Il mio primo giorno vestita da donna fuori casa
Gli ultimi giorni d’estate li passai chiusa nella mia stanza, sola con il mio consolatore e con un’inquietudine che non se ne andava. Fisicamente ero soddisfatta; potevo darmi piacere quando volevo, infilarmi il plastico fino in fondo e venire due, tre volte a notte. Ma c’era qualcosa che il consolatore non mi dava, un’urgenza che cresceva solo ogni alba: la voglia di avere una vera cazzo dentro, caldo, pulsante, quello di un uomo che mi prendesse per i capelli mentre mi scopava. Volevo sentire sperma altrui colarmi sulle cosce, non lubrificante da farmacia.
Pensai che tornare in facoltà avrebbe calmato le cose. Mi sbagliai. Passavo le lezioni a divagare, immaginandomi entrare in aula con la gonna, chiedendomi come sarebbero stati i miei compagni con le cazze all’aria. E, senza sapere bene perché, mi eccitava ancora di più immaginarmi con qualcuno dei professori: quello di letteratura che mi costringeva a succhiarglielo sotto la scrivania, quello di storia che mi metteva contro la lavagna per prendermi da dietro. A volte, all’uscita, andavo con Lucía; ci mettevamo a letto e lei mi leccava il culo con pazienza, mi leccava dappertutto, mi infilava due dita fino a farmi tremare, ma per quanto mi piacesse lei, finivo sempre con la stessa sensazione a metà. Non volevo penetrare. Volevo essere penetrata. Volevo che mi aprissero, che mi riempissero, che mi usassero.
Un pomeriggio mi chiamò Renata. Aveva una proposta per me.
—E se passassi un giorno intero come la mia bambola, con Adrián? — disse, come chi offre un regalo.
—Che giorno? — chiesi, già con il battito accelerato e il cazzo mio, quello che ancora non avevo ma che sentivo ogni volta che mi eccitavo, stringersi da solo.
—Questo venerdì. Salta la facoltà e vieni presto.
Rimasi a pensarci un secondo. Un solo secondo.
—Sì — dissi —. Vengo.
Quella mattina dissi ai miei genitori che dopo le lezioni avrei passato la giornata con Lucía. Mi dissero che andava bene. Invece di mettere quaderni nello zaino, misi vestiti, tutti quelli che ci stavano, e uscii alle sette. Non verso la facoltà, ma verso casa di Renata.
Arrivai poco prima delle nove. Mi aprì la porta in vestaglia, una vestaglia così sottile che lasciava trasparire tutto: i capezzoli scuri che segnavano la seta, il triangolo del pube rasato quasi a zero, le curve di una donna che sapeva perfettamente cosa faceva col proprio corpo.
—Ciao, Marina, che bello che sei arrivata — disse, scostandosi —. Entra. Hai marinato?
—Sì, mi sono fatta furba — risposi, sorridendo.
—Tanta voglia di farti scopare di nuovo da Adrián, eh?
—Più o meno.
—Mi ha detto che l’ultima volta non ti staccavi da lui — disse, con un sorriso malizioso —. Che gli chiedevi più cazzo, che gli hai leccato fino all’ultima goccia di latte.
—Mi è piaciuto tantissimo stare con lui — ammisi, e sentii il viso bruciarmi.
Mi mandò a togliermi i vestiti e a farmi il bagno nella sua vasca. Disse che voleva che profumassi da principessa, ma che dentro fossi pronta come una troia. Non passarono neanche due minuti prima che mi si indurisse. Renata se ne accorse subito e cominciò ad accarezzarmi senza chiedere permesso, la mano fresca che si chiudeva sulla mia cazzetta, salendo e scendendo con una lentezza che mi fece tremare le ginocchia.
—Dimmi, Marina, che cos’è che ti è piaciuto di più di Adrián?
—Il modo in cui me l’ha fatto — dissi, quasi senza voce —. Sentire il cazzo dentro, caldo, e che venisse a fiotti dentro di me senza tirarlo fuori.
—E vuoi che te lo faccia di nuovo?
—Tantissimo. Voglio che mi riapra, che mi lasci piena.
—Ti do un po’ di sollievo adesso — mormorò —, così non vai in giro tutto il giorno insopportabile con la testa nel cazzo di Adrián.
