Lo scrittore erotico che mi teneva ipnotizzata
Quasi tre anni fa trovai il profilo di Luciano. Non fu una cosa che cercai, perché quasi nulla di interessante nella mia vita arriva quando lo cerco: semplicemente comparve nei suggerimenti di Instagram una domenica pomeriggio in cui non avevo niente di meglio da fare che restarmene sul divano con il telefono incollato alla mano e la testa da nessuna parte.
Era un profilo di scrittura erotica. Nome utente criptico, foto di copertina in bianco e nero che poteva essere o meno la sua, e una bio di tre righe che diceva qualcosa come «parole che non si pronunciano ad alta voce». Seguiva poche account. Lo seguivano quasi cinquemila persone.
Lessi il primo testo che comparve nel suo feed e non chiusi l’app per due ore.
Scriveva bene. Non come i testi che si trovano nei forum o in quei siti dove la punteggiatura è facoltativa e gli accenti un capriccio: scriveva con ritmo, con pause nei punti giusti, con quella capacità di far sembrare inevitabile una scena esplicita invece che meccanica. I suoi personaggi avevano una storia prima di toccarsi. I suoi racconti cominciavano sempre con una tensione che impiegava a sciogliersi, e quel ritardo era esattamente ciò che li rendeva impossibili da lasciare.
Accettai la sua richiesta di seguirlo senza pensarci troppo. Suppongo di essermi lasciata trascinare dall’emozione di trovare qualcuno che scriveva di ciò che appassionava anche me, ma con una maestria che sentivo mi mancasse. Mi fece piacere, davvero, sapere che esistesse.
Quello che non anticipai fu in cosa mi sarei trasformata col tempo.
***
Non gli misi mai un like. Fu una decisione consapevole fin dall’inizio, anche se mi sarebbe costato spiegare perché. Forse perché mi sembrava che mettere un like fosse lasciare una traccia, e io preferivo non lasciarne nessuna. Leggere senza essere vista. Esistere nel suo pubblico come un’ombra tra migliaia.
Non commentai mai nemmeno, anche se a volte formulavo il commento mentalmente mentre leggevo. Altre ragazze sì: lasciavano emoji di fuoco, frasi brevi, qualche allusione diretta a cui lui rispondeva con una riga ambigua ed elegante che non si comprometteva con niente. Lo osservai farlo decine di volte. Era bravo anche in quello, nel mantenere la distanza esatta.
Non so come sia fisicamente. Le foto che usa nel profilo sono di un modello di qualche sito stock, questo lo capii in fretta perché feci la ricerca inversa una notte d’insonnia con un misto di curiosità e qualcosa di simile alla gelosia. Di sé aveva detto solo, in uno di quei giri di domande che fanno nelle storie, di essere alto, di fare sport, di leggere molto e di avere poco interesse a rivelare altro. La sua età era un’incognita. Poteva avere poco più di vent’anni o essere vicino ai trenta. Non volle mai chiarirlo, e col tempo smisi di importarmene.
Ciò che contava era quello che scriveva.
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Il problema cominciò, credo, intorno al quarto mese di seguirlo. Non lo vidi arrivare perché fu graduale, come tutte le cose che poi si scopre hanno cambiato qualcosa in te senza che te ne accorgessi.
Luciano pubblicava tre o quattro volte a settimana. Racconti brevi, per lo più, di due o tre schermate, anche se a volte pubblicava qualcosa di più lungo in più parti. I temi erano vari ma avevano sempre qualcosa in comune: la tensione prima del contatto. Il momento in cui due persone che si desiderano decidono di oltrepassare il limite. L’istante esatto in cui le regole smettono di valere.
Una notte lessi uno dei suoi racconti a letto, con la stanza buia e la luminosità dello schermo come unica luce. Parlava di una donna che leggeva la corrispondenza erotica della sua coinquilina senza che lei lo sapesse, e che iniziava a fantasticare di essere la destinataria di quelle lettere. Era un racconto in prima persona, dal punto di vista della lettrice clandestina, ed era scritto con una precisione nella descrizione del desiderio che mi costrinse a fermarmi a metà.
