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Relatos Ardientes

L’architetta che cedette a tutti i suoi operai

Man mano che la luce di Vaeldris si estendeva per le caverne senza fondo, ogni vecchio sentiero doveva essere lastricato di nuovo. Era l’unico modo per assicurare il passaggio di soldati, rifornimenti e messaggi tra gli avamposti che la città piantava nell’oscurità. Dove prima c’era solo roccia umida, ora sorgevano tunnel con lanterne di luce giada e piccole cappelle dedicate ad Aurelia, la martire che aveva unito le creature delle profondità sotto un’unica bandiera.

Sul bordo di una scogliera senza fondo, dove un cammino moriva e un altro doveva iniziare, fu schierata una modesta squadra di costruttori. Satiro e aracne, guidati da una sola mano.

Quella mano era quella di Mirena, una ninfa architetta. Il suo corpo ricordava quello di una cellula vegetale, color acquamarina, quasi traslucido all’interno e opaco ai bordi. Indossava abiti formali: un mantello che le copriva la schiena fino a strisciare sul suolo e un paio di lenti scure che nascondevano i suoi occhi dalla sclera nera. I capelli erano un tumulto di parete cellulare, raccolti in una lunga treccia gialla. Nessuno avrebbe indovinato, sotto quella figura solenne, il corpo giovane che celava.

I satiri operai erano tozzi e tarchiati, dal pelo bruno, con placche di cheratina come elmo naturale e corna corte sopra teste tonde. Le aracne, invece, dorate e imponenti, avevano busto di donna su un corpo di ragno, quattro paia di zampe e braccia raptatorie che tessevano seta di sostegno tra le travi. Venti operai, cinque tessitrici. Con quello Mirena doveva salvare l’abisso.

—Altro vino, architetta? —non ce n’era. Solo razioni secche e scadenze impossibili.

Il lavoro cominciò con il Ciclo. I satiri scolpivano mattoni dalla roccia; le aracne appendevano le travi con il loro filo. Mirena disegnava i piani nella sua tenda, calcolando il peso, la distanza, i venti metri di vuoto che la separavano dall’altra sponda.

Poi arrivò il messaggero, un satiro corridore dal pelo arancione, con un ordine secco: il ponte doveva essere pronto il prima possibile. In caso contrario, la guardia che li proteggeva sarebbe stata inviata su un altro fronte, e la squadra sarebbe rimasta in balìa della fauna delle caverne: i millepiedi abissali, i kric, le banshee che ululavano nell’oscurità.

***

Il capitano di quella guardia condivideva la sua tenda quella notte, e la discussione sulle scadenze si sviò ben presto verso tutt’altro. Lui aveva il potere di restare o di andarsene; lei aveva una sola moneta con cui negoziare, e lo sapevano entrambi.

—Una ninfa lo fa gratis —disse lui, mentre la costringeva a inginocchiarsi con uno strappo alla treccia che le strappò un gemito.

Le aprì il mantello e le strappò la camicetta all’altezza del petto per lasciarle i seni piccoli all’aria, due gocce acquamarina coronate da capezzoli scuri che si indurirono con il freddo della caverna. Poi si slacciò la cintura, si abbassò i pantaloni di cuoio e le mise sotto il naso un cazzo grosso, con la radice pelosa e il glande violaceo, che già gocciolava una perla densa ancora prima di toccarla.

—Apri la bocca, architetta. Senza denti. Come sai fare.

Mirena obbedì. Gli passò la lingua dai testicoli gonfi fino alla punta, succhiò la goccia che pendeva e si prese il glande intero in un solo boccone. Il satiro ringhiò, la afferrò per la treccia come fosse una redine e cominciò a fotterla fino in fondo. Lei lavorò con la bocca ciò che la lingua non aveva ottenuto. Lo prese tutto, fino in fondo alla gola, finché il naso non le si schiacciò contro il pelo ruvido dell’inguine e le lacrime le colarono sotto gli occhiali. Il cazzo pulsava dentro di lei, spesso, segnandole la gola a ogni spinta, mentre lui la cullava avanti e indietro come se fosse un giocattolo.

