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Relatos Ardientes

Il pomeriggio in cui imparai a conoscere il mio corpo

Mercoledì era uno di quei giorni senza una forma propria. Fuori pioveva dalla mattina, quel tipo di pioggia grigia e costante che non rallenta né aumenta, che semplicemente c’è. La mia coinquilina era uscita presto con il suo compagno e non sarebbe tornata fino a sera. Avevo l’appartamento tutto per me, che d’inverno è un lusso e una condanna allo stesso tempo.

Avevo fatto tardi la doccia, verso le quattro del pomeriggio. Una doccia lunga, di quelle in cui l’acqua calda dura fin troppo e si resta sotto il getto a non pensare a niente in particolare. Il vapore riempiva il bagno. Dalla finestrella che dava sul cortile interno entrava appena un filo d’aria fredda, ma dentro era tutto tiepido e immobile.

Quando chiusi il rubinetto e presi l’asciugamano, qualcosa era cambiato. Non so spiegarlo in altro modo: era quella tensione sorda che compare senza preavviso e che non fa male, ma non è nemmeno neutra. Una vibrazione nel basso ventre, una specie di calore concentrato tra le gambe che non veniva dalla doccia. Mi asciugai le braccia, le spalle, il busto. Quando abbassai l’asciugamano fino ai fianchi, mi fermai davanti allo specchio appannato e mi guardai: i capezzoli mi si erano induriti, non per il freddo ma per qualcos’altro, e notai che passando l’asciugamano sulla fica il semplice sfregamento del tessuto mi strappava un formicolio che mi costrinse a fermarmi.

Da mesi, forse da più tempo, ignoravo quel genere di sensazioni. Non per senso di colpa o per vergogna, esattamente, ma perché non avevo mai imparato fino in fondo come funzionasse il mio corpo sotto quell’aspetto. Ci avevo provato qualche volta: sdraiata sul letto, di notte, senza troppa convinzione. Non arrivavo mai da nessuna parte. Mi distraeva qualsiasi rumore, oppure mi bloccavo a un certo punto senza sapere bene cosa fare dopo, o semplicemente mi annoiavo prima del tempo e lasciavo perdere. Le mie amiche parlavano di venire, di cazzi, di quanto piacesse loro essere scopate, con una naturalezza che a me sembrava quasi extraterrestre. A me semplicemente non succede, pensavo. O non succede nello stesso modo.

Quel mercoledì di pioggia, sola nel bagno ancora pieno di vapore, decisi di riprovarci. Senza fretta. Senza aspettative precise.

***

Mi sedetti sul bordo del water. Appesi l’asciugamano al gancio della porta. La luce del bagno era quella luce fredda e diretta che non nasconde niente, ma non m’importò. Mi appoggiai alla cassetta, spalancai le gambe e puntai i piedi contro la parete piastrellata di fronte a me. Da lì potevo vedermi nello specchio: la fica aperta, le labbra rosa e lucide di umidità, i peli corti e spuntati e il clitoride già un po’ fuori dalla sua cappuccia.

La posizione era un po’ scomoda e un po’ ridicola, e per un momento mi fece ridere. Ma era l’unico modo per restare stabile, con le mani libere e senza tensione nelle gambe. Così rimasi lì, con il culo appoggiato sulla porcellana fredda e le ginocchia ben divaricate.

Cominciai piano. Solo con i polpastrelli, sfiorando appena le labbra esterne, senza entrare ancora. Volevo fare attenzione a ciò che sentivo invece di affrettarmi come facevo sempre. Il contatto iniziale fu delicato, quasi neutro. Ma notai subito qualcosa che mi sorprese: ero fradicia. Letteralmente, grondavo. Mi bastò passare le dita sulla fessura per sentire il flusso che mi si appiccicava ai polpastrelli, vischioso e tiepido, e un filo che scendeva lentamente verso il buco del culo. Mi portai le dita al naso e annusai: odoravano di me, di femmina eccitata, un odore denso che invece di farmi vergognare mi eccitò ancora di più.

