Sopportava qualsiasi cosa pur di non perderlo
—Vi ho detto di non toccarmi!
A Noa mancavano le mani per allontanare dal petto le dita che le si aggrappavano addosso senza pudore. I tre veterani della facoltà si stavano facendo un banchetto a sue spese, consapevoli che le loro porcherie non avrebbero avuto altre conseguenze se non una scenata innocua.
—Ma che cazzo hai oggi? —chiese il più sfacciato, infilandole la mano nello scollo e impastandole un seno con rudezza, pizzicandole il capezzolo fino a farla sibilare per il dolore.
—Ho detto che non voglio! —replicò lei colpendolo finché riuscì a liberarsi.
—La settimana scorsa non dicevi così, quando ti facevo ingoiare il mio cazzo fino in gola…
—Non fare la santarellina, sappiamo che ti piace avere la bocca piena.
—E la figa. E il culo. Con tutti gli altri.
Gli occhi color miele di Noa si inumidirono più per tristezza che per rabbia. Per quanto cercasse di negare l’evidenza, la realtà era testarda: quello che dicevano di lei era vero. Se nutriva ancora qualche speranza di voltare pagina, lì c’erano quegli avvoltoi a volteggiare per ricordarle ogni sua resa. Era stata con loro troppe volte, e quel pomeriggio non sarebbe stato diverso. Presto li avrebbe avuti sopra, sotto e, suo malgrado, dentro.
Ancora non capiva come lei, così prudente durante tutta l’adolescenza nel suo paese, fosse potuta cadere così in basso dopo essere arrivata in città. In realtà lo sapeva, sì. Era talmente innamorata del quarto occupante di quell’appartamento da studenti che non riusciva a riconoscere come tossico il rapporto che la legava a Bruno. Lo amava così tanto, era così cotta di lui, che dava per normali situazioni che per quasi qualunque altra donna sarebbero state insostenibili.
Ogni volta che usciva da quella casa, ogni volta che premeva il pulsante dell’ascensore in discesa, lo faceva con le lacrime agli occhi, giurando a se stessa che quella era stata l’ultima volta che avrebbe varcato quella soglia. Eppure eccola lì di nuovo, con la gonna più corta e la camicetta più scollata, a condividere il divano con chi la spogliava prima con lo sguardo e poi in senso letterale.
Noa non si considerava affatto attraente, anzi. Si vedeva come una ragazza qualunque. Il suo viso era bello, ma il suo complesso partiva dal collo in giù: pur non essendo grassa, le sue curve si allontanavano dallo standard tanto venduto, e questo minava la sua autostima già fragile. In un’altra epoca l’avrebbero considerata una dea; in quella, lei stessa si giudicava volgare.
Complessa e triste, appena arrivata dal paese, si era innamorata perdutamente del ragazzo più popolare del corso. Il rapporto tra ragazzi e ragazze era di uno a dieci, e la probabilità che uno come Bruno si accorgesse di lei era una su un milione, soprattutto guardando il fisico di molte sue compagne. Così, appena lui le lanciò l’amo a una festa, lei abboccò con canna e tutto.
Già la prima notte in cui lui riuscì a restare solo con lei, lei gli consegnò ciò che aveva promesso di tenere per l’uomo che l’avrebbe portata all’altare. Bruno la spogliò lentamente, la stese sul suo letto e le divaricò le gambe senza preamboli. Lei ricordava ancora il bruciore pungente quando lui le piantò il cazzo fino in fondo, senza darle il tempo di abituarsi, senza curarsi del grido soffocato né delle lacrime. La scopò forte, finché il dolore stesso si mescolò a un piacere nuovo e torbido, e quando venne dentro di lei — senza chiederle nulla, senza tirarselo fuori — Noa capì di aver appena firmato la propria condanna. La sua promessa si spezzò appena un mese dopo essere uscita dal nido, in una notte fonda in cui Bruno non smise di riempirle la testa di belle parole finché ottenne ciò che cercava. Si lasciò trascinare più dalle false promesse del ragazzo che dal proprio desiderio.
