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Relatos Ardientes

La notte in cui mi sono abbandonata a me stessa nel patio

Ricordo ancora il freddo di quella notte con una precisione che mi sorprende. Non era il freddo fastidioso dell'inverno, ma uno pulito, quasi trasparente, di quelli che risvegliano la pelle invece di intorpidirla. Ero nel patio, intenta a finire di stendere il bucato, con le mani un po' intorpidite e il resto del mondo addormentato intorno a me.

Mi chiamo Renata, e quella fu la prima volta che capii fin dove poteva portarmi il mio stesso corpo quando nessuno guardava.

La casa si trovava in una strada tranquilla, di quelle dove alle due del mattino non passa nemmeno un'auto. Avevo lasciato il bucato per ultimo, come sempre, perché odiavo stendere di giorno. Preferivo quell'ora morta in cui il patio diventava mio, quando potevo muovermi in abiti da notte senza che nessuno mi vedesse, con la sola compagnia delle lenzuola appese e del lontano abbaiare di qualche cane.

Tiravo fuori i capi umidi dal cesto uno alla volta e li stendevo sullo stendibiancheria. Il gesto era meccanico, noioso, ripetuto mille volte. Ma quella notte c'era qualcosa di diverso nell'aria. Il silenzio era così denso che quasi si poteva toccare, e l'oscurità mi avvolgeva come una coperta che nessuno aveva chiesto, ma che scaldava lo stesso.

Non so in che momento sia cominciato. Forse fu il tessuto di una maglietta che mi sfiorò il collo, o il freddo che mi fece venire la pelle d'oca sulle braccia, o semplicemente la certezza assoluta di essere sola. Ma all'improvviso sentii un formicolio caldo che non aveva niente a che fare con i vestiti o con il clima. Un calore piccolo, ostinato, che nasceva da qualche parte sotto l'ombelico e si rifiutava di spegnersi. Sentii il cazzo cominciare a muoversi da solo dentro i boxer, a ingrossarsi contro il tessuto, cercando spazio.

Rimasi immobile, con un asciugamano ancora a metà tra le mani.

Che cosa mi sta succedendo?

Guardai verso la finestra buia della cucina. Guardai il muro che separava il mio patio da quello dei vicini, alto, sicuro. Nessuno. Assolutamente nessuno. E quella solitudine, invece di tranquillizzarmi, mi eccitò ancora di più. Era come se l'intero patio mi stesse dando il permesso.

Abbassai l'asciugamano, uno dei più spessi che avevo, una pesante spugna che odorava di sapone e di notte. Invece di appenderlo, lo lasciai cadere sulle piastrelle. Il gesto mi sembrò assurdo ed eccitante allo stesso tempo. Stavo per fare qualcosa che non mi ero mai permessa, e il solo pensiero mi accelerò il battito.

Mi sedetti sull'asciugamano con le gambe piegate. La ceramica fredda filtrava attraverso il tessuto, ma non m'importava. Avevo il respiro spezzato e le orecchie tese al minimo rumore, anche se in fondo sapevo che non sarebbe arrivato nessuno.

Infilai lentamente la mano sotto la maglietta, come se stessi negoziando con me stessa. Il palmo risalì lungo il ventre, riconoscendo ogni centimetro di pelle tiepida, e arrivò al petto. Mi pizzicai i capezzoli con la punta delle dita, prima uno e poi l'altro, con cerchi lenti, e sentii che si indurivano sotto il mio tocco fino a diventare come due sassolini duri. Li tirai verso l'alto, li attorcigliai appena, e una fitta elettrica mi scese dritta fino al cazzo, che ormai premeva impaziente contro l'elastico.

Un sospiro mi sfuggì senza permesso.

Il freddo della notte e il calore della mia stessa mano creavano un contrasto che mi faceva impazzire. Ogni volta che la brezza mi sfiorava la pelle scoperta, mi veniva la pelle d'oca, e ogni volta che le mie dita tornavano a premere, una corrente elettrica mi attraversava da capo a piedi.

Mi girai sull'asciugamano, lentamente, quasi come se stessi ruotando su una giostra, cercando una posizione nuova, una sensazione nuova. Volevo sentirlo tutto. Volevo che quella notte durasse il più possibile.

Sono sola. Nessuno mi vede. Posso fare quello che voglio.

L'idea mi inebriava più di ogni altra cosa. Non c'era colpa, non c'era fretta, non c'era nessuno a cui dare spiegazioni. C'eravamo solo io, il mio corpo e la complicità dell'oscurità.

Con l'altra mano scesi sotto la vita, tastando l'elastico dei boxer finché riuscii a infilarmi dentro. Le dita trovarono la punta e la circondarono delicatamente. Era già duro, palpitante di un ritmo tutto suo, reclamando attenzione. Lo tirai fuori dai boxer con uno strattone, ed eccolo lì, all'aria, puntato verso il cielo, la pelle tesa fino a sembrare sul punto di scoppiare, la punta già bagnata di pre-eiaculato che brillava appena nella poca luce proveniente dalla strada.