La scena centrale era una lettera che la coinquilina aveva ricevuto da un amante che le descriveva, minuziosamente, come avrebbe pensato di scoparsela la volta successiva che si fossero visti. Luciano non risparmiava una sola parola: la lettera parlava di aprirla lentamente con la lingua, di infilarle due dita finché non si fosse bagnata la mano, di girarla contro il muro e prenderla da dietro mentre le tappava la bocca. La protagonista leggeva tutto di nascosto, con la mano infilata tra le gambe sopra il pigiama, e veniva contro le proprie dita proprio quando sentiva la porta della coinquilina chiudersi nel corridoio.
Questo l’ha scritto pensando a qualcuno, pensai. Nessuno scrive così se non l’ha sentito davvero.
Finì il racconto. Spensi lo schermo. Rimasi a guardare il soffitto con il cuore che batteva più veloce del normale e una umidità tiepida tra le cosce che non volevo nominare. Senza decidere del tutto, feci scivolare la mano sotto l’elastico delle mutandine e mi toccai appena sopra il clitoride, senza muovermi, solo per verificare fino a che punto un semplice paragrafo scritto da uno sconosciuto mi avesse messo. Ero fradicia. Ritrassi la mano come se mi fossi bruciata e mi addormentai senza riuscire a capire perché mi vergognassi così tanto di me stessa.
Il giorno dopo lo lessi di nuovo.
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Non so esattamente quando passai dal leggere i suoi racconti all’immaginare che li scrivesse per me. Fu qualcosa che accadde senza che prendessi la decisione. Una notte leggevo e all’improvviso la protagonista del suo testo aveva il mio colore di capelli. Un’altra notte, l’appartamento in cui si svolgeva la scena somigliava al mio. Piccole coincidenze che costruivo da sola, che lui non aveva messo lì, ma che io trovavo comunque.
Iniziai ad aspettare le sue pubblicazioni. Controllavo il suo profilo nel pomeriggio, prima di cena, come chi controlla la posta o le notizie. Se non aveva caricato niente, provavo una piccola delusione che mi vergognavo di ammettere. Se aveva pubblicato qualcosa di nuovo, lo salvavo per leggerlo di notte, a letto, con calma.
Una settimana non pubblicò nulla. Cinque giorni di silenzio. Non mise nessuna storia, non diede segnali. Io controllai il suo profilo ogni mattina con un’ansia che mi sembrava ridicola ma che non riuscivo a controllare. Il sesto giorno pubblicò una storia dicendo che aveva avuto una settimana complicata e che sarebbe tornato presto. Lasciai uscire l’aria senza rendermi conto di averla trattenuta.
Sta andando troppo oltre, mi dissi quella notte.
E il giorno dopo continuai esattamente allo stesso modo.
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Quello che mi risultava difficile da ammettere, perfino a me stessa, era che i suoi testi avevano cominciato ad agirmi fisicamente. Non in modo astratto, non come qualcosa che ammiri da lontano perché è ben scritto. In modo concreto. Diretto. Mi si indurivano i capezzoli prima di finire il primo paragrafo. Mi si contraeva la figa come se avessi dentro qualcosa che non c’era.
Leggevo un suo paragrafo su come un uomo sussurrasse a una donna all’orecchio «apri la bocca» poco prima di metterglielo dentro, e sentivo il calore prima ancora di finire la frase. Leggevo la descrizione di una mano che si chiudeva sulla nuca, di un cazzo che si sfregava contro un culo sopra il tessuto, e dovevo appoggiare per un momento il telefono sul petto e respirare a bocca aperta.
Una notte, leggendo uno dei suoi racconti più lunghi, non riuscii a trattenermi.