Da allora la sua vita si trasformò in modi impensabili. Non importava il giorno né l’ora; bastava una telefonata perché accorresse dove lui aveva bisogno di lei. In macchina, con le mutandine alle caviglie e la faccia schiacciata contro il vetro appannato; nella sua stanza, a quattro zampe mentre lui la inculava da dietro con una mano sulla nuca; in qualunque vicolo, in ginocchio sull’asfalto con il cazzo di Bruno fino all’ugola; oppure nei bagni della facoltà, con la gonna tirata su e una gamba alzata sulla tazza, mordendosi le nocche per non urlare. Bruno saziava il suo appetito senza curarsi minimamente di ciò che lei provava.
Anche se in teoria erano fidanzati, uscivano raramente insieme. Nemmeno un caffè nella mensa dell’università. Non era raro che lui non la salutasse nemmeno quando andava in giro circondato da compagnia femminile. La cercava per una sola cosa, e lei accettava il suo destino con rassegnazione. Se il suo cuore nutriva qualche dubbio, spariva ogni volta che lui le sorrideva.
Noa non era stupida, anche se sembrava esserlo. La realtà le faceva troppo male. Sapeva che il suo ragazzo scopava con tutto ciò che si muoveva, che andava a letto con chiunque glielo concedesse. Eppure era la fidanzata ufficiale, e per lei questo bastava. Il suo grado di obnubilazione era tale che era disposta a qualsiasi cosa pur di conservare il suo posto. Per questo quel pomeriggio era lì, e per questo si sarebbe fatta usare ancora una volta: era certa che, se non l’avesse fatto lei, qualcun’altra avrebbe preso immediatamente il suo posto.
—Che succede? —chiese uno.
—Questa, che adesso fa la monachella.
—Eh, non parlarle così! Chiedile scusa o ti spacco la faccia! —sbottò Bruno.
—Ma che dici?
—Fallo o la festa è finita.
—Va bene, va bene. Scusa, Noa.
Lei si sentì felice. Bruno la difendeva di rado, e che intercedesse per lei come un cavaliere errante fu una piacevole novità.
—Tesoro, che succede? —le disse lui sedendosi accanto a lei, giocherellando con una ciocca ribelle dei suoi capelli.
—Credevo che saremmo stati soli… me l’avevi promesso.
—Ma principessa, sono i miei amici. Quello che è mio è loro e quello che è loro è mio, ne abbiamo già parlato tante volte e tu eri d’accordo.
Quello che per Bruno era stata una conversazione, in realtà era stato un monologo in cui lui spiegava la sua contorta teoria sull’amore libero e la fedeltà. Noa non diceva mai nulla quando succedeva; si limitava ad annuire come una bambina, per paura di essere rifiutata. Anche se non fece mai sue quelle idee.
Non discutere di nuovo. Non farlo arrabbiare.
—Te lo ricordi, vero?
—S… sì —sussurrò lei.
—E allora vai —proseguì lui baciandole il collo—, sii brava e comportati bene. Apri quel culetto delizioso che hai e fatti scopare come sai fare. Non farmi fare brutta figura, va bene?
—Va bene —cedette, come faceva sempre.
Disperata, Noa vide il suo amato allontanarsi e avvicinarsi al mobile bar per servirsi un bicchiere con totale indifferenza, mentre il più audace degli altri iniziava ad aprirle i bottoni della camicetta. Non lo fermò, né con le parole né con le mani, proprio come lui le aveva ordinato. Non ebbe nemmeno il conforto che fosse Bruno il primo. Visto il suo atteggiamento, dubitava molto che avrebbe partecipato.
