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Relatos Ardientes

Il trio che è iniziato nel suo ufficio

Ho dormito male e mi sono alzata peggio. Non era colpa del caffè né dello strano silenzio della casa, ma della decisione che avevo preso la sera prima, quando ero arrivata in aeroporto, avevo visto il mio volo sullo schermo ed ero stata incapace di salire a bordo. Avrei dovuto essere dall’altra parte dell’oceano ad accompagnare il mio socio in un viaggio fondamentale, ma avevo fatto dietrofront ed ero tornata senza avvisare nessuno.

Passai la mattina a camminare avanti e indietro per il salotto, calcolando gli orari e provando spiegazioni che non sembravano convincenti nemmeno a me. Al mio compagno potevo dire una mezza verità. Ai colleghi, quasi niente. E a Darío, che era il mio mentore, il mio vero capo e l’unico della cui opinione mi importasse ancora qualcosa, non potevo presentarmi con una storiella qualsiasi.

Uscii a correre per schiarirmi le idee e tornai più lucida, ma non più tranquilla. Sulla terrazza del quartiere bevvi due bicchieri di vino troppo in fretta, pensando di avere ancora tempo per rimettere ordine nel disastro. Fu lì, con la televisione accesa dietro il bancone e la gente che all’improvviso ammutoliva, che vidi un aereo schiantarsi contro una delle torri dove, in teoria, quella mattina avrei dovuto trovarmi anch’io.

Mi si gelò il sangue. Corsi a casa con il cuore che mi martellava nel petto. Non appena accesi il cellulare, cominciò a vibrare senza sosta: chiamate perse, messaggi, voci spaventate. Il mio compagno, mia sorella, colleghi di lavoro, numeri che non riconoscevo. E allora capii quanto ero stata vicina a una morte che non ero nemmeno capace di immaginare.

Parlai prima con il mio compagno, Julián. Pianse, mi insultò per lo spavento e poi mi chiese di non restare sola. Riuscivo a malapena a seguire la sua voce, perché continuavo a fissare lo schermo del televisore, come se da un momento all’altro potesse comparire il nome dell’uomo che avevo lasciato partire senza di me.

Dopo quella telefonata capii che non potevo rimandare oltre. Dovevo vedere Darío faccia a faccia.

***

Arrivai alla facoltà verso sera. Scelsi i vestiti con un’intenzione che non volli ammettere nemmeno mentre mi vestivo: pantaloni aderenti, un maglione sottile senza reggiseno e una giacca corta, per non sembrare troppo esplicita. Volevo riconquistare il suo appoggio, sì, ma volevo anche verificare qualcosa che da mesi aleggiava nell’aria ogni volta che mi guardava più del dovuto.

Darío mi accolse nel suo ufficio con la tensione evidente nella mascella. Era un uomo maturo, sobrio, di quelli che sembrano avere sempre il controllo anche quando il mondo gli sta crollando addosso. Chiuse la porta, mi offrì una sedia e per alcuni secondi non disse nulla. Si limitò a guardarmi.

—Hai fatto una follia —sbottò infine—. Dove cazzo sei stata tutto il giorno?

—A casa. Poi sono uscita. Non sapevo come affrontare tutto.

—E non ti è venuto in mente di chiamare?

—Lo so. Non ho scuse.

Mi ascoltò in silenzio mentre gli spiegavo che non ero salita sull’aereo perché il progetto mi faceva schifo, perché non volevo più prestarmi a certe manovre, perché mi sentivo usata. Era la verità. Quello che all’inizio omisi era che c’era anche qualcosa di più oscuro: il desiderio di spezzare una parte della mia vita e correre verso un’altra, anche se non sapevo ancora quale.

Darío camminava avanti e indietro per l’ufficio con il bicchiere d’acqua in mano. Mi chiese del mio socio, delle voci, del rapporto che avevo con lui. Notai il cambiamento esatto nella sua espressione quando smisi di fingere.

—Sì —gli dissi—. Andavo a letto con lui.

Rimase immobile. Non fece nessun gesto teatrale, ma vidi come stringeva le dita attorno al bicchiere.

—Pensavo fossero solo pettegolezzi.

