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Relatos Ardientes

La vedova che tornò a casa in ginocchio

Per un intero anno, il sabato appartenne a loro quattro. Cominciavano sempre allo stesso modo: l’auto si fermava sulla ghiaia del complesso residenziale alle nove in punto, e Mariela scendeva per prima, il cappotto lungo che le sfiorava le caviglie come una promessa. Dietro veniva Adrián, una mano appena posata sulla schiena di lei, un gesto che diceva tutto senza dire niente.

Ad aprire la porta era Lorena. Aspettava con la testa bassa e una calma imparata, come se si stesse preparando da ore per quell’istante. Accanto a lei, Esteban aspettava in silenzio, gli occhi chiusi, già consegnato prima ancora che iniziasse qualcosa.

—Giù —diceva Mariela, voce bassa, mai alzata—. Tutti e due. Nudi prima che scendiamo noi.

E i due scendevano senza voltarsi indietro, lasciando i vestiti sul pianerottolo come una pelle vecchia.

Il seminterrato sapeva di cuoio e di desiderio trattenuto per tutta la settimana. Pareti scure, un letto enorme, specchi che moltiplicavano ogni movimento. Lì non c’erano bicchieri né conversazione. Solo carne offerta, adorata, portata fino a un limite che ogni sabato si spostava un po’ più in là. Esteban imparò a succhiare il cazzo di Adrián a occhi chiusi e con le mani legate dietro la schiena, mentre Mariela gli affondava due dita nel culo a Lorena e le sussurrava all’orecchio quanto si aprisse bene per lei. Adrián veniva in bocca a Esteban e poi lo costringeva a baciare Lorena perché si dividessero il seme tra le due lingue. Mariela osservava tutto dalla poltrona, le gambe aperte, la mano destra che si lavorava la figa bagnata senza alcuna fretta, dando l’ordine successivo quando le andava.

***

Fuori da quelle notti, l’amicizia era cresciuta come un rampicante, bella e un po’ pericolosa. Adrián ed Esteban si chiudevano nello studio con una bottiglia di vino costoso e parlavano fino all’alba. Esteban gli raccontò di come aveva costruito il suo fondo d’investimento da zero, di come il suo primo matrimonio fosse marcito per l’ambizione, di come i suoi figli lo guardassero come un’eredità con la data di scadenza.

Una notte, con gli occhi lucidi di vino e di cose non dette, gli mise una mano sulla spalla.

—Tu sei il figlio che la vita mi ha negato.

Adrián sentì qualcosa spezzarsi nel petto. Pianse davanti a qualcuno che non fosse Mariela, per la prima volta in vita sua.

Mariela e Lorena, nel frattempo, erano diventate inseparabili. La stessa palestra al mattino, gli stessi frullati condivisi sulla panca degli spogliatoi, gli stessi negozi di lingerie dove provavano insieme lo stesso completo di pizzo nero e tornavano a casa con una risata complice. Parlavan o di moda, di dividendi, della differenza esatta tra essere donna ed essere desiderata. Lorena aveva quarantaquattro anni e un’eleganza che nessuna ragazza di vent’anni poteva imitare, e lo sapeva.

L’intero mondo sembrava un fuoco che loro quattro avevano imparato a controllare.

***

Fino a quel martedì d’agosto in cui il telefono squillò alle sette del mattino e la voce rotta di Lorena disse solo due parole: «Esteban è morto».

Lo trovò freddo nel letto, accanto a lei. Quando arrivarono in ospedale, Lorena era avvolta in una coperta grigia, a fissare un punto fisso sulla parete. Vedendoli, crollò. Mariela la abbracciò così forte da farle quasi male. Adrián rimase in piedi, i pugni serrati, la rabbia che gli saliva in gola come acido.

I figli di Esteban apparvero a mezzogiorno. Due uomini sulla cinquantina, abiti scuri, facce di pietra. Non guardarono Lorena. Né una parola, né un gesto.

Al funerale, quando lei cercò di posare una rosa sulla bara, il maggiore le afferrò il braccio e le sussurrò all’orecchio qualcosa di velenoso. Adrián fece un passo avanti. Un solo colpo, secco, pulito, e l’uomo finì a terra. Mariela prese Lorena per il braccio e la portò via da lì senza voltarsi indietro.