Non era una novità. Da tempo, gli incontri tra la coppia erano rari se non c’erano terzi di mezzo. Almeno questa volta non avrebbe dovuto vedere il suo fidanzato rotolarsi con un’altra davanti a lei. La sua cecità era tale che quello che facevano a lei le importava quasi niente; ciò che davvero la faceva morire di gelosia era vederlo tra le mani di un’altra donna. I gemiti altrui provocati da lui le si conficcavano nell’anima come pugnali.
—Cazzo, che tette! —esclamò quello che le stava mettendo le mani addosso senza pudore, strappandole il reggiseno di colpo—. Guarda come rimbalzano, la gran puttana!
Il tipo si era già liberato della camicetta e le giocherellava con i seni con voracità, stringendoglieli, succhiandole i capezzoli finché non le rese duri e arrossati. Noa non staccava gli occhi da Bruno, con la speranza che si ricredesse e ponesse fine a quella tortura. Ma quel codardo non le reggeva nemmeno lo sguardo; si limitava a giocare con la console senza dare la minima importanza a ciò che stava accadendo intorno a lui.
Gli altri due, che fino a quel momento avevano aspettato nelle retrovie, si gettarono sulla preda. In sei mani la spogliarono completamente, strappandole la gonna e le mutandine con un solo strappo. Uno le aprì le gambe fino in fondo per infilarle due dita nella fica senza preamboli, rovistando dentro con brutalità; un altro le leccò le tette e le morse i capezzoli fino a farla gemere; il terzo le infilò la lingua in bocca con violenza mentre le stringeva il culo con entrambe le mani. Toccavano tutto ciò che volevano toccare, le leccavano la pelle senza delicatezza, con il tacito assenso della ragazza e il consenso implicito del suo ragazzo. Le guidarono le mani verso i loro cazzi già duri e, poi, si abbassarono i pantaloni in fretta prima di sedersi sul divano, uno accanto all’altro, con i cazzi eretti puntati al soffitto, tra battute e risate.
—Dai… occupati di noi. Succhia, troia.
—Sì, sì. Mamelamelo bene.
—E a me!
Questa volta Bruno ignorò il tono con cui trattavano la sua ragazza, preso com’era dalla partita.
Rassegnata, Noa si inginocchiò e si rivolse al primo che aveva vicino. Le era indifferente iniziare da uno o dall’altro: sapeva che avrebbe finito per accontentarli tutti e tre. Respirò a fondo e agì come voleva il suo fidanzato.
Afferrò il primo cazzo con la mano, ci sputò sopra e se lo mise in bocca di colpo, fino in fondo. Il tipo gemette e le afferrò i capelli con entrambe le mani, dandole il ritmo, inculandole la gola finché gli occhi le si riempirono di lacrime e un filo di bava le rimase appeso al mento. Quando lui la lasciò andare, con conati di vomito, lei non perse tempo: passò al secondo, lo ingoiò allo stesso modo, succhiando con la lingua avvolta attorno al glande, su e giù con le labbra strette. Con la mano libera masturbava il terzo, alternando saliva e polso, senza smettere di succhiare. Andava da un cazzo all’altro senza sosta, sputando, ingoiando, leccando i coglioni, prendendoseli in bocca uno a uno, mentre loro la insultavano tra un gemito e l’altro dicendole che era una troia, una zoccola, la miglior succhiacazzi del campus.
Ogni volta che si prendeva uno in bocca, mentre la lingua lavorava sulla vena che percorreva il glande, la assaliva sempre lo stesso oscuro rimorso: cosa avrebbe pensato sua madre se l’avesse vista in quel momento, in ginocchio, nuda, con la faccia cosparsa di saliva altrui e tre cazzi che si alternavano tra le sue labbra. Sua madre la chiamava tutte le sere, le chiedeva se mangiava bene, le ricordava di pregare. E lei le mentiva senza pudore. Sua madre avrebbe avuto il cuore spezzato se avesse saputo che la sua unica figlia dormiva raramente da sola, e che quando si inginocchiava non era certo per parlare con Dio.