Raccolsi un po' di quell'umidità con il pollice e la spalmai su tutta la cappella, scivolando in cerchi intorno al glande. Ebbi un brivido in tutto il corpo. Chiusi il pugno alla base e cominciai a farlo scendere e salire con una lentezza calcolata, stringendo forte quando scendevo, allentando appena quando risalivo, godendomi ogni centimetro come se fosse la prima volta che mi toccavo. Il cazzo mi si induriva ancora di più a ogni passata, e il suono umido del prepuzio che scivolava contro il palmo mi arrivava alle orecchie come una promessa oscena.

Da un momento all'altro mi stavo masturbando lì, a cielo aperto, nel mio patio, senza altro tetto che le stelle nascoste dalle nuvole.

E non m'importava di niente.

Mi sentivo sfacciata, audace, persino un po' troia, e quella parola che in un altro contesto mi avrebbe messa a disagio, in quel momento mi accendeva come la benzina. Ero sola, mi godevo il corpo senza pudore, completamente nuda dalla vita in su e con i boxer abbassati fino alle cosce, il cazzo fuori, duro e palpitante, mentre mi facevo la sega più magica che ricordassi.

Dio, quanto mi piace.

Mi piaceva la sensazione della mia mano ferma che maneggiava quella cosa pulsante tra le dita. Mi piaceva il modo in cui l'altra mano continuava a tormentarmi i capezzoli, pizzicandoli appena, tirandoli, proprio sul limite tra il piacere e quel delizioso dolorino. Mi piaceva essere, quella notte, l'assoluta padrona del mio piacere.

Allargai ancora di più le gambe, appoggiai la schiena al muretto dei vasi, e senza smettere di masturbarmi portai la mano libera ai coglioni. Li strinsi piano, li feci rotolare tra le dita, sentii come si stringevano contro il corpo, densi e tiepidi. Poi continuai più in basso, lungo il perineo, premendo con la punta del dito medio su quel punto che fa vedere le stelle, e il cazzo mi diede una frustata tra le dita, sputando un'altra grossa goccia di pre-eiaculato che scivolò lungo la vena inferiore fino a bagnarmi il polso.

—Porca puttana —sussurrai, e quella parola pronunciata a bassa voce nel bel mezzo del patio addormentato mi sembrò la cosa più oscena del mondo.

Accelerai il pugno, sputai sul palmo e ricominciai ad afferrarmi usando la saliva come lubrificante. Lo sciabordio si fece più forte, più umido, più sporco. Ogni passata tirava indietro il prepuzio e lasciava la cappella lucida e arrossata, affacciata tra le mie dita, e io la guardavo affascinata, come se quel cazzo che avevo in mano non fosse del tutto mio.

Il freddo ormai non mi dava più fastidio. Al contrario: ne avevo bisogno. Ogni folata d'aria gelida contro la pelle sudata moltiplicava l'intensità di tutto, come se il mio corpo non sapesse bene se avesse freddo o caldo e scegliesse, nel dubbio, di sentirli entrambi nello stesso momento. La brezza mi colpiva direttamente i coglioni bagnati di saliva, ed era una sensazione così cruda, così esposta, che mi faceva salire la voglia di un altro gradino.

***

Ricordo quella sensazione di calore con una chiarezza che il tempo non è riuscito a cancellare. Un calore forte, travolgente, che fluiva dalla pianta dei piedi fino alla sommità della testa, come se una marea tiepida mi risalisse dentro e mi lasciasse senza fiato. Era troppo e, nonostante tutto, ne volevo ancora.

Mi contorcevo sull'asciugamano, inarcando la schiena, premendo i talloni contro la ceramica fredda. Ero così comoda e così scomoda allo stesso tempo, così esposta e così al sicuro, che il contrasto mi teneva sull'orlo della follia.

Non avrei mai pensato che sarei arrivata a scoparmi in quel modo. Così, con la mia stessa mano, nell'oscurità del mio patio, circondata da lenzuola umide che oscillavano appena nel vento. Non avevo programmato niente di tutto questo. Ero uscita a stendere il bucato e avevo finito per scoprire una versione di me che non conoscevo, una che aveva il coraggio di desiderarsi senza filtri, senza sensi di colpa, senza testimoni.

Cambiai ritmo. Pugni chiusi e torsioni. Ora facevo risalire la mano con un movimento a vite, torcendo appena il polso quando arrivavo alla testa, e scendevo con il pollice premuto contro la vena inferiore. Il cazzo rispondeva a ogni variazione come se avesse una vita propria, gonfiandosi di più, palpitando più forte, sputando fili di pre-eiaculato che mi cadevano sul ventre e mi macchiavano la maglietta arrotolata.

Per un secondo immaginai che qualcuno mi stesse guardando dall'altra parte del muro. Qualcuno di silenzioso, nascosto, che osservava come mi masturbavo nel mio patio con il cazzo fuori e i coglioni all'aria. La sola idea mi fece stringere più forte e ansimare più profondamente. Poi immaginai una bocca. Una bocca qualsiasi, senza volto, che me lo succhiava lentamente, la lingua che leccava la cappella, le labbra chiuse che scendevano fino alla base, ingoiandomelo tutto. Mi sfuggì un gemito rauco che dovetti soffocare mordendomi il dorso della mano libera.