—Non lo erano.

—Tuo marito lo sa?

—Julián non è mio marito, ma sì, sa tutto.

—Tutto?

—Tutto.

Sollevò le sopracciglia, sconcertato. Accavallai una gamba sull’altra e vidi i suoi occhi abbassarsi per un secondo, appena un secondo, verso lo spazio tra le mie cosce. Non fu un incidente. E non lo fu nemmeno il fatto che io non correggessi la posizione.

—Siamo una coppia aperta —aggiunsi—. A volte condividiamo le fantasie. A volte le viviamo.

Il silenzio si fece più denso. Lui si schiarì la voce, allentò il nodo della cravatta e mi offrì da bere. Accettai, perché ormai non aveva più senso fingere di essere distanti.

—Non mi aspettavo di sentirti dire una cosa del genere —mormorò mentre versava la gin.

—Nemmeno io mi aspettavo di dirtela.

Mi avvicinai al mobile bar per prendere il mio bicchiere e rimasi abbastanza vicina da accorgermi che il suo respiro era cambiato. Il suo profumo sapeva di pulito, di legno secco, di uomo maturo abituato a non avere la mano tremante. Gli piaceva guardarmi. Questa volta non cercò di nasconderlo.

—Ti sei sempre fidata di me —disse.

—Per questo sono qui.

—Non credo sia solo per questo.

Lo disse senza guardarmi negli occhi, fissando la mia scollatura. Mi bagnai le labbra con la lingua e sentii il sussulto in fondo al ventre, quell’avvertimento chiaro che non stavo più giocando soltanto con le parole.

—E per cos’altro credi che sia venuta? —chiesi.

Alzò lentamente la testa. Aveva le pupille scure, vigili, come un uomo che finalmente sente ciò che desiderava da troppo tempo.

—Non lo so —disse—. Ma se continui a stare seduta così e a guardarmi in quel modo, me la renderai molto difficile.

—Forse era proprio questa l’idea.

***

La confessione lo disarmò più di qualsiasi pianto. Si sedette di fronte a me sul divano dell’ufficio, troppo vicino per continuare a fingere neutralità, e mi chiese di spiegargli esattamente cosa intendessi con quel fatto di condividere le fantasie. Lo chiese con tono serio, quasi clinico, ma il rigonfiamento che cominciava a spingere contro i suoi pantaloni lo contraddiceva.

Gli parlai delle notti con Julián in cui immaginavamo un altro uomo che ci guardava. Di quanto mi eccitasse sapere di essere osservata, più di qualsiasi carezza delicata. Delle volte in cui ero venuta pensando a un terzo, non necessariamente coinvolto: a volte solo a guardare mentre mi aprivano le gambe e mi scopavano.

Darío deglutì.

—Non dovresti raccontarmi queste cose.

—Eppure vuoi che continui.

Non lo negò. Bevve un sorso lungo. Io feci lo stesso e appoggiai il bicchiere sul tavolino, sporgendomi abbastanza da far tendere il tessuto sui miei seni. Quando tornai a sedermi, lui mi guardava già senza riserve.

—Ti eccitava il tuo socio per questo? —chiese.

—Mi eccitava perché era uno stronzo e sapeva come prendermi. Ma non era solo lui. A volte mi eccitava di più pensare a chi avrebbe potuto scoprirci.

—Cazzo.

—Già.

—Non hai idea di come suoni, detto dalla tua bocca.

—Allora immagina come ci si sente.

Allungò la mano e mi toccò il ginocchio per la prima volta. Solo quello. La punta delle dita sull’osso, immobile, quasi timida. Io non mi tirai indietro. Al contrario, allargai un po’ di più le gambe.

—Se ti dicessi che ho pensato a te più di una volta, scapperesti? —chiese con voce roca.

—Dipende da cosa hai pensato.

La sua mano salì di poco, dal bordo del ginocchio alla coscia. Il calore mi esplose all’improvviso tra le gambe.

—A metterti qui, a pancia in giù su questo divano —disse—. A sollevarti la gonna... anche se oggi non la indossi. A tirarti giù i pantaloni e vedere se gemi come immagino.

