Ho scoperto la mia ragazza con il capitano alla festa
Il bar dell’università era pieno, ma io non vedevo nessuno. Erano due ore che avevo davanti la stessa bottiglia di whisky nero, e la cameriera non si dava più la pena di chiedermi se volessi altro. Avevo diciotto anni, ero al quarto anno di fisica molecolare, e avevo appena scoperto che la mia ragazza si scopava un altro tipo.
Mi chiamo Mateo. So che non è un nome strano, ma mia madre diceva che era il santo di quelli che si sacrificano per gli altri. Che bella battuta si è rivelata.
Quella notte, mentre il whisky mi ribolliva nello stomaco, mi ripetevo la scena all’infinito. La stanza socchiusa, i gemiti, Camila a quattro zampe sul letto con la gonna tirata su fino alla vita e il culo alzato verso l’alto, il capitano della squadra di calcio che la martellava da dietro con il cazzo che entrava e usciva lucido dei suoi umori, i coglioni che sbattevano contro la sua figa a ogni spinta. I suoi occhi fissi nei miei senza un briciolo di vergogna, con la bocca aperta a sbavare gemiti che con me non aveva mai lasciato uscire. Come se aspettasse da mesi che la trovassi così, infilzata.
***
Una settimana prima ero il ragazzo più fortunato del campus. Camila aveva due anni più di me, castana, con un corpo che si notava sotto qualsiasi maglietta e un modo di sorridere che ti faceva dimenticare il tuo stesso cognome. Stava con me dal primo giorno di settembre, e quel venerdì mi ero svegliato al suo fianco con quella nuova sensazione di appartenere a qualcuno.
Era la mia prima volta. La sua, no. La notte prima mi aveva spogliato lentamente nella sua stanza, ridendo delle mie mani impacciate, e mi aveva spinto sul materasso per salirci sopra. Si era abbassata il corpetto e mi aveva piantato le tette in faccia, un capezzolo duro che mi sfiorava le labbra finché non avevo osato succhiarlo. Poi mi aveva abbassato i boxer e si era messa a guardare il cazzo teso come chi valuta della merce. Lo afferrò con due dita, rise piano, e se lo mise in bocca solo quel tanto che bastava a lasciarmi la punta fradicia di saliva. Me lo succhiò tre volte, senza vera voglia. Me lo ricordo adesso: senza voglia.
—Vieni, tranquillo —disse, e si sdraiò a pancia in su, aprendo le gambe—. Mettilo dentro piano.
Io tremavo. Mi sistemai tra le sue cosce e cercai la fica a tentoni, con il cazzo che sbatteva ovunque tranne che nel punto giusto per entrare. Lei sospirò con pazienza da maestra, mi prese il cazzo e me lo guidò dentro. Sentii un calore stretto, umido, scivoloso. Spinsi piano, con paura di farle male, e in tre spinte impacciate mi stavo già sborando dentro di lei senza riuscire a fermare niente, con lo sperma che mi usciva a fiotti mentre le stringevo le tette e biascicavo il suo nome.
Lei rimase ferma, lasciandomi ansimare sopra di lei. Mi abbracciò e mi disse che non aveva mai sentito niente di simile. Io ci credetti fino in fondo. All’alba scesi a comprare cornetti e caffè per prepararle una colazione come nei film.
Quando tornai, lei era già sveglia e al telefono. Mi fermai in cucina prima di entrare.
—Sì, tesoro, ti giuro che è uno sfigato —disse tra le risate—. E per giunta era vergine. È durato tre spinte e mi sono sentita arrivare dentro come una deficiente. Quasi non vengo io, ho dovuto finire da sola con le dita quando si è addormentato. Mi tratta come una principessa di porcellana e questa cosa mi rompe il cazzo in un modo terribile. Io voglio essere scopata bene, voglio che mi spaccino il culo, non che mi guardino come se fossi la madonnina del presepe.
Lasciai cadere apposta le buste sul bancone, feci rumore ed entrai come se niente fosse. Lei cambiò tono all’istante e cominciò a parlare del fidanzato di un’amica. Io mi aggrappai a quella spiegazione come un naufrago a una tavola.
Era più facile crederle che affrontare ciò che avevo appena sentito.
***
Mercoledì, all’uscita da lezione, Camila mi aspettava nel corridoio con uno dei suoi sorrisi catastrofici.
—Stasera c’è festa da Bruno —disse, appendendosi al mio collo—. Voglio presentarti ufficialmente come il mio ragazzo.
