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Relatos Ardientes

La sorpresa che la mia collega nascondeva sotto il vestito

Mi chiamo Adrián e voglio raccontare un’esperienza che mi ha costretto a buttare giù quasi tutto quello che credevo di sapere su me stesso e sul desiderio. Se la racconto è perché mi sorprende ancora quanto fosse pesante lo zaino di pregiudizi che mi sono portato dietro per anni senza rendermene conto.

Sono cresciuto in una famiglia molto conservatrice. A casa mia parlare di sesso era un tabù, qualcosa che semplicemente non esisteva nelle conversazioni. Per come si comportavano i miei genitori in pubblico, e persino in privato, chiunque avrebbe giurato che fossi arrivato al mondo per generazione spontanea. Anche le manifestazioni d’affetto scarseggiavano, anche se, per essere giusto, non mi è mai mancato nulla dal punto di vista materiale.

Com’era prevedibile, sono uscito simile a loro. Le mie relazioni sono sempre state lunghe, con corteggiamenti di mesi prima di passare al sodo. I miei incontri sessuali completi non arrivavano a una dozzina, e tutti con appena tre donne diverse.

La maggior parte di quegli incontri era stata con la mia ultima ragazza. Se sono sincero, credo di essere rimasto con lei solo perché mi dava sesso. Non mi piaceva particolarmente, né fisicamente né per il carattere, e la trovavo piuttosto noiosa. Ero bloccato e non avevo il coraggio di ammetterlo.

Qualche mese fa mi è arrivata un’offerta di lavoro in un’altra città, dove vivevano alcuni miei zii che potevano ospitarmi. L’ho accettata senza pensarci troppo. Il posto consisteva nell’amministrare la rete di un’azienda nuova, il che in pratica significava passare ore chiuso in una stanza piccola e poco illuminata, a fissare monitor ed eseguire compiti a orari fissi.

Era noiosissimo. Non avevo contatti con nessuno tranne un supervisore che spuntava ogni tanto. Dalle poche domande concrete che faceva, dedussi presto che non aveva la minima idea di cosa facessi lì.

Dopo due settimane di tedio, il supervisore arrivò con una notizia: avrei avuto compagnia. Una collega, in realtà, che sarebbe entrata in servizio il giorno dopo.

E il giorno dopo, a pochi minuti dall’inizio del mio turno, comparve il supervisore con una ragazza giovane al fianco.

—Adrián, le presento Nadia. Da oggi sarà la sua collega. Confido che la metterà al corrente in fretta, perché vi alternerete nei festivi: vogliamo ampliare gli orari di attività — disse.

—Certo, conti su di me — risposi.

Feci un passo avanti e le offrii la mano. Lei la strinse con un sorriso aperto.

L’immagine mi colpì: trucco curato ma discreto, mora, con i capelli raccolti in una coda di cavallo. Il tailleur metteva in risalto una vita sottile e delle tette generose che premevano contro la camicetta, e un paio di occhiali incorniciavano due occhi azzurro chiaro che toglievano il fiato.

Rimasi un istante in silenzio, e mi salvai dall’apparire idiota solo perché mi tornò in mente un film in cui un personaggio diceva ad alta voce quello che pensava. Stavo quasi per buttare fuori «che belle tette… anzi, buongiorno», ma mi trattenni.

—Benvenuta nei miei domini —dissi infine—. Siediti su quella sedia, che adesso comincio a spiegarti tutto. Sono tante mansioni, ma nessuna complicata.

—Grazie —rispose Nadia, allungando la prima «a» in un modo che mi parve dannatamente sexy.

Si avvicinò alla sedia, si sedette con le gambe strettissime e poi ruotò sul sedere —tondo, pronunciato— per appoggiare la schiena allo schienale. Il supervisore ci salutò con cordialità e ci lasciò soli.

Le spiegai i compiti mentre lei prendeva appunti in un quadernetto. Mi guardava con un’attenzione tale, con gli occhi così spalancati, che persi il filo un paio di volte.