Non mi accarezzava soltanto. Si inginocchiò sulle mattonelle, mi divaricò le cosce e abbassò la testa con quella naturalezza che aveva per tutto ciò che era sessuale. La sua lingua mi avvolse prima il glande, piano, tastando, e poi si prese il cazzo intero in bocca in una volta sola, fino a farmi sentire la punta contro la sua gola. Cominciò a succhiarmelo con un ritmo perfetto, guancia dentro, guancia fuori, la lingua arrotolata attorno al tronco, le labbra chiuse quanto bastava. Ogni tanto lo tirava fuori del tutto, me lo sputava addosso, lo riprendeva in mano e mi guardava dal basso, gli occhi lucidi, prima di ingoiarlo di nuovo. Mi succhiò anche le palle, me le coccolò una per una con la lingua, e risalì ancora. Lo assaporai a bocca aperta, cercando di imparare qualcosa da lei, finché non venni senza avviso, un getto lungo che le riempì la bocca. Lei ingoiò tutto senza togliere il cazzo, si pulì con il pollice una goccia sfuggita dall’angolo della bocca e mi sorrise.
—Buono — disse —. Adesso sì, nell’acqua.
Mi vergognai, ma lei non disse niente; continuò ancora un po’ a leccarmi il pube, lasciandomi pulita, e poi continuammo con il bagno. Mi piaceva sentirla lodare il mio corpo mentre mi insaponava, le dita che mi percorrevano ogni angolo, soffermandosi tra le natiche, giocherellando all’ingresso del mio culo finché non sussultai.
—Hai un bel corpo — disse —. Quasi niente peli, e questo a loro piace da matti. Liscio, come deve essere. E questo culetto… questo culetto farà felici molti.
—Grazie — risposi —. Piaccio anche a me, come mi vedo.
Uscii dalla vasca e mi asciugò con un asciugamano, piano, insistendo sui capezzoli fino a farli duri, sulle cosce, sulla spaccatura del culo. Poi mi spalmò creme che profumavano di fiori, come se fossi la sua bambola di porcellana, e ne approfittò per infilarmi un dito lubrificato nell’ano, ruotandolo, tirandolo fuori, rimettendolo dentro. L’idea mi accendeva, e cominciai a indurirmi di nuovo. Renata rise e andò nell’armadio a prendere qualcosa.
—Guarda, ho portato questo per farti stare buona — disse —. So che sei eccitata, è normale. Ma con questo non si vedrà se ti si indurisce per strada.
Era una gabbia di castità di plastica, rosa. Mi spaventai un po’ a vederla. Dopo che me la spiegò, accettai che me la mettesse. Non era passato neanche un minuto e già mi stavo eccitando nel vedere il mio cazzo chiuso, inutile, stretto, alla sua mercé.
—Per fortuna non ce l’hai troppo grande — disse, regolando il tutto, giocando con le palle che restavano fuori —. Non si noterà niente sotto la gonna. Tieni, questa è la chiave. Te la togli quando torni a casa.
Sorrisi, nervosa, e la lasciai finire.
—Non sai quanto mi eccita vederti così, in gabbia — continuò, dandomi una leccata sul collo —. Mi viene voglia di tenerti tutto il giorno con le gambe aperte, con un consolatore dentro, così ti allargo bene il culo prima che arrivi Adrián.
—Puoi farlo, se vuoi — dissi.
—Aspetta. Il mio momento arriva tra poco, e non ti lascerò andare finché non ti avrò lasciata ben aperta, che coli.
Volevo mettermi duro e non riuscivo; la gabbia mi stringeva, un fastidio dolce che prometteva di diventare abitudine. Renata cominciò a vestirmi. Mi mostrò un cassetto pieno di biancheria intima, tutta in stile giovanile; ne scelsi una nera con dettagli viola e una stampa di teschio con fiocco, e un reggiseno rosa. Poi una gonna nera plissettata e una blusa a righe a maniche lunghe, calze a rete e, infine, una parrucca: lunga, liscia, nera, chiaramente di buona qualità. Me la sistemò e mi truccò con pazienza. Quando mi vidi allo specchio, ero irriconoscibile. Non sembravo travestita. Sembravo una donna. E questo mi emozionò come poche cose.
***
Adrián arrivò verso mezzogiorno. Gli si illuminò la faccia appena mi vide e il cazzo gli si segnò subito contro i pantaloni.
—Hai fatto un lavoro magnifico, Renata — disse, senza smettere di guardarmi —. È venuta bellissima. Mi verrebbe già voglia di scoparmela qui, sul tavolo.
