La mia ossessione segreta per i piedi della mia vicina
Ho imparato a contare le ore fino a quando si addormentava. Solo allora, nel buio del letto a castello, i suoi sandali erano miei e nessuno poteva vedere cosa ci facevo.
Ho imparato a contare le ore fino a quando si addormentava. Solo allora, nel buio del letto a castello, i suoi sandali erano miei e nessuno poteva vedere cosa ci facevo.
Arrivai a casa sua per un lavoro di scuola e la trovai con le infradito. Da quel momento non riuscii più a guardarla negli occhi senza pensare ai suoi piedi.
Fingevo da anni di non guardarle i piedi. Quella notte, scalza sul letto, mi ordinò di inginocchiarmi e seppi che non sarei più tornato indietro.
Nei weekend non vado al cinema per il film. Vado a sedermi in fondo, ad aspettare che piedi sconosciuti si appoggino su di me e decidano quanto posso resistere.
Erano le dodici in punto quando ho attraversato il cortile scalzo. Le sue ciabatte rosa erano ancora lì, tiepide, con l’impronta di ogni suo dito ad aspettarmi nel buio.
Sono entrato nel master senza conoscere nessuno. È bastato che lei accavallasse le gambe e si sfilasse un sandalo perché smettessi di pensare al resto.
Per anni ho inseguito questo momento in aeroporti e treni, ma non avrei mai immaginato che una sconosciuta mi avrebbe lasciato adorare i suoi piedi nudi in volo.
Sentii i suoi piedi scalzi sulla mia spalla nel buio della sala. Poi una voce mi chiese se mi piaceva come odoravano i suoi calzini, e seppi solo rispondere di sì.
Tre anni a piedi nudi, due anelli alle dita e la certezza che a fine giornata lui si inginocchierà a leccare ogni impronta del cammino che lei ha percorso.
Mi lanciasti le tue mutandine ancora tiepide e un sorriso. «Mettele e aspettami», dicesti. Due ore dopo ero ancora in ginocchio, a contare i minuti fino al tuo ritorno.
Si addormentò davanti alla TV e sapevo di non dovermi avvicinare. Ma i suoi piedi nudi sul divano erano un invito che aspettavo da mesi.
Quando trovai una delle sue scarpe dimenticata nello spogliatoio, avrei dovuto lasciarla dov’era. Invece attraversai mezza città per restituirgliela, e tutto andò storto.
Sono le due del pomeriggio, lo sto accarezzando da ore e non gli ho ancora dato il permesso di venire. Oggi comando io, e lui impara ad aspettare.
Scesi al bacino per sfuggire al caldo e finii sdraiato sulla riva, incapace di muovermi, mentre le dita di una sconosciuta decidevano a quale ritmo mi sarei arreso.
Per anni ho fantasticato di servire una donna che mi volesse ai suoi piedi. Renata non fingeva di dominare: lo faceva con una calma che mi toglieva il fiato.
Mi ha appoggiato i piedi sulle gambe, mi ha ordinato di slacciare i lacci dei sandali e, con un sorriso tutt’altro che innocente, ha detto che quello era il prezzo del suo silenzio.
Le offrii di controllarle la caviglia come medico. Lei accavallò la gamba, avvicinò il piede al mio viso e capii, in quell’istante, chi comandava davvero.
Avevo le pinze che mi mordevano i capezzoli e la catena tesa tra le dita di Adrián. Bastava una parola per fermare tutto. Non la dissi.
Pensavo che avrei dovuto implorarla di tenere il segreto. Non immaginavo che, quando sarebbe tornata in salotto, lo avrebbe fatto con una frusta in mano e degli stivali col tacco.
Questa mattina, mentre aspettavo il caffè, mi sono rivista in ginocchio sul pavimento appena lucidato, con le gambe intorpidite e lo sguardo basso, in attesa di un suo solo ordine.