***

Alla fine della giornata andammo a bere qualcosa, e il dopolavoro si allungò tra risate e battute. Nadia se la cavava molto bene con la programmazione, così in pochi giorni sviluppò dei piccoli programmi che automatizzavano quasi tutte le nostre routine. Di colpo avevamo il giorno libero dentro il lavoro, salvo qualche problema puntuale.

Tutto all’insaputa del supervisore, naturalmente. Quando lui compariva, fingevamo di essere concentratissimi. Nadia scherzava dicendo che avremmo potuto martellare la tastiera a caso, come nei film, e lui non si sarebbe nemmeno accorto che non facevamo nulla.

Sfruttavamo quelle ore morte per chiacchierare. A volte lei appoggiava la testa sulla mia spalla quando le indicavo qualcosa su un monitor e stava in piedi dietro di me. Ogni sera, all’uscita, finivamo per prenderci un drink. Poco a poco i suoi commenti si fecero più spinti: che era single, che tutti i ragazzi che conosceva le sembravano noiosi. Io le confessai che portavo avanti una relazione a distanza in cui non credevo più.

Un mese dopo il suo arrivo, ricevetti una telefonata in pieno turno. Era la mia ragazza. Mi disse che aveva conosciuto un altro, che dovevo capirla, che tra noi era finita. Riattaccai e, con mia sorpresa, mi sentii liberato. Sono sempre stato un codardo, e le fui grato per aver avuto il coraggio di fare ciò che anch’io volevo.

Nadia mi chiese cosa fosse successo e glielo raccontai. Dopo aver detto che le dispiaceva, e avermi sentito rispondere che non c’era nulla di cui dispiacersi, sorrise e, con lo sguardo fisso sul monitor, mormorò:

—Be’, allora siamo liberi in due.

***

Quella sera fu molto più audace. Mi sfiorava il petto quando ridevamo, mi afferrava il polso quando le chiedevo se davvero stesse bene. Di solito la riportavo a casa in macchina, perché lei prendeva i mezzi pubblici. A metà strada mi disse:

—Ehi, Adrián, lavoriamo insieme da un po’ e ci divertiamo un sacco.

—Sì, è divertente, no?

—Volevo dirti che con te mi sento molto a mio agio. Mi sembri simpatico, facile da trattare… e parecchio attraente.

—Uh. Be’… grazie.

—Volevo sapere se, adesso che sei libero, potremmo…

Non la lasciai finire. Frenai l’auto, la guardai e mi buttai a baciarla. Lei rispose con la lingua e le braccia intorno al mio collo. Un paio di minuti dopo si staccò:

—Parcheggia in quel terreno vuoto.

Ci arrivai di gran carriera. Quando mi fermai, mi bloccò con una mano sul petto.

—Non voglio darti un’impressione sbagliata —disse—. Oggi non posso scopare.

Supposi che avesse il ciclo.

—Però posso farti una bella sega. Mi viene benissimo, resterai a bocca aperta. Se vuoi, chiaro.

—Non ti preoccupare. Certo che lo voglio.

Sorrise da un orecchio all’altro, si strofinò le mani ed esclamò:

—Allora dai, giù i pantaloni!

Mi sollevai appoggiandomi allo schienale, slacciai la cintura, abbassai pantaloni e mutande fino alle caviglie e reclinai il sedile il più possibile. Il mio cazzo era già duro, puntato verso il soffitto, e una goccia densa brillava sulla punta. Nadia se lo leccò le labbra alla vista, si chinò su di me sorridendo e me lo afferrò con una mano ferma alla base.

—Cazzo, ce l’hai bello grosso —mormorò—. Vedrai. Ti lascerà soddisfatto come un amplesso.

Cominciò piano, salendo e scendendo col pugno chiuso lungo il tronco, cambiando ritmo, sfiorandomi il glande col pollice a ogni passata. Quando mi sentiva ansimare troppo, si fermava di colpo e stringeva la base con due dita, come a strangolare la sborra prima che salisse. Poi sputava sul palmo e ricominciava, questa volta con la mano scivolosa, torcendo il polso attorno al cappuccio. Glielo dissi, quasi sbavando, che le sue mani erano esperte da morire, e lei annuì, orgogliosa, mordendosi il labbro.