Un mercoledì sera non era giorno di festa per me. Avevo promesso a mia madre che sarei andato a cena nel suo appartamento. Ma Camila aveva quel modo di inclinare la testa e mordersi il labbro, e mi infilò una mano nella tasca dei jeans per afferrarmi il cazzo sopra il tessuto mentre mi sussurrava nell’orecchio che dopo avremmo finito la serata nel suo letto, che mi avrebbe succhiato il cazzo fino in fondo e che stavolta sì mi avrebbe insegnato a scopare come si deve. A quelle condizioni, dire di no è quasi un reato.
Arrivammo a casa di Bruno con la festa già nel pieno del delirio. Musica a un volume che faceva vibrare i bicchieri, fumo di sigaretta, gente che si conosceva tra di sé e che mi guardava come se fossi il cugino di provincia. Camila mi lasciò la mano appena oltrepassammo la soglia e sparì al piano di sopra con due amiche. Mi piantò lì accanto alla ciotola delle patatine.
Tirai avanti mezz’ora cercando di parlare con qualcuno che non fosse occupato a mangiarsi la bocca con qualcun altro. Non trovai nessuno. Mi scocciai. Pensai di tornare a casa e andare avanti con la tesi di chimica industriale, tanto a che sarebbe servito restare.
Salì a cercarla per salutarla. Sul pianerottolo delle scale mi scontrai con Sofía, una delle sue amiche, con un sorrisetto che conoscevo fin troppo bene.
—Cerchi Camila? —mi disse—. È di sopra, nella stanza in fondo.
—Grazie.
Quel sorrisetto avrebbe dovuto avvisarmi. Salii lo stesso.
Il corridoio del primo piano era una sfilata di corpi schiacciati contro le pareti, mani affondate sotto le gonne, dita che entravano e uscivano dalle mutande, una tizia in ginocchio a succhiare il cazzo a un tipo appoggiato al muro senza nemmeno preoccuparsi di chi gli passasse accanto. Camminai fino alla stanza in fondo, dove c’era una porta socchiusa e da dentro usciva un suono familiare. Famigliare e allo stesso tempo orribile. Lo schiocco della carne contro la carne, umido, ritmico.
La spinsi con la punta delle dita. Si mosse appena di quindici centimetri, e bastò.
Camila era a quattro zampe sul letto, con la gonna tirata su fino alla vita e il perizoma appeso a una caviglia. Aveva il culo alzato in aria e la figa spalancata e lucida, con le labbra arrossate e tese attorno al cazzo di Bruno ogni volta che lui affondava fino in fondo. Bruno la teneva per i fianchi con entrambe le mani e la prendeva con la stessa furia che gli si vedeva quando faceva un gol, il cazzo che entrava tutto intero, i coglioni che le sbattevano contro il clitoride a ogni spinta, le chiappe di lei che le tremavano a ogni colpo. Aveva gli occhi chiusi, la bocca aperta, gemendo cose che con me non aveva mai gemuto.
—Così, più forte, spaccami, dammi di più —ansimava—. Sborami dentro, figlio di puttana, sborami dentro che lo voglio sentire.
Bruno le diede una secca pacca sul culo, lasciandole l’impronta rossa della mano, e le afferrò una ciocca di capelli per tirarle indietro la testa. Lei inarcò la schiena come una gatta e cominciò a muoversi contro di lui, scopandoselo dal basso, scuotendo i fianchi per ingoiarselo tutto. Quando aprì gli occhi e mi vide nello stipite della porta, non si spaventò. Non si fermò. Tenne il mio sguardo per un secondo intero, tirò fuori la lingua e si leccò le labbra come a dirmi adesso sai com’è una donna scopata sul serio, e poi li richiuse affondando la faccia nel materasso per gemere ancora più forte.
Mi fischiarono le orecchie. Le gambe mi si piantarono nel pavimento per un paio di secondi e poi partirono da sole. Scesi le scale saltando tre gradini alla volta. Non salutai nessuno. Non presi il giubbotto. Feci sei isolati fino al bar dell’università e ordinai la cosa più economica che avessero. La più forte.
***
Mi svegliai con il cranio sul punto di esplodere. Ero nudo in un letto che non era il mio, in una stanza con le pareti bianche e un poster della tavola periodica accanto alla finestra. Porca puttana, sono a casa di una compagna di corso.
Feci mente locale. Ricordavo il bar, ricordavo una ragazza che si era avvicinata dicendomi che aveva un posto migliore dove affogarmi, ricordavo di essere salito su un taxi e basta. Poi un oceano nero.
