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Relatos Ardientes

Quello che mia moglie mi confessò quella notte a letto

Marcela ed io siamo sposati da poco più di tre anni. Lei ne ha trentacinque, io trentotto, e abbiamo un figlio di due anni che dorme come un angelo da quando è nato. Io lavoro in una distributrice di ricambi alla periferia; lei insegna yoga in uno studio in centro. Una vita normale, senza grandi scossoni, con quella routine comoda che si costruisce nelle coppie che stanno insieme da tempo.

Tra noi a letto mi era sempre sembrato andare bene. Non spettacolare, ma bene. Marcela rispondeva, gemiva, mi cercava alcune notti e mi lasciava fare tutto quello che mi veniva in mente. Io finivo per abbracciarla con quella sensazione di compiutezza di chi ha appena fatto una cosa fatta bene.

Quella notte era iniziata come qualsiasi altra. Lei uscì dal bagno in mutandine e maglietta, si infilò sotto il lenzuolo e mi cercò la bocca. La baciai piano, le passai la mano sotto la maglietta e le afferrai le tette. Marcela ha tette medie, sode, con capezzoli scuri che le si rizzano subito. Le pizzicai mentre lei mi abbassava le mutande e mi prendeva la cazzo con la mano. Me lo menò piano, con quel polso morbido da donna che conosce il suo uomo, finché non lo ebbi duro.

Le tolsi le mutandine e mi tuffai a succhiarle la figa. Marcela ha una figa pulita, ordinata, con le labbra appena accennate. Le passai la lingua dal basso verso l’alto, mi fermai un po’ sul clitoride, glielo succhiai mentre le infilavo un dito. Lei si contorceva, mi afferrava i capelli, gemeva piano per non svegliare il bimbo. Quando la sentii ben bagnata mi salii sopra, le aprii le gambe e glielo misi tutto in una volta. Cominciammo a scopare in missionario, poi me la misi sopra, poi la girai e glielo piantai da dietro con le mani sui suoi fianchi. Me la scopai per un bel po’, sudando, sentendola stretta, sentendo come le si muoveva il culo ogni volta che spingevo. Alla fine venni dentro di lei, con due o tre spinte profonde, e mi lasciai cadere accanto a lei a pancia in su, respirando forte, con il cazzo bagnato e il cuore che galoppava.

Fu dopo quello, con i respiri che si sistemavano e lei che mi accarezzava il petto, che feci la domanda che mi rovinò la vita.

—Tesoro, com’è stato?

Lei rise. Una risata breve, quasi da bambina colta in fallo.

—Perché chiedi sempre così?

—Voglio sapere se ti è piaciuto.

—Certo che mi sei piaciuto, sciocco.

Qualcosa nel tono mi suonò strano. Troppo rapido, troppo automatico, come quando si risponde al capo senza aver ascoltato la domanda. Insistetti.

—Davvero? Dimmelo bene.

—E dai. Sì, sei stato bravo, stai tranquillo.

—Ti sento esitare.

Rise di nuovo. Questa volta più piano, come chi evita una conversazione. Io, nella mia infinita idiozia, non seppi fermarmi in tempo.

—Sono il tuo miglior amante, no? Per qualcosa ti sei sposata con me.

Rimase in silenzio per un secondo. Solo un secondo. Ma quel secondo fu sufficiente perché mi sedessi sul letto e accendessi la lampadina del comodino.

—Marcela.

—Amore, non chiedere certe cose. Non sempre si risponde quello che si vuole sentire.

—E questo che vuol dire?

—Vuol dire che è meglio lasciar perdere e dormire.

Sentii il calore salirimi al collo. Un misto di gelosia e vergogna che non avevo mai provato, nemmeno da adolescente quando mi abbassarono i pantaloni nello spogliatoio della scuola.

—Te lo sto chiedendo sul serio. Voglio saperlo.

—Sei sicuro?

—Sì.

—Allora chiedi quello che vuoi. Ma a una condizione: non offenderti, non rinfacciarmelo dopo.

—Va bene.

Mi costò rifare la domanda. La feci guardando il soffitto, non i suoi occhi.

—Sono stato il tuo miglior amante oppure no?

—No.

Quella sola parola. Senza abbellimenti, senza sfumature, senza attenuare il colpo. Chiusi gli occhi.

—Te l’avevo detto — disse lei, quasi con tenerezza, passandomi la mano sul petto—. Lasciamo perdere.

—C’è stato qualcuno migliore di me?

—Sì.

—Uno?

—Uno, soprattutto. E di molto.

Rimasi muto. Marcela mi guardava con una strana pena, quella pena di chi sa che non c’è modo di rimettere a posto una pietra una volta scagliata.