—È che adoro fare seghe. Vedere come vi si mette la faccia da scemi.

Dieci minuti dopo, con le palle già tese e doloranti per aver trattenuto tanto, disse:

—Adesso sei bello carico. Ti sei mai fatto venire con un dito nel culo? È molto meglio.

La domanda mi sorprese.

—Non lo so. Non sono uno che sperimenta.

—Dai, non fare tanto rigido.

—E se mi fa male?

—Non ti farà male, so quello che faccio. Siamo soli, nessuno lo saprà, e ti assicuro che ne vale la pena. Fidati di me. Vaaii…

—Uff, va bene. In questo momento accetterei qualsiasi cosa.

E era vero. Una settimana prima mi sarebbe sembrato impensabile, e adesso avrei detto sì quasi a tutto.

Aprì il cassetto del cruscotto, tirò fuori un preservativo, si sputò su due dita e cominciò a massaggiarmi con delicatezza l’ingresso del culo, facendo cerchi lentissimi intorno all’anello mentre con l’altra mano continuava a masturbarmi. La punta scivolava, premeva un po’, si ritraeva, tornava. Sentivo lo sfintere che si apriva da solo, cercando quel dito. Dopo un po’ ruppe la confezione con i denti, infilò il dito medio nel lattice e disse:

—Tranquillo, non lo metterò molto dentro. Voglio solo arrivare alla prostata.

—Come vuoi tu, ma non resisto molto ancora.

Rise e cominciò a entrare piano, spingendo con una pressione costante.

—Un po’ di più… ecco la punta… ancora un po’… fino lì.

Non saprei dire dove toccò, ma all’improvviso sentii come se un cavo ad alta tensione mi attraversasse dal culo fino alla punta del cazzo. Ogni movimento del dito, ogni piccola curvatura verso l’interno, mi strappava un gemito, e l’altra mano, che ora pompava più veloce, mi faceva volare. Ebbi appena il tempo di afferrare un fazzoletto dal cruscotto prima che accelerasse entrambe le mani insieme, il pugno che saliva e scendeva sulla mia verga e il dito che entrava e usciva dal culo con lo stesso ritmo.

—Sto per venire…

Mi guardò con mezzo sorriso, gli occhi lucidi, e accelerò ancora di più, stringendo forte proprio sotto il glande.

—Dai, vieni per me. Scaricalo tutto.

Non ressi neppure dieci secondi. Il primo getto uscì con tanta forza che mi raggiunse la guancia prima che potessi coprirmi, caldo e denso. Il secondo mi cadde sul petto, e poi ne seguirono altri più piccoli che mi colarono sulle nocche e sul suo polso. Lei rideva, allentando il ritmo poco a poco, mungendomi fino all’ultima goccia, e poi mi pulì la faccia con un fazzoletto.

—Te l’avevo detto.

—Già… non me l’aspettavo.

—Ti è piaciuto?

—Da morire. Non sapevo che una sega potesse essere così intensa.

Restammo un po’ a parlare e a ridere prima che la riportassi a casa.

***

Il giorno dopo mi accolse con una strizzata d’occhio e un «buongiorno» complice. A metà mattina, senza lavoro in vista, si avvicinò:

—Mi è venuta in mente una cosa per migliorare quello di ieri. E lo faremo qui.

—Dici sul serio? —chiesi con una voce a metà tra lo spavento e l’euforia.

—Sì. Nella sala server. Se arriva il supervisore, abbiamo la scusa per stare lì dentro, e ci darebbe tempo di dissimulare quando sente la porta.

Mi ci vollero diversi secondi per assimilarlo, e ancora meno per averla già dura. La seguii, chiudemmo la porta e lei tirò fuori tre preservativi dalla tasca.

—Neanche per sogno mi infili tre dita.