—Aiuta il fatto che abbia un bel corpo — rispose lei —. L’unico problema è che è irrequieta. Ma ho trovato la soluzione. Alza la gonna, Marina, fagli vedere.
La sollevai e lasciai che vedesse la gabbia rosa stringermi il cazzo. Adrián fece una faccia da matto che mi fece venire i brividi. Si avvicinò, mi infilò la mano sotto la gonna, palpò la gabbia, mi pizzicò il culo.
—Che bella che sei così — disse —. È meglio se andiamo subito, o comincio a palparti qui e non arriviamo da nessuna parte. Renata, la chiave.
—L’ha lei. Se la toglie a casa sua. Prima, tienitela stretta.
Prima di andare, Renata mi passò una mascherina per passare più inosservata. Salimmo sull’auto di Adrián e partimmo verso un centro commerciale. Durante il tragitto mi parlava con quella voce bassa che mi mandava fuori di testa, la mano destra appoggiata sulla mia coscia, salendo ogni tanto fino a sfiorarmi la gabbia sopra gli slip.
—A quest’ora sarà vuoto — disse —. Non ti agitare. Come ti senti?
—Bene. Un po’ nervosa. Ma non credo che qualcuno mi riconosca.
—Avevi tanta voglia che tornassi a riempirti di latte?
—Tantissima — risposi —. A che ora?
—Ci vuole ancora. Prima facciamo due passi, ti vizio un po’. Però, per sicurezza, chiamami “papà”. Per non dare nell’occhio.
—Va bene, papà — dissi, e la parola mi piacque più del previsto, mi si bagnò tutto dentro.
I primi passi dentro furono i più difficili. I negozi stavano appena aprendo e c’era poca gente, il che mi diede fiducia. Dopo quindici minuti camminavo già tranquilla. Adrián mi portò in un negozio di dischi e mi lasciò scegliere un album; ne presi uno di una cantante che mi era sempre sembrata bellissima. Fece lo stesso in un negozio di videogiochi. Mi stava davvero viziando, e io galleggiavo. Ogni tanto si avvicinava al mio orecchio.
—Ti guardano — mormorò —. Se sapessero che sotto quella gonna hai un pisellino in gabbia, si farebbero sotto.
—Non c’è niente da sapere — risposi —. Sono una donna.
—Lo sei. Una donna molto birichina. Non hai idea di quanto mi venga voglia di alzarti la gonna e infilarti la lingua tra le chiappe proprio in mezzo al corridoio.
A un certo punto dovetti andare in bagno. Entrai in quello delle donne con il cuore in gola. Era la prima volta. L’avevo provato a casa, ma lì, chiusa nel gabinetto, vestita così, mi eccitai tanto che, se non avessi avuto la gabbia, mi sarei toccata lì stesso. Mi passai un dito sulla biancheria intima, strinsi la gabbia, sentii come spingeva contro la plastica senza poter crescere. Quando uscii, Adrián mi si avvicinò e mi disse all’orecchio che alla fine della giornata sarei stata una signorina completa, ben usata. Gli risposi che lo ero già. Sorrise, perverso.
Per passare il tempo entrammo al cinema. Era un film dell’orrore, non ricordo quale; l’unica cosa che ricordo è che Adrián passò due ore intere a toccarmi. Le gambe, la coscia, la mano che si infilava sotto la gonna, le dita che cercavano di arrivare al reggiseno per pizzicarmi i capezzoli fino a farmi mordere il labbro. In un altro posto l’avrei lasciato fare, ma lì potevamo cacciarci nei guai, e ogni volta che la sua mano voleva andare oltre gliela toglievo. Questo sembrava piacergli ancora di più. A un certo punto si slacciò i pantaloni e si tirò fuori il cazzo intero sotto il bagliore dello schermo. Era duro, grosso, con la punta lucida. Mi prese il polso e me lo mise in mano.
—Succhiamelo — sussurrò —. Qui nessuno vede.
—No.
—O preferisci che ti infili un dito nel culo?
—No, non cominciare. Mi eccito e con la gabbia mi fa male.
—Allora alzati la gonna. Fammi vedere.
—Va bene. Ma poi guarda il film.
Gli diedi retta a metà: mi alzai la gonna, mi abbassai gli slip abbastanza da fargli vedere la gabbia rosa che mi stringeva, e lui si masturbò accanto a me senza togliermi gli occhi di dosso, pompandoselo piano, finché gli chiesi di rimetterselo via o sarei impazzita. Rise e si sistemò, ma non mi lasciò la coscia per tutto il film.