Il testamento fu letto una settimana dopo. La voce neutra del notaio divise tutto tra i figli legittimi e la prima moglie. A Lorena, niente.

Vendette quel poco che era suo. Il grande appartamento diventò quaranta metri senza ascensore in un quartiere rumoroso. A quarantquattro anni, con due lauree e un master, nessuno la assumeva. Fece qualche servizio fotografico per cataloghi. Il denaro le bastava appena per l’affitto.

E il vuoto era troppo grande, un buco che ogni notte la inghiottiva intera.

***

Novembre. Pioggia torrenziale sulla città. Il campanello suonò alle undici e un quarto di notte.

Mariela aprì in vestaglia di seta, i capelli ancora umidi della doccia. Lorena era sulla soglia, fradicia fino alle ossa, il vestito attaccato al corpo, le scarpe perse chissà in quale pozzanghera. Tremava. Senza trucco, senza orgoglio, senza niente.

—Lorena…

Crollò in ginocchio sullo zerbino, l’acqua che formava una pozza scura intorno a lei.

—Non ho nessun altro —sussurrò, la voce rotta—. Vi prego… aiutatemi.

Mariela la sollevò, la fece entrare, chiuse la porta con il piede. Adrián scese le scale e si fermò a metà, il cuore in gola.

—Ho venduto tutto. Non mi è rimasto niente. Non mi è rimasto nessuno.

La portarono sul divano. Mariela le tolse i vestiti bagnati con una cura quasi materna, la avvolse in una coperta spessa, le strofinò le braccia per restituirle calore. Adrián portò un asciugamano caldo e si sedette di fronte, in silenzio, guardandola come si guarda qualcosa che si credeva perduto.

—Non voglio carità —disse Lorena alla fine—. Voglio appartenere. Voglio tornare a sentire di avere un posto. Anche se è in ginocchio.

Mariela e Adrián si guardarono sopra la sua testa. In quel secondo ci stava un’intera conversazione.

—Rimani —disse lui, voce bassa e ferma—. Ma alle nostre condizioni.

Lorena annuì prima ancora che finisse la frase, come se aspettasse quelle parole da mesi.

***

Quella notte la fecero dormire in mezzo al letto grande. Credevano che si fosse addormentata subito, sfinita da tanto piangere.

Non lo era. Nel buio, li sentì cercarsi. Sentì lo sfregare delle lenzuola, il respiro di Mariela quando Adrián la attirò a sé, il bacio lento e umido che si diedero a un palmo dalla sua schiena. Sentì il clic della lingua di lui che scendeva lungo il collo di lei, il piccolo scricchiolio della seta scostata, il gemito soffocato quando la bocca di Adrián si chiuse su un capezzolo e cominciò a succhiarlo piano, con la calma di chi conosce ogni battito di quella pelle. Sentì le dita di lui scendere fino alla figa di Mariela e separarle le labbra bagnate, sentì il rumore liquido di quelle dita che entravano e uscivano, il modo in cui Mariela stringeva le cosce attorno al polso di suo marito per non gridare.

Poi, il silenzio di due secondi e quindi il cazzo duro di Adrián che spingeva piano, appena due centimetri per volta, fino a seppellirsi tutto nella figa di Mariela. Un ansito lungo, trattenuto, e i fianchi che cominciavano a muoversi con una cadenza lenta, oscena, la carne che batteva contro la carne appena un sussurro. Mariela si mordeva il labbro per non svegliarla, e ogni gemito ingoiato era più intimo di qualunque urlo. Adrián le sussurrava all’orecchio «così, zitta, non svegliarla, dammelo tutto zitta», e lei gli affondava le unghie nella schiena mentre veniva in silenzio, tutto il corpo che tremava sotto il suo peso.