Continuai a esplorarmi con calma. Aprii le labbra con due dita della mano sinistra e con la destra tracciai piccoli cerchi intorno al clitoride, variando la pressione, fermandomi quando qualcosa provocava una scintilla di piacere e ripetendo il movimento per vedere se si manteneva o fosse un caso. Il clitoride mi si gonfiò sotto il dito, sempre più duro, sempre più sensibile, finché uno sfioramento diretto sulla punta mi fece trasalire e lasciar sfuggire un gemito che rimbalzò sulle piastrelle. Non avevo alcuna fretta. Fuori continuava a piovere. La mia coinquilina non sarebbe tornata prima delle nove. Il bagno era un mondo a parte, immobile e caldo.

Dopo un po’ abbassai la mano e mi infilai un dito nella fica. Piano, con cautela, concedendomi il tempo di ogni centimetro. Sentii le pareti interne stringersi intorno al dito, calde, scivolose, pulsanti piano. Il piacere non fu immediato, ma graduale, come qualcosa che si costruisce a strati. Muovevo il dito avanti e indietro, cambiando angolazione, incurvandolo verso l’alto, cercando senza sapere esattamente cosa stessi cercando, ma riconoscendolo quando lo trovavo: una zona spugnosa a pochi centimetri dall’ingresso, sulla parete superiore, che quando la premevo mi strappava una contrazione nel basso ventre diversa da qualsiasi altra. Provai a infilare un secondo dito e sentii che era troppo presto: il corpo non era ancora del tutto aperto per quella pressione aggiuntiva, e le unghie mi diedero fastidio. Lasciai perdere. Per il momento un dito bastava.

Non c’è fretta, mi dissi. E lo pensavo davvero.

Continuai con un dito solo, infilandolo e sfilandolo al ritmo richiesto dal corpo, ascoltando il rumore umido che faceva entrando e uscendo. Con l’altra mano cominciai a strofinarmi sul serio il clitoride, piccoli cerchi veloci con il dito medio, quella zona che sapevo essere importante ma su cui non mi ero mai concentrata davvero. Fu come trovare il volume giusto di una radio che avevo sempre ascoltato troppo piano: all’improvviso il suono aveva corpo, aveva presenza. Le cosce cominciarono a tremarmi e sentii la fica contrarsi intorno al dito, succhiandolo, chiedendone ancora.

***

A un certo punto, ciò che avevo tra le gambe cominciò a sembrarmi insufficiente. Il dito era troppo corto, troppo sottile; volevo qualcosa di grosso dentro di me, qualcosa che mi riempisse e mi dilatasse, quella sensazione di pienezza che fino a quel momento avevo solo intuito. Il mio sguardo percorse il bagno senza uno scopo preciso, con il dito ancora dentro e il clitoride che mi pulsava sotto il polpastrello. I flaconi dello shampoo, la spugna, il sapone.

Lo spazzolino da denti che avevo comprato qualche giorno prima e che aveva ancora il sigillo perché non l’avevo mai usato.

Era uno di quelli con il manico dal design ergonomico: più largo e arrotondato alla base rispetto ai modelli convenzionali. Quando l’avevo visto in farmacia, qualcosa dentro di me l’aveva indicato prima che la mia mente lo elaborasse consciamente. L’avevo messo nel cestino e poi nel cassetto del bagno senza pensarci più. Ora lo guardavo dall’altra parte del bagno e non mi sorprese granché averlo comprato.

Lo presi.

Lo lavai con acqua e sapone, con calma, mentre l’altra mano continuava a strofinarmi il clitoride per non perdere il livello di eccitazione. Lo asciugai. Lo esaminai. Era di plastica liscia, senza spigoli, con quell’estremità inferiore arrotondata e più spessa del normale manico. Non era enorme, ma nemmeno discreto: aveva lo spessore di un cazzo medio, forse appena meno, e stringendolo in mano sembrava solido, compatto, come qualcosa fatto per essere infilato dentro.

