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Relatos Ardientes

La ragazza del bar che mi cambiò per sempre

Da tre settimane dormivo sul divano dell’appartamento di mio fratello quando decisi di uscire a bere qualcosa da solo. Non avevo un piano, né voglia di averne uno. Da appena un mese, Graciela aveva infilato le sue cose in quattro valigie e aveva chiamato un taxi senza darmi la possibilità di dire granché. Non ci fu una lite finale, non ci fu una scena drammatica. Solo la porta che si chiudeva e il rumore dell’ascensore che scendeva, e io in piedi in mezzo al salotto a chiedermi quando avesse cominciato a incrinarsi tutto.

Quello che mi disse prima di andarsene fu che io non ero abbastanza. Non proprio in quei termini, perché Graciela è sempre stata più intelligente di me con il linguaggio, ma quello voleva dire. Che c’era qualcosa in me che non arrivava dove lei aveva bisogno. Me lo disse con calma, come chi spiega un problema logistico, e fu quasi peggio che se l’avesse detto con rabbia.

Avevo bisogno di un posto dove non ci fossero scatoloni mezzo disimballati e dove nessuno mi guardasse con quella miscela di pietà e comprensione che hanno le persone che hanno sempre saputo che il tuo matrimonio non sarebbe durato. Così mi misi una camicia pulita, infilai il portafoglio in tasca e scesi in strada senza una meta precisa.

Il bar in cui entrai aveva un nome qualsiasi su un’insegna al neon blu che non mi rimase impresso. Era uno di quei posti che non cercano di essere niente: tavoli di legno scuro, un paio di televisori senza audio che trasmettevano risultati sportivi che non interessavano a nessuno, un bancone lungo con sgabelli alti e un barista che aveva la virtù di riempire i bicchieri senza fare domande. Mi sedetti all’estremità più lontana dalla porta, ordinai un whisky e mi misi a guardarmi intorno.

Fu allora che la vidi.

Era al centro del bancone, a parlare con il barista con quella calma sicura di chi conosce il posto da tempo. Aveva i capelli scuri fino alle spalle, perfettamente lisci, e delle labbra dipinte di un rosso che non urlava, ma affermava. Indossava una blusa di seta color vino che le aderiva a una figura che io, in quel momento, definì perfetta nella mia testa. Era il tipo di donna che sa esattamente quanto spazio occupa in una stanza e non si scusa per questo.

Mi osservò per un momento da lì. Non in modo plateale, non in quel modo che costringe a distogliere lo sguardo. Era qualcosa di più sottile: i nostri occhi si incrociarono un paio di volte e non fu lei la prima a abbassarli. Sentii che qualcosa cambiava nell’aria del bar, anche se non avrei saputo spiegare cosa.

Dopo un po’ si avvicinò con il bicchiere in mano.

—Giornata storta o settimana storta? —chiese, senza chiedere il permesso di sedersi sullo sgabello accanto.

—Mese storto —risposi.

—È tanto tempo da portarsi dietro tutto da soli.

Si chiamava Valentina. Parlava piano, con quella cadenza di chi sceglie le parole con cura e senza fretta. Mi fece domande senza che sembrassero un interrogatorio: se lavoravo vicino, se quello fosse il mio bar abituale, se il whisky lo bevessi per gusto o per necessità. A un certo punto mi ritrovai a ridere senza volerlo, e notai che la cosa le faceva piacere.

Andammo avanti così per quasi due ore. Ordinai un altro bicchiere, poi lei si fece il suo. Parlammo di lavoro, della città, di sciocchezze che non contavano granché ma che servivano a riempire lo spazio in un modo che non risultava forzato. Era brava a conversare: sapeva quando fare una domanda e quando stare zitta, e non è una cosa così comune come dovrebbe essere. A un certo punto le nostre ginocchia si sfiorarono sotto il bancone e nessuno dei due cambiò posizione.

Fu in quel lasso di tempo che iniziai a notare alcune cose che all’inizio non avevo registrato. Qualcosa nella struttura della sua mandibola, una lievissima solidità in certi angoli quando la luce del bar la colpiva in un certo modo. Le mani, eleganti ma con una proporzione precisa. Niente che cambiasse quello che stavo sentendo, ma abbastanza perché una domanda si formasse da sola in qualche angolo della mia testa e restasse lì, senza che sapessi bene cosa farne.

Non chiesi. Non sapevo come farlo e non ero nemmeno sicuro che contasse tanto quanto una parte di me pensava avrebbe dovuto contare.