Lasciai uscire lentamente l’aria dal naso.

—Continua.

—Ad aprirti bene le gambe e scoparti mentre mi guardi da sopra la spalla. A sentirti chiedere di più. A scoprire se sei sfacciata quanto sembri o se tremi quando finalmente ti toccano davvero.

—Tocco e tremo allo stesso tempo —gli risposi.

Rimase a guardarmi per alcuni secondi, come se aspettasse che mi pentissi. Invece presi la sua mano e la guidai all’interno della mia coscia. Non fino alla fica. Non ancora. Quanto bastava, però, perché sentisse il calore e l’umidità che aveva già impregnato la stoffa.

—Non sto tremando per tirarmi indietro —gli sussurrai.

Fu tutto ciò di cui aveva bisogno.

Si gettò sulla mia bocca con un bacio asciutto, una fame trattenuta troppo a lungo. Non baciava come un ragazzo impaziente, ma come un uomo che aveva immaginato per anni quel gesto e che, una volta ottenutolo, voleva divorarlo interamente. Gli aprii le labbra con la lingua e risposi con la stessa brutalità. Le nostre mani smisero di comportarsi bene nello stesso istante.

Mi afferrò un seno sopra il maglione, stringendolo con un gemito che mi vibrò in gola. Io gli sbottonai la camicia a strattoni, infilai la mano e gli graffiai il petto mentre continuavamo a baciarci tra saliva e denti. Mi spinse contro lo schienale, affondò il viso nel mio collo e mi morse proprio dove sapeva che avrebbe lasciato il segno.

—Che cazzo sei venuta a farmi? —mormorò.

—A fare in modo che tu smetta di guardarmi e cominci a toccarmi.

Mi infilò la mano nei pantaloni senza altre esitazioni. Trovò il perizoma completamente bagnato e lasciò uscire una bestemmia roca.

—Cazzo, sei fradicia.

—Lo sono da quando hai chiuso la porta.

Infilò due dita sotto la stoffa, spostò il perizoma di lato e mi sfiorò il clitoride con la precisione di qualcuno che sa ascoltare un corpo. Gettai indietro la testa e allargai di più le gambe per dargli spazio. Il pollice rimase a lavorare sopra, mentre le dita mi aprivano lentamente.

—Voglio vederti —disse.

Si inginocchiò davanti a me. Mi tirò giù i pantaloni fino a metà gamba con un solo gesto, insieme al perizoma, e mi lasciò aperta sul bordo del divano. Provai vergogna ed eccitazione allo stesso tempo nel vederlo lì, con il viso all’altezza della mia fica, a guardarla come se avesse sognato quella vista per anni.

—Non coprirmi —mi ordinò quando cercai di chiudere le gambe per riflesso.

Mi riaprì con le mani. Poi avvicinò la bocca e passò la lingua dal basso verso l’alto, lenta e larga. Il gemito mi uscì diretto, senza eleganza.

—Così, cazzo —mormorai.

Mi mangiò la fica con una concentrazione oscena. Non aveva fretta. Leccava, succhiava, si soffermava sul clitoride per farmi tremare e poi infilava la lingua più in basso, fino a costringermi a muovermi sul divano per cercarla. Quando aggiunse due dita e cominciò a scoparmi con quelle mentre mi succhiava, non pensai più a nient’altro.

—Guardami —disse senza staccare la bocca.

Lo feci. L’immagine di Darío, l’uomo serio e misurato che tutti rispettavano, inginocchiato tra le mie gambe con il viso bagnato, mi fece eccitare ancora di più. Mi guardava come se fossi un vizio che finalmente poteva concedersi.

—Ti piace essere guardata —mormorò contro la mia fica—. Si vede.

—Sì.

—Ti piace immaginare qualcun altro mentre vede tutto questo?

La domanda mi attraversò. Gemetti più forte.

—Sì, cazzo.

—Dillo bene.

—Mi fa impazzire.

Sorrise contro di me, come se quella risposta lo eccitasse quasi quanto toccarmi. Mi scopò con le dita più velocemente, affondandole fino in fondo mentre il pollice mi tormentava il clitoride. Sentii l’orgasmo salire con una violenza che mi costrinse ad afferrargli i capelli.