Mi sedetti sul bordo del letto avvolto in un lenzuolo. I miei vestiti non erano da nessuna parte. Cominciai ad aprire cassetti cercando qualcosa che mi dicesse dove fossi, e nel secondo cassetto trovai un mucchio di lingerie —perizomi neri di pizzo, un reggiseno rosso con coppe semitrasparenti, un paio di autoreggenti arrotolate— che mi fece ritirare la mano come se mi fossi bruciato.
—Non è educazione frugare nei cassetti degli altri.
Feci un salto. Nello stipite della porta c’era una ragazza coi capelli biondi appena bagnati e un asciugamano bianco avvolto intorno al corpo. L’asciugamano le arrivava appena a metà coscia e le spingeva le tette verso l’alto, aprendo un décolleté dove brillavano ancora gocce d’acqua che le scendevano sul petto. La pelle le luccicava per la doccia. Lanciai la lingerie come se così potessi convincerla che non l’avevo toccata.
—Scusa —balbettai—. Non sapevo dove fossi. È stata l’unica cosa che mi è venuta in mente.
—Per essere il genio che si laurea a diciotto anni, non ti vengono in mente molte cose —rispose lei, senza muoversi dallo stipite.
Restai muto. Come cazzo faceva quella tipa a sapere cosa studiavo?
—Scusami, ma... ci conosciamo?
—Frequentiamo la stessa classe da due anni, Mateo. Mi chiamo Renata. Piacere.
Ripassai mentalmente i volti della mia annata e non ne trovai nessuno che corrispondesse a quella faccia. Non mi stupì. Non guardavo mai nessuno.
—E i miei vestiti?
—In lavatrice. Ieri notte ti sei sborrato addosso nel taxi. Li ho messi a lavare mentre ti sistemavo sul divano. Ti sei addormentato prima che potessi offrirti un caffè.
Sentii il calore salirmi per il collo. Renata si incrociò le braccia sopra l’asciugamano, sottolineandomi ogni centimetro di un décolleté che due minuti prima non avevo registrato. Sotto il lenzuolo, il mio cazzo decise che invece sì, l’aveva registrato.
—Ti ho portato qui perché non me la sentivo di lasciarti per strada davanti al bar —disse—. Però sia chiaro che sei esattamente insopportabile come pensavo fin dal primo giorno.
—Insopportabile?
—Vanitoso. Arrogante. Non ti iscrivi mai ai lavori di gruppo, fai tutto da solo, guardi la gente come se fossimo le comparse del tuo film. È tipico di quelli che si credono più intelligenti del resto del mondo.
Volevo risponderle per le rime, ma non trovai munizioni. In qualche angolo della testa, una voce mi diceva che Renata aveva parecchia ragione.
—Non sapevo ti desse così fastidio.
—Non mi dà fastidio. Mi fai pena. Vai a chiamare tua madre, sarà in pensiero. I tuoi vestiti saranno pronti tra venti minuti.
Si voltò e andò in bagno, lasciandosi dietro un odore di shampoo al cocco e di donna che non avevo mai sentito in vita mia. Quando passò nel corridoio, l’asciugamano le si alzò di un dito e mi lasciò vedere la curva intera di una natica bianca, soda, con una goccia d’acqua che le scendeva lungo la parte posteriore della coscia. Chiusi gli occhi per un secondo. Qualcosa nella voce di Renata mi costringeva a guardarmi allo specchio in un modo in cui non mi ero mai guardato. Qualcosa nel suo culo mi costringeva a guardare anche altrove.
***
Uscii dal suo palazzo senza voltarmi indietro. Feci tre isolati prima di rendermi conto che, in pratica, abitavamo porta a porta. Era stata a mezzo isolato da me per due anni e io non me ne ero nemmeno accorto. Forse ero davvero un idiota.
Quando arrivai a casa, avevo trentadue chiamate perse: la maggior parte di mia madre e un paio di Camila. Chiamai prima mia madre, le mentii quel tanto che bastava per farla dormire tranquilla, le promisi di passare a pranzo sabato. Poi mi buttai sul divano e aprii una birra per smaltire del tutto la sbronza.
Proprio quando stavo per chiudere gli occhi, squillò un numero lungo, sconosciuto. Stavo quasi per non rispondere. Risposi per puro noia.
—Mateo Aguirre?
—Sì, sono io.
—La chiamo dalla compagnia assicurativa Extremis. Sua defunta madre, la signora Lucía Aguirre, l’ha indicato come unico beneficiario della sua polizza vita. Le istruzioni erano di sbloccare la somma quando lei avesse compiuto diciotto anni. La stiamo cercando da due settimane. Abbiamo bisogno di un numero di conto per effettuare il bonifico.