Me lo avvicinai lentamente, senza smettere di prestare attenzione al mio corpo, senza forzare nulla. Lo appoggiai all’ingresso della fica e spinsi appena. Cedette con una facilità che mi sorprese: la punta arrotondata affondò senza resistenza, scivolando in tutta quell’umidità che mi colava. La plastica liscia aiutava, e io ero così bagnata che la frizione non fu alcun ostacolo. Lasciai sfuggire un gemito breve, sorpresa da quanto fosse diverso rispetto al dito.

Lo infilai poco a poco, centimetro dopo centimetro, concedendomi il tempo di abituarmi allo spessore. Sentii la fica aprirsi intorno al manico, le pareti interne allungarsi per accoglierlo, la plastica raggiungere zone che il dito non aveva nemmeno sfiorato. Era diverso da un dito: più rigido, più costante, senza la mobilità delle articolazioni della mano. Quando lo ebbi dentro quasi fino in fondo, mi fermai per un secondo e respirai. La fica lo stringeva con forza, pulsandogli intorno. Poi cominciai a muoverlo avanti e indietro con un ritmo lento, accelerando un po’ quando sentii che il corpo lo chiedeva. Ogni spinta produceva uno sciabordio umido e osceno che rimbalzava sulle piastrelle, e sentirmi mi eccitava ancora di più.

La sensazione era diversa da tutto ciò che avevo provato prima.

Non era un piacere esplosivo né immediato. Era qualcosa che si accumulava nel basso ventre con una pressione crescente, come un’onda che impiega molto tempo a formarsi, ma che quando arriva è inconfondibile. Infilavo il manico fino in fondo e lo ruotavo un po’, cercando quella zona spugnosa che avevo scoperto con il dito, e quando la trovavo con l’estremità più spessa dello spazzolino mi sfuggiva un gemito più acuto. A ogni spinta il culo mi si staccava dalla porcellana. I piedi scivolavano sulle piastrelle.

Continuai a scoparmi con il manico mentre con l’altra mano tornavo sul clitoride, sincronizzando i movimenti, cercando il ritmo che li collegasse. Quando lo spazzolino entrava, il dito si muoveva in cerchio. Quando usciva, mi fermavo. Poi provai al contrario: pressione costante sul clitoride e spinte rapide nella fica. Poi entrambe le cose rapide allo stesso tempo, e fu allora che sentii qualcosa cominciare a stringersi molto in profondità, in un punto che non avevo saputo localizzare in tutta la vita.

Trovai quel ritmo.

E quando lo trovai, non volli cambiare niente. Continuai esattamente così: il manico infilato fino in fondo, quasi immobile, muovendosi appena di qualche centimetro ma premendo contro quel punto spugnoso; la mano sopra che si muoveva sempre più rapidamente sul clitoride gonfio e scivoloso. Il piacere smise di essere qualcosa di indefinito e si concentrò in un punto preciso, intenso, impossibile da ignorare. Cominciai ad ansimare a bocca aperta, senza riuscire a controllarmi, ascoltando la mia stessa voce come se provenisse da un’altra persona.

***

Non so quanto tempo rimasi così. Persi completamente la cognizione del tempo. Fuori continuava a piovere e io non lo sentivo più. Sentivo soltanto il respiro spezzato, lo sciabordio del manico che mi entrava e usciva, lo sfregamento umido delle dita sul clitoride.

Ci fu un momento in cui la sensazione cambiò natura: non era più qualcosa che gestivo io, ma qualcosa che semplicemente accadeva, che mi trascinava. Sentii la fica chiudersi di colpo intorno al manico con una forza che non avrei mai immaginato di poter avere, e una contrazione lunga e profonda cominciare al centro dell’addome per estendersi alle gambe, alla schiena, alle cosce, al culo, ai capezzoli. Lasciai uscire un grido rauco e breve e mi inarcai contro la cassetta. Il clitoride mi pulsava sotto il dito come se avesse un cuore proprio. La fica si contraeva a ondate intorno alla plastica, stringendo e lasciando, stringendo e lasciando. Sentii uno schizzo caldo sfuggirmi e scorrere sotto il culo fino alla porcellana. Durò pochi secondi che sembrarono molti di più. Rimasi immobile, il respiro mozzato, tremando tutta, con il manico ancora dentro e la mano paralizzata sul pube.

