Lo zio della sposa mi ha trovata in bagno all’hotel
Quando il whisky mi cadde sul vestito rosa capii che quel matrimonio non sarebbe finito come pensavo. Né che lo zio della sposa mi avrebbe cercata nel corridoio più buio.
Quando il whisky mi cadde sul vestito rosa capii che quel matrimonio non sarebbe finito come pensavo. Né che lo zio della sposa mi avrebbe cercata nel corridoio più buio.
Sotto la tuta portavo solo autoreggenti a rete e un tanga di pizzo. Non cercavo un portone qualunque: cercavo il posto dove mi avrebbero trattato come un oggetto.
Ero pronta dalle quattro del pomeriggio, fradicia e vogliosa, quando quell’uomo basso bussò alla mia porta senza immaginare che avrei scoperto il suo soprannome a forza.
Dalla mia sedia a rotelle vidi mia moglie scendere dall’auto al braccio del mio capo. E capii, senza sapere come, che quella notte io sarei stato di troppo nel mio stesso matrimonio.
Quella mattina di settembre vidi entrare la ragazza più timida dell’aula. Ci misi due settimane a capire che la timida dell’aula non era lei, ero io.
Due giorni prima del viaggio, il gruppo si riunì nel solito bar per gli ultimi dettagli. Macchine, bagagli e una nuova ragazza che Mateo non riusciva a togliersi dalla testa.
Quando spinsi la porta metallica pensavo di trovarlo da solo, come sempre. Ma sotto quella lampadina sospesa c’erano altri quattro uomini, e nessuno sembrava avere fretta.
La trovai mentre si mordeva il labbro davanti allo specchio, con il bikini addosso e l’inguine già bagnato. Non avrei aspettato che fosse pronta.
Quattro giorni legato al suo letto, dodicimila euro più ricco e un corpo che non si oppone più allo stesso modo. Il peggio non è ciò che mi fa: è ciò che comincia a brillare nei miei occhi.
Mi hanno suonato mentre lei finiva di stendere. Io mi sono nascosto in camera e l’ho vista andare ad aprire senza niente addosso, solo zeppe e sorriso.
Premetti il citofono con le mani che tremavano. Vent’anni più grande, sadico dichiarato, senza pietà. E io, vergine, a supplicarlo di cominciare non appena chiusa la porta.
Quando vibra il telefono alle quattro del mattino so che è lui, che nessun altro lo ha voluto stanotte e che pagherà qualsiasi cifra pur di farmi andare.
Tre settimane senza sue notizie e non ce l’ho più fatta. Gli ho scritto «holi» e la sua risposta mi ha ricordato l’unica cosa che ero per lui: la sua troia obbediente.
Quando mi indicò in mezzo alla marea di gente, capii che quella notte avrei rotto qualcosa che cercavo da anni di tenere intatto.
Quando Sofía entrò in salotto e trovò l’usuraio legato e suo marito con il fucile in mano, capì che la sua menzogna era arrivata alla fine.
Quando Inés scostò la tenda, la sua ragazza era già sopra un’altra, ansimante per un orgasmo che non era il suo.
Erano passati anni dall’ultima volta che l’avevo vista. Quando si sedette davanti a me a quel bancone e posò la mano sulla mia coscia, capii che la serata non sarebbe finita come immaginava mia cugina.
Sono salito sulla sedia davanti allo specchio, con le gambe in aria per le foto che mi aveva chiesto la mia ragazza. Non immaginavo che lui entrasse, né quello che è venuto dopo.
Morsi il cuscino quando pronunciò quel nome. E allora tutto quello che avevo nascosto per anni cominciò a disfarsi tra le lenzuola, colpo dopo colpo.
Sono scesa in cucina per prendere il ghiaccio e lui ha chiuso la porta alle mie spalle. Con la festa che continuava dall’altra parte, sapevo che non avrei saputo fermarlo.