Lasciò libera la mente, smise di pensare e agì con precisione. Non erano ancora passati tre mesi da quando aveva iniziato e già aveva poco da imparare dalle sue rivali più esperte. Passò da uno all’altro come un’ape da un fiore all’altro, finché non li portò a suo piacimento, con i cazzi gonfi, pulsanti, bagnati della sua saliva. Il suo unico sollievo fu scoprire che quella volta non la stavano filmando, come avevano fatto altre volte. Sospettava che fosse proprio Bruno a far circolare quei video tra i compagni di corso, ma al suo cuore innamorato era più facile dare la colpa a terzi.
—La tua ragazza è un portento, Bruno. Ingoia come una campionessa.
—Una fuori serie. E quella fica, cazzo, quella fica sta chiedendo guerra.
—Dovrai prestarmela quando ti sarai stancato di lei.
Quest’ultimo commento non le fece affatto piacere, e con un barlume di amor proprio finse di tirarsi indietro.
—Stai zitto, idiota! —protestò Bruno alzando la voce—. Non ascoltarlo, piccola. Continua, che lo stai facendo molto bene.
—Davvero?
—Certo. Non fermarti adesso. Fai loro quella cosa che piace a me… lo sai. Montateli.
—Sì.
***
Incoraggiata da quelle briciole, Noa si mise a cavalcioni su uno di loro. Prese il suo membro, lo strofinò contro le labbra della figa per lubrificarlo con la propria umidità e cercò di guidarlo all’indietro, verso il buchino stretto, ma il ragazzo non era all’altezza e scivolava senza riuscire ad agganciare del tutto.
—Dai, ragazzi, fate un po’ di spazio.
—Eh, se ce l’hai corta non è colpa nostra!
—Chiedilo a tua madre!
—Magari.
Tra le risate, due di loro si spostarono per lasciarle più spazio. Noa provò un’altra posizione, quella che di solito adottava quando Bruno desiderava contemplare la scena da una buona angolazione. Si voltò, di spalle al suo compagno, si allargò le natiche con entrambe le mani e si sistemò da sola, puntando il glande contro l’anello già maltrattato del suo culo.
Trattenne il respiro e si lasciò andare. Il cazzo entrò con una sola spinta brutale, attraversandola fino alla base. Oltre a un dolore intenso, che le strappò un urlo capace di raschiarle la gola, ottenne un’altra cosa con quel grido: che Bruno lasciasse la console da parte e fissasse l’attenzione su di lei. Era una ricompensa minima, lo sapeva, ma aveva così tanto bisogno del suo affetto che accettava tutto come buono.
Senza dar tempo al corpo di abituarsi, cominciò a muovere i fianchi, su e giù sul cazzo, consapevole che i suoi gesti di dolore aggiungevano un ulteriore tocco di morboso al suo amato. Quello sotto di lei le afferrò le tette con entrambe le mani, le strinse, le pizzicò i capezzoli mentre la spingeva dal basso, infilzandoglielo nel culo ancora e ancora. Noa gemeva, ansimava, mordeva l’aria; sentiva ogni centimetro di quel cazzo farsi strada dentro di lei, graffiandola dall’interno. Il tipo la prese per i fianchi e la infilzò con più forza, più veloce, fino a quando con un ringhio animale si svuotò fino in fondo alle sue viscere, riempiendola di sperma caldo, mentre lei continuava a gemere con la bocca aperta e la lingua fuori.
Bruno si tirò fuori il membro e si masturbò con lentezza, ammirando come la sborrata altrui cominciasse a colare alla sua ragazza lungo l’interno della coscia. Noa lo interpretò come una vittoria di Pirro: almeno uno dei due si stava godendo quella scena. Si sollevò un poco per far tornare la circolazione alle gambe, sentendo come lo sperma le uscisse dall’ano spalancato e le scorresse giù per le natiche, ma presto un altro rivendicò il suo turno e tornò nella stessa posizione.