—Amore mio, te l’ho detto. Meglio di no.

—Perché era migliore lui?

—Davvero vuoi entrarci?

—Sì.

Sospirò. Si mise anche lei seduta e incrociò le gambe davanti a me, nuda, con il lenzuolo sceso all’altezza dei fianchi. Aveva il viso serio, senza traccia della risatina di prima.

—Va bene. Tu sei un bravo uomo. Sei attento, sei affettuoso, sei un buon padre. Ma un maschio, uno che si possa dire maschio da letto, no. È un’altra cosa. Non ha a che fare con quanto vali come persona.

—E questo perché? Ho un bel fisico, sono alto, non sono brutto…

—Amore mio, pensavo lo sapessi già. Ce l’hai piccola.

La frase cadde come una piastrella dal soffitto. Rimasi a guardarla come se la vedessi per la prima volta. Mi venne da ridere, da piangere e da chiudermi in bagno con la porta bloccata, tutto insieme.

—Come sarebbe che ce l’ho piccola?

—Piccola. Giusta. Dai, non sei grande.

—Davvero?

Si alzò e andò alla cassettiera. Tornò con un righello di plastica, di quelli scolastici gialli che tutti hanno in un cassetto. Si sedette di fronte a me e, senza chiedere permesso, mi prese il cazzo. Non era duro, ma lei non lo lasciò. Cominciò a menarmelo piano, con lo sguardo fisso sulla mia faccia, con un mezzo sorriso che non le avevo mai visto. Il mio corpo, traditore, reagì da solo. Mi si andava indurendo tra le sue dita anche se dentro stavo morendo. Quando mi ebbe in tiro del tutto, si chinò e me lo succhiò due o tre volte, solo appena la punta, per farmelo stare bene dritto. Poi appoggiò il righello sopra come una maestra che corregge un compito.

—Dodici centimetri, amore mio. Dodici.

—Non farmi questo.

—Te lo sto mostrando perché me l’hai chiesto. Non arrabbiarti con me.

Me lo avvolse con il pugno e me lo strinse, come per misurare lo spessore. Le avanzavano le dita.

—E pure sottile, poi. Guarda: lo afferro tutto con una mano e mi avanza pure spazio.

Posò il righello sul comodino. Si sdraiò di nuovo accanto a me. Io ero paralizzato, con il cazzo duro e lo sguardo inchiodato al ventilatore del soffitto che girava al rallentatore.

—Chi era?

—Perché vuoi saperlo?

—Voglio saperlo.

—Non ti conviene.

—Marcela, dai.

Ci mise un po’. Guardò il soffitto, si mise a giocare con una ciocca di capelli, si morse il labbro inferiore come quando sta per dare una brutta notizia a sua madre per telefono. Poi parlò senza guardarmi.

—Andrés.

—Che Andrés?

—Andrés. Il tuo amico Andrés.

Mi alzai di scatto come se mi avessero dato un calcio nello stomaco. Andrés è uno dei miei due migliori amici. Ci conosciamo dalle superiori. È stato testimone al mio matrimonio. Porta regali al bimbo a ogni compleanno e resta a mangiare l’asado la domenica quando non ha una ragazza.

—Non stai scherzando, vero?

—No. Sono stata con lui quasi due anni prima di mettermi con te. Lo sai da sempre, quello che non sai è com’era la cosa tra noi.

—Com’era?

—Era un animale. Ventidue centimetri, li ho misurati io con un metro da sarta. Grosso, pure. Quasi il doppio del tuo e molto più spesso. Ce l’aveva come una bottiglia, amore mio. Quando lo prendevo con due mani, gli avanzava ancora la punta. La prima volta che me lo tirò fuori non ci potevo credere. Me lo mise davanti alla faccia e gli dissi: “non mi entrerà mai una cosa del genere”. Me lo piantò lo stesso. Mi fece male per due giorni, ma poi non volli più nient’altro nella vita.

—Marcela, per favore.

—L’hai chiesto tu. Mi leccava la figa fino a farmi piangere, amore mio. Stava lì sotto quaranta minuti, un’ora, senza alzare la testa. Mi faceva venire tre, quattro volte con la bocca prima ancora di infilarmi il cazzo. E poi me lo piantava in tutti i modi che puoi immaginare. Da dietro mi prendeva per i capelli e me lo affondava fino in fondo. Me lo mise nel culo la seconda volta che stavamo insieme, con la sola saliva, perché lo volle lui e io glielo lasciai fare. Mi faceva succhiare il cazzo fino in fondo e mi chiedeva di aprire la bocca e mi veniva tutto dentro e io dovevo ingoiare fino all’ultima goccia. Mi devastava per ore, amore mio. Ore. Era un’altra cosa. Un’altra dimensione.

