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Relatos Ardientes

Scelsi di non volare a Lisbona con i miei due amanti della crociera

La nave attraccò in porto di buon’ora. Dal ponte superiore osservai i passeggeri scendere trascinando le valigie, i carrelli elettrici in attesa al terminal, la vita normale che si avvicinava con una pazienza quasi mansueta. Accanto a me, Hugo rispondeva alle mail di lavoro e si sistemava l’orologio sull’ora locale. Non mi guardava. Non mi aveva più guardata dalla notte precedente, quella notte in alto mare in cui due sconosciuti mi avevano scopata a turno fino a lasciarmi la figa bagnata fradicia e le gambe tremanti.

—Sei pronta, Elena? —chiese infine, senza alzare gli occhi dal telefono.

—Sono pronta —risposi.

E era vero, anche se non nel modo in cui pensava lui. Qualcosa dentro di me stava fermo per la prima volta in molti anni. Non in pace, esattamente. Piuttosto al suo posto, come chi ha finito di spostare i mobili dopo un trasloco lungo.

***

La casa odorava di aria stantia, delle foglie dei ficus che nessuno aveva innaffiato da quindici giorni, di una vita che ci aspettava senza muoversi dalla poltrona. Hugo scaricò le valigie e si mise a disfarsene con l’efficienza di chi vuole cancellare il viaggio il prima possibile. Io mi sedetti sul bordo del letto e fissai il mio bagaglio senza toccarlo.

Poi aprii la valigia e tirai fuori i vestiti uno a uno. Gli abiti di lino. I bikini. Il completo di pizzo nero che avevo indossato una sola notte, davanti a due uomini che non erano mio marito. Lo piegai piano, sentendo tra le dita il peso di ciò che era stato: il reggiseno che Mikael mi aveva strappato coi denti, le mutandine che Anders mi aveva abbassato fino alle caviglie mentre mi leccava la figa in ginocchio. Sotto tutto, in una tasca interna del beauty case, trovai i tre oggetti che avevo riportato a casa con me: il foglio con il numero finlandese di Mikael, la tessera argentata di Anders e una piccola pietra della caletta dove avevamo nuotato in tre.

Li tenni nel palmo della mano. Pesarono poco, quasi niente, eppure mi costò lasciarli andare.

Potresti chiamarli. Potresti scrivergli. Potresti dire di sì.

Non lo feci. Misi i tre ricordi in una busta di carta marrone, la sigillai e la posai in fondo al cassetto dei gioielli, accanto alla collana di mia madre e alla fede che Hugo mi aveva regalato ventidue anni prima.

Decido dopo, mi dissi. Adesso, prima, vivere.

***

La routine tornò con una dolcezza che faceva quasi male. Le mattine di caffè annacquato e notizie sul telefono. I pomeriggi di commissioni, telefonate a mia sorella, passeggiate al supermercato. Le sere di cena riscaldata e conversazioni che si esaurivano alla prima domanda. Hugo mi proponeva sesso due volte la settimana, come prima, e io accettavo o dicevo che ero stanca, anche come prima.

La prima volta che dissi di sì dopo la crociera, mi sdraiai a pancia in su e lasciai che Hugo mi salisse addosso come sempre, con il suo cazzo medio che entrava e usciva dalla mia figa col ritmo stanco di ventidue anni di matrimonio. Chiusi gli occhi. E mentre lui sbuffava contro il mio collo, la mia testa si riempì di altre immagini: il cazzo grosso di Mikael che mi apriva da dentro, la lingua di Anders che mi leccava il clitoride con la pazienza di un artigiano, due bocche che mi succhiavano i capezzoli insieme fino a lasciarmeli gonfi e violacei. Venni di colpo, con uno spasmo brusco che sorprese Hugo quanto me. Lui venne subito dopo, dentro di me, con un gemito grato, senza sapere che sua moglie aveva appena finito pensando al cazzo di un altro uomo.

