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Relatos Ardientes

La mia dipendente mi vide nuda in ufficio

Mi chiamo Nadia e, a questo punto della mia vita, non ho più alcun problema ad ammettere due cose: sono una donna attraente e gran parte di ciò che ho ottenuto l'ho conquistato capendo il desiderio altrui prima ancora che me lo confessassero. Non è stata magia. È stato mestiere, istinto e una bella faccia tosta.

Ho sempre saputo leggere le persone. Gli uomini che volevano una donna fredda, quelli che avevano bisogno di una troia obbediente, quelli che si eccitavano con un sorriso elegante e quelli che cercavano soltanto carne disponibile avvolta in un profumo costoso. Io mi adattavo, incassavo i miei vantaggi e andavo avanti.

Con gli anni ho smesso di dipendere completamente da quel gioco, anche se non ne sono mai uscita del tutto. Un vecchio amante mi sistemò in un ufficio discreto, un posto confortevole dove supervisionavo un piccolo portafoglio clienti e una sola dipendente. Era un lavoro facile. Fin troppo facile. E proprio per questo, mortalmente noioso.

La dipendente si chiamava Vera. Era adulta, quasi trentenne, alta, dal carattere asciutto, intelligente e convinta che il mondo fosse obbligato a riconoscerle il talento. Quando arrivò, mi trattò con quella cortesia gelida che usano quelli che si credono migliori di te ma non hanno ancora il potere di dimostrarlo.

Per mesi fu insopportabile. Mi parlava solo per lo stretto necessario, contestava ogni indicazione e aveva quel modo di inarcare un sopracciglio che sembrava dire se fossi al tuo posto, funzionerebbe meglio. Poi commise un grave errore con un cliente importante e vide da vicino la possibilità di perdere il lavoro.

Lì cambiò.

Cominciò a sorridermi. A chiedermi se avevo dormito bene. A lodare i miei vestiti, il mio profumo, il mio modo di trattare la gente. Fingeva così male che faceva quasi tenerezza, ma a me non faceva tenerezza niente. Mi eccitava. Mi eccitava vederla ingoiare l'orgoglio per conservare il posto.

La prima volta che vidi con chiarezza cosa potevo farne fu nel bagno dell'ufficio. Mi stavo ritoccando il trucco davanti allo specchio quando entrò lei e si mise al mio fianco. Indossava una camicetta scura, i capelli raccolti e quell'espressione gentile troppo nuova per risultare credibile.

—Oggi sei particolarmente bella —mi disse—. Quel colore ti sta molto bene.

—Davvero? —risposi, guardandola attraverso lo specchio.

—Sì. Hai molto stile.

La lasciai parlare per un po'. Traffico, clima, una serie alla moda, qualsiasi idiozia utile a farmi credere che cercasse vicinanza. Io la ascoltavo appena. La osservavo. Il modo in cui sorrideva troppo, in cui modulava la voce per sembrare calorosa, in cui evitava di irrigidirsi.

Allora le sganciai, dal nulla:

—Ti ho mai detto che le mie tette sono rifatte?

Rimase immobile per un secondo. Appena un secondo. Poi sorrise di nuovo.

—No, ma sono incredibili.

—Ti piacciono?

—Sì, certo.

Annuii lentamente, come se stessi parlando con un'amica intima. —Sono venute meglio di quanto sperassi. Sode, rotonde, molto naturali al tatto.

Vera non seppe cosa farsene di quelle parole. E proprio in quel disagio vidi qualcosa di più profondo dell'adulazione. Vidi curiosità. Vidi superiorità trattenuta. Vidi una donna che si credeva più seria, più sobria, più intelligente di me e che cominciava a divertirsi all'idea di avermi davanti mentre mi comportavo come una stupida vanitosa.

Fu allora che capii cosa volevo.

Non volevo dominarla. L'avevo già fatto troppe volte con troppa gente. Volevo provocare il suo lato dominante. Volevo metterle un premio a portata di mano e guardare come se lo sarebbe preso. Volevo giocare a fare la capa frivola, vuota, credulona, e lasciare che lei mi trattasse come un'idiota manovrabile.

L'idea mi lasciò eccitata per tutto il pomeriggio.