Parlava con una nostalgia che mi faceva male più del righello giallo. Le brillavano gli occhi. Le si erano induriti i capezzoli sotto il lenzuolo. E non smetteva.

—Guarda come sono solo a ricordarmelo.

Si portò la mano tra le gambe e rimase lì. Si accarezzava piano, guardandomi negli occhi, senza il minimo pudore. Si infilò due dita e se le mosse dentro. Io sentivo il rumore umido, bagnato, quello schiaffo piano di una figa fradicia. Quando tirò fuori le dita me le mostrò: le brillavano fino alle nocche, fili trasparenti le pendevano tra indice e medio.

—Vedi? Solo a parlare di lui. Non mi è mai successo con te, amore mio. Mai.

Si passò le dita sulle labbra come se fosse rossetto. Le succhiò una per una. Mi sentii ridicolo. Ero lì, nudo nel mio letto, col cazzo ancora mezzo duro per la vergogna, ad ascoltare mia moglie parlare meraviglie del cazzo del mio migliore amico e a vederla inzupparsi al ricordo. Avrei dovuto dire basta. Avrei dovuto alzarmi e andare in salotto a dormire sul divano. Ma qualcosa in me aveva bisogno di continuare ad ascoltare, come chi si gratta una ferita fino a farla sanguinare.

—E perché non sei rimasta con lui?

—Perché mi lasciò lui. Io non l’avrei mai lasciato. Gli perdonai tutto. Tre tradimenti che conobbi, altri tanti che neppure volli sapere. Finché un giorno si presentò con una donna nuova e se ne andò senza discutere, come chi cambia panchina.

—Una donna nuova chi?

—Questa parte non la vorrai sentire.

—Dimmi.

—Lucía.

—Lucía mia sorella?

—Sì.

Scoppiai a ridere. Una risata brutta, aspra, senza gioia. Mia sorella, due anni più piccola di me. Adesso vive in un’altra città, sposata, con due figli che mi chiamano zio ai compleanni. Non mi disse mai niente. Neanche Andrés. Neanche Marcela. Per dieci anni ero stato l’unico coglione del gruppo.

—Mia sorella sa che tu stavi con lui?

—Certo. Per questo non ci vediamo quasi mai. Alle feste in famiglia andiamo d’accordissimo, ma lei lo sa. E io so che lei lo sa. E lei sa che io so che lei sa.

—E tu hai continuato a provare qualcosa per lui dopo che ci siamo messi insieme?

Fece un lungo silenzio. Troppo lungo. Si passò la lingua sulle labbra, ancora con la mano tra le gambe.

—Marcela.

—Meglio di no.

—Marcela, mi hai tradito con Andrés a un certo punto?

Un altro silenzio. Questa volta non distolse lo sguardo. Lo tenne sul mio con una calma che non sembrava sua. Si tolse la mano da tra le gambe e la posò, bagnata, sulla mia coscia.

—Non voglio farti più male stanotte.

—Questo è un sì.

—È quello che vuoi capire tu. Io non dirò né sì né no. Però una cosa posso dirtela: da molto tempo non succede niente. Molto tempo. E non è mai successo dentro questa casa.

Mi voltai verso la parete. Non volevo che mi vedesse la faccia. Mi sentii, per un tempo lunghissimo, l’uomo più stupido del pianeta. Tre anni di matrimonio, un figlio, un mutuo, un’intera vita costruita sopra una bugia che lei aveva deciso, quella notte, di spezzare in due perché sì, perché le andava, perché non sopportava più di tacere.

Mi addormentai a un certo punto, con gli occhi che bruciavano e il righello giallo ancora sul comodino come una prova ridicola in un processo che avevo aperto da solo.

***

Quando mi svegliai, lei era seduta sul bordo del letto e mi guardava. Indossava una mia vecchia maglietta, senza mutandine sotto. Era pettinata. Sembrava riposata. Più che altro: sembrava leggera. Come se avermi raccontato tutto le avesse tolto di dosso un peso enorme, un peso che io non sapevo che portasse.

—Buongiorno — disse, poi si chinò e mi baciò.

Fu un bacio lungo. Un bacio con la lingua, di quelli che ormai quasi non ci davamo più. Mi infilò la mano sotto il lenzuolo, mi prese il cazzo addormentato e cominciò ad accarezzarmelo mentre continuava a baciarmi. Me lo fece tornare duro senza fretta, come si sveglia qualcuno con affetto. Si sistemò a cavalcioni su di me, alzò appena la maglietta e appoggiò la figa già bagnata sulla punta. Se lo infilò piano, fino in fondo, e restò immobile lì seduta, stringendomi dentro con le pareti, fissandomi.