—Non fermarti. Non fermarti, stronzo.

—Vieni nella mia bocca.

Lo feci così, a gambe aperte sul divano del suo ufficio, con la fica che mi pulsava contro la sua lingua e le dita che entravano e uscivano mentre ansimavo senza trattenermi. Quando finii, continuò a leccare lentamente, prolungando ogni scossa fino a renderla dolorosamente piacevole.

—Mi farai morire —sussurrai.

—Non ho ancora cominciato a scoparti.

***

Si alzò e si sbottonò i pantaloni senza staccarmi gli occhi di dosso. Sfilai una gamba dai vestiti per liberarmi e mi sollevai a metà. Il suo cazzo balzò fuori, pesante, grosso, già duro. Lo guardai senza nasconderlo e lui lasciò uscire una breve risata, nervosa e orgogliosa allo stesso tempo.

—Anche questo fa parte della riunione? —chiesi.

—La parte importante.

Mi afferrò per la nuca e mi baciò di nuovo. Abbassai la mano, glielo presi e strinsi la base. Era caldo, teso, pulsante contro il palmo. Gli sputai sulla punta e cominciai a segarlo mentre lo guardavo. L’espressione che fece bastò a farmi capire che aveva avuto bisogno di quello per troppo tempo.

—Cazzo —ansimò—. Non giocare così con me.

—Non è un gioco.

Mi inginocchiai tra le sue gambe e me lo misi in bocca. Prima la punta, assaporandolo lentamente, poi sempre più a fondo, scendendo fin dove riuscivo senza forzare. Appoggiò una mano sulla mia testa, senza spingere ancora, come se si stesse trattenendo. Io volevo di più. Lo succhiai rumorosamente, affondando la lingua sotto il glande e mungendolo con la mano. Ogni volta che lo sfilavo un po’ per respirare, tornavo a leccarlo dalle palle fino alla punta prima di riprendermelo in bocca.

—Guardati —disse con la voce spezzata—. Guardati così.

Alzai gli occhi verso di lui senza lasciarlo andare del tutto. Fu la sua rovina. Mi afferrò i capelli con più fermezza e cominciò a dettare il ritmo, entrando nella mia bocca con spinte brevi. Mi lasciai fare. Mi piaceva il misto di controllo e attenzione, la brutalità trattenuta di un uomo che voleva usarmi senza smettere di leggermi il viso.

—Porca puttana —mormorò—. Così... così, non fermarti.

Gli accarezzai le palle, lo succhiai più a fondo e sentii il suo corpo irrigidirsi all’improvviso. Mi tirò fuori prima di venire e mi sollevò prendendomi per le braccia, quasi senza fiato.

—Se continui, vengo subito.

—Allora scopami una buona volta.

Non fu necessario ripeterlo. Mi girò e mi piegò sulla scrivania. Sentii il bordo del tavolo conficcarsi sotto il ventre, le sue mani che mi abbassavano del tutto i pantaloni, il suo cazzo che mi apriva le labbra bagnate.

—È così che te lo immagini? —disse vicino al mio orecchio—. In un ufficio, con la possibilità che qualcuno entri?

—Sì.

—E se ci vedessero?

—Non parlare. Fallo.

Me lo infilò con una sola spinta. Fino in fondo. Mi sfuggì un grido e dovetti aggrapparmi al bordo della scrivania per non scivolare in avanti. Era davvero grosso, ed entrò con l’oscena facilità che dà essere così bagnata che il corpo chiede già di essere spaccato in due.

Cominciò con un ritmo deciso e profondo, senza accelerare ancora. Ogni spinta mi faceva sbattere contro la scrivania e spostava fogli, penne e bicchieri. L’ufficio si riempì del suono umido della penetrazione e del mio respiro sempre più spezzato.

—Guarda come mi prendi —ringhiò—. Sembri fatta per questo.

Mi afferrò i capelli e mi costrinse ad arcuarmi di più. La nuova posizione fece sì che mi colpisse ancora meglio. Gemetti così forte che lui rise tra i denti.

—Così. Fai in modo che si senta.