Un'ora dopo la invitai a bere qualcosa nel mio ufficio. Chiusi la porta, tirai fuori due bicchieri e versai del liquore da una bottiglia che tenevo per i clienti importanti. Lei accettò entusiasta, con quell'emozione di chi crede di stare entrando in un territorio privilegiato.

Parlammo di sciocchezze. Esagerai un po' la mia parte. Raccontai che quella mattina alcuni muratori mi avevano gridato oscenità e che, lungi dall'essermene infastidita, mi ero divertita moltissimo.

—Non ti capita? —le chiesi—. A me piace da morire sentirmi desiderata.

—Be'... se non c'è cattiveria —rispose—, può essere lusinghiero.

Mentiva. Lo capii dalla rigidità della bocca mentre lo diceva. E quella bugia mi piacque.

Le parlai di creme, di scollature, di uomini insistenti. Lei stava al gioco, sempre più a suo agio. Sempre più convinta che io fossi esattamente il tipo di donna superficiale che poteva manipolare facilmente. Io la lasciai montarsi la testa.

Finché mi alzai e cominciai a sbottonarmi la camicetta.

Vera spalancò gli occhi, ma non disse nulla. Tirai fuori prima una spalla, poi l'altra. Poi mi tolsi lentamente il reggiseno e lasciai le tette completamente scoperte in mezzo all'ufficio. L'aria fresca mi indurì subito i capezzoli.

—Vieni —le dissi.

Si alzò senza discutere. Le presi la mano e gliela appoggiai direttamente su una tetta. Il suo palmo era caldo. Il suo respiro cambiò non appena ne sentì il peso e la consistenza.

—Vedi? —mormorai—. Non sembrano strane.

La sua mano rimase lì un momento più del necessario. Le dita mi sfiorarono il capezzolo e sentii una fitta secca nella fica.

—No —disse—. Si sentono... benissimo.

—Toccamele bene. Se un giorno vorrai rifarti, devi sapere come vengono.

Lasciò uscire una breve risata incredula, ma obbedì. Mi strinse la tetta con maggiore sicurezza, la sostenne da sotto, la palpò con una deliziosa miscela di curiosità e sfrontatezza. Io feci un piccolo movimento in avanti perché ne sentisse tutto il peso.

—Vedi quanto sono sode? —chiesi, facendo perfino un paio di stupidi saltelli che la fecero ridere.

Si coprì la bocca, ma non abbastanza in fretta. La sua risata uscì lo stesso. Una risata genuina, canzonatoria, superiore.

E quella merda mi bagnò le mutandine.

***

Durante la settimana successiva alimentai il gioco. Le concessi confidenze che prima non avrei tollerato. Le lasciai arrivare tardi, andare via prima, restare al telefono quando aveva già finito il necessario. Non per debolezza, ma perché volevo vederla rilassarsi in quel nuovo ruolo di donna convinta di aver addomesticato la sua capa.

Cominciò a trattarmi con una familiarità deliziosa. —Amica— di qua, —ci penso io— di là. Si sedeva nel mio ufficio senza chiedere il permesso. Mi correggeva il tono di qualche e-mail. Un pomeriggio mi disse persino ridendo che avevo bisogno di qualcuno che mi mettesse ordine nella vita.

Non sapeva quanta ragione avesse.

Io continuavo a tendere la corda con storie deliberatamente ridicole. Le chiedevo se fosse vero che dormire nudi migliorava la pelle, se lo sperma ringiovanisse il viso, se lo yoga senza vestiti aiutasse la circolazione. Lei stava al gioco, sempre più divertita, sempre meno rispettosa.

Una mattina decisi di offrirle qualcosa di meglio di una conversazione. Le dissi che avevo bisogno del suo aiuto per scegliere un costume per una festa privata. Usai la voce di una donna indecisa, quasi infantile, e lei accettò subito, con quella falsa pazienza che ormai cominciava a usare con me.

Arrivò tardi, come faceva ultimamente. Quando comparve, avevo già preparato tutto. Abbassai le persiane a metà, assicurai la porta principale con il chiavistello interno e lasciai diverse buste nell'ufficio.

—Siediti e dammi la tua opinione sincera —le chiesi—. Ho bisogno che tu mi giudichi per bene.

—Questo mi riesce —rispose, sorridendo.

La frase aveva un veleno lieve. Mi piacque da morire.