—Sei il miglior uomo che abbia mai avuto nella vita — disse—. Sei il padre di mio figlio. Sei il mio compagno. Sei casa mia.

Cominciò a muoversi. Piano, avanti e indietro, oscillando su di me col cazzo dentro. Non era un rapporto, era qualcos’altro. Era una promessa detta con i fianchi.

—Ma mi serve anche un’altra cosa, amore mio. Una cosa che tu non potrai darmi. Questo lo sappiamo entrambi da ieri notte, anche se nessuno dei due l’ha mai detto ad alta voce.

Si muoveva e mi parlava e io non riuscivo a smettere di sentire come la sua figa mi succhiasse il cazzo per intero, con quell’umidità tiepida che le avevo visto sulle dita la notte prima.

—Cosa mi stai chiedendo?

—Ti sto chiedendo di lasciarmi vivere quella parte senza dover distruggerti la vita. Senza dover distruggere la mia. Che mi lasci gestirla fuori, con discrezione, e che tu ed io continuiamo a essere noi qui dentro.

Appoggiò le mani sul mio petto e accelerò un po’. Le vidi i capezzoli segnarsi contro la stoffa della mia vecchia maglietta.

—Nessuno lo saprà. Nessuno soffrirà. Tu continuerai a essere il padre, il marito, il padrone di casa. Io continuerò a essere tua moglie in tutto ciò che si vede. Ma dentro, lo sappiamo entrambi.

—Con Andrés?

—Con chiunque. Quello è il meno.

Venni sopra di me mentre lo diceva. Senza gridare, senza scenate, stringendomi con la figa in contrazioni basse e lunghe che finirono per portarmi via tutto quello che avevo. Venni dentro di lei con la testa vuota, senza sapere se stessi dicendo sì o no, se stessi firmando qualcosa o se mi stessi lasciando firmare. Lei rimase per qualche secondo seduta sopra di me, con il mio sperma che le colava lungo l’interno delle cosce, poi si scese, si sistemò la maglietta e mi baciò la fronte come se avesse appena chiuso un accordo pulito.

Mi sedetti sul letto. Guardai la luce che entrava dalle persiane a strisce gialle, ascoltai il bimbo muoversi nella sua stanza, ascoltai il motore del frigorifero, ascoltai tutto quello che avevo e che avevo impiegato mezza vita a costruire. Pensai di andarmene. Pensai di urlare. Pensai di picchiarla. Pensai di picchiarmi. E alla fine non feci niente di tutto questo.

—Non voglio sapere niente — dissi infine—. Né nomi, né giorni, né posti. Niente.

—Niente.

—E nessuno della famiglia lo verrà mai a sapere. Né mia madre, né mia sorella, né le tue amiche.

—Nessuno.

—E se una notte mi metto a piangere, non mi chiedi perché.

—Non te lo chiedo.

Annuii. Si alzò, mi baciò ancora sulla fronte e andò a fare colazione canticchiando come se avessimo parlato del menù della settimana.

Io rimasi ancora un po’ a letto a guardare il soffitto. Il righello giallo era ancora lì, sul legno, accusatorio. Lo presi, lo misi nel cassetto del comodino e lo seppellii sotto un paio di caricabatterie vecchi e un paio di creme scadute.

Quel pomeriggio stesso, dopo il pisolino del bimbo, sentii la sua voce in cucina mentre parlava al telefono. Parlava piano, con quella voce morbida che conoscevo ma che da anni non sentivo rivolta a me. Le sentii una risatina roca, una di quelle che scappano a una donna quando dall’altra parte le stanno dicendo qualcosa di sporco all’orecchio.

Non mi affacciai. Non guardai lo schermo del cellulare. Non controllai dopo. Mi versai un bicchiere d’acqua dal frigorifero e tornai in salotto, dove il bimbo giocava con una macchinina sul tappeto e mi aspettava per mostrarmi come la faceva sbattere contro il battiscopa.

Mi sedetti per terra con lui. Gli feci rumori di motore. Sorrisi quando sorrise. Lo abbracciai forte quando venne a darmi un bacio dal nulla, con quella bocca ancora appiccicosa del succo della merenda.

Sono il padre. Sono il marito. Sono il padrone di casa.

E sono, anche, l’altro. Ma questo ormai in questa casa non lo dice più nessuno ad alta voce, e finché resterà così, io non chiederò più niente.

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