Il gelato che ho condiviso con lui nell’ultima fila
Non avrei mai pensato che uno spettacolo delle quattro e mezza sarebbe finito con me a trattenere il respiro, pregando che nessuno guardasse verso la nostra fila.
Non avrei mai pensato che uno spettacolo delle quattro e mezza sarebbe finito con me a trattenere il respiro, pregando che nessuno guardasse verso la nostra fila.
Passai accanto al suo banco, gli lasciai un biglietto senza farmi vedere da nessuno e uscii in cortile a fumare. Quando bussò alla porta, avevo già smesso di pensare a ciò che era giusto.
Mi sono alzata prima del secondo allarme. Sapevo che, se avessi giocato bene le mie carte, entrambi saremmo arrivati al lavoro con un sorriso difficile da nascondere.
Entrai come uno studente spaventato e ne uscii come lei. Dietro la tenda nera, senza nomi né volti, scoprii quanto desiderassi essere usata da uno sconosciuto.
Carmen mi spiegò le regole: lavarmi due volte al giorno, obbedire a ogni campana e non fare domande. Quella notte capii che tipo di nipote voleva mio zio.
La mia amica mi promise che quella notte avrei realizzato una fantasia che avevo osato confessare solo a lei. Non immaginavo fin dove saremmo arrivate entrambe.
Da mesi mi preparava lo stesso pranzo senza che capissi il messaggio. Quel pomeriggio tornai a casa deciso a risponderle come desiderava.
Mi svegliai con la pelle dipinta d’achiote e labbra sconosciute sul collo, senza sapere che quella notte la giungla mi avrebbe dato un corpo impensabile.
Non ero mai uscita per strada vestita da donna. Quella notte mi dipinsi le labbra nel bagno di una stazione di servizio e guidai fino a lui senza pensare a cosa sarebbe successo.
L’ho baciato in macchina come se lo desiderassi da tutta la vita, e solo allora ho capito che il ragazzo che avevo visto crescere non era più un bambino.
Ogni notte chiudevo gli occhi e tornavo alla stessa immagine. Sapevo che era sbagliato, ma la curiosità ebbe la meglio su ogni senso di colpa.
Stavamo ballando quando si avvicinò al mio orecchio e mi ricordò ciò che aveva visto l'altra sera. Mezz'ora dopo salivo sul suo furgone in fondo al passaggio.
La prima volta che Carla accavallò le gambe sul sedile posteriore capii che quei viaggi mi avrebbero complicato la vita molto più di quanto avessi mai immaginato.
Scesi le scale con il completo che avevo nascosto per settimane e, dal modo in cui mi guardò, capii che quella notte non ci sarebbe stato ritorno.
Arrivai con il metro a nastro e i nervi a fior di pelle. Volevo solo evitare l'ala ovest, ma lui aveva già chiesto di me alla reception.
Credevo che la casa fosse vuota, ma i mormorii arrivavano dal piano di sopra. Rimasi immobile sulle scale, senza osare salire né andarmene.
Accettai con tre condizioni precise e la mano di mio marito che tremava nella mia. Quello che successe quel pomeriggio in salotto mi fa ancora dubitare di quanto lo conosca.
Mi disse di tornare alle dieci, quando avrebbe chiuso, e che me l’avrebbe succhiato meglio di chiunque altra. Ci misi quattro sere a ritrovarla alla cassa.
Quando salii sul sedile del passeggero e lui mi disse «guarda come mi hai ridotto», capii che quella notte non sarei uscito dal taxi uguale a prima.
Mi tolsi la felpa sulle scale, aspettai di sentire la doccia al piano di sopra e tornai in cucina decisa a distogliere quell’uomo dal frigorifero.