***
All’uscita mi comprò un gelato. C’era più gente, ma ormai non ero più nervosa. Mi portò alle sale giochi e mi prese un peluche da una macchina a gru. Erano le sei quando disse che saremmo andati da un’altra parte. Pensai a un hotel. Mi portò in un parco.
Era il grande parco del centro, dove la gente va a passeggiare e a fare esercizio. Facemmo qualche giro per un paio d’ore mentre mi raccontava cose della sua giovinezza, di quando da ragazzo veniva nello stesso posto di notte.
—Lì, contro quell’albero, una volta me l’ha succhiato una come te — disse, indicando con il mento —. Da paura. In ginocchio sull’erba, se l’era ingoiato tutto, fino alle palle. Finì che le venni in faccia e lei rimase lì a leccare quello che colava.
—Mi hai portata qui per questo? — chiesi.
—No. Ti do solo un consiglio. Nel caso un giorno venissi con qualcuno.
—Non mi piacciono quelli della mia età — dissi.
—Perché?
—Non lo so. Mi piacciono più grandi, come te. Che mi portino in posti belli e poi mi scopino bene.
—Sei tremenda — disse, ridendo —. Tutta vestita così, con la gabbia addosso, a spasso con un uomo che ti doppia l’età. Sarai già in astinenza, vero?
—A dire il vero, sì — ammisi —. Da stamattina. Voglio succhiartelo fino in fondo, voglio che me lo metti di nuovo senza niente, senza preservativo, come l’ultima volta. Voglio sentirti esplodere dentro di me.
—Resisti ancora un po’ — disse, con la voce roca —. E ti faccio tutto questo, e anche di più.
Ero così eccitata che ormai non mi importava più dove fossimo. Ma disse che mancava un ultimo posto. Mi portò a un belvedere in alto sulla città, un punto turistico da cui si vede tutto. A quell’ora tirava vento e mi alzava la gonna; io, morta di vergogna, me la tenevo ferma mentre lui sorrideva. Era quasi deserto. Adrián mi abbracciò da dietro e sentii il cazzo duro strusciarmi contro il culo, appena separato dai pantaloni e dalle mie mutande, in cerca dello spazio tra le chiappe.
—Ti è piaciuta la giornata? — chiese, mordendomi il lobo.
—Sì. Il mio primo giorno intero da donna in strada.
—Non ti piacerebbe stare così sempre?
—A dire il vero sì. Mi sono sentita a mio agio. Libera.
Cominciò a baciarmi, la mano di nuovo sotto la gonna, due dita che spostavano gli slip e mi sfregavano il buco del culo sopra la tela bagnata della mia stessa saliva. Stavo per inginocchiarmi quando mi fermò.
—Qui no — disse —. Dimmi una cosa: pensi che io sia un pervertito?
—Un po’ — risposi, sincera.
—Perché?
—Perché ti piace un casino avermi a tuo piacimento. Palpeggiarmi, portarmi in giro, decidere per me. Tirarti fuori il cazzo al cinema e farmelo guardare.
—Esatto — disse —. E a te piace da morire mandare fuori di testa un uomo. Sai quello che vogliono e lo usi a tuo vantaggio.
—Può darsi — ammisi —. Mi eccita quando mi trattano così. Quando mi fanno sentire donna. Quando mi aprono le gambe e mi usano.
Mi diede un altro bacio e una pacca sul culo, forte, che risuonò nel belvedere vuoto. Mi disse di salire in auto. Erano quasi le dodici; pensai che avevamo ancora un mucchio di tempo per un hotel. La sorpresa mi arrivò quando vidi che mi aveva portata davanti a casa mia.
—Che facciamo qui, amore? — chiesi —. C’è un hotel a quattro isolati, andiamo.
—L’ultima volta hai detto che mi avresti invitato nel tuo letto — rispose —. Hai intenzione di mantenere la promessa?
—È che ci sono i miei genitori, le mie sorelle, non so…
—Dovrebbero già dormire. Vai a controllare.
