La mia guerra di bombette è finita con lui che mi dominava
Gli ho gridato che il cancello era aperto così sarebbe entrato con le mani occupate. Quello che non aveva previsto era la bombetta che lo aspettava oltre la soglia.
Gli ho gridato che il cancello era aperto così sarebbe entrato con le mani occupate. Quello che non aveva previsto era la bombetta che lo aspettava oltre la soglia.
Scesi al bacino per sfuggire al caldo e finii sdraiato sulla riva, incapace di muovermi, mentre le dita di una sconosciuta decidevano a quale ritmo mi sarei arreso.
Per anni ho fantasticato di servire una donna che mi volesse ai suoi piedi. Renata non fingeva di dominare: lo faceva con una calma che mi toglieva il fiato.
Mi ha appoggiato i piedi sulle gambe, mi ha ordinato di slacciare i lacci dei sandali e, con un sorriso tutt’altro che innocente, ha detto che quello era il prezzo del suo silenzio.
Le offrii di controllarle la caviglia come medico. Lei accavallò la gamba, avvicinò il piede al mio viso e capii, in quell’istante, chi comandava davvero.
La regola era sempre stata la stessa: la sua verginità era intoccabile. Quella notte, davanti a una sala di uomini avidi, quella regola si sarebbe spezzata per il miglior offerente.
Scesi nello studio quella notte solo per scoprire il piano che avevano per me. E, invece di fuggire, mi inginocchiai e dissi sì a tutto.
Nessuno osava muoversi, finché lei alzò il flacone d’olio verso gli sconosciuti e, senza dire una parola, li invitò a entrare nel gioco.
So che non dovrei, ma ogni volta che cammino sola di notte lo cerco con lo sguardo: quello sconosciuto che mi schiacci contro un muro e non mi chieda permesso.
Da settimane immaginavo una notte così, senza nomi né promesse. Non avevo immaginato che lui mi osservasse dal bancone come se sapesse già tutto.
Mi svegliai illesa in un letto che non era il mio, guarita da uno sconosciuto di bellezza impossibile. Ciò che non mi disse fu quello che quella cura aveva fatto al mio corpo... e al mio desiderio.
Mi ordinò di aprire le gambe e appoggiare le mani dietro la nuca. Quello che lui credeva un normale controllo era, in realtà, l’inizio del mio gioco.
Per un anno ha sognato il giorno in cui avrebbe potuto restituirgli ogni inganno. La notte del Giorno dei Morti, un amuleto di ossidiana le offrì esattamente quello.
Entrò senza invito, con un sorriso che prometteva piacere e nascondeva la fame. Quella notte, ogni corpo che toccò smise di appartenere per sempre a se stesso.
Gli ho mandato la foto di una scatolina e quattro parole: «stanotte giocherò con te». Non sapevo che il nuovo giocattolo non fosse per me, ma per lui.
Non l’ho mai detto al mio compagno. Ma quando chiudo gli occhi non sono io a decidere: qualcuno entra, mi trattiene e il mio corpo smette di obbedirmi.
Porto il tanga sotto il pantaloncino e nessuno lo sa. È il mio segreto in bici, l’inizio della fantasia che ripasso in testa all’infinito.
Avevo le pinze che mi mordevano i capezzoli e la catena tesa tra le dita di Adrián. Bastava una parola per fermare tutto. Non la dissi.
L’avevo contro il muro quando squillò il cellulare. Le ordinai di rispondere in videochiamata: la sua amica avrebbe visto fin dove arrivava la sua obbedienza.
Si ripeteva di essere una donna perbene, ma quella notte, nella stanza d’albergo, scoprì quanto desiderasse obbedire a ogni mio ordine.