Fu Valentina a dirlo, senza dramma, quando ormai stavamo uscendo dal bar e ci trovavamo sul marciapiede con l’aria fresca della notte tra noi.

—Prima di andare oltre —disse, fermandosi e guardandomi dritto negli occhi— voglio che tu sappia chi sono.

Me lo spiegò in tre frasi. Senza scuse, senza fronzoli, con gli occhi fissi nei miei come se stesse misurando ogni millimetro della mia reazione. Era trans. Lo era da anni. Me lo diceva perché pensava che fosse giusto che io lo sapessi prima di prendere qualunque decisione.

Non seppi esattamente cosa provai in quel momento. C’era sorpresa, sì. Un po’ di disorientamento. Ma anche qualcos’altro, che mi costò riconoscere: una specie di curiosità che tirava in avanti invece che indietro. La cazzo mi si era indurita nei pantaloni da prima che lei parlasse, e non si mosse di un millimetro dopo che lo fece. Il desiderio era rimasto esattamente dove l’avevo lasciato, senza essersi ridotto nemmeno di un grammo.

—E allora? —chiese lei.

—Bene —dissi.

Sorrise appena. Era un sorriso piccolo e senza enfasi, come quello di chi questa conversazione l’ha già avuta altre volte e sa distinguere tra quelli che resteranno e quelli che no.

***

Il suo appartamento era a quattro isolati. Camminammo senza parlare troppo, con quel silenzio che non mette a disagio perché entrambe le persone sanno dove stanno andando. In ascensore si appoggiò con la schiena alla parete e mi guardò con quella calma che mi era già diventata familiare, e io pensai che non ricordavo l’ultima volta che qualcosa mi fosse sembrato così interessante senza che io avessi cercato di renderlo tale.

Dentro c’era poca luce, una lampada accesa nell’angolo e della musica bassa che era già in sottofondo da prima di uscire. Profumava bene, di qualcosa di caldo che non seppi identificare.

Mi baciò prima lei. Le labbra erano morbide e il bacio era preciso, senza urgenza inutile, ma appena la mia lingua trovò la sua spinse con voglia e mi succhiò la bocca con un’intenzione che mi tese da capo a piedi. Sentii le sue mani sul petto e poi sul collo, e mi resi conto che non sapevo bene cosa fare con le mie, cosa che non mi succedeva dai vent’anni. Le portai alle tette sopra la seta della blusa e lei emise un suono basso contro i miei denti, un gemito piccolo che mi fece stringere di più.

—Rilassati —disse contro la mia bocca. Non con condiscendenza. Solo come qualcosa che era vero e conveniva riconoscere. Fece scendere una mano lungo il mio ventre e me la posò piena sulla cazzo, ancora intrappolata nei pantaloni, e strinse. Mi strinse con il palmo, misurandomi, e mi strappò un respiro che non mi aspettavo nemmeno io.

—Cazzo —mormorò—. Iniziamo bene.

Mi guidò verso il divano con una pressione lieve sulle spalle e si inginocchiò davanti a me con una naturalezza che mi tolse il fiato. Mi slacciò la cintura senza fretta, guardandomi mentre lo faceva. Abbassò la zip dente per dente, mi tirò giù pantaloni e mutande fino alle ginocchia, e la cazzo mi schizzò verso l’alto, tesa, gonfia, contro il mio stesso ventre. Lei restò un secondo a guardarla con le labbra socchiuse, come chi valuta ciò che ha davanti, e poi sorrise molto lentamente, col rosso del rossetto ancora intatto.

—Bella dura —disse—. Proprio come piace a me.

La prese con la mano destra, alla base, e cominciò a farmela piano, salendo e scendendo con il pugno con una pressione precisa. Sentii subito il corpo rilassarsi di colpo, come se avessi lasciato andare qualcosa di cui non sapevo di star portando il peso. Con il pollice raccolse la goccia che già mi spuntava sulla punta e se la portò in bocca, succhiandosi il dito lentamente, senza smettere di guardarmi.

Quello che fece dopo non aveva un paragone facile. Non perché fosse eccezionale in termini tecnici, anche se lo era, ma perché lo faceva con un’attenzione che sembrava completamente reale. Come se le interessasse davvero, come se stesse imparando qualcosa che voleva conoscere a fondo. Sentii prima la sua lingua, lenta, che girava attorno al bordo del glande con una precisione che mi tese le cosce. Mi leccò tutta la testa, fece un giro completo, e poi scese lungo il lato inferiore con la lingua piatta, piano, come chi assapora. Me la percorse dalla base alla punta un paio di volte e, tra una leccata e l’altra, mi guardava dal basso verso l’alto, senza battere ciglio, con la bocca aperta e la lingua fuori.