—Brava mamma, puttana. Succhia, succhia che per questo sei nata.

La saliva cominciò a scenderle in fili densi sui seni nudi. Lui le strinse il cranio con entrambe le mani e glielo ficcò fino in fondo tre, quattro, cinque volte, finché lei sentì i testicoli sbatterle contro il mento. Quando lo notò sul punto di venire, lei cercò di sottrarsi per negoziare; il satiro glielo impedì chiudendole le cosce intorno alla testa. Si svuotò tra bestemmie dentro la gola, una scarica lunga e pastosa che le riempì la bocca fino a farle colare sperma dal naso, e la lasciò con le labbra tremanti e il mento che gocciolava denso.

Quando finì, lei alzò la faccia, inghiottì quel che le restava dentro e chiese, con la voce spezzata, se avesse riconsiderato. La risposta fu uno schiaffo che la fece schizzare sul pavimento. Il satiro si scrollò di dosso i vestiti e se ne andò senza guardie.

Da sola alla sua scrivania, Mirena non pianse. L’indignazione le incendiò la testa. Ripercorse il bilancio, le ore, le attività e le passività, e trovò un margine per finire prima. Avrebbe mandato i suoi esploratori più lontano, per una rotta alternativa. E ai suoi operai avrebbe chiesto sei ore in più di turno.

Gli operai si rifiutarono. Litigarono, alzarono la voce, le ricordarono che senza carne avrebbero appena mosso un mattone. Le aracne osservavano dal soffitto, appese alle proprie tele, estranee alla disputa. Mirena scoprì, con un gelo nello stomaco, di non avere alcuna autorità reale su nessuno di loro.

Quella notte cinque dei più rumorosi entrarono nella sua tenda. Volevano carne; lei non ne aveva. Quello che poteva dare loro, però, era il solito. Si inginocchiò contro la parete, con la treccia che le cadeva davanti alla spalla, e loro formarono una mezzaluna intorno a lei, cinque cazzi all’aria, tutti grossi, tutti arrossati per essersi sfregati troppo prima di entrare. Cominciò dal primo, un satiro panciuto che già si stava svuotando nel prepuzio. Gli afferrò il cazzo con la mano piccola, se lo mise in bocca e lo succhiò da radice a punta con lunghi lecconi, sputando saliva sulla cappella per lubrificare il su e giù. Il satiro le prese le orecchie e la usò come un fodero, entrando e uscendo finché lei non sentì il sapore amaro dello sperma invaderle il palato.

—Ingoialo, ninfa. Tutto. Senza sprecare.

Appena finì, il secondo la afferrò per il mento, le aprì la bocca con la forza e le conficcò il suo con una spinta. Mirena dovette respirare dal naso mentre lui la scopava in gola senza pietà, con i coglioni che le battevano sul mento. Gli altri tre non ressero ad aspettare: uno si avvicinò da un lato e le mise un cazzo in mano, un altro dall’altro con la stessa cosa, e lei cominciò a masturbarli con entrambe le mani mentre quello al centro continuava a fotterle la bocca. I cinque le fecero un fellatio uno dopo l’altro, uno dopo l’altro, ciascuno finendo in bocca o sul viso. Il terzo le riempì le guance di sperma denso. Il quarto le mirò al petto e le bagnò i seni con getti lunghi che le colarono sul ventre. Il quinto si sfilò dalla bocca all’ultimo secondo e le sporcò gli occhiali e la fronte. Quando l’ultimo si svuotò nella sua bocca piccola, lei restò con la faccia appiccicosa, la treccia spruzzata e il sapore amaro in ogni angolo della lingua. Se ne andarono minacciando di ammutinarsi se non avesse obbedito. La ninfa rimase sola con la vergogna e il sapore amaro, ripetendosi che nessun titolo la liberava dal suo vecchio mestiere.