Poi, il silenzio.

Il respiro tornò poco a poco. Il corpo si rilassò, muscolo dopo muscolo. Sentivo ancora la fica pulsare, con piccoli spasmi residui che di tanto in tanto mi facevano stringere il manico.

Allora era questo.

Lo capii nell’istante stesso in cui accadde: era questo che le mie amiche descrivevano quando parlavano di venire. Quello che per mesi avevo creduto non succedesse a me, o che mi succedesse in modo diverso, più debole, incompleto. Non era un mito né un’esagerazione. Era questo, esattamente questo: un orgasmo vero, con tutto il corpo che tremava, la fica che grondava e la testa vuota. Ed ero arrivata lì da sola, un mercoledì di pioggia, seduta sul bordo del water con i piedi appoggiati alle piastrelle fredde e il manico di uno spazzolino da denti infilato fino in fondo.

Quando provai a sfilare il manico, mi accorsi che era penetrato molto più a fondo di quanto avessi percepito durante il processo. Il corpo era stato così occupato da tutto il resto che non aveva fatto caso alla profondità. Lo estrassi lentamente, con cautela, e lo vidi uscire lucido e fradicio del mio stesso umore, con fili viscosi che si tendevano tra la plastica e le labbra della fica prima di spezzarsi. La sensazione di vuoto che lasciò fu notevole quanto lo era stata la sua presenza: sentii la fica aprirsi e chiudersi nell’aria, come se cercasse qualcosa che non c’era più.

Rimasi seduta ancora un po’, senza fretta. La schiena appoggiata alla cassetta, i piedi ancora contro la parete, guardando il soffitto con una calma che non mi era abituale, le gambe ancora aperte e la fica che pulsava piano. C’era qualcosa di strano e di bello in quel momento: la sensazione di aver imparato qualcosa su me stessa che avrei dovuto sapere prima e, allo stesso tempo, di non provare alcun senso di colpa per il ritardo. Semplicemente, era quello che era.

Mi alzai, mi lavai le mani, lavai lo spazzolino con il sapone finché l’odore di fica non scomparve dalla plastica, lo asciugai e lo riposi nel cassetto.

***

Qualche giorno dopo arrivò il pacco che avevo ordinato online settimane prima: il giocattolo di cui avevo parlato alla mia amica Daniela durante una conversazione che allora mi era sembrata più teorica che pratica. Un vibratore in silicone, non troppo grande, con diverse modalità. Lo aprii con curiosità ma anche con una certa ansia. Lo tirai fuori dalla scatola, ne soppesai il peso in mano, lo confrontai mentalmente con il manico dello spazzolino: era più spesso, più lungo, con una testa arrotondata che imitava il glande di un cazzo e una protuberanza curva pensata per il clitoride.

Dopo quello che era successo mercoledì, sapevo che il mio corpo poteva arrivare a quel punto. Ma sapevo anche che il percorso contava quanto la meta. Mi sdraiai sul letto, aprii le gambe e passai la punta del vibratore sulle labbra, acceso alla modalità più delicata. Il primo tentativo con il giocattolo fu più maldestro del previsto: non trovavo l’angolazione giusta per inserirlo, la vibrazione era così intensa sul clitoride che mi bruciava invece di darmi piacere, mi distraevo cambiando modalità e alla fine lo spensi senza essere arrivata da nessuna parte, con la fica bagnata e la frustrazione che si equivalevano.

Non mi sentii frustrata. Mi fece persino ridere.

Ho bisogno di fare pratica, pensai. E per la prima volta dopo molto tempo non suonò come una rassegnazione. Suonò come una promessa.

So che troverò il modo. Sono già venuta una volta, da sola in un bagno con la pioggia fuori e uno spazzolino di plastica da farmacia infilato nella fica. Il resto consiste nell’imparare ad ascoltare ciò che il corpo sa già e che io sto finalmente cominciando a capire.

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