Poi le labbra si chiusero attorno a me con una pressione esatta che mi costrinse a serrare i denti per non fare rumore. Me la prese in bocca piano, prima metà, misurando, e poi fino in fondo. La sentii forzare la gola e non arretrare. Restò lì per qualche secondo, con il naso premuto contro il mio pube, mentre la bocca le si riempiva di saliva che mi colava sulle palle, e quando risalì me la tirò fuori tutta luccicante e mi guardò con gli occhi lucidi e un sorriso storto.

—È buonissima —disse, con la voce roca—. La voglio tutta.

Scese di nuovo. E risalì. E ancora. Un ritmo che cresceva, con la mano a seguire ciò che la bocca lasciava libero, e di tanto in tanto scendeva ancora di più e mi prendeva pure le palle, una prima, poi l’altra, succhiandomele con una calma zozza che mi fece buttare la testa contro lo schienale.

Ho abbastanza controllo, l’ho sempre avuto. Ma quella notte mi costò più del solito. Valentina giocava con questo come se lo sapesse fin dall’inizio: accelerava proprio quando pensavo di non riuscire più a reggerlo, tirandomela fuori fino alla punta e ingoiandomela fino in fondo a un ritmo che mi faceva arricciare le dita dei piedi dentro la scarpa, e rallentava appena prima che fosse troppo tardi, allentando il pugno, tirandomela fuori dalla bocca, dandomi lunghe leccate lungo il lato finché non scendevo di un’intera marcia. Accelerava e rallentava con un intuito che non si improvvisa. Lo ripeté varie volte, finché non avevo le mani conficcate nei bordi del cuscino e non pensavo a nient’altro che a quella bocca, quel pugno e il calore della lingua che mi circondava la corona.

—Potrei succhiartela tutta la notte —mormorò contro la punta, sputando un filo denso che lasciò colare lungo tutta la lunghezza prima di tornare a impugnarla e masturbarmi con la saliva—. Me la fai ingoiare qui o te la devo prendere sopra?

Quando finì di dirlo, non avevo una risposta verbale. Mi limitai ad annuire verso il corridoio. Lei rise piano, mi diede un ultimo bacio umido sulla punta e si alzò.

Andò in camera da letto. La seguii, con i pantaloni ancora agganciati a una caviglia e la cazzo puntata in avanti, bagnata dalla sua bocca.

***

Valentina si spogliò senza fretta e senza artifici. In questo non c’era nessuna recita, nessun tentativo di nascondere o di esagerare. Semplicemente si tolse i vestiti con la stessa calma con cui faceva il resto. Si sbottonò la blusa di seta lasciando vedere un reggiseno nero che sorreggeva due tette rotonde e sode, e quando se lo slacciò caddero con un peso onesto, con i capezzoli scuri già duri in punta. La gonna cadde sul pavimento. Sotto portava un perizoma nero, molto piccolo, e sotto la stoffa si distingueva chiaramente la forma di una cazzo addormentata contro l’inguine. Se la tolse dalle gambe senza drammi e mi guardò in piedi, intera, con quell’espressione sua che era insieme diretta e paziente.

Io ci misi un po’ di più. Non per dubbio, ma perché in quell’immagine c’era qualcosa che mi chiedeva tempo: una persona che non era come avevo immaginato che fosse, eppure tutto in lei tirava verso di me con una forza che non aveva chiesto permesso per esistere e che io, in quel momento, non avevo alcuna intenzione di contrastare. Finì di togliermi la camicia, le scarpe, i pantaloni che mi trascinavo addosso, e mi infilai nel letto con la cazzo più dura che avessi avuto da anni.

Mi sdraiai accanto a lei. La baciai di nuovo, stavolta con più calma da parte mia. Le percorsi la schiena, i fianchi, le curve che aveva dove le aveva e quelle che non aveva dove me le aspettavo con le mani. La consistenza della sua pelle era morbida e calda, e lei guidava i miei movimenti senza correzioni brusche, indicando col corpo ciò che le piaceva, ciò che voleva continuassi a fare. Le presi una tetta con la bocca e la succhiai tutta, giocando con la lingua sul capezzolo finché non le diventò di pietra, e lei mi affondò le dita nei capelli e mi tenne lì.

—Continua —sussurrò—. Mordimelo un po’.