***

Al Ciclo successivo arrivò una comitiva inattesa: trenta soldati a scortare quattro sacerdotesse corazzate in esoscheletri che le coprivano come campane, senza un solo lembo di pelle in vista. Ognuna portava un bastone di luce smeraldo. Le chiamavano le Sorelle dell’Occhio Unico, ed erano le sole con il potere di maneggiare la tecnologia arcana sepolta nella pietra, eredità degli Antichi che Aurelia aveva studiato.

Mirena le ammirava. Erano la prova vivente che una ninfa poteva aspirare a qualcosa di più che compiacere. Le vide attraversare l’abisso sulle ragnatele a metà tese, entrare nel tunnel stretto e sparire verso la sala dove, a detta di tutti, dormiva un motore grande quanto una montagna.

La leader piantò il suo bastone nel suolo e recitò parole in una lingua perduta. Le rovine si risvegliarono, i circuiti smeraldo si accesero, e per un istante l’intero luogo vibrò sull’orlo del pericolo. Poi tutto si spense di colpo, come oggetti che cadono da una mensola. Il sergente che le scortava si rifiutò di permettere altri esperimenti. E a Mirena fu proibito l’ingresso e venne di nuovo accorciata la scadenza.

Gli operai lavorarono oltre le proprie forze, e il malcontento crebbe a ogni interruzione. Il cibo cominciò a scarseggiare. Quando Mirena chiese rifornimenti e non bastarono, i cinque rumorosi tornarono a pretendere i loro servizi. Questa volta lei si rifiutò e li affrontò: erano lavoratori, non bambini capricciosi. La risposta fu un calcio nello stomaco.

A terra, davanti agli altri operai, i cinque si presero la rivincita per il rifiuto. La picchiarono a sangue, le strapparono i vestiti a strattoni e con disprezzo, e la lasciarono seminuda e tremante davanti a venti maschi. Sotto la cappa da dama solenne, venne alla luce il corpo di una ragazza, giovane persino per i lunghi anni della sua specie.

E proprio allora tornarono le Sorelle. «Manutenzione», dissero, anche se nessuno le aveva avvertite. Gli operai, diffidenti, le lasciarono passare solo se sorvegliate da vicino. Le sacerdotesse accettarono con una fretta sospetta e si addentrarono di nuovo nelle rovine.

***

Qualcuno porse a Mirena degli indumenti tessuti con seta di ragno. Lei li prese con sorpresa; non si aspettava gentilezza. Ma i quindici operai rimasti si avvicinarono a lei come agnelli alla loro pastora, e lei conosceva fin troppo bene quella fame. Non desiderava riviverla. Ma dall’altro capo del tunnel arrivavano luci e boati, e le sbarrarono il passo «per la sua sicurezza». A meno che non pagasse un pedaggio.

Decretò una pausa e si spogliò del tutto, perché i vestiti nuovi ormai non le servivano più a nulla. Quindici satiri la circondarono con i membri all’aria, quindici cazzi di diverse dimensioni che le puntavano addosso da ogni angolazione, una foresta di verghe ricurve che gocciolavano ansia. La sensazione che le risalì dentro era la stessa dei suoi anni da studentessa, quando pagava i libri col corpo. La vergognava fin nell’anima, eppure mentirebbe chi dicesse che non ci furono momenti di piacere. Sotto la sua pelle traslucida il citoplasma cominciò a muoversi da solo, scaldandosi all’inguine, e sentì le pareti interne della sua figa umidirsi di un succo denso, acquamarina come la sua linfa.