Lorena sentì il calore salirle tra le gambe come una corrente. Portò la mano in basso, piano, in silenzio, e si trovò la figa bagnata, gonfia, palpitante. Si accarezzò il clitoride con la punta del medio, facendo piccoli cerchi al ritmo esatto dei fianchi di Adrián, immaginandosi il suo cazzo dentro di lei, immaginandosi la lingua di Mariela che le leccava i capezzoli. Si infilò due dita dentro e le mosse lentamente, stringendo le cosce, mordendosi l’avambraccio fino a lasciarsi il segno dei denti. Quando Adrián venne con un ringhio rauco svuotandosi dentro Mariela, Lorena venne pure lei, tremando tutta, gli occhi pieni di lacrime che non sapeva se fossero di piacere o di pura nostalgia, le dita bagnate del suo stesso orgasmo che le colava sul polso.

Poi, per la prima volta dopo mesi, i tre dormirono abbracciati, come se nulla si fosse mai rotto.

***

La mattina dopo, con il sole che entrava tiepido dalle vetrate, i tre si sedettero al grande tavolo. Un foglio, una penna, tre copie.

—Questa non è una gabbia travestita da favore —disse Mariela, la voce tranquilla ma ferma come l’acciaio—. È un accordo tra tre persone. Tu guadagni, noi guadagniamo. E se un giorno smette di funzionare, lo strappi, te ne vai a testa alta e con il conto pieno. Chiaro?

Lorena annuì, gli occhi ancora gonfi, ma lucidi di qualcosa che somigliava alla speranza.

L’accordo era chiaro. Lei avrebbe vissuto con loro e gestito il patrimonio di famiglia con piena libertà, in cambio di una percentuale dei profitti. Dentro casa, sarebbe stata loro. La parola di sicurezza sarebbe stata «Esteban»: pronunciandola, tutto si sarebbe fermato all’istante. E un’ultima clausola, scritta a mano da Mariela su richiesta di Lorena la notte precedente: se un giorno avesse voluto andarsene, avrebbe potuto farlo senza rancore e restando comunque famiglia.

Lorena lesse ogni riga ad alta voce. Quando finì, il silenzio durò alcuni secondi eterni.

—Vuoi cambiare qualcosa? —chiese Adrián.

—Solo ringraziarvi —disse lei.

I tre firmarono. Mariela chiuse la penna e la guardò con un sorriso pericoloso.

—Benvenuta a casa. Adesso dimostralo.

Lorena non esitò nemmeno per un secondo. Scivolò sotto il tavolo di mogano, spinse via le sedie con le mani e si inginocchiò tra le cosce di Mariela. Le aprì la vestaglia con i denti, le morse l’interno della coscia destra fino a strapparle un gemito breve, e le separò le labbra della figa con due dita bagnate. Cominciò piano, la lingua piatta a leccarla dal basso verso l’alto, percorrendole tutta la fessura bagnata, fermandosi appena sul clitoride per provocarla. Mariela si aggrappò al bordo del tavolo e gettò la testa all’indietro.

—Più in fondo, tesoro. Mettila tutta.

Lorena obbedì. Le infilò la lingua il più a fondo possibile, fottendole la figa con quella, risalendo ogni pochi secondi a succhiarle il clitoride con le labbra strette. Le piantò due dita e le incurvò cercando il punto esatto che conosceva a memoria. Mariela cominciò ad ansimare forte, le gambe che le tremavano sopra le spalle di Lorena, la figa che colava nella bocca dell’altra donna. Quando venne, venne con un grido rauco e le cosce strette attorno alla testa di Lorena, soffocandola, e Lorena continuò a succhiare fino all’ultima convulsione, ingoiando tutto quello che Mariela le dava.

Poi strisciò in ginocchio sul pavimento fino alla sedia di Adrián. Gli slacciò i pantaloni con le mani tremanti di desiderio, gli tirò fuori il cazzo duro e pulsante, e lo guardò dal basso con le labbra lucide dell’orgasmo di Mariela.

—Posso, signore?

—Prendila tutta. Non fermarti finché non te la ingoio io per te.