Lasciai il telefono appoggiato al cuscino, con il testo aperto, e feci scivolare la mano sotto le lenzuola. Cominciai sopra le mutandine, premendomi lentamente con il palmo, sentendo come il tessuto si incollasse a me mentre leggevo. Il racconto descriveva una donna che finalmente cedeva a qualcosa che evitava da settimane: si lasciava spogliare contro lo stipite di una porta, si lasciava aprire le gambe con un ginocchio che le entrava tra le cosce, si lasciava infilare le dita fino in fondo mentre il tipo le mordeva il collo e le ripeteva all’orecchio «così, così ti piace, troia».
Io andavo allo stesso ritmo di lei. Mi infilai la mano dentro le mutandine e scoprii di avere la figa gonfia, pulsante, bagnata fino alla piega della coscia. Mi passai due dita lungo la fessura dall’alto in basso, sporcandomi, e tornai al clitoride tracciando cerchi lenti che acceleravano ogni volta che lui, nel testo, cambiava posizione. Quando la protagonista si metteva a quattro zampe sul tappeto, io allargavo di più le gambe sotto le lenzuola. Quando lui le afferrava i capelli e la obbligava ad inarcare la schiena, a me sfuggì un gemito nel silenzio della stanza che mi fece guardare la porta per un secondo, anche se vivevo sola.
Mi infilai due dita. Poi tre. Le curvai cercando quel punto che trovo solo quando sono molto eccitata, e lo trovai subito, perché ero eccitata dalla prima riga. Con l’altra mano continuai a sfregarmi il clitoride, scivolando nella mia stessa umidità, mentre leggevo come lui le dicesse di venire, di venire subito, che voleva sentirla stringergli il cazzo.
Venne prima che finisse il racconto. Fu un orgasmo lungo, sporco, che mi piegò le ginocchia sotto il lenzuolo e mi fece serrare i denti per non gemere ad alta voce. Quando il tremito calò, rimasi ancora un po’ con le dita dentro, sentendo la figa chiudersi a spasmi attorno a esse, e solo allora le ritirai. Le guardai nel buio: brillavano. Mi pulii sul bordo del lenzuolo con un misto di sollievo e quella vergogna assurda del dopo.
Poi rimasi immobile per un po’, con il respiro che si assestava, guardando le ultime righe del suo testo sullo schermo. Avevo una miscela di soddisfazione e qualcosa di simile alla vergogna, anche se non ero sicura del perché. Non avevo fatto niente di male. Avevo semplicemente risposto a qualcosa che mi agitava.
Ma c’era qualcosa nell’asimmetria che mi disturbava: lui non sapeva che esistessi. Io conoscevo lui, in un certo senso, attraverso la sua scrittura, meglio di quanto conosca molte persone in carne e ossa. Venivo con le sue parole, con la mano infilata tra le gambe a leggere le sue frasi, e per lui ero invisibile.
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Iniziai a immaginare conversazioni che non avevamo mai avuto.
Le costruivo sotto la doccia, nel tragitto verso il lavoro, in quei momenti del tardo pomeriggio in cui la concentrazione si spezza da sola. Mi immaginavo che mi mandasse un messaggio privato, che avesse notato in qualche modo la mia presenza silenziosa e che fosse curioso. O che fossi io a scrivergli, finalmente, e che lui rispondesse con qualcosa che non fosse il tono gentile e generico con cui rispondeva agli altri.
Seguo la tua scrittura da mesi, immaginavo di dirgli. Anche io scrivo. Sulle stesse cose, anche se non così bene.
E lui rispondeva, nelle mie versioni, con una domanda. Non con un complimento, perché non si accordava con quello che sapevo di lui attraverso i suoi testi. Con una domanda vera. Cos’è che fai più fatica a scrivere? O qualcosa del genere.
Altre volte la conversazione mi sfuggiva di mano e lui mi chiedeva direttamente se mi toccassi mentre lo leggevo. Nella mia testa gli dicevo di sì, senza giri di parole, con le stesse parole crude che usava lui. Che mi infilavo le dita pensando alla sua voce. Che c’era un suo paragrafo, quello della mano sulla nuca, con cui venivo sempre. E lui, nella fantasia, non faceva commenti eleganti: mi chiedeva di raccontargli esattamente come, quante dita, se mi succhiavo i seni pizzicandomi da sola i capezzoli, se mi immaginavo il suo cazzo in bocca mentre mi dava piacere. Gli rispondevo tutto. Ogni dettaglio. Nella mia testa quelle conversazioni finivano sempre con me con la mano tra le gambe e lui che mi scriveva, dall’altro lato, come me lo avrebbe infilato se mi avesse avuta davanti.