Cominciò dalla bocca. Li fece un fellatio a gruppi di cinque: si inginocchiò al centro del cerchio e passò la lingua da un cazzo all’altro, succhiando cappelle, leccando testicoli, lasciando che le spingessero la bocca al ritmo che volevano. I satiri la afferravano per la treccia, per le orecchie, per il collo, e si alternavano come una coppa che passa di mano in mano. Tutti a provare le sue labbra senza denti, tutti a finire dentro di lei o sul suo corpo snello. I primi cinque si corsero uno in gola, due sulla lingua, uno sulla guancia e uno sui seni. I secondi cinque vollero più gioco: la misero a quattro zampe e le penetrarono la bocca dall’alto, la fecero succhiare due cazzi insieme, se la scaricarono sulla nuca e sulla treccia finché non fu gocciolante da tutte le parti. Saziò la maggior parte di loro, ma naturalmente volevano ancora di più.

Un satiro si distese a terra con il cazzo eretto come un palo e lei gli si montò sopra. Se lo sistemò con la mano, si aprì le labbra e si lasciò scendere piano, lasciando che la riempisse del tutto. Lo spessore la aprì dentro con un bruciore dolce e lei gemette senza riuscire a controllarsi, sentendosi spaccata in due. Cominciò a cavalcarlo, salendo e scendendo con il bacino in un’oscillazione lenta, con i seni che rimbalzavano e la treccia che le batteva sulla schiena, pregando che fosse l’unico, con la testa rivolta a ciò che le Sorelle stavano facendo lì dentro. Il satiro le afferrò i fianchi e la spinse a un ritmo più rapido, affondando da sotto ogni volta che lei scendeva, finché le natiche acquamarina non risuonarono contro il suo ventre peloso.

Quando lo sentì vicino, ricordò un trucco dei suoi tempi da servitrice: ai satiri impazzisce se gli si graffia il collo, proprio dietro la base del corno. Si chinò su di lui senza smettere di cavalcarlo, gli affondò le unghie in quel punto esatto e lo graffiò con forza. Lui si contorse e batté a terra come un cane riconoscente, spingendo più veloce, con gli occhi bianchi, finché non si svuotò in anticipo. Mirena sentì il getto caldo inondarla dentro, una scarica lunga e pulsante che le riempì il ventre e cominciò a colarle lungo le cosce non appena lui si allentò.

Altri sei vollero lo stesso. Un altro le si arrampicò sotto, si infilò e lei tornò a cavalcarlo, questa volta con la mano di un terzo che le accarezzava i seni da dietro e un quarto che le chiedeva la bocca. Passò da un cazzo all’altro, sempre cavalcata, sempre graffiando loro il collo per farli venire in fretta, lasciando che ciascuno si svuotasse dentro di lei o sul suo ventre. Il quinto lo ebbe alle spalle, a quattro zampe, mentre due altri le usavano le mani. Il sesto le si corse sulle natiche. Il settimo, già senza forze, riuscì appena a versarsi nell’ombelico. Quando finì, aveva l’inguine dolorante e uno strato spesso di sperma mescolato alla propria linfa acquamarina che le colava tra le cosce.

Terminata la sessione, Mirena si rivestì con i suoi indumenti provvisori e si mise in cammino verso l’altro capo della scogliera, con l’inguine dolente e il piacere che le si espandeva dentro come inchiostro in un bicchiere d’acqua.

***

Arrivò all’ingresso delle rovine in silenzio, e trovò una delusione. Le ereditiere del lascito di Aurelia non stavano studiando nulla: tre di loro avevano un incontro con i satiri della scorta. Le armature si erano ripiegate in bikini metallici che lasciavano vedere i loro corpi da fata, di pelle chiarissima e seni tondi coronati da capezzoli rosa pallido. Una cavalcava un soldato disteso supino, salendo e scendendo col bacino con il cazzo sepolto fino in fondo, a ogni discesa strappandogli un gemito acuto che rimbalzava sulle pareti. Un’altra riceveva davanti e dietro, sospesa in aria tra due satiri che la sorreggevano per le cosce e le ascelle mentre la spingevano in sincronia, infilzandola nella figa e nel culo allo stesso tempo, gridando qualcosa tra il piacere e l’insulto a ogni spinta. La terza, a quattro zampe, ne serviva due alla volta: uno le piantava il cazzo da dietro e le afferrava i fianchi per fotterla con forza, mentre l’altro glielo infilava in bocca fino in fondo, tenendola per la testa mentre lei inghiottiva e sbavava in egual misura.