—È da un po’ che non vieni così —mormorò dopo, con la faccia affondata nei miei capelli.

—È da un po’ —dissi, e non aggiunsi altro.

Ma io non ero più la stessa.

Lo capivo nelle piccole cose. Nel modo in cui sceglievo i vestiti la mattina, soffermandomi davanti all’armadio alla ricerca non della comodità ma dell’effetto. Nel modo in cui camminavo per strada, consapevole dei miei fianchi, della nuca, degli sguardi che non mi imbarazzavano più. Nel modo in cui mi vedevo uscire dalla doccia e non vedevo più una donna di quarantatré anni che cominciava ad arrendersi, ma una donna che era stata desiderata con fame, scopata con fame, leccata con fame. Mi guardavo nuda nello specchio, mi passavo le mani sulle tette ancora sode, sul ventre, sul pube depilato, e mi toccavo il clitoride piano fino a venire da sola contro il lavabo, mordendomi il labbro per non gemere.

Hugo lo intuiva. Mi guardava durante la cena con un’espressione nuova: curiosità, sì, ma anche un’ombra di paura ben nascosta.

—Stai bene, Elena? —chiese di nuovo una sera, sul divano.

—Sto bene —dissi, senza alzare gli occhi dal libro—. Perché?

—Ti vedo diversa.

Chiusi il libro lentamente.

—E questo ti preoccupa?

Tardò a rispondere. Poi scosse la testa.

—Non so cosa stia succedendo dentro di te.

Sorrisi. Non era il sorriso dell’Elena che arrossiva per una scollatura troppo bassa. Era il sorriso di una donna che custodiva segreti e, per la prima volta, se li godeva.

—Niente che debba preoccuparti —risposi—. Sto solo imparando a conoscermi.

***

Il gruppo WhatsApp della crociera non si dissolse come mi aspettavo. All’inizio furono messaggi fiacchi: una foto del cocktail d’addio, un meme sulla sbornia dell’ultimo giorno, vaghi progetti di ritrovarsi in qualche capitale europea. Mateo postava foto di Lucía su una terrazza al sole. Hugo rispondeva con emoji. Anders mandava paesaggi innevati da Malmö, con frasi in inglese che suonavano come cartoline d’albergo. Mikael, invece, mi scriveva in privato.

—Come stai, Elena? —il suo primo messaggio arrivò dopo tre giorni.

—Bene. E tu.

—Penso a te.

La sua onestà mi spiazzava. Lessi quella riga più volte, sentendo quel calore nel basso ventre che ormai mi era familiare. Mi infilai la mano sotto la gonna quasi senza rendermene conto, trovai le mutandine fradice e mi accarezzai sopra la stoffa, immaginando le dita grosse del finlandese che mi frugavano la figa come quella notte. Ma non risposi subito. Mi presi tutto un pomeriggio per scrivere tre righe che non sembrassero né una concessione né un addio.

—Penso anch’io a te, Mikael. Ma questa è la situazione.

—E se io volessi di più?

—Allora dovresti aspettare. E non so se voglio che aspetti.

—Elena. Sento ancora la tua figa stringermi il cazzo. Sento ancora il tuo odore sulla mia pelle. Non ti mento.

Chiusi gli occhi. L’immagine mi arrivò intera: io a quattro zampe in cabina, il cazzo di Mikael che mi entrava fino in fondo mentre Anders mi teneva la testa ferma per la nuca e mi infilava la sua in bocca. Il sapore salato dello sperma. L’odore di sudore, figa e sborra mescolati. Mi sfuggì un gemito da sola, in cucina, con il telefono che vibrava nella mano.

—Non scrivermi cose così —digitai—. Non mi aiuta.

—Ti eccita?

—Sì, mi eccita. Per questo non mi aiuta.