La morsi. La morsi piano, e poi più forte, e lei inarcò la schiena con un gemito basso. Passai la lingua sull’altro capezzolo, glielo lasciai ugualmente duro, e scesi lungo il ventre con la bocca aperta. Quando le passai la lingua sull’osso dell’anca mi riafferrò i capelli.

—Aspetta —disse—. Non c’è bisogno. Vieni qui.

La guardai. Lei indicò con il mento la propria cazzo, appoggiata contro il ventre, ormai del tutto dura, con una goccia chiara sulla punta.

—Toccale —disse—. Se sei qui con me, toccale.

La presi in mano. La sentii calda, tesa, viva. Feci con lei quello che lei aveva fatto con me sul divano: la salii e la scesi piano, misurandone il peso, guardando come respirava Valentina quando stringevo di più o di meno. Le passai il pollice sulla punta e mi rimase l’umidità sul dito, e lei lasciò uscire l’aria dalla bocca, con gli occhi socchiusi.

—Così —disse—. Proprio così.

Le feci una sega per un bel po’ mentre la baciavo sul collo e sulla bocca, e quando ormai le colava il piacere lei mi fermò con la mano sul polso.

—Adesso tu —disse—. Hai il preservativo?

Mi ricordai che ne avevo uno nel portafoglio da così tanto tempo che quasi mi ero dimenticato che ci fosse. Me lo mise lei stessa, con destrezza, facendolo scorrere lungo tutta la lunghezza senza rendere quel momento imbarazzante. Poi restò un secondo a guardarmi, con la mia cazzo inguainata nella gomma e tesa contro lo stomaco, e sorrise.

—A pancia in su —mi ordinò, dandomi una spinta lieve nel petto—. Ci penso io.

Raggiunse un flacone di lubrificante dal comodino, si mise un getto sulla mano e me lo spalmò sopra tutta la verga, stringendomi dall’alto verso il basso col pugno fino a lasciarmi lucido. Si portò il resto tra le natiche, si aprì con due dita e si preparò da sola davanti a me, senza smettere di guardarmi, mordendosi il labbro inferiore. Vidi come si infilava prima un dito, poi due, come girava la testa di lato quando se li curvava dentro. Quasi venni solo a guardarla.

Quando fu pronta mi salì sopra a cavalcioni, si portò una mano dietro per prendermi la cazzo, se la sistemò nel punto giusto e scese. L’entrata fu lenta, perché così volle lei: senza fretta, concedendosi il tempo necessario ad adattarsi. Le vidi in faccia un’espressione che all’inizio confusi con dolore e che poi capii essere qualcosa di molto più complesso: concentrazione, piacere, un’apertura totale che esigeva attenzione e tempo. Ogni centimetro che avanzava lo sentivo lungo tutta la lunghezza, e la pressione era diversa da qualsiasi cosa avessi conosciuto prima. Più intensa. Più stretta. Più presente. Mi stava stringendo la verga come un pugno caldo, e lei scendeva piano, respirando dal naso, con gli occhi fissi nei miei.

—Cazzo —le buttai fuori senza riuscire a trattenermi—. Cazzo, quanto sei stretta.

—Ti abitui —ansimò—. Anch’io.

Quando finì di sedersi su di me, col culo premuto contro il mio pube e la sua cazzo, dura, appoggiata al mio ventre, restò immobile per qualche secondo. Poi cominciò a muoversi. Piccoli cerchi prima, molto lentamente, per sistemarsi. E poi salite più lunghe, lasciandomi uscire quasi del tutto prima di sprofondare di nuovo fino in fondo con un sospiro.

Mi aggrappai ai suoi fianchi senza forza, solo per avere dove mettere le mani, e lei cominciò a muoversi con un ritmo che crebbe poco a poco. Chiudeva gli occhi ogni tanto e poi li riapriva e mi guardava dritto, e per qualche motivo era questa la cosa che faticavo di più a sostenere. Le lasciai una mano e la portai alla sua stessa cazzo, e lei cominciò a masturbarsi sopra di me al ritmo delle cavalcate, con la bocca aperta, ansimando ogni volta che si lasciava cadere.

—Fottimi più forte —mi chiese dopo un po’, con la voce spezzata—. Muoviti anche tu. Dammi.

Piantai i talloni nel materasso e cominciai a spingere dal basso verso l’alto, infilandomela fino in fondo ogni volta che lei scendeva. L’urto del mio pube contro il suo culo faceva un rumore umido che riempiva la stanza, e lei gemeva senza più trattenersi, gemiti aperti, lunghi, senza addolcimenti.