Ne ho contate tre. Dov’è la quarta?

Cercò di passare senza farsi vedere, ma fallì. Non appena tutti gli sguardi si volsero verso di lei, corse nella sala. I satiri cercarono di trattenerla, ma le sacerdotesse mostrarono il loro vero volto: dai loro esoscheletri sgorgarono tenaglie e cavi che si muovevano come serpenti per far tacere i loro amanti.

Dentro, la quarta Sorella, la leader, lavorava da sola nell’estremità più lontana, recitando per ridare vita al motore sepolto. Il metallo spezzava la pietra e la trasmutava. I crolli cominciarono, e da fuori i suoi esploratori la chiamavano a gran voce. Proprio allora arrivò un messaggero con la notizia che cambiava tutto: le Sorelle dell’Occhio Unico erano cadute nel tradimento.

Nessuno dei suoi uomini voleva dare la vita per fermare le sacerdotesse, anche se sarebbe stato giusto. Mirena, stufa che nessuno rispettasse il suo ruolo, ricordò loro che erano gli unici in grado di agire; qualsiasi altra forza sarebbe arrivata troppo tardi. Gli operai si guardarono tra loro. Nessuno si mosse.

—Come si conquista la lealtà di chi non ti deve nulla? —si chiese, e conosceva l’unica risposta che avrebbero accettato.

***

Le tolsero con cura l’abbigliamento di seta, difficile da strappare, e la misero in ginocchio su una coperta stesa a terra nella tenda. Era già bagnata prima che la toccassero. Uno si mise dietro di lei, le aprì le natiche con entrambe le mani e le affondò il cazzo nella figa con una sola spinta, strappandole un lungo ansito. Un altro le afferrò la treccia e le mise il glande sulle labbra; lei, rassegnata a tutto, acconsentì e aprì la bocca. Cominciò il doppio movimento: la presero da dietro mentre un altro le chiedeva la bocca, e lei si lasciò cullare tra i due ritmi, con il culo spinto indietro ogni volta che quello della bocca le spingeva il cazzo fino in gola.

Presto gli altri si spogliarono per avere il loro turno con la ninfa impalata. Si formò un cerchio di cazzi duri attorno a lei. Quelli che aspettavano le si premevano ai fianchi e le mettevano le verghe in mano perché li masturbasse mentre la fottevano dai due estremi. Passò attraverso varie posizioni: uno dentro di lei e tre serviti con bocca e mani, lei inginocchiata con la lingua su un glande, le dita che stringevano due cazzi, e i fianchi spinti ritmicamente da quello che le piantava la figa da dietro. Quando il primo si svuotò dentro di lei con un ruggito, un altro lo sostituì senza concederle tregua, penetrandola appena la scarica precedente cominciava a scorrerle lungo le cosce.

Poi la misero a faccia in giù, con i seni schiacciati contro la coperta, il viso di lato, con lo stesso conteggio: uno che la cavalcava da dietro, un terzo che le prendeva la bocca da sotto, due cazzi nelle mani. Ogni satiro che finiva lasciava posto al successivo, e lei continuò a ricevere scariche dentro la figa, sulle natiche, in bocca, sulla schiena, finendo sempre piena dentro e macchiata fuori. La linfa e lo sperma altrui si mescolavano sulla sua pelle traslucida fino a formare disegni che si muovevano a ogni spinta.