Anders era più astuto. Non mi pressava. Mi mandava cartoline digitali dai suoi viaggi, link a pezzi per violoncello che sapeva che ascoltavo, foto di un caffè nero in una tazza di porcellana. Non diceva mai nulla di esplicito, ma in ogni gesto c’era una domanda tacita: ti ricordi di quella notte? Ti ricordi della mia lingua sul tuo clitoride, delle mie dita nel tuo culo, di come sei venuta due volte di seguito sulla mia faccia?

Sì. Mi ricordavo di tutto. Delle due bocche sul mio collo. Delle mani sui miei fianchi. Di come mi avevano tenuta in mezzo, attraversata, un cazzo davanti e uno dietro, mentre gemevo e li supplicavo di non smettere. Di essere, per la prima volta in anni, il centro di un intero pianeta di pelle e di latte.

***

Dopo due settimane, Mikael tornò alla carica.

—Anders e io andiamo a Lisbona venerdì. Un congresso. Ti invitiamo. Vola con noi, Elena. Un fine settimana. Nessuno deve saperlo. Ti vogliamo tra noi due di nuovo. Ti vogliamo aperta, bagnata, che gemi come quella notte.

Il messaggio mi trovò sola in casa, con Hugo in ufficio, con la lavatrice che girava nella stanza accanto. Lo lessi una volta. Due. Dieci. Il mio corpo rispose prima della mia testa: i capezzoli tesi contro il reggiseno, il calore tra le gambe, il respiro scomposto. Salii in camera senza pensarci, mi tolsi i jeans e le mutandine di strappo, mi sdraiai sul letto e mi aprii le gambe davanti allo specchio dell’armadio. Mi infilai due dita nella figa, fino in fondo, mentre con l’altra mano mi sfregavo il clitoride con movimenti circolari veloci. Immaginai Mikael in ginocchio tra le mie cosce, il cazzo duro puntato verso di me, e Anders dietro di me che mi leccava la nuca. Venni in due minuti, con un grido rauco soffocato nel cuscino, e rimasi ansimante con le dita ancora dentro, sentendo la mia figa contrarsi a ondate intorno a loro.

Volevo dire di sì. Volevo prendere il biglietto, fare una borsa da cabina, inventare a Hugo un viaggio di lavoro e scendere tre giorni dopo in un aeroporto straniero con i due uomini ad aspettarmi in una stanza con vista sul Tago. Me li immaginavo già lì: Mikael con la camicia bianca aperta fino all’ombelico, Anders che versa vino rosso, il letto grande in attesa di me. Mi immaginavo di spogliarmi lentamente davanti a loro, lasciando che mi guardassero, lasciando che mi si indurissero i capezzoli solo per i loro occhi addosso. Mi immaginavo in ginocchio a succhiarli entrambi a turno, la mia bocca che andava da un cazzo all’altro, le mani che mi tenevano i capelli, la saliva che mi colava dal mento. Mi immaginavo sopra Mikael a cavalcioni mentre Anders mi preparava il culo dietro con la lingua per insalivarlo. Mi immaginavo trafitta da entrambi, uno nella figa e uno nel culo, a muovermi come una pazza finché tutti e tre saremmo venuti insieme.

Ma poi, quando l’eccitazione calò, arrivò il dubbio.

E poi?, mi chiesi. Vado a casa e fingo? Continuo con Hugo come se Lisbona non fosse mai esistita? O resto lì, con loro, e comincio un’altra vita? Che vita?

La domanda non mi lasciò per giorni.

***

Un pomeriggio, mentre Hugo era a un compleanno a cui io mi ero scusata di non andare, mi sedetti in giardino con una tazza di tè. Il sole basso di marzo scaldava appena, i primi germogli spuntavano nel mandorlo, gli uccelli litigavano per le briciole che avevo lasciato sulla panchina. Tirai fuori il telefono. Aprii la chat con Mikael. La sua proposta era ancora lì, in attesa.