Lorena si mise il cazzo in bocca in un solo colpo, fino in fondo alla gola, senza staccare gli occhi dai suoi. Lo tirò fuori piano, lasciandolo brillante di saliva, e lo ingoiò di nuovo fino alla base, soffocandosi appena, lasciando che il filo di bava le colasse dal mento fino alle tette. Lo succhiò con fame vera, la lingua che avvolgeva il glande a ogni risalita, le mani che gli accarezzavano i coglioni. Adrián le affondò le dita nei capelli e cominciò a darle il ritmo, fottendole la bocca piano all’inizio, più forte dopo, mentre lei gemeva col cazzo fino in fondo e si pizzicava i capezzoli eretti.

—Brava ragazza. Ingoia quando vengo. Tutto.

Vennero con un gemito lungo, getti densi che le schizzavano contro il palato, e lei li ingoiò uno a uno senza smettere di succhiare, mungendogli il cazzo con la bocca fino all’ultima goccia. Quando lo lasciò andare, tirò fuori la lingua e mostrò a Mariela che non era rimasto niente. Mariela e Adrián si guardarono oltre il legno e sorrisero.

Così cominciò il nuovo ordine. Perfetto, consenziente, brutalmente bello.

***

Lorena scelse la sua stanza: letto di ferro nero, tende di velluto che non lasciavano filtrare nemmeno un raggio, e sul comodino una foto incorniciata dei tre in spiaggia, abbracciati e sorridenti. Al mattino studiava finanza con le cuffie nelle orecchie, mordendosi il labbro quando sentiva la doccia e sapeva cosa stava succedendo lì dentro. Il pomeriggio cucinava con un grembiule corto e poco più. La notte era loro. E a volte anche la mattina, e il pomeriggio.

Una notte fonda, Mariela la svegliò con la mano già tra le gambe, due dita affondate nella figa addormentata di Lorena e la bocca che le cercava il collo. Lorena aprì gli occhi con un ansito, sentì le dita di Mariela muoversi dentro di lei, inarcò i fianchi per ingoiarle più a fondo. Mariela le fece scendere la lingua sul petto, le morse i capezzoli uno dietro l’altro, le leccò l’ombelico e scese fino alla figa già fradicia.

—Apriti per me, bella. Fammi vedere tutto.

Lorena allargò le gambe fino all’impossibile, e Mariela le mangiò la figa con una calma crudele, succhiandole il clitoride con lente leccate, scopandola con la lingua, risalendo a baciarla sulla bocca perché assaggiasse e poi tornando giù. Quando Lorena fu al limite, Mariela si fermò di colpo e le soffiò piano sul clitoride gonfio. Lorena gemette di rabbia e di desiderio. Mariela sorrise e ricominciò a leccare, e così tre volte, finché Lorena le supplicò con voce spezzata. Venne gridando il nome di Mariela, i fianchi sollevati dal materasso, la figa che colava contro la bocca aperta dell’altra donna, e poi si lasciò mangiare una seconda volta di seguito fino a venirne ancora, senza più forze, aggrappata alle lenzuola.

Quando Adrián tornava dai viaggi, Lorena lo aspettava in ginocchio nell’ingresso, nuda salvo un sottile collare di cuoio nero che Mariela le aveva regalato. Lui posava la valigia a terra, si apriva i pantaloni senza dire nulla, e lei si riempiva la bocca del suo cazzo mentre lui la salutava con un «brava ragazza» rauco e le accarezzava i capelli. A volte la fott eva lì, contro la porta chiusa, sollevandola in braccio e infilandoglielo con una sola spinta mentre lei gli mordeva la spalla per non urlare. Altre volte la portava di peso in salotto e la metteva a quattro zampe sul tappeto, le sputava nel culo, le apriva le natiche con i pollici e glielo infilava da dietro piano, centimetro per centimetro, mentre Mariela scendeva le scale con un bicchiere di vino e si sedeva di fronte a guardare Adrián che fotteva il culo a sua moglie. «Più forte —diceva Mariela senza staccare gli occhi—, che non te la conservi troppo.» E Adrián spingeva fino in fondo, con i fianchi che sbattevano contro le natiche di Lorena, e Lorena veniva due volte col suo cazzo conficcato nel culo prima che lui si svuotasse dentro con un ringhio animale.