Ero così in calore che accettai. Scensi e corsi all’ingresso. Il piano terra era buio e in silenzio. Sopra, lo stesso. Provai un sollievo enorme: dormivano. Tornai all’auto e gli feci cenno. Entrammo insieme, salendo le scale in punta di piedi. Sotto la porta della stanza dei miei genitori si vedeva il chiarore del televisore, acceso ma senza volume; supposi che si fossero addormentati con la TV accesa. Quando stavo per entrare nella mia stanza, mia madre gridò il mio nome dalla sua, chiedendo se fossi arrivata. Rimasi gelata. Adrián mi strinse il braccio e reagii.
—Sì, mamma, sono arrivata — risposi.
—Va bene — disse lei, e basta.
Una volta dentro, chiusi la porta e ridemmo entrambi, piano, con il cuore a mille. Ci baciammo e la sua lingua mi entrò fino in gola, dura, urgente. Le sue dita già cercavano, così mi inginocchiai sul tappeto e gli slacciai i pantaloni.
***
Lo desideravo da tutta la giornata. Gli abbassai i pantaloni e i boxer con uno strappo, e lì saltò fuori il suo cazzo, duro, gonfio, puntato sulla mia faccia. Lo presi con entrambe le mani, lo annusai, gli passai la lingua dalle palle fino alla punta in una leccata lunga, e me lo misi in bocca il più possibile. Non mi entrava tutto; arrivava in fondo alla gola e lì mi soffocavo. Rilassai la mandibola, respirai dal naso e lo spinsi un po’ di più, fino a sentire le palle contro il mento. Rimasi così, soffocandomi, con gli occhi lucidi, mentre lui mi teneva la testa e mi guardava dall’alto. Poi lo tirai fuori, presi fiato e me lo ripresi, questa volta più in fretta, succhiando forte, con la lingua che lavorava la parte inferiore del glande, la mano che pompava la base.
Lo guardai negli occhi e lui mi diede uno schiaffo leggero, sorridendo. Mi sputò in bocca e mi obbligò a ingoiare. Continuai a succhiarglielo, adesso anche le palle, una per una, prendendomele intere mentre continuavo a masturbargli il cazzo. Poco dopo mi schiaffeggiò di nuovo, più forte, e con lo sguardo mi mandò sul letto.
Mi sdraiai a pancia in su, le gambe aperte, così eccitata che la gabbia già mi faceva male. Andai a prendere la chiave per liberarmi, ma Adrián non me lo permise. Voleva farmelo con la gabbia addosso. Lo implorai. Non cedette.
—Stai bene così — disse, salendo sul letto con il cazzo lucido della mia saliva —. Tienila. Sai già che non ti serve per venire. Quando te lo metto, finisci uguale o meglio, col culo che cola.
—Va bene — risposi —. Però adesso, mettimelo, non ne posso più.
Mi abbassò la biancheria piano, e quella cosa mi manda sempre fuori di testa. Lì, nel mio letto, con i miei genitori nella stanza accanto, mi portò a mille. Mi sollevò le gambe fino a poggiarmele sulle spalle, mi allargò le chiappe con entrambe le mani e scese. Cominciò con la lingua, cercandomi, cerchi lenti attorno al buco del culo, spingendola poi piano fino a infilarmela dentro. Me la piantò lì, umida, tiepida, muovendola come se mi stesse scopando con la bocca. Io dovetti coprirmi con il cuscino per non gemere. Mi contorcevo sul materasso, la gabbia mi faceva male perché non mi lasciava crescere, e il cazzo di Adrián mi si strofinava contro la coscia, lasciandomi una scia lucida di pre-sperma.
Salì un dito bagnato di saliva e cominciò a infilarmelo mentre continuava a leccare. Poi due. Li muoveva dentro, li apriva a forbice, mi stirava, mi preparava. Ero sul punto di gridare.
—Mettiti a quattro — disse —, guardando la porta. Così, se entrano, la prima cosa che vedono è questa: il tuo culetto aperto e il mio cazzo dentro.
—Se vuoi grido e si svegliano — gli dissi, provocandolo, già in posizione, inarcando la schiena e alzando il culo il più possibile.
—Vuoi che ti vedano?
—Voglio che tu veda come me lo fai — risposi —. Smettila di strofinarti e infilamelo di colpo.
Senza avvisare, entrò. Me lo piantò con una sola spinta, fino in fondo, e lasciai uscire un gridolino che mi coprii subito con il cuscino. Rimasi per alcuni secondi senza respirare, adagiandomi, sentendo come il suo cazzo mi riempiva, come il glande mi batteva nel punto più profondo. Cominciò a muoversi piano, tirandomelo fuori quasi tutto e affondandomelo di nuovo, e a ogni stoccata mi strappava un gemito soffocato. Poi accelerò. Mi afferrò per i fianchi e cominciò a scoparmi forte, con voglia, le sue palle che mi battevano sul perineo, la gabbia rosa che oscillava tra le mie gambe a ogni affondo. Si sentiva solo il colpo dei nostri fianchi, lo schiocco della lubrificazione, il mio respiro spezzato contro il tessuto.
