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Relatos Ardientes

La fidanzata di mio padre e i messaggi di quella mattina

Il ronzio del cellulare mi strappò dal sonno e la luce della persiana socchiusa mi colpì dritta negli occhi. Ci misi un paio di secondi a riconoscere la mia stanza, il soffitto basso, la lampada storta, i vestiti buttati sulla sedia. Sorrisi. La notte con Lorena era stata esattamente tutto quello che immaginavo da mesi, e per una volta nella mia vita avevo avuto la lucidità di alzarmi e tornare in camera mia prima dell’alba.

Pensai che fosse meglio lasciarla sola un po’. Che si svegliasse con il tempo di rendersi conto di quello che avevamo fatto, senza la pressione della mia faccia sul cuscino accanto. Lorena aveva un carattere difficile, e il senso di colpa, in lei, di solito si manifestava sotto forma di porta sbattuta.

Mi sfregai le tempie. «Quante cazzate abbiamo detto stanotte. Porca puttana, che disastro».

Poi sorrisi di nuovo, perché per quanto cercassi di vergognarmi, non ci riuscivo. Me l’ero scopata. Mi ero scopato Lorena. Ed era stato il miglior scambio di sesso della mia vita. Sentivo ancora il sapore del suo cazzo in bocca — quel gusto aspro e salato che mi aveva succhiato per venti minuti in ginocchio sul pavimento, con lei che mi afferrava per i capelli e mi schiacciava la faccia contro la sua figa mentre mi urlava di non fermarmi, che l’avrei fatta venire, che le leccassi il clitoride più forte. Quando finalmente venne mi bagnò il mento, mi lasciò il mento lucido di umori, e io alzai lo sguardo e le vidi le tette tremare sopra di me, con i capezzoli così duri che sembravano due pietre rosa. Dopo la misi supina e le affondai il cazzo in un solo colpo, fino in fondo, finché lei non arcuò la schiena e lasciò uscire un gemito ruvido che mi salì lungo la colonna vertebrale. La inculai piano all’inizio, guardandole la faccia mentre entravo e uscivo, e poi veloce, molto veloce, con le mani sulle cosce ad aprirgliele finché non le scricchiolò il fianco. Venni dentro. Dentro, senza chiedere, senza sfilarmi, senza nulla. Le svuotai il cazzo nella figa e lei mi strinse il culo con i talloni per farmi restare fermo, per lasciarle tutto lo sperma dentro. L’unica cosa che rimpiangevo era non aver avuto la forza di prenderla da dietro dopo, afferrarla per i fianchi e sbatterla finché le tette non le rimbalzassero sul materasso, sputarle nel buco del culo e infilarle un pollice mentre la devastavo. Ma il vino, la cena interminabile e l’intensità stessa di quello che stava succedendo mi avevano lasciato senza benzina. Crollai accanto a lei, ansimando, col cazzo che ancora grondava sperma e umori sulle lenzuola, e mi addormentai prima di riuscire a baciarla sulla spalla.

Un altro messaggio vibrò sul comodino. Allungai il braccio senza aprire gli occhi. Non arrivavo. Sbuffai, spazientito, e decisi che quel telefono poteva aspettare altri dieci minuti.

Fu allora che lo sentii. Un urlo lacerante dall’altra parte della parete divisoria.

Lorena.

A quanto pare, aveva optato per la terza soluzione: lo scandalo. Una cosa abbastanza da lei, adesso che l’alcol non le stava più anestetizzando i nervi. Quello che la notte prima era stato un miracolo sudato e proibito, alla luce dei postumi sembrava essersi trasformato in un cataclisma.

La prima cosa che pensai fu di coprirmi con il lenzuolo e fingere di dormire. «Che palle dover sopportare un dramma a quest’ora», mi dissi. Ma ci ripensai. Misi un piede per terra, mi sedetti sul bordo del letto e respirai a fondo. Se dovevo sentirla urlare, almeno l’avrei fatto con dignità. In fondo, ero stato io a insistere finché non aveva ceduto, io a infilarle la lingua in bocca in cucina, io a calarle le mutandine contro lo stipite della porta e a infilarle due dita nella figa fino a farla ansimare contro il mio collo.

E adesso che ci pensavo bene, l’avevo fatta grossa sul serio. Lorena non era una ragazza del bar. Lorena era LA COMPAGNA DI MIO PADRE.

«Porca troia, papà. Mi sono scopato tua moglie. Ti ho messo le corna… come hanno fatto con mamma».

Mi massaggiai di nuovo le tempie. Forse avevo bevuto anch’io più di quanto ricordassi, perché all’improvviso l’idea non mi sembrava più così brillante. Un sapore amaro, indefinito, cominciò a muoversi lentamente dentro di me.

