La notte in cui questa travestita smise di trattenersi
Mi guardai allo specchio con la parrucca e il vestito trasparente, e capii che quella notte avrei lasciato che uno sconosciuto mi facesse tutto ciò che immaginavo da settimane.
Mi guardai allo specchio con la parrucca e il vestito trasparente, e capii che quella notte avrei lasciato che uno sconosciuto mi facesse tutto ciò che immaginavo da settimane.
Mi salvai il suo numero come «S.1». Due giorni per pentirmi e non una volta volsi farlo: volevo che mi usassero di nuovo, peggio della prima volta.
Ero pronta dalle quattro del pomeriggio, fradicia e vogliosa, quando quell’uomo basso bussò alla mia porta senza immaginare che avrei scoperto il suo soprannome a forza.
Entrai nello studio con la gola secca. Non mi aspettavo che mi chiedesse di chiudere gli occhi e descrivere, parola per parola, ciò che nascondevo da mesi.
Passai davanti alla cabina cinque volte prima di osare guardare dentro. L’uomo dai capelli grigi alzò lo sguardo e mi fece un cenno senza dire nulla.
Il suo post nell’app di libri diceva «cerco una baby». Le risposi d’impulso e, per quasi un anno, imparai a obbedire a ogni sua parola in videochiamata.
«Buonanotte, principessa», mi sussurrò mia moglie all’orecchio. E qualcosa dentro di me, qualcosa che aveva piantato settimane prima, rispose come se aspettasse da sempre quel nome.
L’armadio del signorino custodiva un’uniforme nera con cuffietta bianca, e don Aurelio le assicurò che appena l’avesse indossata non sarebbe più stata Marcial.
Da un anno guardavo quel giocattolo nel cassetto senza osare. Quella notte, con la sottoveste di pizzo e il lucchetto chiuso, capii che avrei finalmente lasciato che mi aprisse del tutto.
Camille entrò nello studio con due caffè e la porta del corridoio era già chiusa a chiave. Quella notte Elena scoprì quanta libertà aveva dato a suo marito.
Quella mattina di settembre vidi entrare la ragazza più timida dell’aula. Ci misi due settimane a capire che la timida dell’aula non era lei, ero io.
Le pregai per mesi una sessione. Quando finalmente entrai nel suo studio, capii che non mi aveva invitato per fotografarla, ma per insegnarmi a obbedire.
Feci appena pochi passi e il cellulare cominciò a vibrare senza sosta. Era lei, e non aveva alcuna intenzione di lasciarmi andare così facilmente quella notte.
Quando spinsi la porta metallica pensavo di trovarlo da solo, come sempre. Ma sotto quella lampadina sospesa c’erano altri quattro uomini, e nessuno sembrava avere fretta.
Quando mi fece un gesto dal corridoio centrale, capii che l’elenco dei libri presi in prestito a mio nome era solo la prima delle trappole che mi avrebbe teso quella notte.
La trovai mentre si mordeva il labbro davanti allo specchio, con il bikini addosso e l’inguine già bagnato. Non avrei aspettato che fosse pronta.
Quando ho incrociato le gambe, sapevo già che le tre avevano architettato qualcosa. Non immaginavo però quanto mi sarebbe costato restare zitta per tutta la notte.
Quattro giorni legato al suo letto, dodicimila euro più ricco e un corpo che non si oppone più allo stesso modo. Il peggio non è ciò che mi fa: è ciò che comincia a brillare nei miei occhi.
Portavo nascosto da mesi il mio segreto in fondo all’armadio. Quella notte bussai alla sua porta con la gonnellina plissettata e il fiocco rosso, e non volli più tornare indietro.
Mi tolsi i pantaloni nel passaggio, li misi nello zaino e spinsi il cancello. Sapevo esattamente cosa mi aspettava al piano di sopra, e questo mi eccitava ancora di più.