—Cazzo... più forte.

—È questo che volevi, vero? Che smettessi di guardarti e cominciassi a toccarti?

—Sì.

—E allora beccati questo.

E me lo diede. Più forte. Più sporco. Più a fondo. Ogni spinta arrivava insieme al colpo dei suoi fianchi contro il mio culo e a una frase sempre più bassa, più animalesca. Mi palpò i seni sopra il maglione, mi pizzicò i capezzoli attraverso la stoffa, mi aprì una chiappa per vedere meglio come entrava e usciva da me.

—Mi fa impazzire vederti così aperta.

—Non fermarti.

—E se adesso entrasse qualcuno?

La domanda mi fece eccitare di nuovo. Sentii la fica stringersi attorno a lui.

—Ti sei eccitata ancora di più —disse subito.

—Stai zitto e continua.

—No. Voglio sentirtelo dire. Ti ecciterebbe se ci vedessero?

Chiusi gli occhi per un secondo. L’immagine mi attraversò nitida: la porta che si apriva, un altro respiro, un altro sguardo fisso su di me mentre lui continuava a trivellarmi sulla scrivania.

—Sì —gemetti—. Sì, mi ecciterebbe.

La sua mano scese sul mio clitoride e cominciò a sfregarlo senza pietà mentre continuava a scoparmi. L’orgasmo mi salì troppo in fretta. Sentii la tensione propagarsi nel ventre e nelle gambe, la scrivania che scricchiolava sotto di me e la sua voce attaccata alla mia nuca.

—Vieni pensando a questo. A qualcuno che apre e ti trova con il mio cazzo dentro.

Venni urlando il suo nome. Non un grido elegante, non uno trattenuto, ma un’esplosione sporca e disordinata, tremando sulla scrivania mentre lui continuava a spingere per prolungare ogni contrazione.

Fu allora che suonò la porta.

Non si aprì del tutto. Solo un colpo secco, uno strattone alla maniglia, una pausa.

Darío rimase immobile dentro di me.

Guardammo entrambi verso la porta.

—È chiusa —sussurrò.

Suonò di nuovo, questa volta accompagnata da una voce maschile dall’altra parte.

—Darío? Sei ancora lì?

Il mio battito accelerò. Riconobbi subito la voce: Julián.

Il mio compagno.

Ci guardammo entrambi nello stesso momento. Darío impallidì. Io, invece, sentii un’ondata brutale di eccitazione mescolata al panico.

—Cazzo —mormorò lui—. Che ci fa qui?

Prima che potessi rispondere, Julián parlò di nuovo.

—La reception mi ha detto che eri ancora in ufficio. Apri.

Darío fece per uscire da me. Gli afferrai il polso e scossi la testa, quasi senza sapere perché. O forse sì. Lo sapevo perfettamente.

—No —sussurrai.

—Sei pazza?

—Apri.

I suoi occhi si spalancarono increduli. Io ero di nuovo fradicia.

—Apri la porta —ripetei con voce roca—. Se sono venuta a dirti la verità, che sia tutta.

***

Darío esitò un secondo di troppo, ma alla fine si scostò e si tirò su i pantaloni quanto bastava per poter camminare. Io mi mossi poco. Mi limitai a sollevarmi, a sistemare il maglione alla meglio e a restare seduta sul bordo della scrivania, con le gambe ancora aperte per i tremori, i pantaloni a metà gamba e la fica pulsante perché ero stata scopata solo pochi secondi prima.

Quando aprì, Julián rimase immobile sulla soglia.

Aveva il volto segnato dalla stanchezza del viaggio, dalla preoccupazione e da qualcosa di più oscuro che conoscevo molto bene. I suoi occhi passarono da Darío a me, dalla mia bocca gonfia ai vestiti scomposti, dal bottone aperto dei pantaloni di lui alle mie cosce nude. Non fece domande stupide. Non ce n’era bisogno.

—Vedo che sono arrivato in un brutto momento —disse.

Sostenni il suo sguardo. Darío cercò di parlare, ma alzai una mano per zittirlo.

—No. Sei arrivato proprio nel momento esatto.