Un altro messaggio. Scossi la lingua. Erano già tre in meno di quindici minuti. Presi il telefono a malincuore e guardai lo schermo. Era mia madre.

Sbuffai. Non avevo nessuna voglia di parlare con lei. Gli ultimi mesi passati insieme erano stati soffocanti fino all’insopportabile. Andarmene a vivere da mio padre era stata la cosa più simile a respirare dopo anni sott’acqua.

La porta si spalancò di colpo.

Lorena entrò con il viso stravolto, gli occhi gonfi e rossi, ancora nella sottoveste con cui si era addormentata. Non di rabbia. Di panico.

—Lo sa —disse, e la voce le si spezzò—. Andrés lo sa.

Si teneva una mano sulla bocca, come se volesse trattenere il pianto con la forza, e con l’altra mi porgeva il cellulare. Lo presi senza capire nulla.

Era un messaggio di mio padre, inviato alle quattro e mezza del mattino.

Ci ho pensato molto durante il viaggio e sono arrivato a una conclusione. La nostra storia non ha futuro. Prendi le tue cose prima che finisca la settimana, per favore.

—Mi caccia di casa —gemette Lorena—. È per stanotte, sicuro.

Rilessi il messaggio tre volte. Non aveva senso. Mio padre era a cinquecento chilometri di distanza, in mezzo a un congresso di fornitori, non poteva aver saputo nulla. Quel cambio di tono era impensabile.

Il mio telefono vibrò di nuovo. Era mia madre, ancora. Un brutto presentimento mi scese lungo la schiena. Aprii la conversazione.

Patricia: Ho parlato con tuo padre. Che bello che torni a casa, tesoro. Ti ho preparato la stanza con le lenzuola pulite.

Patricia: Vieni oggi a pranzo? Ti preparo quello che vuoi, quello che ti piace di più.

Patricia: O preferisci che andiamo al cinema? Da piccolo ti piaceva tanto andare al cinema con me.

—Ma che cazzo…

Tornai indietro nella lista delle conversazioni e allora lo vidi. Un altro messaggio, proprio sotto quello di mia madre. Di mio padre. Inviato anche quello nel cuore della notte.

Lo aprii con lo stomaco stretto in un pugno.

Andrés: Tua madre sente la tua mancanza ed è ora che tu torni con lei. Prendi le tue cose prima che finisca la settimana. La chiave lasciala nella cassetta della posta, non ne avrai più bisogno.

—Ma-va-fan-cu-lo.

Alzai lo sguardo e incrociai gli occhi di Lorena. Bastò quello perché capisse che i suoi peggiori timori erano veri. Scosse la testa una volta, due, tre, come se potesse annullare la realtà a forza di ripeterlo.

Fu allora che vidi, sul ripiano accanto allo stipite della porta, qualcosa che non avrebbe dovuto essere lì.

Un piccolo fermacarte, in plexiglass, con un’ancora dorata incastonata dentro. Gliel’avevo chiesto per scherzo a mio padre il giorno in cui era salito sull’aereo, due settimane prima. Lo chiusi nel pugno fino a farmi male.

—È stato qui —dissi, alzando l’ancora—. Stanotte.

Lorena lasciò uscire un grido soffocato, si portò entrambe le mani al viso e sprofondò contro il muro fino a sedersi per terra. Piangeva senza vergogna, senza trattenersi, con la schiena che le tremava dalla testa ai piedi. Il suo compagno, l’uomo con cui stava da tre anni, l’aveva vista scopare con suo figlio mentre tutti e due dicevamo cose davvero oscene su di lui. Lo aveva sentito gridarmi «mettimene ancora, figlio, ancora», l’aveva sentito chiedermi di venire dentro «come non fa mai tuo padre», l’aveva sentito gemere il mio nome mentre le leccavo il culo e le infilavo due dita nella figa nello stesso tempo. Tutto questo l’aveva sentito Andrés dall’altra parte della parete, probabilmente in piedi nel corridoio, con l’ancora in mano.

—Porca troia, porca troia, porca troia —ripeteva tra i singhiozzi.

Io, ancora stordito, camminai lungo il corridoio fino all’ingresso. La porta principale non era chiusa con il doppio giro, cosa stranissima per mio padre. Aprendola, vidi qualcosa sullo zerbino.

Una rosa. O quello che restava di una rosa. Il gambo, due foglie avvizzite e la pellicola di cellophane. I petali erano sparsi sul pianerottolo, strappati via a colpi contro il muro. Raccolsi il bastone con impaccio, come se pesasse cento chili.

Quando Lorena vide il fiore mutilato nella mia mano, lanciò un altro urlo e si alzò traballando per strapparmelo.

Tornai dentro. Feci il numero di mio padre. Aspettai.

—Occupato —dissi dopo qualche secondo—. Mi ha bloccato.