Entrai nella stanzetta dove conservavamo il materiale, chiusi la porta e mi spogliai completamente. Mi tolsi la gonna, la camicetta, il reggiseno, le mutandine, le scarpe. Poi aprii la porta appena uno spiraglio e lanciai tutti i vestiti nell'ufficio, sparpagliandoli. Sentii la sua risata dall'esterno.

—Che diavolo fai? —chiese.

—La sfilata —risposi—. Passami la prima busta.

Indossai il primo completo e uscii. Era una minuscola uniforme da infermiera, di quelle che non coprono quasi nulla. Il reggiseno conteneva a malapena le mie tette e la gonna mi saliva a ogni passo. Vera mi percorse con lo sguardo senza alcun pudore.

—Allora? —chiesi, facendo un giro su me stessa.

—Sembra che tu stia per succhiare il cazzo al paziente prima di fargli l'iniezione —disse, poi finse di correggersi—. Voglio dire... è molto provocante.

La crudezza della frase mi fece stringere le cosce. Non mi aspettavo che osasse tanto così presto. Sorrisi come un'imbecille compiaciuta e le mostrai il profilo, chinandomi quanto bastava perché vedesse mezza tetta uscire dal reggiseno.

—Mi piace che tu sia sincera —le dissi.

—Allora sarò sincera —replicò, incrociando le braccia—. Se vai in giro così, nessuno guarderà la tua faccia.

Tornai a chiudermi dentro, mi tolsi quel costume e indossai il successivo. Questa volta era una poliziotta oscena: stivali, minigonna, berretto e niente sui seni, tranne due ridicole placchette che mi coprivano appena i capezzoli. Uscii facendo oscillare un manganello e con il culo completamente esposto da dietro.

Vera scoppiò in una risata aperta.

—Non prendermi per il culo —disse—. Quella è direttamente roba da puttana.

Sentii quella parola schioccare nel ventre. —Tu credi?

—Credo che se uscissi così per strada, non ci metterebbero neanche cinque minuti a offrirti un cazzo.

La mia fica ebbe una contrazione umida. Sentii la fessura tra le gambe aprirsi da sola. Quello non era più soltanto un gioco di potere. Era un gioco sessuale e lo sapevamo entrambe.

Mi avvicinai, esagerando un broncio. —Sei cattiva con me.

—No. Sono onesta. Mi hai chiesto di giudicarti.

Quando mi voltai per tornare nella stanzetta, lasciai cadere le manette nella sua scollatura come se fosse stato un incidente. Lei le afferrò contro il petto e inarcò un sopracciglio. Non disse nulla. Sorrise soltanto.

Dentro, di nuovo nuda, mi ammanettai volutamente le mani dietro la schiena. Poi la chiamai.

Aprì la porta e mi trovò piegata, completamente nuda, col culo in alto, i polsi intrappolati e il respiro affannoso. La chiave era ancora con lei.

—Si sono chiuse da sole —dissi—. Aiutami.

Vera non rispose subito. Si prese il suo tempo per guardarmi. Le mie tette pendevano pesanti verso il pavimento. La mia fica era ormai lucida, umida, fin troppo evidente. Sentii il suo silenzio percorrermi come una mano.

Entrò, chiuse la porta alle sue spalle e mi diede una pacca secca su una natica.

—Guardati —disse a bassa voce—. Una capa adulta, nuda, ammanettata e che mi chiede aiuto.

Il colpo non fece molto male, ma mi fece gemere. Non per la forza, bensì per il tono. Per il modo in cui mi aveva già messa sotto di lei senza chiedere il permesso.

—Aprimi —mormorai.

—Come sei diventata educata.

Mi appoggiò una mano sulla schiena e mi costrinse ad arcuarmi ancora di più. Poi mi infilò senza preavviso due dita tra le gambe. Lasciai uscire un gemito roco. Ero fradicia.

—Cazzo —sussurrò—. Stai grondando.

Le sue dita scivolarono sulle mie labbra aperte, salirono al clitoride e tornarono a sprofondare. Io mi contorsi, impotente con le mani bloccate dietro.

—Era questo che volevi? —chiese, muovendo le dita dentro di me—. Fare la stupida perché ti trattassi come una puttanella bisognosa?

—Sì —ansimai prima di poterci pensare.

Ritirò le dita e me le infilò in bocca. Assaporai la mia stessa umidità mentre mi guardava dall'alto. —Succhiale.