La seconda volta fu più semplice. Quello che l’aveva preceduto aveva fatto da lubrificante, e il culo, ormai allargato e unto di sperma, permise al suo corpo di adattarsi con più facilità. Questo secondo tipo la penetrò con una sola spinta, fino a schiacciarle i coglioni contro le natiche, e cominciò a scoparsela con una cadenza selvaggia, senza tregua, facendo urtare carne contro carne con un suono umido e osceno che rimbombava nel salotto. Le afferrò i capelli, tirandole la testa all’indietro, mentre le mordeva il collo e le sussurrava oscenità all’orecchio: «troia», «zoccola», «ti piace da impazzire che ti distruggano il culo, vero?». Ma ciò che la motivò di più fu vedere la faccia di Bruno, ebbro di piacere, che si masturbava in suo onore, con il cazzo lucido tra le dita. Se il suo ragazzo era felice, lo era anche lei. Decisa a dare tutto, si impegnò al massimo, rimbalzando su di lui con tutta la sua energia, stringendo l’ano attorno al cazzo altrui, strappando urla al suo secondo amante mentre il dolore continuava a non diminuire. Quando il tipo venne, lo fece urlando, sparando un’altra densa scarica nelle profondità del suo intestino, e solo allora la lasciò andare, facendola ricadere in avanti, con le gambe tremanti e il culo che gocciolava.
—Uff, che finale! —biascicò il tipo tra le risate—. Un giorno o l’altro mi ucciderai. Hai il culo come un aspirapolvere, cazzo.
Noa preferì ingoiare il proprio orgoglio e fare la sorda. Aveva problemi più urgenti degli insulti: le bruciava tutto, le pungeva l’ano dilatato, era sicura di sanguinare, e le restava ancora il terzo, il più feroce, quello con il cazzo più grosso e più lungo dei tre. Spezzata, senza forze, pensò di gettarsi a terra e offrirsi all’ultimo in modo che il suo ragazzo non perdesse nemmeno un dettaglio. Ma non lo fece: sapeva che a lui non sarebbe piaciuto, voleva che fosse sempre lei a prendere l’iniziativa, così si preparò a ripetere la manovra un’altra volta.
Appena sentì la pressione del glande enorme contro il suo ano vinto capì che qualcosa non andava. Vedeva le stelle. Il cazzo era troppo largo, troppo duro, e il suo corpo non aveva più nulla da dare. Bruno lo intuì vedendola esitare.
—Dai, piccola. Guarda come mi stai mettendo, non mi deludere adesso. Ingoiatelo tutto.
Noa strinse i pugni, serrò i denti e, centimetro dopo centimetro, cedette. La testa del membro forzò l’anello con un dolore lacerante che le risalì la schiena fino alla nuca. Pianse, ansimò, sentì la carne stirarsi fino al limite, ma non abbandonò il suo proposito di dare tutto, regalando a quell’indesiderabile una scopata che non avrebbe mai dimenticato e al suo ragazzo lo spettacolo che cercava. Il tipo la prese per i fianchi e la obbligò a scendere ancora, e ancora, infilzandola senza pietà. Eppure non bastava ancora.
—Voglio che la tieni tutta, mi senti? Tutta. Fino ai coglioni —le ordinò lui senza smettere di toccarsi.
Lei annuì; il dolore era così enorme che le parole non le uscivano. Con gli occhi chiusi soffiò, si contorse, sentì come qualcosa dentro di sé si spezzasse come mai prima, uno strappo sordo, caldo, umido, ma nemmeno quello la fermò. Abbassò gli ultimi centimetri di colpo e restò lì, infilzata completamente, sentendo il cazzo pulsare fino in fondo alle sue viscere. Il tipo, sentendo il fondo cedere, le afferrò i seni e cominciò a muoverla su e giù, spingendo da sotto con tutta la sua forza, massacrando il culo distrutto fino a quando, proprio mentre Noa credeva di spezzarsi in due, esplose nelle profondità più intime, scaricando getto dopo getto di sperma mentre lei ansimava con la bocca aperta e le lacrime che le scivolavano sulle guance. La ridusse a pezzi.