Il punto più alto di quella sessione fu quando la presero in tre alla volta. Uno si distese a terra e lei si lasciò calare sul suo cazzo con la figa, gemendo nel sentirlo accomodarsi fino in fondo. Un altro si mise dietro, le sputò sul culo stretto per lubrificarlo e le affondò il cazzo nell’ano con una spinta lenta che le strappò un grido soffocato. Il terzo le afferrò la testa e le spinse il suo in gola, finché Mirena non si ritrovò attraversata da tre cazzi allo stesso tempo, la doppia penetrazione che la stirava davanti e dietro mentre quello di sopra le tapppava la bocca. Un fallo in ciascuna mano —altri due satiri le si erano appiccicati ai fianchi per chiederle le dita— e il resto a bagnarla a getti dal cerchio. Quando tutti e tre vennero quasi all’unisono, lei sentì tre scariche simultanee: una a riempirle il ventre, un’altra a scottarle il culo, la terza a debordarle dagli angoli della bocca. Gli altri le si riversarono su capelli, seni, schiena, in una pioggia calda che la coprì da cima a fondo.

Credeva che sarebbe bastato. Ma allora le aracne scesero dal soffitto lungo i loro fili. Erano state spettatrici troppo a lungo e giuravano di seguirla fino all’inferno, a un prezzo. Mirena roteò gli occhi. Era proprio quello che mancava.

La stesero a terra, le bloccarono le braccia con fili di seta che la legarono ai polsi, e le spalancarono le gambe fino quasi al limite. Una delle cinque si posizionò tra esse, afferrò le sue cosce con le braccia raptatorie e abbassò la testa. Mirena vide, a un palmo dalla figa, che mandibole complesse si aprivano mostrando centinaia di piccoli apici, palpi vibratili e una lingua bifida. L’aracne chiuse le mandibole sul suo inguine. La sensazione di mille apici che separavano le sue labbra e succhiavano il clitoride con una precisione impossibile la fece contorcere tutta, e dovettero trattenerla con più forza. I palpi si muovevano dentro di lei come dita minuscole, uno a uno, esplorando ogni piega dell’interno, mentre la lingua bifida lavorava il cappuccio con un ritmo di vibrazione costante. L’orgasmo le arrivò a spasmi e gemiti lunghi, un tremore che le scosse le pareti cellulari e la fece inzuppare la bocca dell’aracne del suo stesso succo acquamarina.

L’aracne si apartò lasciandola bagnata fradicia, con le labbra gonfie e pulsanti, e venne sostituita dalla successiva. Questa cominciò a leccare più lentamente, con tutta la lingua dentro la figa aperta, e le succhiò il clitoride tra due palpi come se lo stesse mungendo. Mirena venne di nuovo, inarcandosi contro la seta. La terza preferì aprirle le natiche e lavorare su due aperture alla volta, la lingua nell’ano e i palpi nella figa. La quarta la mise a quattro e le divorò la vulva da dietro, mordicchiando senza ferire. La quinta si mise sopra, in un sessantanove invertito, e le seppellì il viso nel sesso mentre offriva a Mirena il proprio inguine aracnide, labbra verticali e succose che la ninfa imparò a leccare tra gemiti soffocati. Alcune la baciavano sulla bocca con lingue lunghe e fredde; altre sui seni, succhiandole i capezzoli acquamarina finché non diventavano duri e violacei; tutte esploravano ogni angolo del suo corpo giovane.

In un furore senza freni, tutti i suoi collaboratori la presero senza eccezione. Un’aracne la sollevò per la vita, tenendola contro il proprio torso, mentre un satiro si sistemava dietro e la penetrava nella figa sospesa in aria, spingendo dal basso con il cazzo fino in fondo. Un altro salì e le mise il suo in bocca dall’alto. La appesero al soffitto con fili di seta che le circondavano le cosce aperte, i polsi legati sopra la testa, e in quella posizione non le lasciarono un solo spazio libero: due satiri contemporaneamente, uno nella figa, uno nel culo, mentre un terzo le veniva in faccia dal pavimento. La legarono in mille modi con tela di ragno, sempre con le gambe aperte e qualche orifizio in uso, sempre con la pelle traslucida zuppa di linfa e sperma. Lei passò ore impalata, succhiando quando non aveva nessuno dentro, venendo nella figa ancora e ancora fino a perdere il conto.

