La signora della cantina mi ha insegnato a obbedire
La donna che mi ha incatenato in quella cantina non cercava piacere: voleva insegnarmi, colpo dopo colpo, che il mio corpo non mi apparteneva più e che la sua parola era l’unica legge.
La donna che mi ha incatenato in quella cantina non cercava piacere: voleva insegnarmi, colpo dopo colpo, che il mio corpo non mi apparteneva più e che la sua parola era l’unica legge.
L’amicizia con quel vecchio rozzo e bonario si trasformò in qualcosa di diverso una sera di vino, in un paese sperduto, quando mi sussurrò cosa intendeva fare con me.
Mi sedetti nella penombra, decisa a non toccare nessuno e a limitarmi a osservare. Ma le mie dita avevano altri piani, mentre lei si offriva a due uomini a un metro da me.
Entrai in quell’ufficio grigio pronta a supplicare per un foglio. Uscii sapendo che quella notte a supplicare sarebbe stato lui, in ginocchio a casa sua.
Maximiliano si vantava di essere l’alfa della sala finché lei non varcò la porta. Bastò un sussurro e il suo profumo perché il suo impero di fumo crollasse davanti a tutti.
Lavoravamo nello stesso edificio e bastò un sfioramento in ascensore perché capissi che stavo per perdere qualcosa che credevo intoccabile: la mia volontà.
Arrivai alla sua porta con una borsa che nascondeva la mia altra pelle: corsetto, calze e tacchi. Quella sera smisi di essere Adrián per donarmi interamente come Selene.
Suonò alla loro porta fradicia di pioggia, senza orgoglio e senza nulla da offrire se non il suo corpo. Loro la guardarono, si guardarono, e lei capì che tutto ricominciava.
Andai a casa sua perché lasciasse in pace il mio compagno. Uscii di lì sapendo che sarei tornata la domenica dopo, e quella dopo, e tutte le altre.
È cominciata come una fantasia che leggevamo insieme di notte. Oggi è Daniel che mi allaccia i tacchi prima che arrivi Bruno, e a lui va benissimo così.
Avevo il ricatto del mio ex nel telefono e la parcella dello studio in testa. Quando lui ha visto i video e ha sorriso, ho capito che quel conto non si sarebbe pagato con i soldi.
Ho attraversato mezza Spagna per lasciarmi alle spalle quel pomeriggio in piscina, ma la musica e uno sconosciuto mi hanno trascinata a rifare ciò che avevo giurato di non provare più.
Abbassavo lo sguardo ogni volta che entrava nel locale, fingendo di contare viti. Quello che non immaginavo era che anche lei stesse studiando me.
La riconobbi al bancone dal modo in cui si muoveva. Era la ragazza del mio ex giocatore, quella che faceva il tifo dietro la panchina, e quella notte non c’era più nessuno a trattenerla.
Quando l’assistente del direttore mi consegnò la borsa con la lingerie, capii che non c’era più ritorno: quella notte apparteneva a tutti gli uomini di quella sala.
Mi ordinò di entrare nel confessionale con la lingerie più fine e sussurrare i miei peccati al prete. Non immaginavo che sarebbe stato lui a decidere la penitenza.
Mio marito mi fece capire con lo sguardo di andare via con quello sconosciuto. Quello che nessuno dei due sapeva era che quell’uomo non avrebbe lasciato stare nessuno di noi.
Bastò un sussurro all’orecchio perché tutta la mia vita da uomo perbene cominciasse a crollare sotto il clic di tacchi che ancora non erano miei.
Salii a tenere ferma la scala senza immaginare cosa mi sarei trovato davanti quando avessi alzato lo sguardo. Quel pomeriggio, nel retrobottega, imparai chi comandava davvero.
Le mie tette sono sempre state la mia arma segreta, e quel venerdì, con l’ufficio vuoto, decisi di usarle per ottenere da lui ciò che volevo davvero.