—Molto bene, molto bene. Così, amore mio. Sei la migliore.
La ragazza crollò sul divano in posizione fetale, con le gambe aperte e le tre scopate che le uscivano dall’ano aperto gocciolando sulla tappezzeria. A stento riuscì ad aprire le palpebre. Le bruciava tutto, ma le parole soddisfatte di Bruno compensavano. Lui si avvicinò, si fermò davanti a lei con il cazzo in mano, se lo scrollò ancora per qualche secondo e le venne sulla faccia, così vicino da non poter fallire. I primi getti le caddero sulla fronte e sulle palpebre; i successivi, più densi, sulle labbra e sul mento. Noa non aspettò nemmeno l’ordine: anticipandolo, aprì le labbra per ricevere gli ultimi resti, tirò fuori la lingua e li raccolse con fame, e li ingoiò con devozione, come se fossero il più delicato dei nettari.
—Eh, voglio anch’io! —protestò uno.
—Anch’io.
—Glielo facciamo tutti e tre insieme. Decoriamo il faccino alla bambolina.
L’anima si spezzò in un altro pezzo quando Bruno, invece di impedirlo, tirò fuori il telefono per filmare la scena. I tre si misero davanti a lei, si scrollarono i cazzi a pochi centimetri dalle sue guance e, uno dopo l’altro, tra gemiti e risate fragorose, la coprirono di sperma. Getti grossi le attraversarono la fronte, si appiccicarono alle ciglia, le scorsero lungo il collo e le tette. Noa sopportò stoicamente i commenti sul suo fisico mentre loro si masturbavano davanti a lei. Conservò un po’ di dignità rifiutandosi di aprire la bocca: non voleva che il seme del suo ragazzo si mescolasse con quello di quegli indesiderabili. Tenne le labbra serrate, sentendo la lefa altrui accumularsi sopra di lei, densa, tiepida, umiliante.
***
Quando lo spettacolo terminò, Bruno tornò alla console con i suoi amici tra le risate. Non ebbe nemmeno la delicatezza di interessarsi a lei, che rimase per un po’ immobile, con il viso e il petto imbrattati, gestendo in silenzio ciò che era accaduto. Il corpo le chiedeva di piangere, ma non lo fece per paura della sua reazione: lui non sopportava affatto le manifestazioni di debolezza.
Rimase nuda, esattamente come lui desiderava, senza coprirsi davanti ai suoi amici, con lo sperma che le colava sulla pelle e tra le cosce. Nonostante tutto era ancora una ragazza pudica, ed esibirsi non le riusciva bene. Quando si riprese, si avvicinò per baciarlo, ma lui la respinse senza staccare gli occhi dallo schermo.
—Non ti azzardare a baciarmi con quella roba in faccia! Che schifo, puzzi da far schifo, puzzi di sperma.
—Certo, scusa. Meglio che mi faccia una doccia prima.
—Meglio nella tua residenza, che qui tocca a me pulire il bagno e mi viene la pigrizia.
—S… sì. Come vuoi.
—Adesso puoi andare, abbiamo da fare. Ti chiamo dopo.
Però Noa non si mosse.
—Che vuoi?
Lei sospirò, strinse leggermente i pugni e scese di un altro gradino nella sua personale scala verso l’inferno. La sua parte sottomessa tornò a prevalere su quella prudente.
—Vuoi che te lo pulisca prima di andare via? Con la bocca.
L’offerta provocò un coro di risate tra i compagni di un Bruno che si fece pregare.
—Per favore! —supplicò lei, saltellando nervosamente.
—Va bene, se insisti.