E in mezzo a tutto questo, gestiva il patrimonio come una macchina precisa. In sei mesi aveva fatto schizzare la redditività della famiglia. Mariela e Adrián la premiavano con notti intere in cui la usavano per tutti e tre i buchi contemporaneamente, due cazzi e un vibratore e molte ore, notti dalle quali lei usciva supplicando che si fermassero, anche se non usava mai la parola di sicurezza.

Così passarono sei mesi, i più perfetti delle tre vite. La casa sapeva di caffè appena fatto, di sesso recente e di casa ritrovata.

***

Finché un martedì di marzo un corriere lasciò due buste sigillate. Una per la coppia, l’altra per Lorena. Sulla busta, una grafia inconfondibile: Esteban.

Mariela e Adrián aprirono la loro in piedi in cucina. Dentro, gli atti della casa a loro nome e un biglietto breve: «Perché siete la famiglia che ho scelto. Usatela bene.» Lorena aprì la sua seduta sul letto, tremando. Un trasferimento generoso su un conto a suo nome, e un altro biglietto: «Perché tu possa ricominciare da zero. Ma so che tornerai. L’ho sempre saputo.»

Esteban, da dove fosse, li conosceva meglio di loro stessi.

Lorena pianse come una bambina. I tre si abbracciarono sul letto, tutti e tre tremanti. E allora lei fece ciò che credeva giusto: si congedò. Tre baci lunghi, lacrime mescolate, e andò via per ricominciare in un altro quartiere, in un’altra vita.

***

Il silenzio durò tre mesi.

Novembre di nuovo. Pioggia di nuovo. Il campanello alle undici di notte.

Mariela aprì. Lorena era in ginocchio sullo zerbino, fradicia, il vestito appiccicato al corpo, tremante per il freddo e per qualcos’altro.

—Non ce la faccio —sussurrò—. Non riesco a vivere senza di voi. Ho tutto e non ho niente. Voglio essere vostra per sempre. Quello che volete. Ma non lasciatemi mai più fuori.

Mariela la guardò per un secondo eterno. Dietro, Adrián aspettava in silenzio. Questa volta non ci fu nessun contratto da leggere, né clausole da negoziare. Solo una certezza.

—Entra —disse Mariela, tendendole la mano—. E stavolta, per sempre.

Quella notte tutta la casa fu un tempio a mezza luce. La spogliarono nell’ingresso, in due, senza fretta, baciandole ogni centimetro di pelle bagnata. Mariela si inginocchiò davanti a lei e le leccò le gocce che le scendevano lungo le cosce fino alla figa, e lì rimase a mangiarla piano mentre Adrián, dietro, le mordeva la nuca e le stringeva le tette con entrambe le mani. La portarono sotto la doccia con la pioggia che batteva sul vetro da fuori, e lì Adrián la scopò in piedi, con Lorena di spalle contro le piastrelle e una gamba appesa al braccio di lui, mentre Mariela le succhiava i capezzoli sotto il getto di acqua calda. La asciugarono in due con asciugamani grandi e la stesero sul tappeto del salotto, e Mariela le montò la faccia mentre Adrián le apriva le gambe e le affondava il cazzo fino in fondo, e così, tutti e tre collegati, vennero uno dietro l’altro, due volte ciascuno.

Continuarono in cucina, contro il piano freddo, Lorena a faccia in giù con le tette schiacciate contro il marmo mentre Adrián la infilava da dietro e Mariela, seduta davanti, le afferrava i capelli e la costringeva a guardarla negli occhi a ogni spinta. Finirono all’alba nel letto enorme, intrecciati tutti e tre, sudati e sfiniti, con le lenzuola bagnate e l’odore di sesso attaccato alla pelle. Non rimase un angolo della casa senza di loro, e quando finalmente si addormentarono al sorgere del sole, Lorena era in mezzo, con la testa sul petto di Adrián e le gambe intrecciate con quelle di Mariela, sorridendo nel sonno per la prima volta in tre mesi.

***

Anni dopo, quando la casa era piena anche di giocattoli per bambini oltre che di quelli per adulti, qualcuno chiese perché in quella famiglia comandasse lei e a volte lui obbedisse.

Mariela accarezzò i capelli del piccolo e rispose con un sorriso dolce:

Perché l’amore, quando è vero, finisce sempre in ginocchio.

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