Le amiche di sua zia e il gioco finito male
Cinquecento euro per lasciarsi colpire proprio dove faceva più male. Accettò senza pensarci, convinto che tre donne non potessero fargli troppo male. Si sbagliava.
Cinquecento euro per lasciarsi colpire proprio dove faceva più male. Accettò senza pensarci, convinto che tre donne non potessero fargli troppo male. Si sbagliava.
La vidi leggere sull’ultimo treno del pomeriggio, fragile e indifferente a tutto. Non immaginava che quel «ciao» sarebbe stato il primo di tanti ordini.
Gli concessi trenta giorni per dimostrarmi che serviva a qualcosa. La prima notte non gli permisi di toccarsi: solo accendere una candela, obbedire e attendere la mia punizione.
Dividevano la stessa stanza fin da bambine e lei la spiava dormire ogni notte. Quella mattina, quando sua zia lasciò cadere l'asciugamano davanti allo specchio, capì che non avrebbe più potuto fingere.
Gli tese la mano per salutarlo e, prima di lasciarla, gli accarezzò le dita con una lentezza che non poteva essere un caso. Mateo capì che quella visita avrebbe cambiato tutto.
Sono uscito dalla palestra senza farmi la doccia, come mi aveva chiesto lui. Quella sera ho scoperto che obbedire a un altro uomo poteva darmi più piacere che comandare.
Le offrii di massaggiarle i piedi senza sapere che avrebbe messo il suo proprio dove non osavo chiedere, e che nessuno dei due avrebbe detto una parola.
Ogni mattina mia nonna mi svegliava con una punizione che avevo imparato a supplicare. Quel pomeriggio, la sua vecchia amica arrivò decisa a non limitarsi a guardare.
Sapevo che sarebbe venuto strisciando. Quello che lui non sapeva era quanto pensavo di farlo aspettare prima di lasciargli sfiorare persino la punta del mio piede.
La prima volta che un uomo mi chiese di inginocchiarsi per baciarmi le piante, capii che non era un suo capriccio: era un potere che avevo da sempre.
Mi piace l’istante esatto in cui un uomo capisce che toccherà i miei piedi solo se obbedisce. Quel pomeriggio, Mateo lo capì in ginocchio e col respiro spezzato.
Da un anno pulivo la sua casa senza che mi guardasse negli occhi. Il pomeriggio in cui mi tolsi le scarpe accanto alla piscina, scoprii che mi fissava i piedi da mesi.
Ero solo nel suo appartamento quando vidi i suoi sandali accanto al divano. Sapevo che non dovevo toccarli, ma quella notte scoprii di cosa ero capace per un capriccio che non avevo mai confessato.
Non erano mie e proprio per questo erano irresistibili. Le raccolsi dal pavimento della lavanderia sapendo che quella notte ci avrei fatto tutto ciò che immaginavo da mesi.
Mi offrì dei soldi per lasciarlo inginocchiare. Quello che non gli dissi è che, una volta a terra, sarei stata io a decidere quanto gli sarebbe costato ogni centimetro.
«Non ti muovere da lì», mi ordinò con la voce bassa, premendo il tallone contro di me. E io, uno sconosciuto, obbedii senza pensarci due volte.
Bastò sfilare il tacco dal tallone perché smettesse di guardarmi negli occhi. E io scoprii quanto potere potesse stare sulla punta di un piede.
Aveva i piedi gonfi per la partita e un sorriso che sapeva già tutto. Io volevo solo inginocchiarmi e dimostrarle fin dove ero disposto a spingermi.
Non riuscivo a smettere di guardarle gli stivali. Quando mi beccò, invece di allontanarsi, mi chiese se fossi uno di quelli che muoiono per baciare le suole.
Ogni gesto è calcolato: lo sfiorare delle calze, il tacco che pende dalle mie dita, il sorriso che li fa sentire colpevoli. Oggi mi sono alzata con voglia di giocare.