Obbedii. Le leccai lentamente, senza distogliere gli occhi dai suoi. Lei ebbe appena un fremito. Lì capii che non stava godendo soltanto del potere. Era eccitata anche lei.

Mi liberò dalle manette, ma non per lasciarmi andare. Non appena ebbi le braccia libere, mi afferrò per i capelli, mi raddrizzò e mi spinse contro lo scaffale della stanza. La sua bocca piombò sulla mia con violenza. Mi baciò senza delicatezza, ficcandomi la lingua in bocca, mordendomi il labbro, stringendomi le tette con entrambe le mani.

Ricambiai il bacio con fame. Le infilai le mani sotto la camicetta, le sbottonai i pantaloni come potei e le accarezzai la fica sopra le mutandine. Era umida anche lei, moltissimo.

—Quindi anche la signorina perfetta aspettava questo —le dissi.

—Sta' zitta e inginocchiati.

Lo disse con tale naturalezza che scesi immediatamente. Mi inginocchiai sul pavimento freddo della stanzetta e lei si aprì i pantaloni, si abbassò le mutandine fino a metà coscia e mi piantò la fica davanti alla faccia.

Era stretta, depilata e lucida. L'odore mi colpì dritto tra le gambe. Le passai la lingua dal basso verso l'alto e lei appoggiò una mano alla parete.

—Cazzo... così —mormorò.

Le aprii le labbra con le dita e cominciai a mangiarle la fica per davvero, senza fretta ma senza delicatezza. Prima la lingua piatta, poi la punta a segnare il clitoride, quindi succhiando con avidità mentre le dita le separavano ancora di più le labbra. Vera cominciò a muoversi contro la mia bocca. Non voleva una carezza elegante. Voleva che la leccassi come una cagna obbediente.

E io volevo esattamente quello.

—Non fermarti —ordinò—. Infilala più dentro.

Le affondai la lingua quanto potevo, alternando a forti succhiate sul clitoride. Le afferrai una natica e la avvicinai ancora a me. I suoi gemiti si fecero profondi, spezzati. Mi strinse la testa con una mano e cominciò a scoparmi la faccia, strofinando la fica contro la mia bocca.

Gemetti anch'io, col viso fradicio e la fica che mi pulsava. Mi infilai due dita tra le gambe e cominciai a masturbarmi mentre la leccavo. Lei lo vide e lasciò uscire una risata ansimante.

—Che puttana che sei, Nadia.

La frase mi attraversò. Venni quasi subito con due dita dentro, arcuata sulle ginocchia, senza smettere di leccarla. L'orgasmo mi scosse la schiena e mi fece gemere contro la sua fica. Vera tremò sentendolo.

—Alzati —disse.

Quando lo feci, mi voltò e mi piegò su un tavolo di scatole archiviate. Mi separò le gambe con il piede. Sentii che mi apriva le natiche e sputava tra le mie labbra.

—Voglio vederti ben aperta.

Obbedii. Mi aggrappai allo scaffale e inarcai ancora di più la vita. Mi infilò di colpo due dita e cominciò a scoparmi con la mano. Entravano e uscivano rapide, umide, producendo un rumore osceno nella stanzetta silenziosa.

—Guardati —diceva alle mie spalle—. Una signora matura, con un incarico, con un ufficio, eppure che chiede di essere usata durante l'orario di lavoro.

Infilò un terzo dito. Urlai. Non per il dolore, ma per il puro eccesso. Mi stava aprendo con rabbia, colpendo il clitoride col pollice tra una spinta e l'altra, e io non riuscivo più a mantenere il personaggio della donna stupida perché ero troppo impegnata a gemere.

—Scopami —le chiesi—. Fallo davvero.

Si tolse la cintura e me la passò intorno al collo, senza stringere, solo per tenermi ferma. Poi aprì un cassetto del materiale dimostrativo dove conservavo giocattoli promozionali dimenticati di una vecchia campagna. C'era un piccolo dildo in silicone nero. Lo conoscevo. Non mi aspettavo di vederlo quel pomeriggio.

—Perfetto —mormorò.

Me lo mostrò appena prima di appoggiarne la punta sulla mia apertura.

—Se vuoi che mi fermi, dillo.

—Non fermarti.

