Il gioco di sottomissione che Renata impose quel pomeriggio
Credevo che avrei passato un pomeriggio tranquillo nello chalet di Renata. Non immaginavo che avrei finito col trattenere il respiro mentre lei dava ordini a Ximena.
Credevo che avrei passato un pomeriggio tranquillo nello chalet di Renata. Non immaginavo che avrei finito col trattenere il respiro mentre lei dava ordini a Ximena.
Mi ordinò di spogliarmi e lasciai che le sue mani stringessero ogni cavo contro la mia pelle. Quando cominciai a bagnarmi, capii che non si poteva più tornare indietro.
Lui decideva quando spogliarmi, quando legarmi e davanti a chi. Io dovevo solo obbedire, e scoprii che obbedire mi accendeva più di quanto avessi mai ammesso.
Gli ordinai di restare in ginocchio e non muoversi. Ciò che venne dopo gli insegnò che, con me, obbedire non è un’opzione: è l’unica regola che esiste.
Ho resistito per tutto il pomeriggio pensando all’istante esatto in cui avrei varcato quella porta e lui avrebbe capito, di nuovo, per cosa era lì.
Molte persone mi chiedono da dove venga il mio fetish per i guanti di gomma. Quasi nessuno conosce la risposta. È cominciato un venerdì, nella stanza di mia zia, con la porta chiusa a chiave.
Lavoravo da tre mesi e mi ci aggrappavo come all’oro. Quella mattina, sola con lui prima dell’apertura, scoprii quanto mi piacesse obbedire.
Il receptionist mi consegnò un pacco senza mittente. Dentro c’era un plug di metallo e un biglietto con la sua grafia: «Per il nostro appuntamento, voglio che lo indossi».
Trovai le sue mutandine piegate sull’ultimo gradino, ancora tiepide, e capii che non era una dimenticanza: era un ordine che dovevo obbedire in ginocchio.
Il mare mi ha sputato sul ponte di uno yacht senza un solo uomo a bordo. Quando mi sono svegliato la seconda volta, avevo già il loro vestito addosso e non capivo perché mi lasciassi fare.
Lessi il nome sull’etichetta del cadavere e il cuore mi balzò in gola: era lei, la stessa che mi aveva umiliato per sei anni. E ora era immobile, alla mia mercé.
Le avevo chiesto una sola condizione quella sera e, quando entrò dalla porta, capii dal modo in cui mi guardò che aveva deciso di obbedirmi fino in fondo.
Mi lanciasti le tue mutandine ancora tiepide e un sorriso. «Mettele e aspettami», dicesti. Due ore dopo ero ancora in ginocchio, a contare i minuti fino al tuo ritorno.
Ero salito per offrirle aiuto da bravo vicino. Ne sono sceso molto diverso, inginocchiato nel suo bagno e obbediente a ogni parola che usciva dalla sua bocca.
Avvicinai il naso ai suoi capelli senza pensarci, una volta, due, tre. Quando girò la testa e mi chiese se mi piaceva, capii che non c’era più ritorno.
Scesi da lei credendo fosse un normale favore tra vicini. Mi accolse con un sorriso che non ammetteva domande e con un ordine a cui non seppi negarmi.
La prima volta che mi mise il collare capii che non c’era più ritorno: sarei sceso ogni volta che lei avesse chiamato, pronto a obbedire a qualsiasi ordine uscisse dalla sua bocca.
Volvió a bloquearme de todo y reapareció con una novia «decente». Craso error: nadie le quita su juguete a una mujer como yo sin pagarlo caro.
Quando trovai una delle sue scarpe dimenticata nello spogliatoio, avrei dovuto lasciarla dov’era. Invece attraversai mezza città per restituirgliela, e tutto andò storto.
Sono le due del pomeriggio, lo sto accarezzando da ore e non gli ho ancora dato il permesso di venire. Oggi comando io, e lui impara ad aspettare.