Ancora una volta si inginocchiò. Ignorò le allusioni dei presenti sulla sua passione e si dedicò al compito con la lingua. Gli prese il cazzo flaccido tra le labbra, lo lavò lentamente con la bocca, passando la lingua sul glande, sul frenulo, sui coglioni, succhiando ogni piega, ogni goccia secca. Ben presto il cazzo tornò a indurirsi dentro la sua bocca, gonfiandosi contro il palato. Lei non si fermò; continuò a succhiare, aumentando il ritmo, ingoiandoglielo fino in fondo alla gola fino a farlo sparire tra le sue labbra. Quando diede il lavoro per concluso, fece per allontanarsi, ma la sua mano glielo impedì.
—Continua.
Restò immobile per qualche secondo e, senza toglierglielo dalla bocca, annuì. Dimenticando il proprio dolore, gli regalò tutto il piacere che seppe. Incavò le guance, strinse le labbra, aiutò con la mano alla base del cazzo, fece girare la lingua attorno al glande con pazienza. Conosceva fin troppo bene le reazioni del suo amato e sapeva che non ci sarebbe voluto molto. Quando lui le afferrò la testa con entrambe le mani e cominciò a scoparle la bocca al ritmo che voleva, spingendole la gola finché le saltarono le lacrime, capì che la fine era vicina. Lo accolse in bocca, getto dopo getto, sentendo lo sperma denso e caldo riempirle la lingua, e lo ingoiò fino all’ultima goccia, come di consueto. Non era il bacio di cui aveva bisogno, ma era meglio di niente.
—Brava ragazza —sussurrò lui, con la stessa passione con cui si loda un animale domestico per aver riportato la palla.
—Grazie.
—Adesso vai, sul serio abbiamo da fare. Ci vediamo domani a lezione.
—Certo, non preoccuparti, amore. Vado subito.
—Ah, quasi dimenticavo: devo regolare i conti con il padrone di casa. Sarebbe bello che domani venissi e sistemassi la mia situazione, come il mese scorso. Sai, ho tante spese.
—Sì… lo so. Mi… mi accompagnerai?
—Accompagnarti? Che pigrizia, e a che pro? Sai già cosa devi fare. Devi solo essere gentile con il vecchio, aprirgli le gambe e lasciarlo venire dove vuole, e fine.
Noa si vestì senza lavarsi, raccolse la borsa e resistette fino al pianerottolo successivo prima di scoppiare a piangere. Fece in modo che lui non la vedesse; non voleva deluderlo mostrandosi così.
***
Il giorno dopo non usò l’ascensore: il proprietario dell’edificio viveva al primo piano. Dopo aver saldato i conti — in ginocchio sul tappeto polveroso dell’ingresso, con la gonna tirata su e la bocca piena del cazzo raggrinzito del vecchio, mentre lui le pizzicava i capezzoli e le ringhiava oscenità fino a venire sulla sua lingua — volle salire a vedere il suo ragazzo, pur sapendo che lui non l’avrebbe toccata finché non si fosse fatta una bella doccia. Poco prima di arrivare incrociò Bianca, l’ex di Bruno, e un’altra compagna di corso, che la guardarono con un sorriso irritante quanto eloquente.
—Hai già pagato l’affitto? —le dissero ridendo.
Noa si fermò sulle scale, combattuta tra salire o andarsene. Quando smise di piangere, riprese il cammino verso l’alto.
—Ragazze, ragazze! Non ne avete ancora abbastanza? In due mi uccidete —disse Bruno aprendo la porta, ancora ridendo.
Il sorriso gli si congelò nel vedere chi era. Nervoso, si strinse un po’ di più il minuscolo asciugamano addosso.
—Ah, sei tu, amore! Com’è andata? Tutto sistemato?
—Sì —mormorò lei con un filo di voce, ingoiando l’orgoglio per l’ennesima volta—. Tutto sistemato.
—Fantastico! Sei la migliore.