Lorena si portò il suo all’orecchio, con le dita che le tremavano così tanto che dovette asciugarsi le lacrime due volte per riuscire a centrare il contatto. Chiuse gli occhi. Aspettò. Quando li riaprì, le si piegò tutta la faccia. Aveva bloccato anche lei.

La vidi allontanarsi verso la sua stanza, infilarsi nel letto tutta rannicchiata e seppellire il viso tra le ginocchia come se volesse sparire dentro il proprio corpo. Il suo era un pianto impossibile da consolare. Persino io, che per mesi avevo calcolato come portarmela a letto, capii che stavolta l’avevo fatta davvero grossa.

***

Lorena non uscì dalla camera per tutto il pomeriggio. Le due o tre volte che bussai alla sua porta, mi rispose il silenzio. Non avevo molto da offrirle, comunque. Le mie scuse, a quel punto, erano carta straccia. Non avrebbero fatto perdonare mio padre.

Nemmeno io ero uscito indenne. Qualcosa si era rotto dentro di me quella mattina, qualcosa che intuivo da anni e che preferivo non guardare in faccia. Non avevo tradito solo mio padre. Avevo tradito anche Valeria. La povera Valeria, la mia ragazza, che avevo usato come copertura per mesi, raccontandole dettagli intimi che non appartenevano a nessun altro se non a Lorena, e perfino mostrandole un video in cui si vedeva il mio cazzo affondato nella figa di Lorena e lei che mi chiedeva di venire dentro, un video che non avrei in nessun caso dovuto farle vedere.

La chiamai. Avevo bisogno di vederla, anche se vederla non era la cosa più corretta dopo averla tradita proprio quella notte con la donna che era stata lei stessa a chiedermi di portare fuori a far festa «così si distraeva e ti perdonava per l’estate». L’ironia mi si piantò nel petto.

«Sono innamorato di lei e morirei pur di non perderla. È l’unica cosa che conta», mi dissi, senza crederci del tutto.

Presi le chiavi e scesi in strada.

Camminai fino al portone del suo palazzo a passo svelto. Quando arrivai, alzai il dito verso il citofono e lo ritirai proprio prima di premere. Avevo paura che rispondesse il patrigno. Tirai fuori il cellulare e scrissi.

Sono al portone, scendi?

Un tic. Due tic. Aspettai che diventassero blu.

Non diventarono blu.

Lo schermo si spense e rimasi a fissare il telefono come se fosse colpa sua. Valeria non ci metteva mai così tanto a rispondermi. Cominciai a sospettare qualcosa che non volevo pensare.

«E se mio padre le avesse raccontato…?»

Era impossibile. Non aveva il suo numero, non sapeva dove abitasse, non c’era stato tempo. Mi passai una mano sulla fronte e la chiamai. Al terzo squillo sentii il ronzio del citofono e il portone si aprì da solo.

—Val? —chiesi contro il microfono.

Nessuno rispose. Spinsi comunque ed entrai, salendo le scale a due a due. Quando arrivai senza fiato al pianerottolo del suo appartamento, la porta era socchiusa.

Hernán comparve dietro di essa.

—Eh… ero venuto a trovare Val —dissi, cercando di sembrare tranquillo.

—Entra —rispose, e sparì verso il salotto senza aspettarmi.

Maledissi dentro di me. Di tutte le persone con cui non avevo voglia di incrociarmi quel pomeriggio, Hernán era in cima alla lista. Eppure ero già dentro e non potevo più voltarmi indietro.

Nel salotto non c’era traccia di Valeria. Mi sedetti sul bordo del divano. Hernán, di fronte, con quelle due mani enormi intrecciate tra le ginocchia, sembrava sul punto di dirmi qualcosa di importante. Non lo disse. Fui io a dover rompere il silenzio.

—Val non c’è?

—La mia piccola —rispose, con una voce da gigante che mi sembrò più un avvertimento che un nome.

E basta. Tornò a tacere, guardandomi come se si aspettasse da me qualcosa che io non sapevo dargli. Decisi di giocarmi la carta dell’orologio.

—Beh, credo che si stia facendo tardi. Se vuoi, torno un altro giorno e…

—L’altro giorno… —Lasciò la frase sospesa. Non mi restò altro che risprofondare sul divano—. Hai visto che ho un problema.

Trattenni un sospiro. Era il tipo di frase ambigua che mi faceva impazzire. Poteva parlare di qualsiasi cosa: la schiena, il rene, la prostata.

—Non ho visto niente di strano —mentii.

—Adela non sta passando un buon periodo —continuò lui, senza guardarmi—. È triste da anni. —Appoggiò il mento sulle mani intrecciate—. Quello che avevo in mente quel giorno… volevo solo che tu… le dessi un po’ di sollievo. Che la facessi dimenticare tutto quello che le è successo. Pensavo che se avesse ricevuto un po’ di piacere, di quello che non ha da anni, forse…

Annuii lentamente. Di tutta la frase avevo capito solo tre parole: Adela, tu, piacere. E cominciavo a capirne un’altra.