Entrò lentamente all'inizio, spingendo finché mi sentii piena. Poi cominciò a muoverlo con decisione, tirandolo fuori quasi del tutto e reinserendolo con una sola spinta. La cintura intorno al collo mi obbligava a restare arcuata. Il bordo del tavolo mi si conficcava nei fianchi. Le mie tette sobbalzavano a ogni colpo.

—Così volevo vederti —disse—. Aperta e obbediente.

Non riuscivo a rispondere nulla di coerente. Dicevo solo sì, cazzo, così, più forte. Il dildo mi colpiva dentro con un ritmo secco e preciso. Mi aprì una natica e sputò tra il culo e la fica prima di portare un dito al mio ano, premendo appena intorno per farmi tremare.

—Guarda come ti ecciti solo perché ti comando un po' —sussurrò al mio orecchio—. Fai la frivola, ma quello che ti piace è essere umiliata.

—Sì.

—Che ti guardino.

—Sì.

—Che ti usino.

—Sì, cazzo, sì.

Cominciò a scoparmi più forte. Non era più un movimento controllato avanti e indietro; era un'oscillazione continua che mi faceva sbattere contro le scatole. Portò una mano al mio clitoride e me lo sfregò con movimenti circolari duri, quasi brutali. L'orgasmo mi salì nelle gambe come una scarica.

—Vieni —ordinò—. Vieni adesso.

Venni urlando, con la fica che si contraeva intorno al giocattolo e le gambe tremanti. Sentii il liquido colarmi lungo le cosce mentre lei continuava a spingere ancora un po', godendosi i miei spasmi. Mi sostenni come potei per non cadere.

Ma Vera non aveva finito.

Mi fece girare, mi fece sedere sul bordo del tavolo e mi aprì le gambe. Finalmente si tolse la camicetta e il reggiseno, lasciando scoperti due seni piccoli, duri, bellissimi. Poi si sollevò la gonna, spostò di lato le mutandine e si sedette sulla mia faccia.

Ebbi appena un secondo per vedere la sua fica lucida prima che mi schiacciasse contro di essa.

—Adesso mangia e non parlare.

La afferrai per i fianchi e tornai a leccarla, questa volta dal basso, respirando direttamente il suo odore, col suo peso sulla bocca. Cominciò a strofinarsi con urgenza contro la mia lingua. Io le stringevo il culo, la aprivo di più, inghiottivo i suoi gemiti e la sua umidità. Sopra di me, si stava praticamente masturbando con la mia faccia.

Il suono era sporco, umido, assuefacente.

—Lì, cazzo... lì —ripeteva.

Le affondai le unghie nelle cosce e continuai a leccare senza tregua, alternando succhiate al clitoride e la lingua affondata nella sua apertura. Il suo corpo si tese di colpo. Mi afferrò i capelli con entrambe le mani e venne sulla mia bocca con un gemito lungo, spezzato, quasi rabbioso.

Rimase per un attimo sopra di me, respirando forte. Poi scese lentamente e mi baciò. Aveva il mio sapore e il suo mescolati sulle labbra.

***

Ci ricomponemmo solo a metà. Lei continuò a rimanere senza biancheria. Io ero ancora completamente nuda. L'eccitazione non era svanita; si era trasformata in quella calma vibrante che lascia il buon sesso quando c'è ancora del gioco in sospeso.

—Esci —mi disse.

—Così?

—Così.

La guardai per un secondo e capii subito. Voleva portare il gioco nel punto esatto che mi eccitava di più: il rischio di essere vista. A quell'ora l'edificio era quasi vuoto, ma non del tutto. Poteva passare qualcuno nel corridoio. Poteva suonare l'ascensore. Poteva aprirsi una porta.

E quel rischio mi bagnò di nuovo.

Uscii dalla stanzetta con la schiena dritta e la fica ancora sensibile. I capezzoli erano ancora duri, le cosce macchiate. Vera uscì dietro di me, già ricomposta dalla vita in su, ma con le mutandine indossate male, e quell'espressione soddisfatta di chi ha appena scoperto un nuovo potere.

Mi condusse per la cintura fino all'ufficio. Camminavo nuda tra le scrivanie, sentendo l'aria del condizionatore sfiorarmi tutto il corpo. Da un momento all'altro qualcuno avrebbe potuto vedermi attraverso la fascia di vetro smerigliato dell'ingresso, se si fosse avvicinato abbastanza.