E allora, invece di scrivere, chiusi gli occhi e mi feci una domanda che non mi ero mai posta con sincerità: che cosa vuoi tu, Elena? Non quello che vogliono loro. Non quello che si aspetta Hugo. Non quello che la gente capisce. Tu. Che cosa vuoi tu?

La risposta non arrivò subito. Ci mise giorni. Ma quando arrivò, fu limpida e dura.

Io non volevo scappare. Non volevo iniziare un’altra vita con due uomini che mi avevano fatta sentire regina per poche ore, perché sapevo che anche quella vita avrebbe finito per avere le sue routine, i suoi silenzi, le sue mattine all’alba in cui uno di loro avrebbe risposto alle mail senza alzare gli occhi dal telefono. Per quanto mi scopassero bene, per quanto si irrigidissero vedendomi entrare in una stanza, per quante volte mi facessero venire tra le loro due bocche, un anno dopo Mikael avrebbe lasciato il water alzando o no il coperchio e Anders si sarebbe addormentato con il telefono in mano. Non avrei cambiato un palco con un altro.

Nemmeno volevo continuare a essere il pezzo più succoso del gioco di Hugo. Perché per quanto lui avesse finto che comandassi io, la realtà era un’altra: aveva aperto lui la porta, aveva invitato lui gli uomini della nave, aveva orchestrato le distrazioni calcolate perché altri mi infilassero il cazzo mentre lui guardava da qualche angolo. Anche quando credevo di prendere il controllo, lo facevo dentro il suo film.

Io volevo qualcosa che nessuno dei tre poteva darmi.

Volevo conoscermi. Fuori dagli sguardi altrui. Fuori dai desideri presi in prestito. Fuori dalla frenesia di pelle, sudore e sperma che, per quanto mi avesse ridestata, mi aveva anche svuotata dentro.

La crociera era stata un risveglio. Ma svegliarsi non significa restare per sempre nel letto caldo. Svegliarsi significa alzarsi, affacciarsi alla finestra e decidere dove andare. Io volevo camminare da sola per un po’.

***

—Non andrò a Lisbona, Mikael.

—Perché?

—Perché devo imparare a stare sola. A essere me stessa. Senza pubblico, senza specchi, senza nessuno che mi guardi da fuori.

—Non ti capisco.

—Lo so. Ma non devi capirmi. Devi solo rispettarlo.

Ci mise quasi un’ora a rispondere.

—Ti rispetto sempre. Ti aspetterò.

—Non aspettare, Mikael. Vivi. Trova qualcuno che possa darti quello che io non posso. Scopati un’altra. Molte altre. Anch’io sono stata un’altra per te per una notte.

—Che cosa non puoi darmi?

—La mia vita intera.

A Anders scrissi più breve. Lo ringraziai per le cartoline, per la musica, per l’eleganza con cui aveva saputo tacere quanto bastava. Gli dissi che dovevo imboccare un’altra strada. Rispose come chi già lo sapeva:

—Sei libera di cambiare idea, Elena. Sempre.

***

La stessa sera, dopo cena, spensi la televisione e mi sedetti davanti a Hugo.

—Devo dirti una cosa.

Lui mi guardò con quella faccia che già cominciavo a conoscergli: quella di chi intuisce ciò che sta per arrivare e non sa come evitarlo.

—La crociera —dissi—. So tutto.

Hugo impallidì.

—Elena, io…

—Ascoltami —lo interruppi—. Non sono venuta a farti una scenata. Né a chiederti spiegazioni. Sono venuta solo a dirti che lo so. So che hai mostrato le mie foto a Mateo prima del viaggio. So che hai parlato con Mikael e con Anders al bar della nave, la prima sera, e hai detto loro che tua moglie era eccitata e persa e che vi serviva una spinta. So che hai lasciato la porta della cabina socchiusa quella mattina presto. So che ti sei menato ascoltandomi gemere mentre due sconosciuti mi scopavano a turno. So tutto. E non mi spezzerò di nuovo per qualcosa che hai deciso tu senza di me.