—Tre no, ma due sì. L’altro è per non sporcare tutto un’altra volta. Me lo lasci fare? Per favore, per favore… —disse, facendo la faccia del cagnolino bastonato.

Sbuffai guardando il soffitto.

—Va bene. Ieri ne è valsa la pena.

Questa volta ero in piedi, con i pantaloni abbassati fino alle ginocchia e il cazzo già durissimo che spuntava dalla camicia. Lei si inginocchiò davanti a me e, prima di tutto, se lo ficcò in bocca tutto d’un colpo, fino in fondo. Sentii il calore della sua lingua avvolgermelo, la gola contrarsi attorno al glande, e lasciai uscire un ringhio che rimbalzò contro i server. Me lo succhiò per alcuni secondi, tirandolo fuori con un rumore umido, e poi mi fece girare appoggiando la fronte contro gli armadi metallici.

—Allarga le gambe e tira il culo indietro.

Obbedii. Mi lavorò l’ingresso fin dall’inizio, prima con la lingua —una sorpresa elettrica— e poi con la punta del dito, già infilato nel lattice. Passò parecchio tempo con un solo dito, fino al nocca, facendolo girare dentro, mentre mi sussurrava oscenità all’orecchio su quanto fossi stretto e su quanto volesse aprirmi. Poi aggiunse il secondo con cautela, spingendo molto piano, e quando li ebbe entrambi dentro iniziò un movimento alternato, come se imitasse le gambe di qualcuno che cammina, toccandomi la prostata a ogni passo. Con l’altra mano mi afferrò il cazzo davanti e mi fece una sega lenta, sincronizzata con le dita. Dopo un po’ mi stavo mordendo l’avambraccio per non urlare. L’orgasmo mi scosse dalla testa ai piedi; venni a fiotti contro l’interno del preservativo con cui aveva coperto il mio cappuccio, con le gambe che mi tremavano così tanto che dovetti appoggiarmi con entrambe le mani per non cadere.

Durante quella settimana lo ripetemmo ancora un paio di volte. Una volta ci interruppe il supervisore, ma ebbi il tempo di ricompormi prima che aprisse. Ogni giorno mi sentivo più sciolto, più libero da quella rigidità con cui ero cresciuto.

***

Nel fine settimana uscimmo insieme e, sulla via del ritorno, mi chiese di nuovo il terreno vuoto. Io vivevo con i miei zii, ma lei viveva da sola, e non capivo perché non salissimo mai a casa sua. Non volli forzarla.

—Oggi possiamo finalmente scopare davvero, no? —dissi nel modo più naturale possibile.

—Non posso ancora.

—Accidenti, ti dura proprio tanto il ciclo.

—Non è il ciclo, Adrián. Mi piaci moltissimo. C’è un motivo per cui non posso ancora, e ti prometto che te lo spiegherò presto. Per favore, abbi pazienza.

—Non è un gran sacrificio. Ho aspettato donne molto peggiori di te.

Lei sorrise e mi diede un bacio lungo e profondo.

Continuammo con la stessa routine. Riuscì persino a convincermi a farmi infilare tre dita. Alla quarta settimana del nostro gioco, un lunedì, mi disse seria:

—Sabato ti spiego tutto, a cena a casa mia. Questa settimana niente giochi. E ti chiedo una cosa, anche se ti costerà: non masturbarti. Cercherò di compensarti sabato. Lo prometti?

Ero intrigatissimo, ma sabato sarebbe finita la suspense. Glielo promisi, e lo mantenni.

***

Arrivai a casa sua e mi accolse con un abito da sera aderente che esaltava le sue forme. Mi diede due baci e disse che me l’avrebbe raccontato tutto dopo cena. Finimmo i dessert, si pulì gli angoli della bocca con il tovagliolo e si alzò.

—Vieni, accompagniami sul divano.

Ci sedemmo.

—Adrián, cambio lavoro.

—Tutto qui? Pensavo che mi avresti raccontato altro.

—Non lascio la città. E mi piacerebbe continuare a vederti, se dopo quello che sto per dirti vorrai ancora.