Julián chiuse la porta alle sue spalle. Lentamente. Molto lentamente. Mi disse più di qualsiasi parola. La mascella gli si tese, ma anche il rigonfiamento sotto i suoi jeans. La mia fica reagì all’istante.

—Gliel’hai detto? —chiese.

—Quasi tutto.

—E anche questo faceva parte della confessione?

—Alla fine ne ha fatto parte.

Darío era rigido, ancora incerto se gli avrebbero spaccato la faccia o trascinato in qualcosa che non capiva. Julián lo osservò per alcuni secondi e poi guardò me. Ci conoscevamo troppo bene.

—Dimmelo chiaramente —ordinò—. Che cosa vuoi?

Sentii la vergogna come un calore feroce che mi saliva dal petto, ma ormai non si poteva tornare indietro.

—Voglio che tu resti —dissi—. Voglio che mi guardi. E se ti eccita tanto quanto eccita me... voglio che partecipi.

Il silenzio fu brutale. Così denso che potevo sentire il mio respiro e il traffico lontano in strada.

Darío lasciò uscire l’aria dal naso, incredulo.

—Non ho intenzione di toccarla se tu non...

—Stai zitto —disse Julián senza staccarmi gli occhi di dosso.

Si avvicinò lentamente. Mi afferrò il mento, mi costrinse a tenere alta la testa e mi baciò con fame, rabbia e sollievo. Sapeva di strada, caffè e collera. Quando si staccò, mi diede uno schiaffo secco sulla coscia nuda.

—Sei sempre stata una puttana pericolosa —mormorò—. E sì, mi eccita.

Gemetti solo per averlo sentito dire.

Si voltò verso Darío.

—Se vuoi continuare, fallo bene. Voglio vederla venire.

Darío impiegò due secondi a reagire. Poi l’ultimo brandello di autocontrollo gli cadde dal volto.

Julián si tolse la giacca, la lasciò su una sedia e si posizionò dietro di me. Le sue mani scesero sui miei seni sopra il maglione, mentre Darío tornava a sistemarsi tra le mie gambe. Sentii un misto di vertigine ed eccitazione così intenso che dovetti aggrapparmi alle spalle del mio compagno.

—Guardala —disse Julián all’altro—. Sta colando.

Darío mi accarezzò la fica con due dita e sbuffò.

—Cazzo, sì.

—Non trattarla come se fosse di vetro —aggiunse Julián—. Le piace duro.

Mi morsi il labbro, eccitatissima nel sentir parlare di me come di un corpo conosciuto e allo stesso tempo esposto. Darío mi infilò due dita, poi tre, aprendomi mentre Julián mi succhiava il collo da dietro.

—Così? —chiese Darío.

—Di più —risposi io prima di chiunque altro.

Julián rise contro la mia pelle. Mi sollevò il maglione, lasciò scoperti i miei seni e cominciò a giocare con i capezzoli, tesi e sensibili. Darío si inginocchiò di nuovo e mi mangiò la fica davanti a lui, ormai senza timidezza, come se volesse dimostrare di saper usare anche lui il mio corpo.

Vedere il mio compagno che lo guardava fu quasi troppo. Julián mi aprì di più le gambe con le mani e gli parlò come chi impartisce un ordine.

—Infilalo di nuovo. Io voglio la sua bocca.

Si sistemò davanti a me e tirò fuori il cazzo. Era già durissimo. Lo accarezzai per un secondo, ammirando il modo in cui pulsava. Poi aprii la bocca e lo accolsi, mentre Darío si alzava e mi penetrava di nuovo da sotto, spingendo forte e a fondo, facendomi sbattere contro il corpo di uno mentre l’altro mi riempiva.

Il suono della mia gola occupata, i loro respiri e il colpo umido del cazzo che entrava nella mia fica trasformarono l’ufficio in qualcosa di completamente estraneo alla ragione. Mi stavano usando entrambi e io ero felice di non dover scegliere chi guardare, chi toccare, a chi chiedere di più.

Julián mi afferrò i capelli per dettare il ritmo nella mia bocca. Non con violenza cieca, ma con quella fermezza precisa che mi fa obbedire con piacere. Darío, dietro di me, mi afferrò per i fianchi e cominciò a scoparmi più forte, perdendo finalmente ogni contegno.