—Non ti importa? —chiese, con la voce spezzata.

—Sì, mi importa —dissi piano—. Mi importa che tu mi abbia usata senza chiedermelo. Mi importa che tu abbia trasformato la mia intimità in un ammiccamento coi tuoi amici. Mi importa che tu abbia confuso la mia figa con un trofeo da mostrare a tavola. Mi importa tutto questo. Ma non mi importa più abbastanza da distruggermi.

—Che cosa farai?

—Resterò. Per ora. In questa casa. In questa vita. Ma non come prima. Adesso le regole le metto io.

—Quali regole?

—Una: basta giochi. Basta gruppo, basta piani, basta incontri con sconosciuti. Se succede ancora qualcosa del genere, me ne vado e non torno.

Annui senza alzare la testa.

—Due: riprenderò le lezioni di pittura che ho lasciato tre anni fa. Viaggerò senza chiederti il permesso. Avrò notti intere per me, e non me le discuterai.

—Sì —disse, quasi in un sussurro.

—Tre: quando scopiamo, scopiamo sul serio. Niente tre minuti e poi a dormire. Voglio che mi lecchi la figa finché non vengo. Voglio che mi parli mentre me lo metti dentro. Voglio che impari di nuovo a guardarmi mentre mi scopi. Altrimenti non mi tocchi.

Gli orecchi gli si arrossarono. Annuì.

—Quattro: non ti prometto niente. Non ti prometto che dimenticherò. Non ti prometto che perdonerò. Ti prometto solo che sono disposta a provarci. Con te. Con la persona che eri prima che tutto questo cominciasse. Se quella persona esiste ancora.

Hugo alzò la testa. Gli occhi gli brillavano.

—Esiste —disse—. Ti amo, Elena.

Sorrisi. Non era il sorriso dell’Elena timida, né quello della donna che si era fatta scopare in cabina da due uomini che non conosceva. Era il sorriso di chi, dopo tanto tempo, cominciava a vedersi.

—Lo so —risposi—. E io amo te. Ma prima voglio amare anche me stessa.

Quella notte, a letto, Hugo mantenne la parola. Mi spogliò lentamente, mi baciò le tette con fame nuova, scese lungo il ventre fino a sprofondare il viso tra le mie gambe. Mi leccò la figa con una pazienza che non gli conoscevo, succhiandomi il clitoride, infilando la lingua tra le grandi labbra, succhiandomi fino a farmi venire contro la sua bocca con i fianchi sollevati dal materasso. Poi me lo mise fino in fondo, molto piano, guardandomi negli occhi, sussurrandomi porcherie all’orecchio per la prima volta in ventidue anni.

—Dimmi come la vuoi —mormorò.

—Più forte —gli chiesi—. Scopami più forte, Hugo.

E mi scopò. Mi scopò come non mi aveva mai scopata, con la schiena arcuata e i denti stretti, sbattendomi fino a far scricchiolare il letto e farmi venire una seconda volta, mordendogli la spalla. Venne dentro di me con un gemito lungo, e restò sopra di me ansimando, con il cazzo ancora dentro e il petto premuto contro il mio.

Non era Mikael. Non era Anders. Ma era vero. E per la prima volta da molto tempo, era nostro.

***

I mesi passarono. La primavera lasciò posto all’estate, l’estate all’autunno. Ripresi le lezioni di pittura e scoprii un talento che per anni avevo finto di non avere. I miei quadri furono appesi in una piccola sala del centro, insieme alle opere di altre allieve. Hugo venne all’inaugurazione e mi guardò in un altro modo: non come sua moglie, non come il suo diversivo da fine settimana, ma come una pittrice che aveva qualcosa da dire.