—Vai pure.

Guardò il pavimento per qualche secondo, poi mi guardò mordendosi il labbro inferiore e si buttò a baciarmi. Io non mi ero masturbato per una settimana, quindi quel bacio mi fece diventare duro all’istante. Nadia si staccò, abbassò lo sguardo sulla mia inguine e sorrise.

—Accidenti, ti è venuta su una tenda, eh?

—Pare.

Il suo viso si fece serio.

—Quello che volevo dirti è questo.

Prese la mia mano destra, la portò alla sua inguine e… sentii il rigonfiamento. Un rigonfiamento duro, inconfondibile, stretto sotto la stoffa del vestito. Rimasi senza parole, con gli occhi spalancati, impiegando un’eternità a reagire. Quando lo feci, mi raggomitolai su me stesso, le mani sul viso.

—Oddio. Oddio mio.

—Adrián, per favore, non prendertela così. Mi sei piaciuto dal primo giorno. Non è una cosa che vado in giro a dire, e quando se n’è presentata l’occasione non sapevo come dirtelo. So che anch’io ti sono piaciuta fin dall’inizio.

—Avresti dovuto dirmelo!

—Avremmo avuto questa relazione se te l’avessi detto?

—No —risposi sinceramente.

Inspirai a fondo.

—Posso vederlo, almeno per assicurarmi che non sia uno scherzo crudele?

Mi sostenne lo sguardo, si alzò e si sfilò il vestito dalla testa, restando in biancheria intima. Si abbassò le mutandine, e lì c’era: un cazzo, non molto grande, tagliato, mezzo eretto tra due cosce depilate e morbide, senza un solo pelo intorno.

—Per favore, Adrián, non è niente di che, e serve per quello che deve servire.

—Cazzo…

—Non devi aver paura. Sono la stessa persona con cui sei stato in questi mesi. Solo… ho questo. Me ne vado dal lavoro, e non avevamo nemmeno rapporti con nessun altro oltre a quel coglione. Non lo scoprirà nessuno. Importa davvero così tanto? Cambia davvero tutti i bei momenti che abbiamo passato?

La guardai. In alto vedevo una donna bellissima, con quelle tette enormi che mi avevano ossessionato fin dal primo giorno; in basso vedevo «quello». Ma nemmeno così mi passava la prima impressione.

—Dovresti essere sincero con te stesso —aggiunse—. Nonostante lo spavento, guarda come sei messo sotto.

Abbassai lo sguardo. I pantaloni mi erano ancora tirati su da un’erezione che non cedeva, marcando il rigonfiamento contro la cerniera. Rimasi pensieroso, mi dissi «al diavolo» e mi buttai a baciarla. Ci mangiammo la bocca per diversi minuti, finché lei si staccò con un sorriso.

—Vieni, andiamo a letto.

***

Mi portò per mano in camera da letto. Lì si slacciò il reggiseno e mi mostrò un paio di tette magnifiche —operate o no, ormai non mi importava più—, con i capezzoli duri, scuri, puntati verso l’alto. Poi cominciò a spogliarmi, tirandomi per la cintura con dita impazienti.

—Noterai qualche differenza rispetto a quello a cui sei abituato. In fondo è un buco più piccolo. Ma sarà altrettanto soddisfacente. Puoi farlo senza preservativo, mi sono pulita bene con un clistere. Spero che accettassi.

Quando mi ebbe nudo, guardò il mio cazzo duro che stillava umore e sorrise. Si mise in ginocchio davanti a me, me lo afferrò e se lo mise in bocca lentamente, chiudendo gli occhi come se aspettasse da mesi quel momento. Mi succhiò piano, con la lingua che si intrecciava al frenulo, con le guance scavate dalla suzione. Mi accarezzò i coglioni con una mano e con l’altra si afferrò il proprio cazzo e cominciò a masturbarsi sul pavimento, con la bocca piena. Vederla così, in ginocchio, che me lo succhiava mentre si faceva una sega, finì di sciogliere qualsiasi residuo di dubbio.