—È così che volevo vederla —disse Julián ansimando—. Tutta aperta e intenta a ingoiare.

Gemetti con la bocca piena. Darío me lo sfilò, mi girò e mi mise con la schiena contro la scrivania. Julián non perse tempo: mi sollevò una gamba e me lo rimise in bocca mentre l’altro mi scopava in piedi. Avevo una mano di ciascuno sul corpo, un cazzo in bocca e un altro che entrava e usciva dalla mia fica, e provai una felicità oscena, animalesca, perfetta.

—Digli chi ti sta scopando —ordinò Julián.

Lasciai andare il suo cazzo quel tanto che bastava per rispondere tra gli ansiti.

—Tutti e due.

—Non ancora —disse Darío, portandomi al limite con spinte brutali—. Ma ci siamo quasi.

Julián mi sputò in bocca, se lo rimise dentro e io ingoiai senza staccare gli occhi dai suoi. Quel gesto bastò a far tremare di nuovo il mio corpo. Darío infilò la mano tra noi, trovò il mio clitoride gonfio e cominciò a sfregarlo mentre mi inchiodava con il cazzo a un ritmo quasi selvaggio.

—Adesso sì —ringhiò Julián—. Vieni.

Venni tra i due in modo così violento che le gambe mi cedettero. Julián mi sostenne per la nuca. Darío mi sostenne per la vita. Io potei soltanto gemere, tremare e lasciarmi usare da loro durante le ultime scosse.

Darío fu il primo a venire. Si svuotò dentro di me con un gemito roco, stringendomi i fianchi così forte che di sicuro mi lasciò il segno. Rimase premuto contro la mia schiena per alcuni secondi, respirando come se ne andasse della sua vita.

Julián uscì dalla mia bocca e mi afferrò il viso.

—Apri.

Obbedii. Se lo segò due volte e venne sulla mia lingua e sulle mie labbra. Chiusi la bocca, ingoiai e poi gli tirai fuori lentamente la lingua. Il suo sguardo brillò di un misto di orgoglio e desiderio soddisfatto che mi disarmò più di qualsiasi oscenità.

Darío uscì da me con un sibilo e vidi il suo sperma scivolarmi lungo la coscia. Julián abbassò lo sguardo e mi pulì con due dita. Poi me le infilò in bocca perché le succhiassi. Lo feci senza staccargli gli occhi di dosso.

***

Rimanemmo tutti e tre in silenzio per alcuni secondi. L’ufficio odorava di gin, sudore e sesso appena consumato. Sulla scrivania c’erano fogli accartocciati, un bicchiere rovesciato e la mia dignità trasformata in qualcosa di molto più onesto.

Darío fu il primo a ridere, incredulo e sfinito. Si passò una mano sul viso e scosse la testa.

—Sono anni che credo di aver visto tutto —disse—. E poi arrivi tu.

—Anch’io sono anni che lo credo —rispose Julián—. E lei trova sempre un modo nuovo per mettere tutto a soqquadro.

Mi tirai su i pantaloni con le gambe ancora tremanti e mi sistemai i vestiti come meglio potevo. Nessuno dei due cercò di addolcire ciò che era successo con frasi goffe. Non ce n’era bisogno. Era stato troppo chiaro, troppo crudo, troppo reale per mascherarlo da qualcos’altro.

Julián mi baciò sulla fronte. Darío mi guardò come se non riuscisse ancora a credere di avermi avuta aperta sulla sua scrivania e poi tra noi due. Io provavo vergogna, sì, ma una vergogna limpida, senza rimpianti.

Avevo saltato un viaggio, schivato la morte ed ero arrivata in quell’ufficio volendo salvare un rapporto professionale. Alla fine avevo fatto qualcosa di più pericoloso: avevo detto tutta la verità su ciò che mi eccitava, su chi ero, su ciò che potevo arrivare a chiedere se avessi smesso di mentire a me stessa.

E quella sera, per la prima volta dopo molto tempo, non ebbi dubbi su nessuna delle tre cose.

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