Cambiò posizione; mi rimise a pancia in su, mi afferrò le caviglie e mi aprì le gambe più di quanto mi avessero mai aperte, fino a farmi male. Affondò tutto in un colpo e restò lì, muovendo i fianchi in cerchi, frugando dentro di me. Mi eccitava vedere il mio cazzo chiuso nella gabbia, prigioniero, che colava liquido dalla punta senza potersi venire, mentre il suo entrava e usciva lucido da me, grosso, rosso, vivo. Mi sputò sul petto, si chinò e mi leccò il capezzolo mentre continuava a scoparmi.
—Ti piace vestirti così? — chiese, ansimando, senza smettere di spingere.
—Tantissimo.
—Perché?
—Perché mi fa sentire una donna vera. Che mi aprano, che mi riempiano.
—Vieni a vivere con me — disse, appoggiandomi le mani alla gola, stringendomi appena —. Ti terrei sempre così. Con la gabbia, con la parrucca, con le gambe aperte.
—Sì — risposi, senza pensarci.
—Ben curata, ben vestita. E di notte, mia. Tutta la notte, la troia che vuoi essere.
—Voglio tutto questo. E che me lo fai bene, tutti i giorni. Che me lo metti a colazione, a pranzo e prima di dormire. Che mi riempi di latte ogni volta.
Quello che mi diceva mi accendeva tanto quanto le mie risposte accendevano lui. Mi rigirò ancora una volta, mi mise di lato, con una mia gamba sollevata e appoggiata sulla sua, e da dietro rientrò dentro di me. Così, più lento, più profondo, sentii ogni centimetro di lui. Mi mordeva il collo, mi stringeva i capezzoli con due dita, mi sussurrava zozzerie all’orecchio. A un certo punto accelerò di nuovo, si tese, e sentii il battito del suo cazzo dentro di me. Venne dentro di me, fiotti e fiotti caldi che mi riempirono la pancia, e la sensazione mi piacque più che mai, quella pressione appiccicosa che restava lì, per poi colare lungo le cosce quando lo tirò fuori.
Rimanemmo entrambi sfiancati, sudati, sul mio letto, con odore di sesso, di sperma, delle creme ai fiori che Renata mi aveva spalmato e che ora si erano mescolate con tutto il resto. Il suo cazzo, ancora a mezza asta e lucido, mi lasciava una scia tra le natiche. Stava diventando abitudine portarmi uomini di nascosto in casa. Sapevo che prima o poi mi avrebbero scoperta, ma il piacere faceva sì che il rischio valesse la pena.
Mi rimisi la biancheria intima, sentendo lo sperma colarmi dentro le mutandine, e lo accompagnai alla porta. Lo vidi correre via verso l’auto e tornai di corsa in camera prima che qualcuno mi vedesse. Appena chiusa la porta, mi tolsi la gabbia. Il mio cazzo saltò fuori, gonfio, violaceo, disperato, con il prepuzio teso dopo ore di attesa. Cercai il consolatore e, approfittando di quello che Adrián mi aveva lasciato dentro, me lo infilai tutto in una spinta. Scivolò come burro nel latte caldo che lui mi aveva lasciato. Mi masturbai come una pazza, con la mano destra che pompava il cazzo e la sinistra che mi affondava il consolatore fino in fondo, scopandomi da sola, ricordando tutto: l’intera giornata da donna, il centro commerciale, il cinema con il cazzo di Adrián tirato fuori accanto a me, il belvedere, l’uomo che avevo portato nel mio stesso letto e che mi aveva spaccata senza tirarlo fuori. Non ci misi molto a venire, un getto che mi macchiò la gonna plissettata, l’ombelico, perfino la parrucca, e rimasi lì un po’, col consolatore ancora dentro, respirando forte.
Prima di dormire rimasi a pensare che forse mi stavo un po’ lasciando andare. Ma non potevo evitarlo. Volevo sentirmi donna in tutto: per strada, a letto, in ogni minuto della giornata. Con un cazzo dentro, se possibile, sempre.