—Smettila o vengo subito —le dissi, tirandole indietro i capelli.

Tra un bacio e l’altro si sedette sul letto, mi passò un barattolo di vaselina e sollevò le gambe, afferrandosi le ginocchia con le mani. Il culo, rosato e perfettamente rasato, restò alla mia altezza, con il suo cazzo appoggiato alla pancia e l’ano stretto, in attesa.

—Vai pure.

Non volevo pensare troppo a quello che facevo. Quasi in automatico presi della vaselina con due dita e la applicai con delicatezza, spalmandola sul bordo e infilando un po’ all’interno. Lei gemette piano quando il dito entrò.

—Non essere bruto, va bene? Piano.

Mi spalmai bene il cazzo, lo afferrai alla base e portai il cappuccio all’ingresso. Spinsi lentamente, sentendo lo sfintere cedere, sentendo il glande farsi strada attraverso quell’anello stretto. Lei sbuffava, con la testa all’indietro e gli occhi chiusi, mentre io avanzavo piano, centimetro dopo centimetro, finché sentii i coglioni contro le sue natiche. La avevo dentro tutta.

—Aspetta un momento —disse, respirando come in un parto.

Rimasi immobile, sentendo il suo culo palpitare attorno al tronco, sentendo come mi stringeva a ondate. Era molto più stretto di qualsiasi figa in cui fossi mai stato prima. Un calore contratto, umido di vaselina, che minacciava di farmi venire senza muovermi.

Dopo un paio di minuti:

—Adesso va. Continua.

Cominciai a muovermi con delicatezza, tenendole le gambe sollevate, appoggiandogliele contro il petto. Tiravo fuori il cazzo quasi fino alla punta e lo spingevo di nuovo tutto dentro, vedendo come l’anello si apriva attorno al mio tronco ogni volta che entravo. Lei si masturbava intanto, afferrando il proprio cazzo e muovendoselo al ritmo delle mie spinte. La visione —una tipa bellissima, con quelle tette che sobbalzavano, che se lo menava sotto mentre glielo mettevo— fece saltare per aria tutto quello che restava della mia educazione conservatrice.

—Quando stai per venire, fermati. Fidati, ne varrà la pena.

Lo feci cinque o sei volte. Ogni volta che sentivo la sborra salire, tiravo fuori il cazzo e restavo immobile per qualche secondo, con il cuore che mi martellava alle tempie, finché la sensazione non calava. Lei rideva e si leccava le dita, godendosi la mia tortura.

—Non ce la faccio. È una settimana che aspetto.

—Va bene, fermati. Ho una proposta. Vuoi provare l’altro lato? Ti sei dilatato poco a poco, sei pronto, e sarà ancora meglio delle seghe che ti ho fatto.

Rimasi paralizzato, con il cazzo dentro e senza osare muoverlo. Mi sembrava un salto enorme. Una voce dentro di me diceva «quella linea non la oltrepassare, questa non è l’educazione che hai ricevuto». Un’altra rispondeva «questa persona ti ha già fatto seghe, ti ha infilato le dita, e adesso hai il cazzo nel suo culo. Poco salto resta. Qualunque cosa tu sia, ormai lo sei. E allora?». Vinse la seconda voce per knockout.

Annuii.

—Mi fido di te.

Uscii lentamente, con un rumore umido, e lei mi fece sdraiare sul bordo del letto a pancia in su e mi alzò le gambe fino alle spalle, lasciandomi il culo esposto e in aria. Si mise un preservativo, si unse il cazzo con un generoso strato di vaselina e ne mise un po’ anche a me, infilando prima un dito, poi due, ruotandoli, aprendoli a forbice. Io stringevo i denti, guardando il soffitto, sentendomi più vulnerabile che mai in vita mia e allo stesso tempo più eccitato.

—Sei pronto?

—Tanto quanto lo sarò mai —risposi, incerto.

Llevò la punta all’ingresso e cominciò a premere, alternando lo sguardo tra quello che faceva e la mia faccia, che doveva avere l’espressione di chi riceve schegge sotto le unghie. Sentii il cappuccio schiacciarsi contro lo sfintere, spingendo con insistenza costante, cercando di farsi strada.

