Il mio peggior nemico mi ha inculato dentro la macchina distrutta
Ci odiavamo da secoli e volevamo ammazzarci. Non mi aspettavo di finire col suo cazzo fino in fondo mentre l’auto ci si sfaldava sotto.
Ci odiavamo da secoli e volevamo ammazzarci. Non mi aspettavo di finire col suo cazzo fino in fondo mentre l’auto ci si sfaldava sotto.
Da un anno pulivo la sua casa senza che mi guardasse negli occhi. Il pomeriggio in cui mi tolsi le scarpe accanto alla piscina, scoprii che mi fissava i piedi da mesi.
Mi chiese di non lavarmi prima di andare. Pensai fosse solo un capriccio, ma quella notte scoprii fin dove poteva spingersi la mia stessa vergogna.
«Voglio vedere qualcosa di nuovo», disse dalla poltrona. E io sapevo già esattamente con cosa l’avrei sorpreso, anche se significava trascinare Vera con me.
L’aria della stanza si era fatta irrespirabile quando Lui ci guardò e disse che quella notte dovevamo dimostrargli fin dove eravamo capaci di arrivare per il suo piacere.
Bastò sfilare il tacco dal tallone perché smettesse di guardarmi negli occhi. E io scoprii quanto potere potesse stare sulla punta di un piede.
Mi ritoccai davanti allo specchio, sorrisi e tornai in cucina con un piano che nessuno di loro immaginava. Quella sera il menù lo scelsi io.
Mi disse che non l’aveva mai raccontata ad alta voce, che per anni era stata solo una fantasia tenuta nascosta. Quel pomeriggio, finalmente, lasciò che uno sconosciuto facesse di lei ciò che voleva.
Il lucchetto si aprì con uno scatto secco e lei capì, prima ancora di uscire dalla gabbia, che lui era tornato con l’odore di un’altra donna addosso.
Non riuscivo mai a distinguerle. Una mi baciava con tenerezza; l’altra mi legava e mi usava. Solo dopo capii che non c’era mai stato un errore: avevano pianificato tutto insieme.
Bastò una mano ferma sulla sua nuca perché capisse che quella notte le regole le mettevo io. Il resto dipendeva dal suo coraggio di restare.
La prima notte nella cella 118 gli bastò per capire che non era più padrone del suo corpo, ma una proprietà in più dell’uomo della branda sotto.
Il suo culo offerto, la frusta ancora vergine nella mia mano e lei che implora che cominciassi. Ma il piacere del padrone è un altro: farla attendere finché paura e desiderio si confondano.
Mentre mio marito mi succhiava i seni davanti allo specchio, io pensavo a lei e al corpo dell’uomo con cui avremmo cenato quella sera.
Mentre lui faceva bollire il tè, i due uomini legati al tavolo iniziavano a capire che quella notte nessuno avrebbe lasciato il salotto come vi era entrato.
Mi sono svegliata nuda tra i due, il corpo distrutto dalla notte prima, e dal contatto di quella riga verde sulla schiena ho capito che non avevano ancora finito con me.
C’era una porta chiusa accanto alla stanza di Bárbara. L’ho aperta per curiosità, senza sapere che quello stesso pomeriggio sarei finito legato dentro.
Avevo accettato un incontro sull’app tra venti minuti. Non immaginavo che quella stessa notte uno sconosciuto avrebbe deciso per me cosa fare del mio corpo e a chi consegnarlo.
Quando l’anestesia svanì e aprì gli occhi, era già nudo, ammanettato a una sedia e circondato da quattro donne che aspettavano quel momento da un mese.
Sono arrivato alle due di notte con la bocca secca e un solo pensiero in testa: quella sera non avrei posto alcun limite, qualunque cosa accadesse tra i padiglioni.