Hernán si passò le mani sul volto.

—Volevo che lo facessimo insieme. Io e lei. In tre, ma io e lei insieme. Volevo vederti mentre le mettevi il cazzo in bocca e io le mangiavo la figa. Volevo vederla cavalcarti a cavalcioni, con le tette che le rimbalzavano in faccia, mentre io le leccavo il buco del culo da dietro. Volevo vederti venire nella sua figa e poi pulirla io con la lingua. Non ho mai voluto che io… che lei…

—Essere cornuto? —sbottai, prima di riuscire a pensarci.

Non fece una piega. Mosse appena la testa, ancora nascosta tra le dita.

—Lo sarei? Se mi facesse piacere che mia moglie si goda un cazzo giovane e duro come il tuo, che venga tre volte di fila con un ragazzo della tua età, che tu le apra le gambe e la scopi come io non posso più farlo, purché sia io stesso a offrirglielo?

Trattenni il respiro.

—Assolutamente no —mentii per la seconda volta.

Hernán alzò lo sguardo e mi fissò intensamente, come se riuscisse a vedere oltre i miei occhi.

—Lo dici perché speri di andarci a letto?

—Lo dico perché… —Mi pentii d’istinto di averlo preso per stupido—. Sarebbe la cosa più generosa che una persona possa fare per chi ama.

La spiegazione parve soddisfarlo. Tornò a nascondersi il viso.

—Si è arrabbiata moltissimo con me. Non capisce che voglio solo che sia felice. Che voglio vederla godere. Che voglio vederla con la fica che cola e le guance rosse per quante volte è venuta.

—A me succede la stessa cosa con Val —dissi, scegliendo le parole con cura—. Dare l’anima per non perderla.

—E lo dimostri in un modo molto strano, ragazzo.

Lo guardai senza capire.

—Quei video che le mandi… così perversi.

Mi si seccò la bocca di colpo.

—Video?

—Ti ho visto masturbarti mentre annusavi delle mutandine di una vecchia. Strusciarti il cazzo con la mano piena di saliva, affondare il naso nell’inguine sporco di quelle mutandine e gemere come un cane in calore. Ti ho visto venire sopra di esse, ragazzo. Svuotarti addosso al cotone fino a inzupparlo.

Lo stomaco mi crollò fino ai piedi. «Ma che cazzo succede in questa casa? Possibile che qui tutti raccontino a Hernán ogni stronzata che faccio?»

—Io… non è come sembra.

—È esattamente come sembra —disse, senza alzare la voce—. Sei un degenerato che ruba le mutandine a un’anziana mentre la lascia parlare da sola in cucina e si chiude nel suo bagno a segarsi annusando il flusso secco di una figa di sessant’anni. E la cosa peggiore è che alla mia piccola piace. Le piace così tanto che si infila due dita fino in fondo mentre lo guarda, con le gambe aperte sul letto, mordendosi le labbra per non urlare.

—Come fa a saperlo…?

Indicò un cellulare appoggiato sul tavolino.

—Di solito controllo che la mia bambina non si cacci nei guai.

—Le controlla il telefono?

—Certo. È una ragazzina e io sono il suo tutore. Il suo benessere è affar mio.

—E lei sa che…?

—Lo sa. Abbiamo un accordo —rispose, con la tranquillità di chi ha giustificato la stessa cosa cento volte davanti allo specchio.

Dei. Inghiottii saliva. Mi asciugai la fronte col dorso della mano e pregai che Valeria avesse cancellato le chat peggiori, i video in cui si infilava il manico della spazzola nella figa mentre mi chiamava «papà», gli audio in cui mi chiedeva di riempirle la bocca di latte.

—E dov’è adesso? —chiesi, perché non avevo altro da dire.

—A fare shopping con sua madre. Adela ne approfitta per stare con lei prima di andare a casa di suo padre. Suo padre biologico —precisò.

—Torna a Puerto Mendaro?

—Non te l’avevo detto? La accompagno io stesso tra qualche giorno.

Rimasi pensieroso. Valeria avrebbe voluto dirmelo di persona, all’ultimo momento, per non rovinarmi la giornata. Hernán non aveva smesso di osservarmi. Si sporse leggermente in avanti.

—Dimmi una cosa, ragazzo. Quella vecchia… —Indurì lo sguardo—. Fantastichi anche sullo scopartela tre volte, farla urlare come una troia e metterla incinta? Aprirle le gambe sul tavolo della cucina e infilarlo finché non ti arrivano i coglioni mentre lei urla il tuo nome? Svuotarle il cazzo nell’utero e vederle colare lo sperma lungo le cosce rugose fino a farlo cadere per terra?

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