi.
—Me lo dica! Mi dica che non sono pazza! Mi dica che prova qualcosa per me, anche solo un pochino! La supplico! Sono sicura di averlo sentito!
—Tesoro, io…
—Mi dica che non mi ha aperto la porta di casa per pietà! Mi dica che non lo farebbe per chiunque! Mi dica che in realtà prova qualcosa, che ha solo paura di ferirmi o di metterci nei guai! Ma me lo dica, per favore! Non ce la faccio più con questa incertezza! —quando urlai, premetti tutto il corpo contro il suo, e il suo cazzo duro tornò a segnarmi la coscia, ancora più gonfio di prima, palpitando contro la mia pelle. Lo sentimmo entrambi. Nessuno dei due lo disse.
Sospirò profondamente. E, finalmente, pronunciò la risposta che si teneva dentro da mesi:
—No, tesoro.
Silenzio tombale. Persino i singhiozzi cessarono per lo shock.
—Non ti sbagli.
L’ossigeno tornò a entrarmi nei polmoni.
—Sì, provo anch’io qualcosa per te.
Lo strinsi con le poche forze che mi rimanevano, grata alla vita di avermelo concesso nonostante gli ostacoli che si innalzavano tra noi. La sua mano all’attaccatura della mia natica si strinse appena, quasi impercettibilmente, come uno spasmo sfuggito alla punta delle dita. Fu il gesto più eloquente di tutta la notte.
—Ma, tesoro… è impossibile.
Lo guardai. Lo guardai soltanto. Non mi importava più di nient’altro.
—Tesoro… non farmi questo, per favore —anche i suoi occhi si velarono di lacrime, insieme ai miei.
Cominciai ad accarezzargli la guancia senza staccare gli occhi dai suoi.
—Anch’io ho sofferto per questa cosa.
Il mio pollice giocava all’angolo della sua bocca.
—È… è… è impossibile, piccola mia —la voce completamente spezzata.
Sorrisi con gli occhi pieni di lacrime. Continuavo a morire dalla voglia che qualcosa tra noi fosse possibile. Ma la conferma di uno dei miei desideri più profondi, sentirglielo finalmente dire dalla sua bocca, sentire il suo cazzo duro pulsare contro la mia coscia e la sua mano tremare sulla mia natica, mi aveva dato un motivo per continuare a respirare.