—Sì, così, così, sì, non smettere, non smettere —ripeteva, schiacciandosi ancora di più contro di me a ogni colpo.

Andammo avanti così per un bel po’. Cambiammo posizione senza che nessuno lo dicesse ad alta voce, muovendoci finché non trovammo ciò che funzionava meglio per entrambi. La misi a pancia in giù e le sollevai il bacino, la aprii coi pollici e ricominciai a prenderla da dietro, e lei affondò il viso nel cuscino e soffocò un grido quando la prima spinta la raggiunse tutta dentro. Le tenni i fianchi con entrambe le mani e cominciai a fottermela con voglia, affondando in profondità, vedendo il culo rimbalzare contro il mio pube a ogni colpo.

Finì dietro di lei, con una mano sul suo fianco e l’altra appoggiata sulla parte bassa della schiena, e la sentivo respirare profondo a ogni affondo mentre io perdevo qualsiasi nozione di tempo o di luogo. Feci scivolare la mano sotto e trovai la sua cazzo, dura quanto all’inizio, e cominciai a menarla allo stesso ritmo dei miei fianchi. Lei lasciò uscire un gemito lungo nel cuscino e cominciò a stringermi dentro a scatti che quasi mi finirono lì stesso.

—Sto per venire —le dissi stringendo i denti—. Sto per venire.

—Dentro —ansimò lei—. Vieni dentro. Anch’io.

Le piantai l’ultima serie di affondi fino in fondo, sentendo il culo stringersi come un anello attorno alla mia verga, e continuai a menarle la cazzo con la mano. Lei venne per prima, con un tremore lungo che le attraversò tutta la schiena, e mi riempì la mano di uno schizzo caldo che le colò lungo le cosce e sulle lenzuola. Quello spasmo mi finì. Arrivai al termine con un’intensità che mi tolse il fiato per diversi secondi, svuotandomi dentro con un ringhio che non riconobbi nemmeno io, spingendo fino all’ultima pulsazione mentre la mia eiaculazione usciva lunga, a ondate che non sembravano finire.

Rimasi immobile senza separarmi, sentendo il corpo calmarsi centimetro dopo centimetro. La sfilai piano, ancora duro ma cedevole, e mi sdraiai su un fianco. Valentina si girò e posò la mano sulla mia, con il palmo ancora appiccicoso, e non disse nulla. Non ce n’era bisogno.

***

Più tardi restammo sdraiati nel buio con il ventilatore a soffitto che girava piano. Valentina accese una sigaretta con la finestra socchiusa e io rimasi a fissare il soffitto senza pensare a niente di preciso, che era esattamente ciò di cui avevo bisogno da settimane. La mente ferma. Il corpo stanco in modo onesto.

Mi addormentai senza volerlo. Quando mi svegliai, la luce del mattino entrava dalle persiane a larghe strisce e Valentina era già in piedi, a fare il caffè in cucina. Sentii il rumore della macchinetta prima di ricordare dove mi trovavo.

Non ci fu impaccio all’uscita. Non ci fu quella sensazione di errore che a volte accompagna le mattine dopo una decisione non del tutto calcolata. Bevvi il caffè in piedi accanto alla finestra mentre lei si sistemava davanti allo specchio del corridoio, e nessuno dei due fece il gesto di fingere che fosse stato qualcosa di diverso da quello che era.

—E allora? —mi chiese di nuovo, guardandomi nello specchio mentre si applicava il rossetto. La stessa domanda della notte prima. Con esattamente lo stesso tono.

—Bene —risposi di nuovo.

Questa volta il sorriso fu più ampio.

Me ne andai con il caffè a metà e il suo numero salvato nel telefono. Tornai a piedi per quei quattro isolati sotto un mattino che sapeva di pioggia recente e di pane di qualche panetteria che non vidi.

Non la chiamai quella stessa settimana. Ma sì la successiva. E poi quella dopo ancora. Valentina mi insegnò diverse cose quella prima notte, ma la più importante fu questa: che ciò che crediamo di desiderare e ciò che desideriamo davvero non vivono sempre nello stesso posto, e che a volte bisogna perdersi un po’, sedersi all’estremità più lontana del bancone di un bar senza nome, per scoprire dove si vuole arrivare.

Graciela mi disse che io non ero abbastanza. Forse aveva ragione, dal suo punto di vista. Ma quella notte, con Valentina, fui esattamente ciò che ero. E si rivelò che bastava.

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