Mikael smise di scrivermi dopo pochi mesi. Da Anders seppi che si era trasferito con una ragazza conosciuta in un viaggio in Lapponia, che era felice. Mi rallegrai per lui, senza ironia. Anders continuò a mandarmi cartoline di tanto in tanto, senza aspettarsi risposta. Le conservavo in una scatola da scarpe insieme alla pietra della caletta e al numero finlandese che non avrei mai composto.

Il gruppo WhatsApp si spense da sé. Mateo e Lucía ebbero una bambina. Tobias, il danese del cocktail di benvenuto, si trasferì in Inghilterra per studiare design. Hugo lasciò il gruppo in silenzio, senza che nessuno chiedesse perché. Io lo lasciai dopo di lui, senza fare rumore.

***

Un pomeriggio di ottobre, mentre dipingevo nel mio studio, Hugo entrò con due tazze di caffè. Si sedette accanto a me e osservò la tela in silenzio.

—Posso chiederti una cosa?

—Dipende.

—Ti penti? Di non essere andata a Lisbona con loro?

Posai i pennelli. Guardai il quadro che stavo finendo: un mare notturno, una luna argentata, una nave minuscola all’orizzonte.

—No —risposi—. Non me ne pento.

—Perché?

Mi presi un momento per mettere ordine nelle parole.

—Perché sarebbe stata una fuga. Da te, sì, ma anche da me stessa. Avrei cambiato un palco con un altro, un pubblico con un altro, una dipendenza con un’altra. E io avevo bisogno di smettere di dipendere da chiunque.

Hugo annuì piano.

—E adesso? Non dipendi più?

—Dipendo da me. E questo, stranamente, mi ha resa più libera che mai.

Bevemmo il caffè in silenzio. Fuori, le foglie del mandorlo cadevano sulla ghiaia, la luce si faceva color rame, la casa si preparava all’inverno.

—Resterai? —chiese lui, con la voce un po’ più bassa.

—Per ora. Perché lo voglio. Non perché devo. E questo, per me, cambia tutto.

***

Qualche giorno fa ho aperto la busta rimasta chiusa per un anno. La carta con il numero finlandese era ingiallita in un angolo. La tessera di Anders odorava ancora di vaniglia dal cassetto. La pietra della caletta pesava esattamente come prima. Li guardai con la curiosità con cui si guardano le foto tessera del passato: con affetto e con estraneità, come se parlassero di un’altra donna.

Poi li rimisi via. Non li ho buttati. Non mi servono, ma non volevo nemmeno negare che siano esistiti. Fanno parte della donna che sono adesso, come la fede, come il pennello del dodici, come il silenzio che non mi spaventa più.

A volte, quando io e Hugo ceniamo in terrazza, ricordo quella notte in cabina: il cazzo di Mikael che mi apriva la figa da dietro mentre Anders mi riempiva la bocca con il suo, il sapore di sperma sulla lingua, le dita di uno che mi pizzicavano i capezzoli mentre l’altro mi infilava due dita nel culo, il piacere e il senso di colpa intrecciati come due fili dello stesso ricamo. Ricordo come ho gridato quando sono venuta con entrambi dentro. Ricordo come Anders è venuto sulla mia faccia e Mikael mi ha riempita la figa finché la sborra mi colava sulle cosce. E allora sorrido senza che Hugo se ne accorga. Perché tutto quello è stato reale. Perché è successo a Elena, la timida Elena, la pudica Elena che non esiste più.

Per una notte sono stata regina. Poi ho scelto di scendere dal trono.

Non perché non meritassi di starci. Ma perché ho scoperto che il mio regno non stava negli sguardi degli altri, bensì qui, dentro, in attesa che io lo abitassi.

Stasera, il telefono vibrerà tre volte. Non risponderò. Uscirò in giardino, respirerò il freddo di ottobre e resterò ad ascoltare il rumore secco delle foglie sotto le mie scarpe da ginnastica. Sarà abbastanza. Per la prima volta nella mia vita, sarà abbastanza.

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