—Calmati… devi rilassarti.

Io sbuffavo con i denti stretti, lasciando uscire l’aria tra gli spazi. All’improvviso sentii che cedeva, un bruciore acuto, e il glande entrò di colpo. Urlai tra i denti.

—È entrata la punta. La parte più difficile è passata. Vado pia… no… pia… no.

—Ah, ah.

Continuò a spingere, millimetro dopo millimetro, fino a metà. Il bruciore era brutale, ma mescolato a qualcos’altro, una pressione profonda che mi attraversava dentro. Il mio cazzo, contro ogni previsione, restava duro contro la pancia, con un filo appiccicoso che mi collegava all’ombelico.

—Siamo a metà. Tra poco il dolore passa.

—Nadia, fa un male assurdo… uf.

—Tranquiiillo. Adesso è tutto dentro.

Restò immobile, con i fianchi incollati alle mie natiche, si piegò su di me quasi in due e mi baciò in bocca con fame. Restammo così due o tre minuti, con la lingua intrecciata alla mia e il suo cazzo piantato dentro di me, pulsante.

—Meglio?

—S… sì. Sta passando.

—Bene, mi muovo piano. Se ti fa troppo male, lo dici e mi fermo.

—Dai… vai.

Cominciò molto lentamente, tirandola fuori solo di un paio di centimetri e poi ricacciandola dentro, per un lungo momento. Ogni volta che spingeva, mi colpiva qualcosa in fondo che mi mandava una scarica fino al cappuccio. La mia erezione non calava neppure nei momenti di dolore più forte; al contrario, diventava sempre più dura, più grossa, gocciolando come un rubinetto mal chiuso, lasciando una pozzanghera lucida sul mio stesso ventre. Il bruciore si trasformò in una specie di piacere sordo, strano, che mi costringeva ad arcuare la schiena e a gemere senza filtri.

—Dio… Dio, Nadia, non fermarti.

—Vedi che ti piace, maiale? —sussurrò, sorridendo—. Guardati. Guarda quanto ti stai godendo di averlo dentro.

Poi accelerò, spingendo ormai con tutto il bacino, facendo sbattere la pelvi contro le mie natiche, e mi afferrò il cazzo con una mano piena di vaselina per masturbarmi allo stesso ritmo. Ogni sua stoccata coincideva con uno strattone della sua mano sulla mia verga. Non sapevo più se il piacere mi arrivasse da davanti o da dietro: tutto era un unico circuito elettrico che mi stava fondendo i fusibili.

—Non resisterò ancora molto.

—Nemmeno io. Anche io ho avuto la settimana di astinenza.

—Allora veniamo insieme.

—Sì… ci siamo quasi. Sto per venire dentro di te, Adrián. Ti riempirò il culo fino in fondo.

—E… e io!

Mentre venivo sentivo le sue contrazioni dentro di me, i forti strattoni del suo cazzo che si svuotava contro le mie pareti, perfino attraverso il lattice. La mia sborra uscì a fiotti, un getto mi arrivò fino al mento e i successivi mi colarono sul petto e sugli addominali, mentre il culo mi si contraeva convulsamente attorno alla sua verga, stringendola e mungendola. Fu l’orgasmo più intenso, più lungo e più profondo della mia vita. Crollò sul mio petto, senza preoccuparsi di sporcarsi con il mio sperma, tra baci affannosi. Quando ci guardammo, scoppiammo entrambi a ridere.

—Non è stato poi così male, eh?

—Mettiamola così, sì —dissi, e tornammo a ridere.

Restammo abbracciati in silenzio, con lei ancora dentro, che si ammorbidiva molto lentamente. Non c’è bisogno che racconti il finale: siamo rimasti insieme, felici e senza complessi. Quella notte capii che il peso più pesante che avevo mai portato non stava tra le gambe di nessuno, ma nella mia testa. E allora, a chi importa il resto?

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