—Mettiti accanto alla porta —disse.

Obbedii.

Lei si sedette sulla mia sedia, accavallò le gambe e mi osservò. Poi indicò la serratura.

—Aprila.

Lo feci. Il chiavistello rimase tolto. Sarebbe bastato girare la maniglia dall'esterno perché la porta cedesse.

—Adesso chinati e raccogli i tuoi vestiti da terra. Lentamente.

Sentii un brivido. La mia camicetta era rimasta vicino all'ingresso. Le mutandine, proprio davanti alla porta. Mi chinai a raccoglierle, aprendo le gambe senza pensare troppo a come sarebbe apparsa la mia fica da qualsiasi angolazione. Sentii Vera alzarsi. Sentii i suoi passi avvicinarsi. E, all'improvviso, la porta si aprì di qualche centimetro verso il corridoio.

Mi si mozzò il respiro.

Non entrò nessuno. Non c'era nessuno lì. Ma la porta rimase abbastanza aperta da mostrare il mio corpo nudo dall'esterno se qualcuno avesse svoltato l'angolo proprio in quell'istante.

—Continua —disse a bassa voce.

Continuai. Raccolsi il reggiseno, la gonna, una scarpa. Il cuore mi batteva così forte che lo sentivo in gola. Avevo il culo esposto al corridoio. Le tette penzolavano libere. La fica era ancora umida. E tutta quella esposizione mi stava portando di nuovo sull'orlo dell'orgasmo.

Vera si avvicinò da dietro e mi accarezzò la fessura con due dita lente.

—Guarda come torni a bagnarti —sussurrò—. Con te è così facile.

Mi aprì di più con le dita mentre io continuavo a stare piegata, fingendo di sistemare i vestiti. Se fosse passato qualcuno, non avrebbe visto soltanto me nuda. Avrebbe visto anche lei che mi toccava. Il pensiero mi fece gemere.

—Silenzio —ordinò.

Mi infilò un dito. Poi due. Li muoveva lentamente, come se mi punisse con pazienza. Avevo una mano appoggiata alla parete per non cadere. Con l'altra stringevo le mutandine contro il petto come se servisse a qualcosa.

—Dimmi cosa sei in questo momento.

Deglutii. —La tua dipendente... no. La tua capa... no...

Mi diede uno schiaffetto sulla fica che mi strappò un sussulto.

—Rispondi bene.

—La tua puttana —ansimai.

—Questo sì.

Cominciò a infilare e sfilare le dita più velocemente. Il rumore umido tornò a riempire l'ufficio. Ero aperta accanto a una porta socchiusa, sul punto di essere scoperta, e Vera mi masturbava come se mi possedesse da sempre.

—Vieni così —mi disse—. Col corridoio che ti guarda.

Non resistetti. Venni in piedi, piegata, con le gambe tremanti e il viso acceso dalla vergogna e dall'eccitazione. Lei sostenne il mio corpo mentre l'orgasmo mi attraversava. Sentii il liquido colarmi all'interno delle cosce.

Poi chiuse la porta con calma.

Rimanemmo per alcuni secondi senza parlare. Respiravo con difficoltà. Lei mi leccò le dita, una per una, senza staccare gli occhi dal mio viso.

—Adesso puoi vestirti —disse.

Mi vestii lentamente, ancora tremante. Lei fece lo stesso. Tornammo a sembrare due donne d'ufficio, presentabili, persino serie. Ma sotto quei vestiti restava tutto: l'odore, l'umidità, i segni delle sue dita, il ricordo della mia fica aperta accanto a una porta quasi pubblica.

Prima di andarsene, mi si avvicinò e mi sistemò il colletto della camicetta.

—Domani arrivo di nuovo tardi —disse.

—Lo so.

—E tu me lo permetterai.

La guardai negli occhi e sorrisi. —Probabilmente.

Mi baciò una volta, breve e sporca, e uscì.

Rimasi sola nell'ufficio, con le gambe ancora deboli e la deliziosa certezza che la noia fosse finita. Non perché avessi perso il controllo, ma perché avevo trovato qualcosa di meglio: una donna adulta, arrogante e dominante che godeva nel vedermi esibita, usata e bagnata in pieno ufficio.

E io, a dire la verità, non vedevo l'ora di aprirle di nuovo la porta.

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