Accelerai il ritmo del pugno senza rendermene conto. Il respiro si trasformò in un ansimare breve e disperato. Strinsi i denti per non fare rumore, anche se dentro stavo urlando.

Ancora un po'. Solo un altro po'.

Le gambe cominciarono a intorpidirsi, quella rigidità così particolare che avverte quando la fine è vicina. I muscoli del ventre si tesero come corde. I coglioni mi risalirono fino ad aderire alla base del cazzo, duri come pietre. Chiusi gli occhi con forza e lasciai che l'intero universo si riducesse a quel punto di calore tra le mie mani.

Ero ormai lì lì. Lo sentivo salire, inarrestabile, un'onda che non avrei potuto contenere nemmeno volendo. E non volevo. Eccome se non volevo.

La mia mano accelerò le ultime carezze, ferme, precise, il pugno trasformato in un cilindro stretto intorno al cazzo bagnato, e allora il mondo si spezzò in due.

Venni con un'intensità che mi piegò tutto il corpo. Sentii il primo schizzo partire con tanta forza da arrivarmi fino al petto, caldo e denso, e schiantarsi contro un capezzolo ancora duro. Il secondo mi cadde sul ventre, in una lunga striscia che si impigliò nell'ombelico. Il terzo e il quarto non arrivarono così lontano: colarono lungo la cappella e mi ricoprirono tutta la mano, scivolando tra le dita, tiepidi in contrasto con l'aria gelida. Continuai a pompare lentamente, mungendomi, spremendo ogni goccia, e a ogni stretta usciva ancora un po' di sperma che mi colava dalle nocche fino al polso.

Dovetti mordermi il labbro per soffocare il gemito che lottava per uscire, e nonostante tutto mi sfuggì un suono rauco, animalesco, che si perse nel silenzio del patio.

Rimasi così per alcuni secondi, o forse minuti, senza più la cognizione del tempo, con il cazzo ancora duro in mano, palpitante negli ultimi spasmi, e gli occhi fissi sul cielo scuro. Lo sperma mi si raffreddava sulla pelle e tracciava sentieri lucidi dal petto fino al pube. Con la punta del dito ne raccolsi un po' dal ventre e me lo portai alla bocca, più per curiosità che per altro, e il sapore salato e tiepido mi fece chiudere di nuovo gli occhi.

***

Piano piano il mio corpo cominciò a raffreddarsi, a tornare con i piedi per terra. Il respiro rallentò, profondo e lento, fino a tornare quasi normale. Il calore che mi aveva attraversata si ritirava come una marea calante, lasciandomi una sensazione di pace che non provavo da molto tempo.

Rimasi ancora un po' sdraiata, mezza nuda e felice, con il cazzo ormai floscio appoggiato contro la coscia, ascoltando il gocciolio lontano di qualche rubinetto chiuso male e lo sfregare delle lenzuola nel vento. Non avevo alcuna fretta di alzarmi. Volevo prolungare quel momento il più possibile, conservarlo tutto, intatto, per poterci tornare ogni volta che ne avessi bisogno.

Pensai a quanto sarebbe sembrato assurdo raccontarlo ad alta voce. Una persona sola nel proprio patio, in piena notte, che stendeva il bucato e finiva per masturbarsi con il cazzo all'aria, venendo addosso a se stessa come un animale in calore. Ma non c'era niente di assurdo nel modo in cui mi sentivo. Mi sentivo libera. Padrona di me stessa. Riconciliata con un corpo che per tanto tempo avevo fatto fatica ad abitare.

Quella notte capii qualcosa che nessuno specchio mi aveva mai insegnato: che il piacere non ha bisogno di pubblico né di permesso, che bastano l'oscurità, il silenzio e la voglia di osare. Che a volte la fantasia più intensa non è quella in cui compaiono gli altri, ma quella che scopri da sola, quando finalmente smetti di giudicarti, quando accetti che la tua stessa mano può scoparti meglio di molti altri.

Alla fine mi sollevai. Raccolsi l'asciugamano, ormai stropicciato, tiepido e segnato da macchie umide di sperma, e lo misi da parte per lavarlo di nuovo. Mi pulii il ventre e il petto con un lembo asciutto prima di tirarmi su i boxer, sentendo il cazzo esausto sistemarsi di nuovo dentro. Appesi sullo stendibiancheria il resto dei panni con uno stupido sorriso che non voleva saperne di sparire dal mio viso. Il freddo era ancora lì, pulito come prima, ma io non ero più la stessa persona che mezz'ora prima era uscita nel patio.

Entrai in casa in punta di piedi, chiusi piano la porta e mi infilai a letto con il corpo ancora vibrante dentro, con l'odore della mia stessa sborra attaccato alle dita. Prima di addormentarmi, mentre guardavo il soffitto nella penombra, capii che quella notte sarebbe rimasta con me per sempre.

Ed eccomi qui, a raccontarla per la prima volta, sperando che tu possa godertela quanto ancora oggi me la ricordo io.

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