—Di quale somma stiamo parlando?
—Tre milioni di euro, signor Aguirre.
Rimasi muto per la seconda volta nella giornata. Dettai il numero di conto come un automa. Quindici minuti dopo aprii l’app della banca e lì c’era il saldo, con tutti gli zeri al posto giusto.
Mia madre, quella biologica, quella che si era tagliata le vene nella vasca da bagno quando avevo cinque anni, mi aveva appena regalato la vita che mio padre e la puttana di mia matrigna avevano cercato di rubarmi. Tre milioni di euro. L’ipoteca di mia madre adottiva, il mio progetto d’impresa, tutto quello che avevo sognato mentre dormivo su materassi che non erano miei.
Scoppiai a ridere da solo. Una risata amara, quasi nervosa. E proprio in quel momento, come se l’universo avesse senso dell’umorismo, il cellulare vibrò di nuovo. Sullo schermo comparve il nome di Camila.
Inspirai. Risposi.
—Spero che tu sia breve —le dissi—. È l’ultima cosa che voglio fare adesso.
—Mateo, ti chiamavo per chiederti scusa, ma vedo che sei già insopportabile.
—Le scuse si chiedono, non si condizionano.
—Senti, te lo dico con affetto. Sì, sono andata a letto con Bruno. E continuerò ad andarci. Lui mi dà quello che tu non puoi darmi. Non mi tratta come una porcellana, mi scopa come piace a me, mi spacca la fica finché gli chiedo di smettere, me lo infila nel culo quando gli gira, mi obbliga a succhiarglielo fino in fondo finché mi va di traverso. Ha un cazzo che ne fa due del tuo, ha soldi, mi porta in giro. Tu invece sei venuto dentro di me in tre spinte e ti sei addormentato. Tu potevi solo offrirmi un menu di McDonald’s e scopare come un ragazzino spaventato. E già che ci sono te lo dico: ho cominciato a uscire con te perché avevo scommesso con le altre ragazze che sarei riuscita a scoparmi il cervellone della classe. Ho vinto la scommessa. Cercati una tipa del tuo livello, e impara prima a leccare la fica, che è l’unica cosa per cui forse servi.
Seguì un silenzio. Pensai che avrei sentito rabbia, dolore, vergogna. Sentii qualcosa di molto più utile. Sentii freddo. Lo stesso freddo con cui mia madre biologica deve aver pianificato il giorno in cui si è infilata nella vasca, immagino. Lo stesso freddo con cui certi uomini firmano documenti che cambiano per sempre la vita degli altri.
—Camila —dissi—. Ti auguro il meglio con Bruno. Sul serio.
—Davvero?
—Sì. E dì alle tue amiche che la prossima scommessa gli costerà molto di più.
Chiusi prima che potesse rispondere. Appoggiai il cellulare sul tavolo, mi versai un’altra birra e cominciai a pianificare i prossimi dodici mesi come se fossero un esperimento di laboratorio. Per la prima volta da anni, sapevo esattamente cosa avrei fatto il giorno dopo, e quello dopo, e quello dopo ancora. Tre milioni di euro e una rabbia ben fredda sono, credetemi, una combinazione chimica molto difficile da battere.
***
Renata mi chiamò quella stessa notte, due ore più tardi, per chiedermi se fossi arrivato a casa sano e salvo. Le dissi di sì. Le dissi anche, senza pensarci troppo, che lunedì volevo che mi aiutasse a capire perché stavo antipatico a tutti.
—Tu che chiedi aiuto a me? —rise dall’altro lato—. Oggi ti è successo qualcosa, Mateo.
—Mi sono successe diverse cose. Te le racconto lunedì.
Quando chiusi, rimasi a lungo a fissare il soffitto. Pensai all’asciugamano bianco che le saliva sulla coscia, alla goccia d’acqua che le scendeva sulla nuca, all’odore di cocco. Mi portai la mano al cazzo sopra i pantaloni senza accorgermene e lo trovai duro come una pietra. La stanza sapeva di fumo vecchio, di birra tiepida e della promessa di qualcosa di nuovo. Camila era stata l’ultima donna di cui mi ero innamorato per ingenuità. Renata, sospettavo, sarebbe stata la prima di cui mi sarei innamorato per abitudine. E in mezzo sarebbero successe un sacco di cose. Ma quella, ormai, è un’altra storia.