Quelle conversazioni immaginarie divennero più frequenti dei miei pensieri su persone reali. Questo sì che mi preoccupò un po’.
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Ci fu una notte, circa sei mesi fa, in cui pubblicò una storia chiedendo ai suoi follower che tipo di racconto volessero che scrivesse dopo. Lasciò un sondaggio con quattro opzioni. Io votai. Era la prima volta che interagivo in qualsiasi modo con i suoi contenuti, e lo feci con il cuore in gola come se fosse qualcosa di molto più significativo che toccare uno schermo.
L’opzione che scelsi vinse. Scrisse il racconto tre giorni dopo.
So che non fu per me. Che fui un voto tra centinaia. Ma mi tenni stretta quella piccola finzione: che, in qualche modo, io avessi influenzato qualcosa che lui aveva creato. Che ci fosse una connessione, anche se microscopica e invisibile per lui.
Lo lessi quella notte con un’attenzione diversa, cercando senza volerlo qualcosa che potessi interpretare come un cenno verso l’opzione vincente, verso chi l’aveva votata. Il racconto parlava di una donna che andava a letto con uno sconosciuto dopo una cena e lo lasciava fare tutto ciò che voleva per un’ora esatta: succhiarglielo in ginocchio ai piedi del letto, farsi scopare a pancia in giù con la faccia schiacciata contro il materasso, ingoiare il suo sperma senza lamentarsi. Era scritto con quella freddezza chirurgica che lui usava quando la scena era più sporca, senza aggettivi di troppo, raccontando ogni movimento come se lo stesse dettando. La donna, alla fine, si puliva la bocca col dorso della mano, si vestiva e se ne andava senza dire una parola.
Mi toccai di nuovo mentre lo leggevo. Questa volta senza togliere la mano fino alla fine. Venne con due dita dentro e il palmo che premeva, mordendomi il labbro per non fare rumore, immaginando che la donna in ginocchio ai piedi del letto fossi io e che la voce che le dava ordini fosse quella che avevo costruito leggendo lui per tre anni.
Mi piacque comunque. Forse più di qualunque altro.
***
Non so se questa sia una fantasia o un’ossessione o semplicemente una di quelle cose strane che succedono alla gente nell’era dei social network, dove è possibile conoscere qualcuno senza che quella persona sappia di essere mai esistita per te.
So solo che continua a essere la prima cosa che controllo ogni mattina. Che i suoi racconti continuano a essere gli unici che leggo fino in fondo senza saltare nulla. Che a volte, quando non riesco a dormire, apro il suo profilo e leggo qualcosa di vecchio, qualcosa che già conosco, e funziona lo stesso: mi si bagnano comunque le mutandine e finisco con la mano tra le gambe, venendo con frasi che so quasi a memoria.
Che non gli ho mai messo un like. Che non gli ho mai scritto. Che probabilmente non lo farò mai.
C’è qualcosa in quella distanza che fa parte di ciò che rende tutto questo funzionante. Se gli scrivessi, se lui rispondesse, se diventasse reale in qualche modo, forse smetterebbe di essere ciò che è: una presenza che esiste solo nelle parole che pubblica e in ciò che costruisco attorno a esse, negli orgasmi silenziosi che mi strappo da sola leggendolo nel buio.
Luciano non sa che esisto. E io so troppo di lui attraverso ciò che scrive, che in fin dei conti è l’unico vero modo di conoscere qualcuno.
Domani pubblicherà qualcosa di nuovo. Lo leggerò di notte, a letto, con la stanza buia e la mano già pronta sotto le lenzuola.
E vedremo cosa succede.