E in mezzo a quel piacere cominciò a sentire paura. Quell’interesse improvviso aveva qualcosa di fame vera, come se bocche e denti volessero farsi strada per divorarla. I palpi delle aracne indugiavano troppo dentro di lei; le mandibole si chiudevano con troppa forza sulle sue cosce. Le restò solo pregare Aurelia di non morire tra di loro.

Quando finirono, tutti crollarono esausti, addormentati come cadaveri. Solo l’ultimo continuava a muoversi contro di lei, dentro di lei, spingendo piano, quasi in trance. La sua scarica si mescolò al suo citoplasma, penetrò la parete cellulare nel punto più sottile e le accarezzò gli organi dall’interno, una sensazione morbosa che le traboccò da ogni poro della pelle. Mirena ebbe un ultimo orgasmo, silenzioso e profondo, un tremore nato dal nucleo stesso. Poi lui si accoccolò sul suo petto e, quando lei gli accarezzò la testa, rispose come un cagnolino contento. Si era guadagnato la sua lealtà. Ora sì.

***

Tra le rovine, la leader traditrice preparava il rituale definitivo, decisa a risvegliare la reliquia a qualunque costo. Ma le sue tre sorelle videro che la sua ascesa le avrebbe lasciate indietro, e aprirono il fuoco con i blaster dalle spalle.

Una ragnatela trascinò Mirena fuori dalla linea di tiro. Le sue aracne saltarono sulle predicatrici; i satiri corsero a spezzare i nodi che circondavano la reliquia. Nel caos, l’architetta avanzò verso la evocatrice, che continuava a recitare mentre il motore tornava in vita.

—Vuoi l’ascesa? —chiese la sacerdotessa con voce di seta—. Ti porterò in un piano dove nessuno ti denigrerà. Avrai finalmente ciò che desideri di più: rispetto.

Mirena rimase immobile un secondo. Poi puntò il suo lanciarazzi.

—La mia lealtà appartiene a Vaeldris, alla visione della sua fondatrice.

Il proiettile esplose contro lo scudo di raggi e la reazione si scatenò. Il rituale si spezzò, l’intero luogo cominciò a mutare senza controllo, e un raggio colpì Mirena in pieno: le sue pareti cedettero e il citoplasma schizzò sulla pietra. La traditrice non si arrabbiò; sorrise soltanto con ironia prima che le luci verticali la attraversassero e la facessero sparire insieme alle sue sorelle. Il soffitto cominciò a crollare, e i rimasti fuggirono portandosi dietro chi poterono.

***

Il ponte fu terminato, solido come la roccia di cui era fatto. A Mirena non diedero premi né riconoscimenti, ma qualcosa era cambiato: quella squadra non la obbediva soltanto, le voleva bene, e le offriva lealtà e protezione. Anche se non senza un ultimo prezzo.

Era stata salvata quasi morente, sorretta appena da seta e cuciture che impedivano al suo contenuto vitale di disperdersi. E allora arrivarono trascinandosi i cinque canaglie che l’avevano umiliata, salvati per miracolo, in lacrime e implorazioni di perdono. Mirena aveva in mente una sola cosa. Le aracne li circondarono, il resto aspettò in ansia, e lei disse, con voce calma:

—Ai miei ho promesso carne.

Con un solo movimento, le aracne li fecero a pezzi, e quei corpi servirono da razioni per coloro che l’avevano davvero difesa.

Mirena impacchettò i suoi bozzetti, si mise la stampella sotto l’unico braccio e uscì dalla tenda verso la sua prossima opera, una piazza nella città in cui era cresciuta. Camminò verso la luce giada ripetendosi sottovoce, come una preghiera:

—Per Vaeldris, per Aurelia… per me.

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