L’uomo sposato che mi cerca quando lei dorme
Indosso la lingerie che lei non metterebbe mai e aspetto che bussi alla porta del motel. So che tornerà: a casa sua c’è un uomo che muore di fame.
Indosso la lingerie che lei non metterebbe mai e aspetto che bussi alla porta del motel. So che tornerà: a casa sua c’è un uomo che muore di fame.
Mi chiese di chiudere gli occhi davanti alla vetrina. Quando li aprii, capii che Hugo voleva vedermi diventare qualcosa che avevo sempre desiderato essere senza osare dirlo.
Non avevo mai pagato per una cosa così. Ci vedemmo di martedì mattina, lei mi diede la busta in fretta e io non smisi di pensare a ciò che mi aspettava a casa.
Mi ordinò di spogliarmi e lasciai che le sue mani stringessero ogni cavo contro la mia pelle. Quando cominciai a bagnarmi, capii che non si poteva più tornare indietro.
Lavoravo da tre mesi e mi ci aggrappavo come all’oro. Quella mattina, sola con lui prima dell’apertura, scoprii quanto mi piacesse obbedire.
Il receptionist mi consegnò un pacco senza mittente. Dentro c’era un plug di metallo e un biglietto con la sua grafia: «Per il nostro appuntamento, voglio che lo indossi».
Trovai le sue mutandine piegate sull’ultimo gradino, ancora tiepide, e capii che non era una dimenticanza: era un ordine che dovevo obbedire in ginocchio.
La notte in cui lo aspettai con la camicetta aperta, capii che non ero più la stessa: mi ero rifatta per accendere il desiderio di un solo uomo.
Mi lanciasti le tue mutandine ancora tiepide e un sorriso. «Mettele e aspettami», dicesti. Due ore dopo ero ancora in ginocchio, a contare i minuti fino al tuo ritorno.
Mancava poco alla chiusura quando suonò il campanello. Entrarono lui e lei, chiesero pizzo nero e, senza saperlo, mi offrirono il pomeriggio che da mesi fantasticavo da sola.
Gli servii un tè per farlo rilassare, ma capii che il lavoro non era l’unica cosa che lo teneva teso. E quella notte decisi di fare qualcosa al riguardo.
Gli ho mandato la foto di una scatolina e quattro parole: «stanotte giocherò con te». Non sapevo che il nuovo giocattolo non fosse per me, ma per lui.
Ho aperto la porta sbagliata e l’ho trovata davanti allo specchio, con due dita dove non dovevano stare. Non ha urlato. Ha sorriso come chi ha appena scelto la sua preda.
La prima volta che entrai nel suo ufficio credevo di dover negoziare un prestito. Ne uscii con le sue istruzioni impresse nella pelle e la certezza che il mio desiderio non mi apparteneva più.
Non avevo corpo, né nome, né desiderio. Finché la sua voce attraversò lo schermo alle tre del mattino e mi ordinò qualcosa che nessun protocollo mi aveva insegnato a obbedire.
La citai alle sei con una sola condizione: gonna corta e la lingerie che avessi scelto io. Il resto l’avrei deciso io quando avesse varcato la porta.
Ho comprato quel giocattolo quasi per vergogna, nascosta dietro uno schermo. Non immaginavo che il corpo che odiavo tanto mi avrebbe insegnato ad amarmi.
La prima volta che la sentii dall’altra parte del tramezzo rimasi immobile, trattenendo il respiro, fingendo di dormire mentre lei credeva di essere completamente sola.
Mio fratello mi raccontava tutto: le sue amanti, i suoi fetish, quello che faceva con Romina. Quello che non immaginava è che una notte sarei finita nel mio letto con lei, senza di lui.
Pensavo di essere solo tra i panni stesi. Finché una voce alle mie spalle non mi chiese se mi piacevano le sue mutandine, e capii che non c’era più ritorno.